Quel che ho visto e udito a Roma
Quel che ho visto e udito a Roma
Presentazione di Giorgio Agamben
Con una nota di Jörg-Dieter Kogel
Traduzioni di Kristina Pietra e Anita Raja

 

Vai alla nuova edizione economica nella collana "Bis" 

 

 

Le corrispondenze da Roma di Ingeborg Bachmann per la radio di Brema (1954-'55), qui pubblicate insieme agli articoli da lei scritti nello stesso periodo per alcuni giornali tedeschi, sono un ritrovamento recente e testimoniano sia di un aspetto sconosciuto di questa ormai celebratissima scrittrice, sia di uno spaccato dell’Italia postbellica visto da una angolatura di eccezione. La Bachmann conosceva perfettamente l’italiano e si orientava con sicurezza nella politica e nella cultura locali. Dietro lo pseudonimo Ruth Keller, ella riferisce sugli argomenti più scottanti del periodo: su misteriosi eventi criminosi negli ambienti altolocati romani (il caso Montesi), su presunti tentativi di eversione da parte dei comunisti italiani, sulle catastrofi naturali che colgono di sorpresa i già provati popoli della Campania, sulle inquietanti manovre della mafia, sull'’ascesa alla ribalta della Lollobrigida e sulla ratifica dei “trattati di Parigi”. Un’occasione per ripercorrere la vita italiana degli anni ’50, meno distante da quella odierna di quanto si pensi, e per comprendere meglio l’attività di una scrittrice che ancora non ha finito di svelare tutti i suoi segreti. Assieme alle “Cronache”, pubblichiamo una breve prosa coeva, che dà il titolo all’intero volume, e che parla a sua volta di Roma. Associamo al grado meno letterario e più “fattuale” della scrittura bachmanniana una prosa intrisa di ispirazione conforme allo stile più noto e più felice della scrittrice. Si apre così lo spazio totale entro cui si muove l’occhio della Bachmann e da cui affiora il suo ritratto di Roma, e molti dei motivi che popolano le altre sue opere letterarie. 

Recensioni 
Angiolo Bandinelli «Avanti! della Domenica» 02-03-2003
«La Repubblica» 11-05-2002
Valentina Pigmei «La Stampa» 15-05-2003
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 19-12-2002
«Il Foglio» 23-05-2002
Franco Berton Giachetti «Genteviaggi» 30-11-2002
Marco Giovenale «Il Grandevetro» 31-03-2004
Elena Stancanelli «La Repubblica - Roma» 18-04-2010
 
