|
|
Ecolalie
Saggio sull'oblio delle lingue Traduzione di Andrea Cavazzini «Dal punto di vista medico, l’ecolalia è quel "disturbo che consiste nel ripetere involontariamente parole o frasi pronunciate da altre persone", un fenomeno che, fin dal diciannovesimo secolo, è stato oggetto di studio principalmente della psichiatria. Daniel Heller-Roazen dà a questa patologia un significato inedito, riconducendola alle radici più profonde del linguaggio stesso. Nei ventuno capitoletti del volume, in cui la filosofia sembra ricongiungersi alla lingua del mito e della fiaba, si declina nei modi più inaspettati una tesi di fondo: ogni lingua è l’eco di un’altra, e continua a portarne testimonianza. Radicalizzando, ogni lingua è l’eco di quella babele infantile la cui cancellazione rende possibile la parola. Tale tesi trova riscontro nei territori più diversi: la mitologia, la psicoanalisi, la teologia, la letteratura, la linguistica. Apre una nuova prospettiva sul rapporto fra oralità e scrittura e su facoltà umane come la memoria e l’oblio. E si rivela una chiave di lettura incredibilmente versatile, in un percorso che, in queste ventuno “ecolalie”, porta da Ovidio a Dante, da Edgar Allan Poe a Elias Canetti, dalle lingue sacre dell’ebraismo e dell’islam ai dialetti in via di sparizione, dalla lingua materna dei poeti alla lingua ideale dei dotti Indice: I. L’apice del balbettio - II. Esclamazioni - III. Aleph - IV. Fonemi in pericolo - V. H & Co. - VI. In esilio - VII. Strade senza uscita - VIII. Soglie - IX. Strati - X. Scivolamenti - XI. Piccoli astri - XII. Il ritorno del barlume - XIII. La vacca che sapeva scrivere - XIV. L’animale inferiore - XV. Aglossostomografia - XVI. Hudba - XVII. Schizofonetica - XVIII. Un racconto di Abu Nuwas - XIX. «Persiano» - XX. Poeti in Paradiso - XXI. Babel - Note - Bibliografia - Indice analitico
Recensioni
Alfredo Riponi «www.psychiatryonline.it» 01-05-2008
Elena Loewenthal «Tuttolibri La Stampa» 30-08-2008
Alessandra Iadicicco «L'Espresso» 19-06-2008
Marco Dotti «il Manifesto» 19-09-2008
Marco Dotti «il manifesto» 11-04-2008
Ecolalie, una sinfonia di testi su una sola lingua, una sinfonia di lingue per un solo testo
Alfredo Riponi «www.psychiatryonline.it» 01-05-2008
"Il semiotico è il livello musicale della poesia. Retrospettivamente, è ciò che il bambino articola con il suo balbettio prima di imparare le parole…" (J. Kristeva)
La perdita dei suoni: ecolalia infantile plurilingue, lingua di Dio (aleph), fonemi silenziosi - La morte delle lingue, la loro reviviscenza sotto altre forme, la lingua perduta o proto-lingua — Lingua (della) madre, sfide grammaticali, Canetti, Wolfson, Abu Nuwas, Landolfi — Babele, abitare la lingua. Il libro di Heller-Roazen è formato da capitoli che s’intersecano, dove la linguistica, la psicanalisi, la letteratura, s’incontrano a partire dal dubbio sollevato dall’origine del linguaggio, sintomo creativo che diviene a sua volta segno di una mancanza originaria, di una perdita che perdura. Nell’infanzia avviene il vero processo d’apprendimento d’una lingua che si struttura sopra frammenti ecolalici. Infiniti nella loro varietà, questi frammenti contengono potenzialmente tutte le lingue. Per apprendere la lingua madre il bambino dovrà sacrificare questa molteplicità all’uno. "Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…". L’ecolalia che ancora portiamo in noi.
A quella prima perdita necessaria di cui non ci dimentichiamo, faranno seguito altre perdite: la perdita degli dèi (cap III Aleph), la perdita di fonemi inutilizzati (cap. IV Fonemi in via di estinzione). Più o meno necessarie, più o meno traumatiche, struttureranno il nostro inconscio e riappariranno nelle espressioni visibili della religiosità e creatività umana, nella poesia.
La parola, l’alfabeto, la scrittura "custodisce l’oblio" della voce. La scrittura diventa il segno di una metamorfosi dolorosa per la ninfa "Io" di Ovidio (cap. XIII La mucca che sapeva scrivere), come per scrittori e poeti in esilio (Arendt, Brodskij). Dalla voce può anche sorgere un divieto di metamorfosi (Canetti — cap. XVI), parola d’ordine o sentenza di morte simbolica che significa "tu sei già morto". Quella che ascoltiamo" scrivono Deleuze-Guattari in Millepiani, a proposito di Canetti (enantiomorfosi) "è una parola d’ordine che è sentenza di morte, simbolica, iniziatica, temporanea". La "lingua-senza-corpo che scrive" nel racconto Valdemar di Poe (cap XV Aglossostomografia).
