L'uomo che camminava per le strade
L'uomo che camminava per le strade
A cura e con una nota di Daniele Garbuglia

Silvio D'arzo (1920-1952) appartiene a quella famiglia di scrittori legata a una tradizione del narrare fuori dagli schemi del romanzo di successo, con una lingua ancora capace di cogliere, con sguardo innocente e insieme implacabile, il mondo e i suoi abitatori.
Morto a 32 anni dopo aver scritto Casa d'altri (un "racconto perfetto" secondo Montale, uno dei migliori del '900 secondo i molti estimatori, da Raboni a Giuliani, da Bertolucci a Citati), la qualità delle sue pagine è stata spesso oscurata dall'alone di leggenda che ha circondato, e circonda ancora, la sua figura.
Il presente volume si propone come testimonianza di un tragitto stilistico breve ma di bruciante intensità, scegliendo l'ottica insolita dei racconti brevi e proponendo per la prima volta riunita la narrativa che affiancava la ricerca, centrale in D'Arzo, del romanzo, sempre inseguito e mai raggiunto: dai primi scritti degli anni '40, esercizi di una scrittura che va cercandosi fra le maniere letterarie del periodo, alle prove dopo la guerra che, per autonomia stilistica e continuità di temi, si muovono già nell'orbita del capolavoro Casa d'altri.
"Sempre Silvio D'Arzo - ha scritto Giorgio Manganelli - cautamente giustappone mitezza e tetraggine, e il fragore dell'orrore avvolge in una prosa che direi 'taciuta', afona, e insieme straordinariamente leggera, poco più, poco meno di un mero gioco di luce".

Recensioni 
«La rivista dei libri» 30-06-1994
Valerio Magrelli «Il Messaggero» 24-07-1993
Sonia Minen «Gazzettino Veneto» 10-04-1994
Stefano Lecchini «Gazzetta di Parma» 09-10-1993
Michele Mari «Corriere della Sera» 24-10-1993
Paolo Ruffilli «Il Resto del Carlino» 15-07-1995
 
L'ignoto del XX secolo
«La rivista dei libri» 30-06-1994

Silvio D'Arzo, Andrea Colli, Oreste Nasi, Sandro Nedi: sono alcuni degli pseudonimi pensati o usati da Ezio Comparoni, morto di leucemia nella sua città, Reggio Emilia, nel 1952, a soli trentadue anni. Si era guadagnato da vivere facendo l'insegnante nelle scuole medie superiori. La sua opera più conosciuta è un racconto di una cinquantina di pagine dattiloscritte, Casa d'altri, che lui vide stampato (in rivista) soltanto in una prima versione, intitolata Io prete e la vecchia Zelinda. Quando il testo definitivo uscì su Botteghe oscure, il loro autore era già morto da alcuni mesi. In forma di libro aveva pubblicato nel 1942, presso Vallecchi, All'insegna del Buon Corsiero, uno dei suoi numerosi lavori dei vent'anni. Era stato precoce in tutto, Silvio D'Arzo (che ormai continueremo a chiamare così, anche se lui stesso lo considerava un nome «nello stile dei peggior D'Annunzio» o che perlomeno lo scimmiottava, nelle iniziali e con un apostrofo dall'ingenuo odore nobiliare), precoce negli studi (laureandosi in lettere a soli ventun anni) e nella scrittura (il suo primo libretto di racconti, Maschere, lo fece stampare a quindici anni).
Fu precoce, ma non perché presagisse la morte. Anzi, i suoi progetti erano di largo e lungo respiro, e non prevedevano affatto una così rapida chiusura maudite. Subito dopo la sua morte scrisse di lui Giannino Degani, uno dei suoi amici più cari: «Era nato povero. Mi diceva una volta ch'io non potevo immaginare che cosa voglia dire per uno scolaro dover pensare sempre ad ottenere l'ottimo dei voti, sotto la minaccia di non potere continuare a studiare. E poiché la sua fu vera povertà, la tenne dignitosamente nascosta, soffrendo di quel sentimento degli esclusi, che gli impedì di arrivare più rapidamente a quella forma d’arte quale la vedeva più chiaramente in questi ultimi tempi». Negli ultimi anni, nella sua mente, si stava formando un libro (di almeno 500 pagine) che, secondo lui, avrebbe fatto impallidire anche Casa d'altri. Doveva intitolarsi Nostro lunedì, e avrebbe dovuto portare un sottotitolo che affrontava una volta per tutte il problema del nome: di Ignoto del XX secolo. Non è neppure escluso che lo avrebbe firmato col suo vero nome, quel romanzo: tra le sue carte si è trovato un frontespizio disegnato da lui, e in fondo c'è anche una firma: «Compa».
Ma tutto questo, è bene segnalarlo subito, rientra in una mitologia darziana diffusa da tempo tra molti letterati, e ormai da due generazioni. E un mito molto particolare, quello di D'Arzo, che rende difficile parlare di lui. Al grande fermento del piccolo popolo dei darziani (che nel corso degli anni ha collezionato diversi inediti usciti con un certo disordine) corrisponde una sostanziale indifferenza da parte del pubblico dei lettori non specializzati. Eppure, se si legge con attenzione la rassegna stampa curata e raccolta dalla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia (a cui si devono anche altre, preziose pubblicazioni darziane) ci si rende conto che la bibliografia critica su D'Arzo è notevole, per quantità e per qualità, e anche per il prestigio delle firme che vi appaiono. Gli articoli che la compongono mostrano uno strano andamento sinusoidale, in cui i punti più alti sono rappresentati dalle ristampe di Casa d'altri o dalle uscite di inediti, mentre la caduta seguente rappresenta l'eterno balletto della "scoperta" dell'autore marginale, provinciale e dimenticato (per giunta anche dal padre, che non lo riconobbe e restò sempre misterioso). Una miscela che con D'Arzo non ha molto a che fare, e che certamente gli ha nuociuto, presentandolo sempre con un'aura crepuscolare incompatibile con il suo stile. L'iniziativa di Passigli, che ripubblica con il titolo di Un ragazzo d'altri tempi una scelta meditata di scritti darziani, offre l'occasione di ripensare alcuni momenti fondanti di una complessa formazione letteraria. I due testi principali della raccolta sono racconti lunghi incompiuti: L'uomo che camminava per le strade (peraltro ripubblicato di recente anche in un'altra bella antologia darziana, proposta da Quodlibet) e Un ragazzo d'altri tempi. Segue il racconto breve Peccato originale, l'idea originaria del racconto eponimo, utilissimo per valutare l'enorme maturazione stilistica che D'Arzo manifestò nel giro di pochissimi anni. L'uomo che camminava per le strade e Peccato originale sono databili tra il 1940 e il 1942, gli anni di un altro romanzo (pubblicato postumo da Garzanti nel 1976): Essi pensano ad altro. In fondo al volume (dopo tre interessanti lettere di D'Arzo a Enrico Vallecchi e a Giulio Einaudi) sono stati inseriti i racconti (Maschere) che D'Arzo pubblicò adolescente presso l'editore Carabba di Lanciano. Un libro con una sua logica interna, quindi, indispensabile a chi non possiede l'edizione Vallecchi del 1960 curata da Rodolfo Macchioni Jodi, che raccoglieva quelli che allora si credeva fossero tutti i testi darziani.