La Roma perduta
Angiolo Bandinelli «Avanti! della Domenica» 02-03-2003

La Roma perduta

Le memorie e le corrispondenze di Ingeborg Bachmann

Resta una città nata sbagliata condannata alla rovina
Alla collana dei grandi stranieri che hanno scritto su Roma aggiungiamo oggi un'altra gemma. Una austriaca. L'Austria, con la sua capitale Vienna, è terra di struggenti nostalgie, e le pagine della austriaca (ma non viennese) lngeborg Bachmann grondano, appunto, di struggente nostalgia. Nostalgia di quello che nella città da lei scelta quasi casualmente per vivervi (e ‑ purtroppo ‑ per morirvi) aveva visto e udito' ma che già le appariva lontano, volatile, sfuggente. Per ritrovare le atmosfere evocate dalla poetessa si sfoglino le "Ceneri di Gramsci". Anche il poemetto di Pasolini è immerso in una simile, dolente atmosfera di amore e morte, nel presentimento che le cose, le figure, i luoghi (straordinario, il richiamo del cimitero dei protestanti, per l'una come per l'altro scrittore) stiano per scomparire, travolti dalla guerra impari del tempo: anzi, del presente senza tempo. I due vissero quegli stessi anni lontani, Gerenza e si sente. Nelle dieci paginette, che danno il titolo al libro, la Roma della Bachmann ci viene però incontro viva e vitale, con le fioraie e la puzza di pesce al mercato di Campo dei Fiori, le acque del Tevere "verde argilla e biondo", il cielo "di ermellino", il "broccato nero" delle case patrizie, la luna su Fontana di Trevi, il caldo scirocco che "sparge sabbia rossa sulla città infiacchita", la cupola di San Pietro che sembra più piccola del reale "e tuttavia è troppo grande". Ogni riga ha un tocco surrealista leggero e vagante, esprime un amore infinito. Non stupisca: la Bachmann ammette, lei stessa stupita, di sognare, ormai, in italiano. "Mi tagli un chilo di carne", confessò di poterlo dire solo in questa lingua. Roma è sempre stata la città dello struggimento e della malinconia. Per Goethe era la malinconia della campagna deserta, per Gibbon la malinconia della "decadenza", dell'impossibilità del raccordo tra il presente e la grandezza del passato. In Chateaubriand avvertiamo il senso amaro del sublime contemplato dai poggi di S. Onofrio. La Bachmann sa penetrare lo struggimento e la malinconia del quotidiano, nel suo apparire ora sordido ora trionfante come un cielo azzurro sopra i sette colli. Ma a che serve, ormai, inseguire i sentimenti della poetessa? La sua Roma non c'è più, come non c'è più quella di Goethe e di Chateaubriand: perfino le pietre oggi, a Roma, sono senza tempo, il nobile travertino è stato lavato, insaponato, riverniciato. L'orrore del presente senza tempo ha definitivamente liquidato il sentimento del tempo. I turisti non amano la malinconia.Che pazzi mai siamo noi, ad aver accettato lo scempio. Ci viene da chiederci se gli amministratori, i pianificatori, gli urbanisti che si affaccendano attorno a ciò che resta di Roma abbiano letto o vogliano leggere queste pagine. Pensiamo di no, che non le conoscano né vogliano conoscerle: un assessore regionale ha chiesto, impunito, che le sfilate di moda vengano fatte tra i ruderi, le pietre e i marmi residui. In fondo, non hanno nemmeno tutte le colpe. Hanno ereditato una città nata sbagliata, già condannata alla rovina da una conquista maldestra, come ammonì il parigino Haussman quando consigliò a Quintino Sella di non  

toccare i quartieri papalini e di edificare i nuovi a fianco di quelli, pena la loro distruzione: che altro possono fare, se non continuare a distruggerli? Ci lascino però l'assurdo piacere di leggere queste pagine di malinconia, il dono che gli dei lasciano, ultimo privilegio, agli sconfitti.

Leggeremo con gran diletto anche l'altra e più spessa parte del libro, i reportages che la Bachmann dettò come corrispondente dall'Italia per la radio di Brema o per giornali tedeschi. Sono il commento ficcante a eventi sempre importanti. Ritroveremo qui lo scandalo Montesi, la firma dei Trattati di Parigi o la nascita della Fiat "cinquecento', l'elezione di Gronchi e la rabbia dell'ambasciatrice USA Claire Booth Luce, il presidente del consiglio Scelba e le mene di Mcndès France. Grande e autorevole giornalista, oltreché grande scrittrice, la Bachmann così felicemente restituitaci.

Scritti Inediti
«La Repubblica» 11-05-2002

Il brano che pubblichiamo è tratto dal volume Quel che ho visto e udito a Roma (Quodlibet, pagg. 124, euro 12,50 con presentazione di Giorgio Agamben). Il testo di Inge Feltrinelli verrà letto questa mattina alla libreria Feltrinelli di via del Babuino a Roma, durante la visita ai luoghi romani di Max Frisch che toccherà, fra l'altro, via Margutta, via Giulia, piazza del Popolo.

 