La lingua materna può diventare anche prigione, la madre di Canetti (nel primo tomo della sua autobiografia, La lingua salvata) lo imprigiona nella "sua" lingua materna, che non è più la lingua di famiglia, ma la "lingua della madre", il vincolo affettivo. L’incontro con la scrittura si rivelò decisivo per Canetti, ma capì che per la madre "il tedesco era la lingua dell’intimità e dell’affetto", "il bambino era solo il sostituto del padre morto e dei loro colloqui d’amore spezzati". L’acquisizione della nuova lingua non fu una lingua straniera, ma "una lingua madre innestata con ritardo e con vero dolore… una seconda nascita"
Le altre lingue che si mescolavano nella sua infanzia nomade hanno relegato il bulgaro nell’oblio del paese in cui era nato. Nel mettere su carta i suoi ricordi d’infanzia, scrive Canetti, "la traduzione si è compiuta spontaneamente nel mio inconscio", quindi non c’è alcuna deformazione. La lingua dell’infanzia dimenticata trova una nuova musica attraverso una nuova lingua, ma quei suoni infantili della lingua dimenticata sono ancora dentro di lui, agiscono inconsciamente, sollevano veli, echi, designano una perdita. "È perdendo la madre che si scopre che la propria lingua madre è sempre già perduta". Come la lingua della poesia, che è sempre un’altra lingua tradotta dalla lingua madre, scrive Marina Cvetaeva.
Un autore che non figura nel libro di Heller-Roazen, Samuel Beckett, potrebbe introdurre al capitolo "schizofonetica" e costituire l’anello mancante della catena, tra parola d’ordine, lingua affettiva e metamorfosi linguistica. In Beckett (Compagnia) la voce dice "Tu sei questo e nient’altro": corpo riverso nel buio, immobile. È il libro della sua infanzia mescolata indissolubilmente ad un presente costruito sulle parole. La voce sembra rivolta ad un altro e inventata per tenersi "compagnia". "Parla di sé come di un altro. Immagina anche se stesso per tenersi compagnia". Come Beckett, Wolfson scrive il suo libro in francese e parla di se stesso alla terza persona. In "Logica del senso" (LS), Gilles Deleuze scrive che la lingua materna è "alimentare e escrementizia", legata cioè alle funzioni del corpo, lingua inglese e cibo indigeribile sono le due minacce della madre al bambino Louis Wolfson (LS, p. 81). I suoni della lingua materna sono dolorosi e devono essere soffocati traducendoli in un’altra lingua. Si potrebbe dire che lo schizofrenico ha bisogno di questa nuova "lingua straniera solo espressiva" (LS, p. 81) per staccarsi dall’oggetto amato-odiato che è il seno materno. Il seno non esiste in funzione, ma preesiste alla bocca che succhia. La voce materna minaccia di sottrarlo: non odore di latte, ma di senso, un senso alterato dagli ordini a cui il bambino dovrà sottrarsi per scoprire "le proprie profondità". "Per il bambino il primo approccio con il linguaggio consiste appunto nell’afferrarlo come modello di ciò che si pone come preesistente, come rinviante all’intero campo di ciò che è già lì: voce familiare che veicola la tradizione, in cui si tratta già del bambino per via del suo nome e in cui deve inserirsi ancor prima di capire" (LS, p.171). Beckett sceglie il francese sottraendosi alla lingua materna che "ordina" di tornare a casa, impone gioghi affettivi e impedisce di scrivere chiaramente. Ma tornerà all’inglese, all’infanzia, negli ultimi libri. Badiou, analizzando "Worstward Ho" di Beckett, scrive: "Beckett non lo ha tradotto in francese, tanto che "Worstward Ho" sembra esprimere per lui l’irriducibilità della lingua materna. […]. Esistono alcuni testi in inglese che Beckett non ha mai tradotto in francese, e che costituiscono i resti di un qualcosa di più originario della lingua inglese per questo autore…" (Inestetica, Mimesis 2007). Per Wolfson è la costruzione di una "Tour de babil" (Torre di balbettio) che nel suo "cervello ecolalico" guarisce, o cerca di guarire, "le ferite inflitte dai suoni della lingua materna".
Il libro si conclude con un apologo sulla vita di Abu Nuwas, l’analisi di un racconto di Landolfi e un ritorno a Babele. Siamo tutti eredi degli abitanti senza memoria dell’ultimo "frammento" della Torre di Babele. Forse, conclude Heller-Roazen, "non abbiamo mai lasciato la torre, ma non sappiamo di abitarla", ovvero di "abitare la lingua", un’unica lingua dimenticata, respirando l’aria di molte lingue.