La frenesia dei vent'anni
D"Arzo non era tenero con se stesso: nelle lettere appare spesso spietato, soprattutto con i suoi lavori giovanili. In una lettera del'45 a Vallecchi scrive: «Da cinque anni (io, infatti, allora ne avevo venti) ho scritto due, tre, cinque libri: alcuni ti ho pregato di bruciarli... ». La linea di demarcazione è naturalmente la guerra. Come soldato di leva D'Arzo la scampò per miracolo: catturato dai tedeschi a Bari (dove era in partenza per l'Egeo) riuscì a fuggire dalla tradotta che lo conduceva a un campo di concentramento in Germania. Un'avventura incredibile per un ragazzo che non aveva mai viaggiato, e che resterà impressa nella sua memoria di scrittore. Ma si noti bene non la bruciò testimoniandola a caldo, la immagazzinò per elaborarla lentamente. (La ritroveremo nelle ultime pagine che scrisse, quelle dedicate al grande progetto Nostro lunedì.) E infatti D’Arzo non si può dividere in due parti nette, quella del sognatore estetizzante e quella del neorealista, perché non fu né l'uno né l'altro. Sempre scrivendo a Vallecchi, nel '45, a proposito dei suoi nuovi lavori affermava senza troppi giri di parole: «Io non dico che siano cosa grande, non dirò nemmeno che sian belli: ma confrontati col Buon Corsiero! Lì, io ho cercato solo di divertirmi: sono andato a trovar fuori perline, vestiti, tricorni, e diavoli; ho cercato di essere signorile, e quasi lezioso: adesso invece mi sono accorto che tutti i secoli si equivalgono, e la profondità è data solo da noi, e non da duecento anni trascorsi. Vedrai tu pure, fra qualche settimana, la storia della solitudine, del bambino che dovrebbe nascere e non nasce, della gran lezione che dà a quelli che vivono e non se ne accorgono». Parlava di Un ragazzo d'altri tempi, un testo che lo avrebbe portato dritto per la strada di Casa d'altri. Delegare a D'Arzo stesso il giudizio sui suoi libri dei vent'anni è certamente pericoloso. Chi in quegli anni capiva qualcosa di talento letterario lo aveva già indovinato in lui sin dall'inizio. Anche se diversi editori (per esempio Aldo Garzanti) rifiutarono le sue prime prove, alcuni gli mandarono segnali di grande interesse (Giulio Einaudi, per esempio, anche se non stampò nulla di D'Arzo), e Enrico Vallecchi lo inserì (a ventidue anni) in quello che forse era il più prestigioso catalogo letterario del momento. Sempre negli anni Quaranta (prima quindi che si conoscesse Casa d'altri), fu stimato da uomini del livello di Emilio Cecchi (importante, e per certi versi commovente, anche il carteggio con lui), Roberto Longhi, Attilio Bertolucci. Già attorno ai vent'anni il bagaglio letterario di D'Arzo non era più limitato al D'Annunzio o al Bonsanti: l'incontro con la grande narrativa anglosassone lo aveva trasformato in uno scrittore dalla lingua e dalla struttura narrativa quasi straniere. Ma sia che ambientasse la sua storia nel Settecento inglese (All'insegna del Buon Corsiero) o in una centralissima strada universitaria della Bologna contemporanea (Essi pensano ad altro) la sua pagina restava ovattata e magmatica, la narrazione non aveva nessun centro che non fosse quello di ogni singola pagina. I. dialoghi erano sempre brillanti, i paragoni fantasiosi, visionari, magici (anche troppo), ma alla frammentazione scintillante in mille testimonianze di splendida scrittura non corrispondeva ancora un vero e proprio progetto poetico.