I titoli giornalistici che per mesi hanno riportato il no­me Montesi sono spariti, e con essi anche la benché mini­ma notizia sullo «scandalo del secolo». Cosa è successo? Che tutto sia veramente «insabbia­to», confermando i timori pes­simistici dell'uomo comune? Che si siano stufati anche i co­munisti di grufolare nella «pa­lude della società romana», di­sorientati dalle rivelazioni in­cresciose acarico di uno di loro, l'avvocato Sotgiu? Ma i giornali italiani tacciono ormai anche su questo caso.
L'ampia documentazione raccolta dal capo della com­missione d'inchiesta si trova adesso presso la Procura della Repubblica. Il processo do­vrebbe iniziare alla fine di feb­braio, probabilmente contro gli indiziati Piero Piccioni e Ugo Montagna, rilasciati nel frat­tempo dalla custodia preventi­va. Ilpalcoscenico èperò almo­mento buio. Anche la platea è vuota. E i personaggi che ani­mavano un tempo la scena tra­scorrono la loro vita nell'om­bra, come tutti gli altri. Ma do­ve vivono? E come vivono?
Raffaello Sepe, divenuto fa­moso perle indagini scrupolo­se e spietate condotte ne! caso Montesi, a lavoro concluso ha avuto un esaurimento nervoso. I medici gli hanno prescritto tranquillità; si è trasferito con la famiglia in campagna.
Ciononostante alla fine di febbraio rientrerà per salva­guardare e confermare il risul­tato delle indagini, e collabora­re al processo che ‑ pare ‑non avrà luogo a Roma.
Piero Piccioni, il figlio del­l'ex ministro degli Esteri, ha ini­ziato in prigione a comporre un concerto. Adesso si è rinchiuso nel suo studio di Roma per scri­vere le musiche di alcuni docu­mentari. I tempi di consegna sono stretti. Gli resta quindi po­co tempo per pensare al caso Montesi. Si dice che sia assolu­tamente tranquillo, e si augura che vengadato corso al proces­so che appurerà una volta per tutte la sua innocenza.
Attilio Piccioni, il ministro degli Esteri uscente, si è ripreso dal duro colpo infertogli dal­l'arresto del figlio. Si dedica al­la famiglia. Per la prima volta nella vita Piccioni padre ha tempo.
Ugo Montagna, il marchese un tempo noto quale idolo dei salotti, conduce una vita mo­desta e ritirata, in compagnia soprattutto del vecchio padre. In prigione è molto dimagrito, anche se nel frattempo ha riacquistato il suo peso normale. Ma non la solita gioia di vivere. Per quanto abbia tentato di ri­buttarsi negli affari, e di ripren­dere la compravendita di im­mobili, ha incontrato difficoltà. Molti amici influenti l'hanno abbandonato, molti uomini d'affari non si fidano di lui. Si dice che negli ultimi mesi abbia perso centocinquanta milioni di lire.
Tommaso Pavone, ex capo della polizia, tra tutti i coinvolti il personaggio forse più enig­matico, si trova in una situazio­ne poco chiara. Contro di lui non vi sono imputazioni, eppu­re è stato il primo a dover paga­re con il suo impiego. Finora è stato interrogato soltanto due volte come testimone. In teoria è ancora a disposizione del mi­nistero degli Interni, pur essen­do stato sospeso dal servizio. Anche Pavone afferma di aspettare con calma la sua ria­bilitazione, sperando di rien­trare nel servizio pubblico.
Silvano Muto, il giovane giornalista asceso alla ribalta grazie alla rivelazione mozza­fiato del caso Montesi, vive con moglie e figli nei pressi di Ro­ma. Deve tenere sotto control­lo i nervi, tesi spesso fino a lace­rarsi a causa dell'avventura per lui non sempre fortunata. Il suo desiderio più grande era far ri­suscitare la sua rivistaAttualità divenuta tanto famosa; ma il periodico apparso in una nuova veste ha cessato ben presto di esistere.
Adriana Bisaccia, l'esisten­zialista, prototipo della ragazza di provincia in cerca di avven­ture, la cui posizione nel caso Montesi non è ancora affatto chiara, si è ravveduta. Ha ab­bandonato l'ambiente «impu­tridito» in cui amava aggirarsi a Roma, ed è diventata una brava impiegata di successo in una fabbrica di cosmetici. Viaggia in lungo e in largo per l'Italia, munita di opuscoli e campioni, e non nutre più il desiderio di diventare famosa grazie a una pubblicitàdiscutibile.Vuol e la­vorare in pace e vivere in pace come le altre ragazze borghesi.