In principio tutti poliglotti
Elena Loewenthal «Tuttolibri La Stampa» 30-08-2008
L'oblio nella lingua: dal bambino che smarrisce il naturale talento fonetico all'Alef ebraico di cui più non si conosce il suono di Elena Loewenthal Come tutti sanno, i bambini all'inizio non parlano. Eppure si esprimono: la cosiddetta lallazione è una sorta di pre-linguaggio, un puro esercizio di voce apparentemente insensato. In realtà, il linguista tedesco Roman Jakobson ha dimostrato che insensato non lo è affatto, rappresenta piuttosto una fase cruciale. In un suo saggio scritto fra il 1939 e il 1941 (durante l'esilio in Norvegia e Svezia) lo studioso spiega il fatale transito dal balbettio alla parola: quando si avvicina il momento in cui impara a formare le prime parole, il bambino dispone di straordinarie capacità, e «può accumulare delle articolazioni che non è dato trovare in nessuna lingua particolare». Poi impara a conoscere la propria, che «non tollera l'ombra di un'altra» e gli impone di dimenticare il suo talento fonetico naturale, l'innato «poliglottismo» del suono. In sostanza, spiega Jacobson e da qui prende le mosse Daniel Heller-Roazen nel suo Ecolalie. Saggio sull'oblio delle lingue (accurata traduzione di Andrea Cavazzini per Quodlibet, pp. 260, euro 24), l'apprendimento della lingua comporta necessariamente un atto di amnesia. Tale approccio di studio conduce su un cammino decisamente interessante. Il fenomeno del linguaggio assume una luce nuova. Soprattutto, la lingua si rivela portatrice di un ruolo attivo, nel suo rapporto con l'umanità: non è più semplicemente «parlata», piuttosto «si fa parlare». Heller-Roazen, che insegna letteratura comparata a Princeton, affronta diversi casi di «oblio» nella lingua, a testimonianza della sua capacità dinamica di interagire con il soggetto parlante: la cosiddetta «e» instabile del francese, ad esempio. E certamente l'Alef dell'ebraico: consonante primigenia, principio del tutto ma anche distillato della «rivelazione divina ridotta al suo elemento minimale» (ha detto un maestro della tradizione che tutta la dottrina di Dio sta racchiusa nell'Anokhi, cioè «Io», con cui iniziano i comandamenti), la Alef ha perduto il suo suono, non l'ha più e nessuno lo conosce. O forse l'Alef è proprio l'articolazione di quel silenzio di fondo che veglia su tutto il creato? Chissà. Heller Roazen percorre diversi contesti in cerca di queste dinamiche. Quasi nessuna lingua si estingue per un cataclisma (è capitato allo yiddish, persosi nella Shoah), però tutte sono destinate a morire e, prima ancora, a portare in sé gli echi di altre, già perdute: «Nessuna lingua - nemmeno quella considerata sacra - può sottrarsi alla propria caducità». Emblema di questa mortalità della parola, ma anche del suo talento di vita e rinascita, è la torre di Babele, perché in fondo l'esilio è «la vera patria della parola, e può ben darsi che si possa accedere al segreto di una lingua solo nel preciso istante in cui la si dimentica».

Colpo di stato a Babele
Alessandra Iadicicco «L'Espresso» 19-06-2008
Colloquio con Daniel Heller Roazen, di Alessandra Iadiccio
Come nasce una lingua? Per una decisione politica risponde un grande filosofo, tra i massimi esperti in materia. E in questa intervista spiega come l’esaltazione di antichi dialetti e idiomi locali non è altro che un insano e sterile anacronismo
Non esiste né in cielo né in terra la lingua che può mettere d’accordo tutte le genti, garantire la comunicazione e la pace nel mondo. E’ risaputo dai tempi di Babele. Dacché i suoi abitanti, puntando alla conquista del cielo, caddero nel solito errore: la smania di possesso di una sola parola e di un solo nome. Condannati perciç alla confusione e alla dispersione. Si muove disinvolto tra le lingue Daniel Heller-Roazen che della biblica Babele ha fatto il principio e il fine della sua riflessione. Quarantenne, canadese, di madrelingua inglese, ha studiato e conosce, oltre al francese e le lingue europee, le lingue classiche e le semitiche, le lingue morte e le risorte, quelle sacre letterarie, promesse, dimenticate. Sanscrito, ebraico biblico, provenzale, d’oc. Teorico del linguaggio, professore di letterature comparate all’Università di Princeton, è tradotto con successo in varie lingue. E’ uscito di recente in Francia (da Seuil) in Germania (da Suhrkamp) e in Italia (da Quodlibet) il suo “Ecolalie, saggio sull’oblio delle lingue e sui loro inestinguibili echi e ritorni. In tempi in cui, ripullulano idiomi, ritornano, spesso armati, i particolarismi, in tempi di globalizzazione e “glocalismi”, di migrazioni e rivendicazioni identitarie, e di confusione linguistica, Heller-Roazen spiega (con molta razionalità) quali sono i rapporti tra gli stati, le lingue e i territori in cui sono diffuse e divise.
“Per cominciare”, dice Heller-roazen, “va chiarita una cosa, che sembra banale, ma non lo è. Non esiste la lingua di un singolo. Una lingua è sempre una cosa pubblica che fornisce uno strumento di espressione alla nazione. Ma la lingua può benissimo fare a meno della nazione”
Cosa vuol dire ?
“Semplice. Una lingua nazionale si costituisce sempre con una decisione politica. Max Weinreich, grande linguista novecentesco, studioso dello yiddish, sosteneva che la lingua altro non è che “un dialetto con un esercito e una flotta”. Un dialetto cioè che diventa la lingua di uno Stato. Non esistono principi strettamente linguistici per identificare una lingua. Una lingua non è un dato fisico, ma un corpo dotato di organi mutanti: sfugge alla presa. Consta di tratti distintivi innumerevoli, e il linguista non ha l’autorità per definire quelli che la distinguono dalle altre. Lo può fare solo il politico: esponendosi però al rischio di commettere un errore filosofico, all’illusione cioè di credere che si possa disporre di una lingua per cambiare il mondo. E’ il malinteso che sottende la political correctness in America”.
Ha citato una frase di Weinreich, scritta in yiddish, lingua minoritaria e transnazionale o dialetto senza armi né flotta?
“Lo yiddish era lingua d’arte senz’armi con una vasta letteratura: romanzi, scritti filosofici, poesie. Forse una eccezione di una lingua senza Stato”.
E se una lingua, proibita con un atto politico, torna a rivendicare i suoi diritti?