Dalla poetica del frammento alla narrazione
Essi pensano ad altro è un libro corale, fatto di molte solitudini, di mute disperazioni: gli eventi e i personaggi sono fuori del tempo, immersi in una vaga atmosfera poetica dove l'io di ognuno è quasi indistinguibile da quello degli altri. Ma non si tratta mai di materia fredda: nessun testo, neppure il più giovanile, può essere definito semplicemente virtuosistico. D'Arzo affrontò sempre temi che lo riguardavano da vicino. Si può anzi dire che le tante curiosità sulla sua vita privata si possono benissimo soddisfare leggendolo con un po' d'attenzione. Il dramma di vivere in quegli anni senza un padre identificabile, il rapporto con la madre, la povertà e l’orgoglio che lo spingevano avanti, la dolorosa percezione dell’altro: in fondo di cos'altro parlano i suoi racconti? Per esempio, in Essi pensano ad altro appare una lettera che trasmette la sensazione che D'Arzo conoscesse suo padre: «Perché il padre gli aveva già scritto qualche volta, ricordava Riccardo ... e sempre gli diceva caro figlio, gli diceva caro figlio e nient'altro ... Solo quell'odore di sale e di tabacco e quel viola cardinalizio della busta gli veniva a tratti, lungo le scale, assieme a quel caro figlio scritto in carattere massiccio, ostile, nerissimo come i titoli dei giornali di provincia>. E ancora: «... tanto che comincia[va] a sentire, sia pure dolcemente e solo a volte, una tristezza vasta e pungente da figlio illegittimo o da orfano». L'uomo che camminava per le strade rappresenta forse il tentativo più equilibrato di questo periodo: alla ridondante ricchezza espressiva corrisponde un nucleo tematico più stabile, e il personaggio principale (Carlo Stresa, giovane insegnante che si presenta al suo nuovo ginnasio) non si disperde in mille rivoli eterei, ma testimonia, sia pure in terza persona, una complessità più umana, fatta di pensieri grandi ma anche di considerazioni spicciole. «Da bambini ci si diverte con un pugno di sabbia fra le dita, ed anche con meno a volte: si è contenti anche solo d'essere al mondo: a trent'anni ci vuole l'automobile.» L'incontro con gli altri insegnanti, poi quelli,, più inquietanti nella sua pensione, il cieco, l'apparizione di Emma: la narrazione si fa fluente, si ammorbidisce, anche la sua naturale tendenza alla frammentazione appare più controllata. D'Arzo scrisse (e fece leggere) appena otto capitoli: di molti altri scrisse soltanto i titoli. L'ottavo capitolo lo pubblicò in rivista come racconto breve, col titolo di Una sera sul fiume. Almeno in clausola ii racconto contiene già il D'Arzo maturo: «Per ora egli vagava contento: di tutto, di sé, della notte ampia sulle case, delle sue tasche, in cui aveva affondato ora le mani. Le tasche. Era vero. Se ne accorgeva ora soltanto, sorpreso come di un dono sotto il piatto. Se non ci fossero le tasche, l'uomo si sentirebbe troppo solo».

Un laboratorio senza segreti
Frasi, suggestioni, titoli di capitoli, D'Arzo si guarderà spesso indietro nel suo lavoro successivo, recuperando e rielaborando liberamente.
Allo sguardo del filologo il suo lavoro, interrotto nel momento più importante della sua carriera, apparirà ricchissimo. Molti testi usciti postumi erano già stati superati da D'Arzo, che infatti li andava smembrando per recuperarne le parti ancora attive.
La tendenza alla coralità delle prove giovanili sarebbe tornata, trasformata, nel progettato Nostro lunedì. Che nella sua fantasia doveva coniugare il tratteggio essenziale raggiunto con Casa d'altri, alla storia di una generazione, la sua, che si era sempre rifiutato di considerare degna di essere raccontata. Scriverà nell'Introduzione a Nostro lunedì: «Tutti gli uomini tra i trenta e i quaranta non farebbero male a fermarsi un momento: poi guardarsi e guardare anche glialtri e scrivere un grosso romanzo col più gran numero di personaggi possibili».
Un ragazzo d'altri tempi (databile attorno al '45) rappresenta un importante momento di svolta, anche se qualche influsso (come quello di Alain-Fournier) è apparso ad alcuni troppo esplicito. Il padre del giovane protagonista è, come D'Arzo, innamorato di letteratura inglese, e ama i suoi stessi autori: Stevenson, Dickens, Swift... (Non è affatto marginale sottolineare l'accostamento padre/ lingua inglese, perché l'inglese fu la lingua che D'Arzo amò disperatamente, fino al punto di tentare di far uscire nei paesi anglosassoni alcune sue opere non ancora stampate in Italia.) Ma nonostante questo il padre diventerà quasi un nemico del bambino (Oliviero Peguy), che racconta in prima persona la sua terribile storia.
Oliviero vive in una villa, con i genitori e il fratello più piccolo. Fuori dalle mura del grande giardino gli uomini odiano suo padre e, di riflesso, l'intera famiglia, e loro si difendono leggendo L'isola del tesoro e David Copperfield. Una famiglia unita, quasi la perfezione. Ma a un certo punto Oliviero viene a sapere che nascerà un nuovo fratellino, e l'idillio si spezza. Il bambino annunciato, che già gli ruba l'affetto del padre prima ancora di nascere, menta tutto il suo odio. Addirittura prega Dio che non lo faccia nascere. (Non è in fondo la stessa paradossale istanza etica che rivolgerà al cielo la vecchia Zelinda di Casa d'altri?) E se proprio dovesse nascere prepara per lui un giocattolo micidiale, che sarà in grado di spezzargli le mani. La fotografia psichica di Oliviero e del padre è agghiacciante: la madre scompare definitivamente in camera da letto, e in un certo senso è il padre che porta in sé il nuovo bambino, il nemico. Ma il nemico non nascerà: ci sarà un aborto spontaneo, e il mondo interiore di Oliviero esploderà: «Ascolta, ascolta, ti supplico ... Io sono la colpa di tutto, sono io, io che non ti ho voluto, che ho pregato per notti e notti che tu non venissi... ». I debiti del racconto (anche dannunziani) sono però meno importanti di quanto si possa credere dal mio riassunto: il tono e la composizione del testo sono assolutamente originali. L'unico libro che si potrebbe accostargli uscirà nel 1951, ed è Il ragazzo morto e le comete, di Goffredo Parise.