Anna Maria Caglio, il «cigno nero», chiamata anche «figlia del secolo», vive in un conven­to a Firenze. Ha timore della gente, in particolare dei giorna­listi e dei passanti che la fissano ogni volta che si avventura sul­le strade. Per posta le arrivano dozzine di offerte di aziende ci­nematografiche che un tempo, quando attraverso il marchese Montagna tentava la strada verso Cinecittà (la Hollywood romana), non riuscivaaottene­re. La Caglio sembra però non avere più voglia di comparire in pubblico. Indossa un mantello con cappuccio che, quando un fotoreporter si apposta sulla strada per scattarle un'istanta­nea, abbassa velocemente sul viso.
I tempi sono cambiati anche per la famiglia Montesi. Ogni domenica si avviano in pelle­grinaggio solitario alla tomba della figlia Wilma, che ha getta­to nello scompiglio e nel caos politico un'intera nazione. La segheria dei Montesi va male. Mancano iclienti. Papàe mam­ma Montesi sono afflitti, per­ché non capiscono come mal debbano, per giunta, essere le vittime di questa vicenda fata­le. Un giornale romano ha lan­ciato una volta un appello a fa­vore della famiglia. I Montesi hanno ringraziato, ma con amarezza perché non chiedo­no elemosine, bensì lavoro.
Questo è quanto resta di un palcoscenico che pullulava di cosiddetti esistenzialisti, idoli dei salotti, cavalieri dell'indu­stria, fanatici della giustizia, ministri, giornalisti e attori. Tutti sembravano essere se­guaci di una vita «libera, priva di pregiudizi». Tutti mostrano oggi una tendenza sorpren­dente a diventare dei bravi bor­ghesi, ciascuno a suo modo. La speculazione politica tentata dagli estremisti politici italiani sulla scia del caso Montesi è co­munque fallita. Nellaborsa del­la propaganda romana le azio­ni del caso sono quotat e zero.
All'inizio degli anni Ses­santa Max Frisch e In­geborg Bachmann vi­vevano a Roma in un romanti­co palazzo scalcinato di via Margutta, in uno studio da pit­tore che comprendeva un enorme soggiorno, un angolo cottura e un minuscolo ba­gno.
Per il nostro lavoro roma­no Giangiacomo Feltrinelli e io avevamo affittato uno stu­dio identico sullo stesso pia­nerottolo, la porta accanto.
Tutte le mattine, quando uscivo piuttosto presto, la porta dei nostri vicini si apriva e Max Frisch mi si presentava in una nuvoladifumo chepro­fumavadi buon tabacco ingle­se da pipa (fumava come una ciminiera). Mi diceva: «Andia­mo.a prendere il caffè?» e così facevamo la promenade di via del Babuino ‑ il caffè preferito da Max Frisch era di fronte al­la nostra libreria.
Lui si lamentava sempre di Ingeborg: «Sono troppo sviz­zero, ma non riesco a capire perché non si alzi mai prima delle due del pomeriggio, per­ché non legga mai la sua posta e i cassetti della scrivania tra­bocchino di lettere ancora chiuse. Cosa posso fare? Viviamo nella città più bella del mondo, ma faccio fatica a ca­pire l'italiano e lei».
C'era un'altra cosa di cui non riusciva a capacitarsi. Ogni volta che parlava del suo grande maestro Bertolt Brecht non cessava di meravigliarsi di come Giorgio Strehler, per Vi­ta di Galileo, avesse potuto creare dei costumi tanto fa­raonicamente lussuosi per i cardinali.
Le cappe dei cardinali erano tempestate di pietre luccican­ti. Strehler, che mirava sempre alla perfezione totale, le aveva cambiate dieci volte prima di essere soddisfatto, ma Max Frisch soffriva per quel lusso sfrenato e diceva che Brecht si sarebbe rivoltato nella tomba.
IngeborgBachmann appa­riva la sera e insieme si andava alla Trattoria Otello alla Con­cordia di via della Croce. Loro due adoravano quel posto per la sua fontana all'aperto che veniva decorata arcimbolde­scamente con frutte e verdure fresche.
Ingeborg era triste, malin­conica, vestiva solo di grigio scuro; ho sempre avuto l'im­pressione che fosse totalmen­te sottomessa a Max Frisch. La sua ipersensibilità si avvertiva in ogni gesto. Soffriva. I due erano troppo diversi. Poco do­po si sono lasciati e Ingeborg rimase per un certo periodo nostra ospite a Milano.
Si occupava di lei il nostro geniale redattore Enrico Filip­pini, grande esperto di lettera­tura tedesca. Trascorrevano tutti i pomeriggi e le sere in un piano‑bar all'angolo di viaAn­degari: parlavano di poesia e bevevano.
Quindi Ingeborg si trasferì a Berlino, da dove mi mandò tutta l'opera Ascesa e caduta della città di Mahagonny di Brecht su disco. Nel dicembre 1963 ci ha scritto: «Sono stati molto malataperlungo tempo e solo in questi giorni ricomin­cio a scrivere lettere, a lavora­re e a vivere un po'».
L'ho ritrovata pochi anni dopo a Roma: era stupenda, con la minigonna, una bellis­sima camicia dorata, i capelli corti, biondi alla Marilyn. E senza Max Frisch.
Sembrava felice.