“E’ il caso del catalano, soppresso sotto il franchismo e diventato oggi lingua ufficiale in Catalogna, ma che rimane lo stesso una lingua minore in Spagna. Mi spiego. A partire dagli anni Ottanta il catalano è rivendicato non solo come espressione di ambizioni culturali, ma di una distinta identità politica: come strumento di riconoscimento di un popolo. Si pubblicano i “nostri” autori, i “nostri” classici o si traducono i classici nella “nostra” lingua. Si vuole recuperare un fenomeno attribuendogli con la forza di una ideologia una valenza diversa, nazionale. Ma è un anacronismo. Si punta sull’idea dello Stato nazionale, decaduta, superata, per restituire al catalano un valore che gli era originariamente alieno. Operazione falimentare”.
Accade però che una cultura linguistica sottomessa o sopraffatta si prenda le sue vendette. E’ di due settimane fa la notizia che il portoghese parlato nelle ex colonie del Sudamerica ha imposto le sue regole ortografiche alla lingua della madrepatria parlata a Lisbona.
“E’ sorprendente. Ma più che altro perché il Portogallo e le sue ex colonie del Sudamerica si considerano due mondi a sé. Non si pubblicano né leggono gli stessi libri in Brasile e a Lisbona, a differenza di quel che accade nell’universo anglosassone. Va detto però che nelle colonie la lingua mantiene caratteristiche di purezza che nella madrepatria vanno perdute. Nella sua variante coloniale la lingua della madrepatria è più autentica, mantiene tratti più antichi e originari. E’ così per lo spagnolo dei colombiani rispetto a quello di Madrid. Per certi dialetti del Nordamerica, come l’idioma di Boston, rispetto all’inglese di Londra. Per il francese del Canada rispetto alla lingua di Parigi. I parlanti lontani dal paese d’origine sono più conservatori”.
Quand’è che da buon proposito di tutela di una lingua originaria, culturale, letteraria, diventa cifra ideologica ? Prenda il caso dell’occitano: la lingua d’oc dei trovatori provenzali. Misconosciuta in Francia, tutelata in Francia dal ’99 come patrimonio storico, rivendicata come principio di identità nelle valli del Piemonte.
“Il fenomeno della rivendicazione locale non è solo piemontese. Accade anche in Francia. Stiamo parlando della lingua madre della lirica occidentale, ma farne un principio di rivendicazione politica è una battaglia due volte anacronistica: sia rispetto alla categoria politica dello Stato nazione ricomparso dentro parametri di geopolitica diversi, sia rispetto alla valenza culturale specifica della lingua. Sono risorgimenti tanto pù assurdi quanto più ostinatamente si rifanno al valore di una lingua storica, non più parlata. Riattivare una lingua che non si parla più in nome di una causa politica è una operazione senza senso”.
Però c’è il caso dell’ebraico: ripristinato dalle origini bibliche e promosso a lingua nazionale dello Stato di Israele.
“E’ il caso più celebre di una lingua morta e resuscitata con un obiettivo politco. L’unico caso riuscito di ripristino di una lingua antica, trasformata nella lingua viva e parlata da un popolo di una neonata nazione. L’operazione ha avuto successo per via delle condizioni estreme in cui si trovavano gli ebrei giunti in Palestina. Avevano bisogno di una lingua comune: perciò si è potuta produrre una lingua nuova. Con un atto politico. E’ l’ultimo successo (e il primo) del tentativo di riportare in vita una lingua estinta. Dopo il ’48, tutti i tentativi analoghi sono parodie”.
Una parodia di bilinguismo amministrativo? E i certificati di identità etnica? In Italia abbiamo il caso dell’Alto Adige, O SudTirol: letteralmente, geograficamente e politicamente davvero una questione di punti di vista…
“Poeticamente, si può aggiungere citando Paul Celan, il bilinguismo non esiste. Politicamente si piega a una strumentalizzazione politica, serve a reclamare una differenza o un’appartenenza. Il poeta invece sa che la sua lingua precede l’esistenza, l’identità e persino il nome dell’Io. E sfugge a tutte le sottoscrizioni e certificazioni politiche. Perché mi appello alla poesia ? Per indicare il punto limite oltre il quale la decisione del politico non può intervenire. “Aus der Ferne”, da lontano, in esilio a Parigi Celan poetò in tedesco fino alla fine. Non lo decise lui. Era la sua lingua madre, e la lingua madre non si sceglie. Ti sceglie quando non parli ancora. E’ l’evento indisponibile che “ti getta nell’essere”, come direbbe Heidegger, e pone limiti al potere di decidere e amministrare. E’ l’opposto della lingua costituita con un atto politico. Il parlante non può che mettersi in ascolto e accoglierla. Per estremo paradosso, ospitando in sé una lingua data come estranea: alla maniera di Conrad e Nabokov, che trovarono la propria identità artistica in una lingua altra dalla materna”.
Cos’è la traduzione ? Un’occasione di intesa o una sopraffazione ?
“Tradurre non è il movimento che porta da una lingua all’altra. E’ la trasformazione della propria lingua attraverso l’incontro con l’altro. Se parli una lingua diversa dalla mia non sei un mio nemico. In fondo abitiamo la stessa casa. L’incontro con la tua lingua risveglia nella mia potenza che altrimenti non avrei conosciuto”.