I leones dell'inesprimibile
Il 1948 è per D'Arzo un anno importante. L'uscita (nell'Illustrazione Italiana, con lo pseudonimo di Sandro Nedi) di Io prete e la vecchia Zelinda, appoggiate dalla calorosa accoglienza di Emilio Cecchi, gli procura segnali di interessamento anche da parte di grandi riviste. Lavora molto, e non soltanto ai suoi racconti: cerca e trova diverse collaborazioni a riviste e quotidiani. Sogna di guadagnare abbastanza per poter scrivere quattro o cinque anni senza l'assillo del denaro. Finisce Penny Wìrton e sua madre, un bellissimo racconto troppo sottovalutato, forse perché esplicitamente destinato ai "ragazzi". Del racconto che proprio in quel periodo diventerà Casa d'altri scriverà nel 1954 Eugenio Montale (nel Corriere della Sera): «Il racconto lungo nei suoi migliori modelli ... è a mezza via tra la prosa poetica e il romanzo breve... Casa d'altri è, in questa direzione, un racconto perfetto. Si svolge in un nudo villaggio del nostro Appennino. Personaggi, un vecchio prete e una vecchia lavandaia, sola al mondo, distrutta dagli anni e dalla fatica. Lei vorrebbe uccidersi ma è religiosa e sente che le occorrerebbe una "dispensa eccezionale" dal prete, un'autorizzazione. Avreste scritto voi un racconto su un argomento simile? Io no, voi forse neppure ... Ottanta pagine a stampa, forse quaranta di dattiloscritto; una partecipazione vasta ma non oziosa del paesaggio, una calda solidarietà di tutte le cose create, la consapevolezza di esser giunti ai limiti di quelle colonne d'Ercole oltre le quali sono i leones dell'inesprimibile». Trarne le conseguenze logiche di queste considerazioni esemplari significa porre D'Arzo nella posizione di chi ha fatto qualcosa di più che scrivere un racconto "perfetto". D'Arzo rappresenta (con pochi altri autori) una strada originale e imprevista nella dicotomia di sempre della letterature italiana, che lui stesso descrisse bene in un articolo: i suoi colleghi gli apparivano quasi tutti oscillanti tra tra Cronaca e Arcadia. E quindi vero che D'Arzo è un'eccezione, ma è anche vero che la nostra letteratura recente si basa tutta sulle eccezioni. Il panorama non è mutato. Se da una parte ha continuato a riprodursi l'Arcadia, dall'altra, inevitabilmente, si preparava la Cronaca.
Un libro ancora da fare a questo punto è d'obbligo (ma forse anche questo fa parte del rito e degli andamenti sinusoidali che ho descritto) segnalare il solito, clamoroso vuoto editoriale. Con questo non si vuoi togliere nulla al lavoro già citato di Rodolfo Macchioni Jodi, né a quello più recente (anch'esso però difficilmente reperibile) di Anna Luce Lenzi, che tra l'altro ha ricostruito come un'archeologa i frammenti disponibili di Nostro lunedì. I tempi di un'edizione critica delle opere di D'Arzo sono più che maturi (anche se si mormora ancora di manoscritti in qualche misteriosa, darziana valigia!). Per il momento sarebbe opportuno che si ripubblicassero almeno i suoi brevi saggi, tutti stimolanti e attuali. Sono dedicati a Kipling, Henry James, Maupassant, Conrad, T.E. Lawrence, Hemingway... Autori che lui vedeva uniti da un tratto comune o, più precisamente, da un particolare sentimento della vita. Parlando di Maupassant scriveva: «Non coraggio, abbiamo detto, e non saggezza. Un sentimento virile della vita».


OPERE DISPONIBILI DI SILVIO D'ARZO
Essi pensano ad altro, Milano, Garzanti, 1976, pp. 158, Lit 24.000
Penny Wirton e sua madre, a cura di Rodolfo Macchioni Jodi, disegni di Alberto Manfredi, Torino, Einaudi, 1971, pp. VIII-120, Lit 12.000
Casa d'altri e altri racconti, Torino, EinaudÌ, 1981, pp. 97, Lit 10.000 (la ed. Sansoni, 1953)
Il pinguino senza frac e Tobby in prigione, Torino, Einaudi, 1983> pp. 118, Lit 20.000
Nostro lunedì di ignoto del XX secolo, a cura di Anna Luce Lenzi, Modena, Mucchi, 1986, pp. 153, Lit 20.000
Contea inglese: saggi e corrispondenza, a cura di Eraldo Affinati, Palermo, Sellerio, 1987, pp. 129, Lit. 15.000
All’insegna del buon corsiero, a cura di Frediano Sessi, Milano, Lombardi, 1988, pp. 164, Lit. 20.000 (1° ed. Vallecchi, 1942
L'uomo che camminava per le strade, Macerata, Quodlibet, 1993, pp. 190, Lit 22.000
Un ragazzo d'altri tempi, Firenze, Passigli, 1994,pp. 204, Lit 24.000
Le lettere di D'Arzo (a Emilio Cecchi, Enrico Vallecchi e altri) sono state pubblicate in-diversi volumi di Contributi dalla Biblioteca A. Paniui di Reggio Emilia, che custodisce anche i manoscritti darziani e rende disponibili i molti volumi ormai introvabili dedicati allo scrittore.