Quel che ho visto e udito a Roma
Valentina Pigmei «La Stampa» 15-05-2003

L'autrice austriaca visse tra via Giulia e Bocca di Leone Il suo libro è praticamente un inedito «Quel che ho visto e udito a Roma» con pagine di prosa che hanno il piglio giornalistico ma sfoderano un taglio straniato

 

«A Roma ho visto il Tevere che non è bello, ma trascurato nelle banchine da dove spuntano rive a cui non c'è chi mette mano», scriveva lngeborg Bachmann nel 1955. Quel che ho visto e udito a Roma (Quodlibet, 2002) raccoglie gli scritti di una delle maggiori poetesse e scrittrici del secolo, lngeborg Bachmann. Austriaca di Kiagenfurt, autrice dì strepìtosi racconti come quelli de Il trentesimo anno e di poesie altrettanto belle, la Bachmann visse a Roma da metà degli anni Cinquanta fino alla sua scomparsa avvenuta il 17 ottobre del 1973 all'ospedale Sant'Eugenio. Le circostanze della sua morte ‑ un'ustione provocata da un incendio (pare che la scrittrice si sia addormentata nella sua casa di Via Giulia con una sigaretta accesa in mano e che il sonno fosse particolarmente pesante a causa dell'assunzione di psicofarmaci) ‑ non sono mai state chiarite del tutto. Gli indirizzi romani della Bachmann furono tre: Piazza della Quercia, Via Giulia, e Via Bocca di Leone, ma Giorgio Agamben, che era entrato in quest'ultima abitazione assicura che era «un interno viennese, non romano». Lei, che era venuta a Roma per starci un paio di mesi, finì per starci sempre, senza nemmeno capire bene perché («Non so pìù perché vivo qui», diceva), e negli anni Sessanta gli intellettuali legati alla cultura tedesca che passavano da Roma, passavano dalla sua casa. La ragione della sua permanenza a Roma era forse quella che lei stessa indica: (<A Roma ho imparato a darmi tempo». Il libro, che l'autrice stessa definisce «inqualificabile» raccoglie le corrispondenze da Roma per Radio Brema dal '54 al '55 e gli articoli dello stesso periodo per alcuni giornali tedeschi di Ruth Keller, pseudonimo con cui ancora si firmava. Impressiona lo spaccato di un'atroce Italia postbellica tra scandali politici e fatti di cronaca raccontati con estrema precisione. Ma la vera sorpresa del libro è lo stupefacente Quel che ho visto e udito a Roma, il testo che dà il titolo all'intera pubblicazione ‑e che era già uscito qualche anno fa in un catalogo ‑ pressoché introvabile ‑ della mostra con cui il Palazzo delle Esposizioni aveva celebrato la scrittrice. Sono pagine di prosa poetica e scarna, a tratti crudele, che raccontano Roma come non l'aveva mai raccontata nessuno: senza perdere l'occhio concreto e disincantato della giornalista, ma sfoderando anche quello straniato del poeta, la Bachmann descrive la città con intensità rara, condensando tutti i suoi pensieri in pochi paragrafi. Nella Roma udita e vista della Bachmann è tutto acqua (o rugiada, o piscio di gatto) e fuoco (dal fiammifero acceso dentro le catacombe a quello che dell'incendio appiccato a Campo de' Fiori quando si chiude il mercato). «Ho visto a Campo de' Fiori che Giordano Bruno continua a essere bruciato. Ogni sabato, quando smantellano le bancarelle intorno a lui e restano solo le fioraie, quando la puzza di pesce, cloro e frutta marcita va disperdendosi nella piazza, gli uomini raccolgono sotto i suoi occhi i rifiuti che sono rimasti dopo che tutto si è fatto mercato, e danno fuoco al mucchio. Di nuovo si leva il fumo, e le fiamme mulinano nell'aria. Una donna grida, e gli altri gridano con lei. Dato che nella luce forte le fiamme sono incolori, non si vede dove arrivano e dove cercano di colpire. Ma l'uomo sul basamento lo sa e non ritratta». Per la Bachmann, che peraltro parlava perfettamente l'ìtaliano e senza alcun accento, Roma è la città dove «tutto ha un nome» e «perfino le cose vogliono essere chiamate», la città «dove il cielo è trionfante», dove dal Campidoglio «si sente il rumore della città, ingannevolmente lontano, e soave lo scivolare delle automobili». Soave.