Ha citato Heidegger che parlava tedesco: la lingua della cultura, si credette dal romanticismo fino alla fine del nazismo. In questi giorni, la “Frankfurter Allgemeine Zeitung” ha aperto un forum sulla fine del sogno di una lingua universale della cultura. I tedeschi si sentono sopraffatti dall’inglese e minati al loro interno dalla presenza degli immigrati. Globalizzazione e migrazione infrangono i sogni di cultura ? Sradicano le lingue ? Confondono le idee e le identità ?
“Diffido di tutte le espressioni di rimpianto che celano aspetti oscuri e risentimenti. E’ vero che il tedesco è stato per secoli una lingua culturale, i grandi scrittori del Novecento che scrivevano in tedesco non erano tedeschi. Solo di recente è diventato una lingua nazionale. E quando la Germania ha fatto leva sulla sua identità nazionalista, su una politica di conquista fondata su un’identità territoriale fluttuante, ha provocato una catastrofe. Nel dopoguerra i tedeschi hanno visto boicottata la loro lingua nel panorama europeo. E usano come tutti, anche quell’inglese globale, il globish”.
Che cos’è ?
“Non è una lingua parlata, bensì un mero mezzo di trasporto e di comunicazione sul Web. Interessante in un altro senso è il fenomeno degli emigrati che si trovano espropriati di tutte le lingue: i bambini turchi oggetto della controversia berlinese sulla lingua scolastica, ma anche gli italiani di prima generazione, nati in Germania da genitori italiani. Sono parlanti a cavallo tra due lingue senza appartenere né all’una né all’altra. Presto anche voi in Italia troverete simili casi di bambini romeni o albanesi. Di fatto sono ragazzi che parlano, hanno una loro lingua, che forse non ha ancora trovato un’espressione scritta né dignità culturale”.

Sulle labili tracce di una parola perduta
Marco Dotti «il Manifesto» 19-09-2008
Metamorfosi linguistiche SULLE LABILI TRACCE DI UNA PAROLA PERDUTA La «morte» delle lingue e la loro capacità di trasformarsi e di restare nel tempo. Un incontro con il comparatista canadese Daniel Heller-Roazen, che prenderà parte domani al festival «Babel» di Bellinzona
Di Marco Dotti
È davvero possibile dimenticare suoni, articolazioni o persino una intera lingua? Esistono particolari stati o condizioni in cui tracce all'apparenza perdute di quei suoni e quella lingua, possono riattivarsi e tornare in vita? Sono solo alcune delle questioni al centro di Ecolalie. Saggio sull'oblio delle lingue (traduzione di Andrea Cavazzini, pp. 264, euro 24), l'affascinante saggio del comparatista Daniel Heller-Roazen pubblicato in Italia dalle edizioni Quodlibet. Nel suo lavoro, proseguito anche nel recente The Inner Touch. Archaeology of a Sensation, Heller-Roazen - che insegna all'università di Princeton - traccia un'affascinante mappa di queste tracce, nella letteratura e nelle «mitologie» dell'epoca moderna e contemporanea, da Canetti a Poe, da Spinoza a Melville, da Jakobson a Foucault. Invitato a Bellinzona, in occasione di Babel, il Festival di letteratura e traduzione coordinato da Vanni Bianconi, domani - alle 11,30, presso il Teatro Sociale - Daniel Heller-Roazen terrà una lezione sull'origine e l'oblio delle lingue. Per l'occasione, ha accettato di rispondere ad alcune domande. Sulla questione aperta dalla cosiddetta «lallazione infantile», Roman Jakobson ha scritto pagine fondamentali, in particolare nel suo lavoro redatto tra il 1939 e il '41, durante gli anni dell'esilio in Svezia e Novergia, dedicato a Linguaggio infantile, afasia e leggi generali della struttura fonetica . Per Jakobson un bambino riesce facilmente ad accumulare un gran numero di articolazioni che nessuna lingua particolare può possedere. Lei parte proprio dalle considerazioni di Jakobson per cercare di capire come sia possibile «dimenticare» questa capacità, nel passaggio dalla fase prelinguistica a quella di apprendimento di una lingua...
Il lavoro sulle afasie mi ha, in effetti, fornito un punto di partenza. Contiene una memorabile evocazione di ciò che Jakobson chiama «l'apice del balbettio»: uno stato - non poco ammirato dal grande linguista - in cui non si può porre alcun limite alle capacità fonatorie del borbottio infantile. In questo stato, per quanto riguarda l'articolazione, gli «infanti» sono capaci di tutto. Pur non parlando ancora, possono già produrre qualsiasi suono di una qualsiasi lingua umana, il tutto senza il minimo sforzo. Tanto più sorprendente, nota Jakobson, è il fatto che, «quando il bambino passa dallo stadio prelinguistico all'acquisizione delle prime parole, perde interamente la sua capacità di produrre dei suoni». Non solo non può più produrre quei suoni contenuti nel suo balbettio che non servono nella sua nuova lingua, ma molti dei suoni comuni al balbettio infantile e al linguaggio adulto spariscono anch'essi, ora, dal repertorio linguistico dell'infante. Solo a questo punto può dirsi veramente iniziata l'acquisizione di una singola lingua. Il mio libro, Ecolalie , inizia con alcune riflessioni su questo evento, che benché contenuto in uno studio come quello di Jakobson appartenente più alto livello scientifico, costituisce una sorta di mito dell'origine del linguaggio. Come ogni mito, anche questo suscita delle domande. Che cosa succede ai molteplici suoni un tempo emessi facilmente dall'infante? E che cosa ne è stato dell'abilità - che possedeva prima di apprendere i suoni di una singola lingua - di produrre quelli contenuti in tutte le lingue? È come se l'acquisizione del linguaggio fosse possibile solo attraverso un atto d'oblio , una sorta di amnesia linguistica infantile (o amnesia fonica, dato che ciò che l'infante sembra dimenticare non è il linguaggio, ma una capacità apparentemente infinita di articolazione). Forse l'infante deve dimenticare le infinite serie di suoni che poteva un tempo produrre «all'apice del balbettio», per padroneggiare il sistema finito di consonanti e vocali che caratterizza una singola lingua. Forse la perdita di un arsenale fonetico illimitato è il prezzo che il bambino deve pagare per ottenere i documenti che gli garantiscono piena cittadinanza nella comunità di una singola lingua.