Libri recenti su Silvio D'Arzo
Paolo Lagazzi, Comparoni e l'altro, Reggio Emilia, Diabasis, 1992, pp. 136, Lit 22.000

Angeli e sogni, ma non solo
Valerio Magrelli «Il Messaggero» 24-07-1993
SEMPRE Silvio D'Arzo cautamente giustappone mitezza e tetraggine, e il fragore dell'orrore avvolge in una prosa che direi taciuta, afona, e insieme straordinariamente leggera, poco più, poco meno di un mero gioco di luce». Così Giorgio Manganelli. Autore defunto ma ormai riconosciuto dalla critica, morto a trentadue anni, D'Arzo lasciò una manciata di racconti che non è esagerato definire tra le più alte prove narrative del, dopoguerra Italiano.

La citazione di Manganelli è riportata nel bel volume L'uomo che camminava per le strade (Edizioni Quodlibet, 190 pagine, 22 mila lire). Benché sarebbe forse stato opportuno accludere un saggio più ampio dell'anonima nota in appendice, il libro si raccomanda per l'intelligenza e l'esaustività dei materiali presentati. Si va dal lungo testo che dà il titolo all'opera (un brano giovanile del 1940) all'autobiografico Prefazione a Nostro lunedì (primo capitolo di mi romanzo, progetto e mai iniziato, che avrebbe dovuto raggiungere te seicento pagine). La parte più ricca della scelta riguarda, ad ogni modo, il nucleo dei racconti brevi, che annovera alcuni autentici gioielli.

Da questa selezione manca il testo più celebre, ossia quel Casa d'altri tuttora disponibile da Einaudi. Era bene, comunque, riproporre l'opera di D'Arzo disancorandola da' quel magnifico vertice cui il nome dello scrittore corre il rischio di rimanere troppo a lungo impigliato. Casa d'altri costituirà pure il suo capolavoro - brullo e fangoso, desolato e montano come i paesaggi di Thomas Hardy -. E' bene, però che il pubblico scopra il delicato congegno dell'Elegia della signora Nodier, o la tragèdia casalinga di Due vecchi, per non parlare di certe prose di guerra (Un minuto così e Una fasciatura benfatta) di mirabile lega.

Già a una prima lettura, salta agli occhi il bizzarro slittamento di alcuni incisi, brani o addirittura lunghi passi, che vengono ripresi in più occasioni. D'Arzo, evidentemente, voleva trovar loro il posto giusto, e non esitava a reimpiegarli nei modi più svariati. Certo, queste numerose «migrazioni interne» potranno sembrare una semplice curiosità, buona per gli studiosi di variantistica. Tuttavia, ciò fa capire quanto complesso e faticato fu l'aflinamento di un'arte in apparenza elementare.

“Per lo più parlavamo dì bambini o di sogni o di angeli; o magari di tutti e tre insieme (...) Praticamente, non fummo mai in grado di far dire due o tre frasi credibili a un uomo, ma quanto a fantasmi e bambini e cadaveri nessuno in coscienza poté farci il più piccolo appunto. Si può dire che ci specializzammo nel ramo. Ci bastava un lenzuolo e tin giardinetto deserto e un bambino sul far della sera che guardava il lenzuolo e il giardino, ed ecco subito fuori una cosa squisita squisita».

D'Arzo non fu davvero tenero con se stesso e la sua generazione. Composte nel 1940, queste parole della Prefazione a Nostro lunedì si riferiscono comunque solo a una parte della stia produzione. E' il caso dello struggente Peccato originale (di estrema forza lirica e stilistica), ma anche dei meno riusciti Una storia così e Fine di Mirco (dove gli stessi temi appaiono notevolmente diluiti). Nel bene e nel male, quanto inatteso Peter Handke o Wim Wenders! Eppure, nel giro di pochi anni, D'Arzo riuscì ad evadere da un genere che giudicava angusto, e compose racconti assai diversi dai precedenti. Era concluso, ormai, l'apprendistato, con tutta la stia poetica dello «squisito». Come sarebbe stato possibile, altrimenti, concepire il terribile tradimento di Una fasciatura ben fatta? Esistono forse frasi più «credibili a un uomo» di quelle che vi si leggono?

Grosso, con un'aria depressa da vedovo, incapace di marciare spedito, il maresciallo sta per essere abbandonato ai tedeschi dai suoi compagni di fuga. Fino all'ultimo, cerca tu scherzare. Loro tacciono, non ricambiano lo sguardo, divisi tra vergogna e irritazione. Poi, durante l'ennesima sosta notturna causata dai suoi malanni, eccolo alzarsi sull'erba: “Adesso, tutto sotto la luna, le sue gambe apparivano enormi e bianchissime”. E basta appena qualche tratto cromatico perché il paesaggio assuma su di sé quella pietà che l'anima degli nomini non sa più contenere.
Se uomini e angeli entrano in contatto
Sonia Minen «Gazzettino Veneto» 10-04-1994