Cronache romane firmate
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 19-12-2002

Un testo  inqualificabile. E co­me qualificare le cronache dal­l'Italia redatte da una poetessa austriaca e retrodatate a quasi cinquant'anni fa? Precisiamo però; inqualificabile, ma certo non passé, se gli argomenti del giorno, allora come adesso, era­no Fiat e disoccupazione, le ca­lamità meteorologiche del Sud é le vicende di casa Savoia.
A Roma, tra il luglio 1954 e li giugno 1955 c'era una venten­ne Ingeborg Bachmann alle prese con il resoconto della ca­tastrofe di Salerno e la descri­zione dell'ultimo attesissimo modello della «Popolare» 600 Fiat, il matrimonio di una ven­tenne Maria Pia di Savoia col principe jugoslavo Alexander Karageorgewitsch e «la Gina» nazionale. Una fetta di storia nostrana, dunque: non tanto grossa ma sostanziosa, se era infarcita di eventi come la resti­tuzione di Trieste e il passaggio del testimone tra Einaudi e Gronchi con relativo bilancio dei primi armi della Repubblica, la politica dei sindacati e il lento ma decisivo indebolimen­to della sinistra dì Nenni e di Togliatti.
Di questo raccontava la Bach­mann. Allora già nota e apprez­zata autrice della raccolta di po­esie (Die gestundete Zeit «Il tempo dilazionato», uscita nel '53), ma non ancora incoronata stella del firmamento letterario tedesco (gli allori sarebbero ar­rivati di lì a poco; nei 1957, con il Bremer Literaturpreis), la gio­vane scrittrice sbarcava il luna­rio inviando a Radio Brema cor­rispondenze politiche dalla Ca­pitale del Mondo.
Non era un'occupazione di emergenza, vile mestiere per guadagnarsi il pane e alimenta­re la musa della poesia. La Ba­chmann infatti, autrice di Hòr­spiete, commedie radiofoniche, con l’etere aveva già dime­stichezza e (nativa di Kiagen­furt, nella Carinzia che confina col nostro Nord‑Est) grande fa­miliarità con la realtà italiana, la svolse con sensibile attenzio­ne e grande professionalità.
Così, tutte le settimane, sem­pre di lunedì, riceveva puntual­mente la telefonata del suo Ca­poredattore e con lui concorda­va il tema da sviluppare.
Diligentemente poi, per il giorno successivo, dettava alla redazione il suo servizio. Sec­co, concreto, dettagliato. Sen­za giri di parole e 'con grande senso pratico quantificava it potere d'acquisto del salario degli operai e coglieva i punti nevralgici ‑ o le zone erogene ‑dell'immaginario dell'uomo co­mune tutto «Lollo» e Fausto Coppi; denunciava l'idillio sonnacchioso della Camera del go­verno Scelba e metteva in piaz­za il conto di provvigioni e tan­genti che le aziende nazionali versavano al Pci. Coraggio, in­telligenza politica e sorpren­dente conoscenza dell'indole degli italiani insomma.
Quei testi, merce somma­mente deperibile affidata alle onde effimere della radio, ma pur sempre provvista di un marchio d'autore, sono recen­temente emersi dagli archivi di Bremer Rundfunk e raccolti nel volume dei Ròmische Re­portagen che l'editore tedesco Piper ha lanciato in Germania come <'una riscoperta». In Ita­lia i reportage bachmanniani escono ora da Quodlibet con il titolo "Quel che ho visto e udito a Roma "  (pagg. 124 pagine, euro 12,50).
A intitolare l'edizione italia­na del giornalistico libriccino della poetessa è però il nome che lei stessa diede a un'opera «inqualificabile e un po' strana; non è un racconto, non saprei darle alcun nome», che la corri­spondente scrisse nei suoi anni romani: il testo poetico di una cronista. Testo inqualificabile, ma stupefacente.
Quodlibet, l'intelligente edi­tore di Macerata, ha scelto di mettere in appendice alla rac­colta degli articoli il lirico e cru­dele scrittarello (uscito sulla ri­vista Akzente nel '55) in cui la reporter ancora descrive Ro­ma, ma con penna d'artista. Tuttavia, la Bachmann che chiude il servizio perla radio e apre in segreto il taccuino della letteratura non cambia perciò il suo sguardo sulla città eterna.
Con l'occhio concreto, preci­so, disincantato, allenato dalla professione, guarda il Tevere e vede che «non è bello»: gli arbu­sti sulle sue rive sono infangati e sugli argini dormono i barbo­ni, «il cielo calcato sulla testa». Guarda San Pietro e vede che «è troppo grande». E «chiesa granne divozzione poca», com­menta. Guarda Campo de' fiori e vede il rogo che arse­Giorda­no Bruno accendersi quotidia­namente nel fuoco che brucia quel che resta del mercato. Infi­ne guarda il cielo, che trionfan­te «si insinua nelle strade senza chinarsi sotto i portoni».
E vede arrivare lo scirocco, il vento caldo che sparge la sab­bia del deserto, infiacchisce la città, porta disgrazie e induce a pronunciare parole senza amore. Senza enfasi, senza la germanica nostalgia per il Sud, ma con amore tormentato, In­geborg (che a Roma morirà bruciata nel '73) ripete parole che ribadiscono l'eternità del­l'Urbe.