Che cosa intende con il termine «ecolalie»? In che modo è possibile - se è possibile - ricondurlo a quello di afasia?
Nel lessico medico «ecolalie» designa generalmente una ripetizione automatica di parole altrui. Tuttavia, può anche indicare l'eco di ciò che precede il linguaggio nel senso in cui Jakobson, per esempio, scrive che il bambino che impara a parlare imita, in ecolalie , il balbettio che una volta era suo. In entrambi i casi, la parola «ecolalia» denota un fenomeno piuttosto raro, un disturbo del linguaggio nel suo uso abituale. Cercando di ricondurre questi fenomeni isolati a un livello più profondo, ho dato il nome «ecolalia» all'idea centrale del mio libro. Un'idea secondo cui ogni parola umana è anzitutto una eco: eco di altre parole, certo, ma eco anche di qualcosa di più originario della parola, il balbettio per esempio (un altro esempio di questo genere è l'esclamazione). «Ecolalia» è per me il nome della struttura per la quale cui ogni lingua ricorda un'altra lingua e, allo stesso tempo, qualcosa di altro dal linguaggio.
In Ecolalie lei scrive che nel regno del linguaggio i cataclismi sono un'eccezione. È raro quindi che una lingua scompaia improvvisamente e per sempre. Più facile è che si «corrompa» o lentamente muti - come osservava Terracini - dando vita a un'altra lingua. Eppure, di tanto in tanto, studiosi e giornalisti lanciano l'allarme sulla rapida scomparsa delle lingue - ne sparirebbero più di duecento ogni anno - e sull'eccessiva semplificazione introdotta dall'inglese usato dai e nei new media. Lei al contrario sostiene che nella lingua «sono rari gli eventi notevoli». Ci può spiegare cosa intende? Come considera i toni allarmistici con cui generalmente si parla di «scomparsa della differenza linguistica»?
Oggi si parla molto della «morte delle lingue». Il fatto che le lingue scompaiano - velocemente, o lentamente - è certo. Eppure, mi sembra meno importante constatare questo fatto che non, piuttosto, riflettere sulla natura dei mutamenti linguistici. Che cosa significa, per una lingua, cambiare, sparire o emergere? Spesso diamo per scontato che il tempo in cui si estendono le lingue sia identico a quello in cui si sviluppano gli organismi e così parliamo, anche in ambito linguistico, di «nascita» e «morte». Eppure l'idea della nascita e della morte delle lingue è oscura, sia da un punto di vista teorico, sia da un punto di vista empirico, sia infine passando in rassegna le ricerche di linguisti e filologi sulla questione. Si può anche pensare la parola umana al di là - o al di qua - della vita e della morte. Così Hannah Arendt, per esempio, nel '67 sosteneva che la sua lingua madre, il tedesco dei tempi prima della guerra, per lei «restava». «Restare» non significa «vivere». Implica un tempo singolare, una dimensione della parola che nel mio lavoro ho cercato di definire tramite materiali diversi - linguistici, letterari, psicoanalitici, e mitologici.
In uno dei suoi saggi, Ralph Waldo Emerson affermava che la «lingua è come l'archivio della storia». Un archivio paradossale, però, se è vero che può fare a meno di cataloghi e custodi. In un certo senso, crede si possa sostenere che la lingua operi come una sorta di memoria autonoma e indipendente dalla memoria degli uomini? O quantomento dalla loro consapevolezza di ricordare?
Del rapporto dell'essere parlante al linguaggio si sono dette tante cose, dalla tesi classica che vuole che «l'uomo è l'animale che possiede il linguaggio» alla sua inversione novecentesca: «è la lingua che possiede l'uomo». Nella sua lectio per il premio Nobel, Josip Brodskij ha affrontato la questione. «Il poeta» - scriveva, citando parte di un verso della poesia di W. H. Auden In ricordo di William Butler Yeats - è il mezzo di cui la lingua si serve per esistere. O, come ha detto il mio amato Auden, è colui in cui e per cui la lingua vive. Io che scrivo queste righe scomparirò; e scomparirete voi che le leggete; ma rimarrà la lingua nella quale esse sono scritte e nella quale voi le leggete: rimarrà non soltanto perché la lingua è cosa più duratura dell'uomo ma anche perché più di lui è capace di metamorfosi». Qui «l'archivio» non dipende degli uomini. Ma se la volontà e la consapevolezza dei parlanti hanno perso la propria forza, non è perché la lingua conservi se stessa indipendentemente da loro. Se la lingua sopravvive all'assenza dei suoi parlanti, non è perché essa li ignori ma perché ha già sempre mutato se stessa attraverso di loro, essendo per natura «maggiormente capace di metamorfosi» rispetto a coloro che la usano. Con e senza i suoi parlanti, tramite loro e a differenza da loro, la lingua permane nel corso del tempo, ma solo come altro da sé.