INTIMISMO ED EVASIONE MAGICA NEI RACCONTI DI SILVIO D’ARZO DA POCO PUBBLICATI DALLA QUODLIBET

Nell'anno appena trascorso sugli scaffali di alcuni librerie più fornite sono apparsi i bei volumi della casa editrice Quodlibet. Il nome, Quodlibet, pare in sé un programma: è probabile che il catalogo accoglierà qualsiasi cosa sarà piaciuta ai giovani lettori di Macerata che si sono voluti editori.
Fra saggi di Deleuze e Agamben, racconti di Walser, abbiamo scelto come prima lettura L'uomo che camminava per le strade, di Silvio D'Arzo, mentre attendiamo con curiosità l'uscita annunciata di un saggio di Gilles Deleuze su Francis Bacon.
Il risvolto di copertina ci informa sulle pubblicazioni, per lo più lontane nel tempo, dei racconti, delle poesie, dei saggi di Silvio D'Arzo (pseudonimo di Ezio Comparoni, nato a Reggio Emilia nel 1920 e morto nel 1952).
L'uomo che camminava per le strade è una presentazione antologica del Silvio D'Arzo narratore, autore di racconti brevi sempre tentato dal romanzo.
Lo scritto che dà il titolo a questa raccolta curata da Daniele Garbuglia, è un romanzo incompiuto: nei suoi brevi capitoli Carlo Stresa, giovane professore di liceo, cammina per le strade di una città di provincia, assorto in malinconici pensieri sulla vita che lo attende, vuota, o riempita solo da prevedibili eventi. Un vago senso di rimpianto colpisce Carlo al ricordo di una sua vecchia fantasia: essere a capo di una città incantata, fuori dal tempo, e darle «un consiglio di pazzi, di poeti, di filosofi, e di umoristi», gli unici che «vivano realmente e facciano la Storia».
In questo abbozzo di romanzo e nei racconti dello stesso periodo (siamo verso il 1940), i personaggi di Silvio D'Arzo si muovono in un mondo di cose nemiche, inseguiti dalla sensazione che ne esista un altro, speculare, un luogo dove vivono gli angeli. Fra i due diversi ordini di spazio e di tempo si apre talvolta un passaggio, e uomini e angeli entrano in contatto. In Una storia così, due angeli leggeri ed esangui accolgono Lidemo Gori su una spiaggia purgatoriale: per un'improvvisa "morte della Morte", gli è concesso di scegliere se rimanere per sempre assieme agli angeli, o se ritornare fra gli uomini. L'angelo Mirco, in Fine di Mirco, non può più spiccare il volo per tornare al suo cielo: per aver parlato a un uomo, è rimasto intrappolato nel mondo della gòffaggine e della pesantezza. Proprio come in Così lontano, così vicino, di Wenders, quando l'angelo afferra una bambina che precipita dall'alto di un terrazzo e irrompe nel mondo colorato, rumoroso e palpabile degli uomini.
Temi e metafore ritornano a breve distanza, in questi racconti, e contano più che l'elaborazione di un intreccio. Per questo, parlando di Casa d'altri (Einaudi, 1981), Eugenio . Montale mise Silvio D'Arzo fra quei narratori troppo poeti per creare l"imbottitura" che serve a costruire un romanzo; e che raggiungono la perfezione nella forma che sta tra il romanzo breve e la prosa poetica. Eppure, lo scritto più interessante di questa antologia, la prefazione a nostro lunedì, è l'unica parte compiuta di un romanzo progettato con entusiasmo negli ultimi anni di vita. Doveva essere il romanzo della giovane generazione che aveva visto dissolversi, nella brutalità della guerra, i narcisismi e le velleità dell'adolescenza; e che avrebbe conosciuto, poi, la desolazione del ritorno. Siamo ormai nel dopoguerra a Silvio D'Arzo, da adolescente precoce, portato all'intimismo e all'evasione magica, si era trasformato nel giovane uomo che ci-avrebbe dato, forse, un romanzo d'azione e d'introspezione insieme.
Silvio D'Arzo scrisse dei bellissimi saggi su Stevenson, Conrad, James, Lawrence. Amava specialmente i personaggi di Conrad, «esiliati qui in terra» con «nessun cielo sul capo»: per Silvio D'Arzo, l'abbiamo letto, siamo tutti poveri angeli che non sanno più trovare la via di casa.



L'uomo che camminava per le strade di Silvio D'Arzo Quodlibet (190 pagine, 22.000 lire)

Voglia d'ali e di parole
Stefano Lecchini «Gazzetta di Parma» 09-10-1993
Scopriamo subito le carte: la recente pubblicazione de L'uomo che camminava per le strade (Quodlibet), che assembla in bell'ordine una dozzina di racconti darziani, mi sembra evento tale da mandare in sollucchero i cultori (sarà lecito sperare sempre più happy e sempre meno few?) del grande scrittore reggiano. Ove “grande” - mi preme mettere in chiaro - non vorrebbe evocare alcun busto di marmo: solo una “grande”, sovrastante, incombente presenza, . che sarà, non potrà essere che, la presenza  di un “grande” fantasma: o, al limite, dell'”uomo grande” del circo.

Certo, non v'è neanche un inedito: ciò malgrado, la ristampa di questi racconti - parte usciti soltanto in rivista, parte già accolti da «Nostro lunedi», la silloge del 1960 da tempo introvabile - può davvero servire a far luce, a chi a D'Arzo sia giunto solo in anni recenti, su uno snodo - che, manco a dirlo, è poi un'ambiguità - a dir poco cruciale della narrativa darziana.

Si leggano due storie del '40, scritte precisamente negli stessi mesi in cui prendevano corpo i capitoli del brano che dà titolo al libro (racconto che esibisce stilemi ritornanti in altri passi darziani, ma qui, a mio parere, messi a frutto con risulta ti espressivi inferiori). Sono “Una storia così” e “Fine di Mirco”: le separa, e congiunge, un intervallo di appena quattro mesi febbraio ’40 la prima, Giugno la seconda) Eppure, in questo lasso di tempo, sembra avvnire una sorta di rivoluzione copernicana. Silenziosa, certo, e ovattata, senza clamori che non siano immediata. mente smorzati da una sordina di tenebra, giacché in D'Arzo il dolore pare potersi esprimere soltanto da lontananze siderali o abissali: ma rivoluzione senz'altro, e non piccola.