Lei è anche traduttore - in particolare dei lavori di Giorgio Agamben, ma ha anche curato di recente un'edizione delle Mille e una notte. Quale è il suo rapporto con il «compito» del tradurre?
Già da studente in Canada, avevo letto i libri di Giorgio Agamben con intensa ammirazione, ed è stato per me un'esperienza molto bella tradurre alcuni dei suoi libri, soprattutto in un momento importante nella sua ricezione americana. Per me la pratica di tradurre è stata l'occasione di un apprendimento essenziale, nel pensiero non meno che nella scrittura. Ma ho tradotto quest'unico autore. È anche possibile, però, che si debba applicare alla scrittura filosofica ciò che dice Cvetaeva della poesia - cioè, che «scrivere è sempre già tradurre, dalla lingua madre - in un'altra», che sia italiano o inglese non importa.
Nelle pagine conclusive di Ecolalie lei accenna al tema della confusione delle lingue e a quello della loro traduzione. Per farlo si richiama a un concetto di cui si serve anche Walter Benjamin - l'« indimenticabile», das Unvergessliche - nel saggio sul Compito del traduttore scritto quasi come una nota a margine per la sua traduzione dei Tableaux parisiens di Baudelaire. Benjamin si richiama allo stesso concetto nel suo lavoro sull' Idiota di Dostoevskij. Il principe Myshkin appare a Benjamin con una persona «che rimane sempre indietro», che vive il proprio tempo come in un continuo décalage. Eppure, proprio gli attacchi epilettici - e forse proprio l'afasia - che inducono in Myshkin dei veri vuoti di memoria secondo Benjamin costituirebbero «il simbolo di ciò che nella sua vita resta indimenticabile». Si potrebbe dire che l'amnesia sia una specie di archivio cieco, ma sicuro per l'indimenticabile?
Più volte nel libro ho cercato di capire in che modo un atto d'oblio può non solo cancellare ma anche custodire. Esiste un bell'aneddoto riportato dalla tradizione araba rispetto a Abu Nuwas, un grande poeta dell'epoca classica: si dice che, prima di cominciare a comporre, dovette imparare a memoria migliaia di versi dei poeti antichi - prima di dimenticarli, dopo uno studio altrettanto arduo che paradossale. Ho discusso anche del caso, più vicino a noi, di Canetti che nella sua autobiografia ricordava la sua visita a Praga. Canetti fu particolarmente colpito dalla lingua ceca, perché suscitava in lui delle memorie del bulgaro che parlava da bambino - anche se aveva allora già «completamente dimenticato» quella lingua. L'oblio non è una negazione ed è possibile che vi siano rapporti con la lingua che sono accessibili solo a quelli che l'hanno dimenticata. A ben guardare, la scrittura letteraria nasce anche da un tale rapporto.

Una amnesia per dare rifugio a ciò che è indimenticabile
Marco Dotti «il manifesto» 11-04-2008
Una amnesia per dare rifugio a ciò che è indimenticabile di Marco Dotti
Forse qualcosa del balbettio neonatale rimane anche linguaggio dell’adulto? Se così fosse non potrebbe che presentarsi nella forma dell’eco: di una altra lingua o di qualcosa di diverso dal linguaggio. Questa la tesi di Daniel Heller-Roozen nel suo «Ecolalie», per Quodlibet
In un certo senso i bambini non perdono mai i suoni di cui dimenticano l'articolazione. E questo nonostante smarriscano, nel corso del processo di apprendimento che dall’inarticolato e dall'indistinto li conduce verso la lingua specifica che sarà poi la loro lingua madre, tutte queste capacità fonatorie che neppure il più dotato e abile fra i poliglotti adulti potrebbe immaginarsi di emulare. Sulla questione aperta dalla cosiddetta "lallazione infantile”, Roman Jakobson) ha scritto pagine fondamentali, in particolare nel suo lavoro - redatto tra il 1939 e il '41, durante gli anni d'esilio in Svezia e Norvegia - dedicato al Linguaggio infantile, afasia e leggi generali della struttura fonetica. Per lo studioso russo, un bambino può facilmente accumulare un gran numero di articolazioni che non è possibile ritrovare in nessuna lingua particolare o addirittura in nessun gruppo di lingue. Che si tratti di vocali complesse, di consonanti arrotondate o sibilanti, di dittonghi o di quant'altro, una volta giunto a quello che Jakobson propone di chiamare "apice del balbettio”, al bambino non si può porre alcun limite. Le capacità fonatorie di questo borbottio sono incomparabili e su un terreno del genere gli "infanti" appaiono capaci di tutto. Senza il minimo sforzo, possono produrre un suono qualsiasi di una qualsiasi lingua del consesso umano. Ma l'apprendimento di una lingua particolare che, a prima vista, potrebbe sembrare facile e immediata, a uno sguardo più attento si rivela uno scoglio arduo da superare. Soprattutto per le rinunce a cui il bambino sarà costretto: “Come tutti gli osservatori riconoscono con grande sorpresa", osservava ancora Jakobson, “ne1 passaggio dallo stato prelinguistico all'acquisizione delle prime parole, cioè al primo stadio propriamente linguistico, il bambino perde interamente la sua capacità di produrre suoni”. A commento delle considerazioni di Jakobson, proprio in apertura del suo Ecolalie. Saggio sull'oblio del linguaggio (pp. 258, euro 24), recentemente tradotto do Andrea Cavazzini per Quodlibet, il comparatista Daniel Heller-Roazen nota come tra il balbettio dell'infante e le prime parole di un bambino non vi sia però un “passaggio evidente” quanto, almeno in apparenza, la prova di una cesura e una "interruzione decisiva”. Eppure è proprio la constatazione quasi definitiva di tale "interruzione" ad aprire, anziché restringere il campo a una serie di questioni e problemi di non poco conto. Questioni e problemi attorno ai quali Heller-Roazen struttura i ventotto capitoletti di un libro che, grazie a spunti linguistici e storico-culturali spesso imprevedibili e a una scrittura raffinata e non gergale, spazia con abilità ma senza superficiale eclettismo e soprattutto senza annoiare, da Ovidio a Canetti, dalla teologia islamica alla mistica ebraica, dalla psicoanalisi alla fonologia, raccogliendosi attorno al problema, e al paradosso, di una amnesia che può non solo "custodire l'indimenticabile”, ma rappresentarne il rifugio più sicuro, esattamente come avviene per gli attacchi epilettici responsabili dei vuoti di memoria dell'Idiota. Come è possibile, si chiede Daniel Heller-Roazen, che il bambino resti a tal punto affascinato dalla realtà di una sola ed esclusiva lingua madre da abbandonare l'illimitato "regno che contiene le possibilità di tutte le altre"? Due fatti sembrano a prima vista sorgere nella “voce svuotata di suoni che il bambino non sa più emettere: in parallelo alla scomparsa dell'infinita congerie di suoni che l'infante riusciva a produrre all"apice del balbettio", infatti, emergono sia una lingua, sia un essere parlante. Forse, si chiede ancora l'autore, la perdita di quell'illimitato armamentario fonetico è il pegno che il bambino deve pagare “per ottenere i documenti che gli garantiscono piena cittadinanza nella comunità di una singola lingua". O forse - e questa è la tesi forte del libro - qualcosa di quel balbettio sottotraccia permane anche nei 1inguaggi dell'adulto? Se così fosse, questo frammento, questa permanenza non potrebbe che presentarsi nella forma dell'eco, l’eco di un’altra lingua, o di qualcosa di "altro" dal linguaggio: una "ecoloalia", appunto. Ecolalia che Daniel Heller-Roazen non tarda a definire come "custode della memoria di quel balbettio indistinto e immemoriale che, perdendosi, ha permesso a tutte le lingue di esistere". Nel terzo capitolo del libro, Heller-Roazen fa appello al Compendium grammatices linguae hebraeae di Baruch Spinoza per evidenziare l'assoluta e, anche in questo caso, paradossale impronunciabilità della lettera “aleph”, che dell'ecolalia così come è intesa nel libro sembra la pietra angolare. La lettera non può essere pronunciata non per la sua complessità bensì perchè troppo semplice e nessun uomo riuscirebbe ad articolarla, non rappresentando in sé alcun suono. Per Spinoza, il carattere fonetico dell"aleph" non poteva essere "spiegato da nessuna altra lingua europea” e, in qualche modo, si limiterebbe a ricordare “l'inizio del suono nella gola, udibile quando essa si chiude". Eppure, proprio la delucidazione offerta da Spinoza potrebbe nascondere una certa verità sulla natura delta lettera che, osserva Heller-Roazen, è forse molto più modesta di quanto i grammatici non siano disposti a credere. Se, da un lato, questo è il caso di impronunciabilità per difetto, molto diverso quindi dall'eccesso di difficoltà che rappresentano la dentale enfatica dell'arabo classico o la sibilante liquida del ceco (che lo stesso Jakobson confessava di non riuscire sempre a pronunciare), dall'altro è come se il suono stesso di "aleph" fosse stato dimenticato dal popolo stesso che in origine la emetteva.
Al di là delle dispute e delle ricostruzioni filologiche sulla sua probabilissima derivazione dall'arabo “hamza", l'autore ricorda il fatto che tra le numerose pronunce odierne dell'ebraico, nessuna assegna un suono, specifico alla lettera, ma tutte la considerano "alla stregua del supporto silenzioso delle vocali che essa legge". Essa si trova, così, privata anche del "non-suono, dell'interruzione nell'articolazione" che si ritiene esprimesse in un passato mai ben definito. Ma non è un caso che, a dispetto della sua assoluta e radicale povertà fonetica, questa lettera goda di un posto di privilegio nella tradizione ebraica e i grammatici la considerino la prima, fra le lettere dell'alfabeto, o il più antico fra tutti i segni. Antico a tal punto che, in alcune letture, essa viene indicata come precedente a tutto, persino alla Torah. Quasi il silenzio fosse “non solo il segno, ma anche il motivo della sua distinzione", quasi Dio avesse inteso manifestarsi agli uomini in una singola lettera di cui nessuno poteva ricordare il suono, una lettera da sempre dimenticata. Forse per questo, alla fine Heller-Roazen suggerisce che all' “aleph" competa la dimensione del "luogo vuoto", della lettera muta capace di custodire “l’oblio che inaugura ogni alfabeto”. L'eco, in altri termini, della memoria cancellata di quella babele infantile che nell’attimo in cui scompare, rende possibile la presa di parola.

|
|