Protagonisti, qui come lì, gli angeli (e ci è noto come in questo scrittore ogni lacerto di «realismo magico» venga sempre. pervertito e posseduto, reso proprio, dalla febbre di una vera ossessione). Ma, nel racconto di febbraio, realtà vince il sogno, .e lo vince così, senza scarti apparenti: gli angeli, queste pallide epifanie di una vita al di là dalla morte, di una vita che ha abolito la morte, sono, alla fine, sdegnosamente ricusati: perché questa vita diafana, fredda, distante, è propria. mente - la Morte: mentre la Vita vera è quella che si apre qui, in questo mondo di carne e di sangue segnato dalla nostra finitudine, dal dolce tepore dei nostri corpi mortali.

Quattro mesi dopo, il volto di D'Arzo è tutt'altro. Ora il mondo è solo l'inutile mondo del peso, della gravità che recide, che tarpa ogni volo e ogni sogno; il mondo ottuso degli uomini che trascinano la propria carne per le strade: uomini della «grande schiatta comune» sfiorati da parole volatili che non saranno mai in grado di raccogliere - mentre, su tutto, si stende l'incanto senza fine della notte, di quella luna e di quel cielo, verso cui la leggerezza delle nostre ali non ha mai cessato di mirare.

Accostiamo ancor di più, teniamo stretti insieme i due racconti: e trasformiamo quella «rivoluzione» in mera oscillazione fra due poli. Non c'è già tutto il “Corsiero”, il suo Funambolo, in questa oscillazione? la disperata aspirazione al cielo, il desiderio di aria e angeli, l'anelito supremo alla verginità della luna o alla castità di ali che ci permettano di uscire, di andarcene dal mondo? non c'è già, qui .anche il presagio del vuoto, tutto il terrore e l'orrore di quel vuoto, che le regioni mediane del cielo le uniche cui noi possiamo accedere - spalancano incessantemente davanti ai nostri occhi di luna? Il «Corsiero», si badi, giungerà di li a poco ('42- ma l'ipotesi che una prima stesura risalga addirittura al '38 non sarà peregrina). E' un fatto, comunque, che “Una storia così” sia giusto il primo dei due racconti - col passare dei giorni, delle settimane, dei mesi, D'Arzo sarà sempre più disperatamente invischiato da -quella InfinitA ragnatela di vuoto. che ((Una storia così», con un. gesto di rifiuto sovrano, riusciva ancora a arginare - e che dilagherà, vice-. versa, dentro i fogli degli anni a venire, fino al clangore delle domande senza altrove, al mondo muto, metallico, scabro, “color di neve sporca” e di zinco, che, nelle pagine di “Casa d'altri” e dei racconti coevi, nessuna illusione di ala o di luna potrà più rischiarare.

Manganelli. Confesserò che quest'estate, mentre leggevo Il cardillo addolorato della Ortese, ho avvertito più forte che mai la mancanza di Giorgio Manganelli. Questo romanzo enorme e delicato, animato da un pathos, da una pietas, da una fantasia metamorfica, da un'intelligenza dello strazio e dell'incanto del mondo che forse non hanno eguali nella letteratura italiana degli ultimi trent'anni, avrebbe avuto tutte le carte in regola (non fosse giunto così tardi) per entusiasmare Manganelli: la quête metafisica dissimulata nei finissimi ricami della favola, il delirio fantastico tenuto a bada (non a freno) dalla più rigorosa delle architetture, e un paio, -almeno un. paio di personaggi (di creature) che ti si stampano dentro con la-forza luminosa (numinosa) di chi proviene dalle più fonde latebre dell'anima e del mondo, e subito capisci che non se né potrà più andare via.

Mi sarebbe piaciuto leggere cosa ne avrebbe scritto: non tanto. per il gusto di sollevare un altro velo in direzione del cuore occulto del romanzo (mai come in questo caso si comprende come la verità della letteratura sia un pozzo senza fondo, interminabile), quanto perché il «Cardillo» avrebbe senza dubbio dettato a Manganelli qualcuna delle sue pagine più intense. Difatti: che altro è la recensione - il commento - se non letteratura, fiction al quadrato?

Nuovo commento è giusto il titolo della seconda opera narrativa di Giorgio Manganelli, uscita da Einaudi nel '69 e appena ristampata da Adelphi con una lettere di Italo Calvino a modi postfazione. Libro vertiginoso e labirintico, cruccioso e beffardo, costituito da una serie di note attorno a un testo che manca (ché forse non esiste - o, se esiste, sta altrove): le prime quaranta pagine lanciano un'autentica sfida alle capacità dirò così, “enigmistiche” del lettore, giacché constano di un perverso sistema di note concentriche,. ciascuna delle, quali .rimanda a sua volta a note ulteriori (io stesso, armato di carta, penna e pazienza, ho impiegato un'ora abbondante a ricostruire il percorso corretto). Sistema nevrotico, certo: ma sappiamo come questo scrittore abbia elevato la nevrosi ossessiva a dignità letteraria. Per Manganelli, ogni commento ha da essere anzitutto attentato, «deici-dio», cattura di quegli dei che presiedono le sacre regioni del testo- soprattutto di quel testo supremo che è il mondo. Poiché siamo esclusi irreparabilmente dalla verità, poiché mondo giace dinanzi ai nostri occhi come «utero morto del nulla», noi non possiamo far altro che ingravidarlo di parole, violentarlo e corromperlo di seme verbale. Se la verità ci è preclusa, la retorica, la menzogna retorica sarà l'unico strumento di. cui disponiamo: l'ostentazione abnorme, cerimoniosa, lussuosa e luttuosa (ove il lutto non finisce di volgersi in lusso), pertinente e cialtrona dei nostri ordigni verbali (lemmi desueti, aggettivi bizzosi . e capziosi; callidi ossimori, perito se litoti), insieme alla pre-dilazione per il basso, il losco, l'osceno, il riso sgangherato da corpacciuto barzellettiere da caserma, pare l'unico humus capace di nutrire le nostre incessanti investigazioni del testo.
Se D'Arzo, come il notevole libro di Paolo Lagazzi (“Comparoni e l’altro”) ha mostrato una volta per sempre, tutto sommato è ancora uno scrittore “fantastico”.
Manganelli è uno scrittore “mostruoso”: la letteratura, per lui, non può essere che naturalmente, essenzialmente “mostruosa”, perché soltanto il «mostruoso» - questo luogo intensamente devoto .a epifanie ed agnizioni, a tutto quanto per l'appunto si mostra può fornirci la chiave per accedere al segreto del testo.
Ma la serratura dov'è? Le note dovrebbero indicare a noi tutti il luogo privilègiato del libro, questa è la loro funzione: ma se le note sono ovunque, dove' sarà questo luogo? dove potrà mai essere il libro?
Così, Nuovo commento pare concludersi con uno scacco. Come • ci dicono le due “fabulae” poste significativamente al centro e in quell'altro luogo centrale che è la fine del libro, la nostra ricerca deve concludersi necessariamente con li morte. Il «commentatore fortunato» deve morire, per comprendere appieno la vita e la morte di Federico H.; l'indovino tutt'intento a studiarsi la «grammatichetta dei fulmini» deve lasciarsi incenerire, per accedere al -centro del cielo, e così farsi «ordine,- senso e segno . dei segni; inesauribile stemma» In queste pagine, dietro il sontuoso, esilarante drappeggio verbale con cui ci si offre, Manganelli dimostra ancora di abitare in un luogo non meno vuoto e desolato delle vuote e desolate contrade darziane. Il gioco fuori . misura, ilare, tragico, ma forse non del tutto insensato, di scrivere lo ha con-dotto in qui: a comprendere come la letteratura, che pure è. la nostra unica arma, possa solo accostar- si con scarti e progressioni infinitesimali alla verità - senza centrarla, senza cadervi mai dentro. La verità ci verrà in faccia soltanto con la morte - la verità, forse, non è nient'altro che la morte.
Tra i soldatini di Silvio D'Arzo. La riscoperta di un dimenticato
Michele Mari «Corriere della Sera» 24-10-1993
Morto a soli trentadue anni, Silvio D'Arzo (pseudonimo di Ezio Comparoni) sta conoscendo in questi ultimi anni una tardiva quanto meritata fortuna. Suo è uno dei più bei raconti del Novecento italiano, Casa d'altri, indimenticabile rappresentazione della disperazione di un'anima semplice. La medesima disperazione, appena ingentilita da sottili venuzze di elegia, accompagna i personaggi dei racconti del volume L'uomo che camminava per le strade (Quodlibet, pagine 194, lire 22 mila): soldatini abbandonati, insegnanti disillusi, adolescenti già stanchi, fedeli che pregano un Dio «solo, senza desideri, avvolto da arcipelaghi di nubi». Spiccano due racconti: Elegia alla signora Nodier, storia di una malinconica vocazione a imbalsamare il passato, e Due vecchi, dove si celebra impietosamente la rinuncia al «lusso» dei sentimenti. Completano la colta due testi incompiuti: la Prefazione a Nostro lunedì, sola parte condotta a termine di un progettato romanzo di 600 pagine, e gli otto capitoletti iniziali del romanzo che dà il titolo al presente volume.
Con D'Arzo alla ricerca dei piccoli passi perduti
Paolo Ruffilli «Il Resto del Carlino» 15-07-1995
Delle qualità narrative di Silvio D'Arzo, pare che finalmente si accorgano tutti: è un fiorire continuo di iniziative editoriali, dopo il silenzio di anni. Dello scrittore di Reggio Emilia. nel breve arco di qualche mese. sono stati ripubblicati i titoli più importanti. Dopo All'insegna del buon corsiero, riproposto da Adelphi, è stata la volta di Casa d'altri, inserito nell'offerta dei tascabili Einaudi. Si parla di una nuova edizione di Nostro lunedì, la raccolta postuma delle opere lasciate inedite dall'autore per la sua improvvisa morte precoce. Intanto, i racconti brevi di Ezio Comparoni in arte D'Arzo si possono leggere nel volume. L'uomo che camminava per le strade, pubblicato da un piccolo e meritevole editore di Macerata, Quodlibet. E' un prezioso libretto che raccoglie per la prima volta la narrativa breve, dove secondo alcuni D'Arzo raggiunge i. suoi migliori risultati. Uno dei più convinti estimatori di questi racconti. scritti per lo più negli anni quaranta era stato in passato Giorgio Manganelli. E Manganelli aveva parlato addirittura di piccoli capolavori. per invenzione narrativa e per incantevole misura stilistica. oltre che per rara intelligenza di fondo. Nelle prove di D'Arzo un secco piglio realistico si mescola sorprendentemente alla sorpresa fantastica, in una formula del tutto originale. Temi di questo particolarissimo frullato formale sono quelli di specie esistenziale: la solitudine. la fatica del vivere, la morte. la ricerca di una identità attendibile e praticabile. la volontà di riconoscersi nell'autentico. Una sostanza. insomma, che porta un'energia possente dentro le pagine letterariamente raffinate dell'autore. Sarà che per sua natura il racconto breve comporta un meccanismo efficiente e a sorpresa, fatto sta che in tal genere D'Arzo dimostra una naturale predisposizione realizzando-ogni volta l'invenzione capace di catturare il lettore e di trascinano dietro agli impensati sviluppi. E tutto. situazioni e figure. atmosfere e vicende, contribuisce alla felicità del risultato.
1993
Quodlibet
120x180
ISBN 9788886570695
pp. 196
€ 11,36 (sconto 15%)
€ 9,66 (prezzo online)