Parole che, proprio come la città, non invecchiano col tempo delle cronache.

Quel che ho visto e udito a Roma
«Il Foglio» 23-05-2002

Tra il 1954 e il 1955, Roma è la capitale di un paese sconfitto al lavoro per riprendersi: grande lavoro diplomatico da parte di una classe politica tutt’altro che sprovveduta, formatasi tra le due guerre. Si cerca di ristabilire una dimensione internazionale cui sono legati gli aiuti economici. Il denaro americano, gli accordi con la Francia. Roma è in quegli anni anche la città della dolce vita. E’ la città del cinema: Cinecittà è la maggiore industria cinematografica mondiale, dopo Hollywood. Via Veneto, il serpente che attraversa il quartiere Ludovisi, è nel pieno delsuo luccichio.

Ingeborg Bachmann non era ancora la celebrata poetessa che sarebbe diventata di lì a poco. A Roma lavora sotto pseudonimo (Ruth Keller) per la radio di Brema. Che cosa racconta della città? Gli sviluppi del caso Montesi, innanzitutto. Il fattaccio in cui politica e mondanità si avviluppano nella conaca nera. Qui l’attricetta Anna Maria Caglio, l’avventuriero Ugo Montagna (falso marchese), la figlia del titolare di una segheria, la bella Wilma Montesi, il principe Maurizio d’Assia, nipote di re Umberto, il musicista Piero Piccioni, figlio del ministro democristiano degli Esteri in carica Attilio, danno vita a uno scandalo (all’italiana, è proprio il caso di dire) in cui ciascuna parte politica cerca di piegare i vizi privati che emergono dalla cronaca per dimostrare l’inaffidabilità degli avversari Se il coinvolgimento del giovane Piccioni provoca le dimissioni di suo padre (a cui subentra il liberale Gaetano Martino, scicchissimo medicobarone universitario messinese poliglotta, sposato a una principessa Stagno d’Alcontres), anche per i comunisti è pronto uno scandaletto di riequilibrio: l’avvocato Giuseppe Sotgiu, esponente del Pci, presidente della provincia di Roma, difensore di uno degli uomini coinvolti nel caso Montesi, moralizzatore numero uno d’Italia (come lo definisce la Bachmann) viene accusato di frequentare i bordelli della capitale in compagnia di sua moglie. Palmiro Togliatti lo allontana dal partito.

Uno a uno e palla al centro.

Da Roma, la Bachmann racconta ai radioascoltatori tedeschi il quotidiano travaglio dell’esecutivo guidato da Mario Scelba, la frammentaria composizione del suo ministero, la difficile convivenza tra laici repubblicani, cattolici diccì, liberali che stanno per il mercato, socialdemocratici che tifano per l’intervento pubblico. Racconta di come sarà la 600, l’automobile che motorizzerà l’Italia, racconta di un curioso concorso promosso dallo staff di Gina Lollobrigida, all’apice del suo splendore di star: chiusa in un albergo di Milano con ventisei pittori che hanno quattro giorni di tempo per disporre completa-mente di lei e per farle ventisei ritratti. La diva terrà per se quello che le sembrerà assomigliarle meglio. Alle corrispondenze per la radio di Brema, scritte in una prosa cristallina, questo delizioso libriccino unisce alcuni articoli dello stesso periodo per la Westdeutsche Allgemeine Zeitung, e un piccolo saggio, una piccola gemma di memorialistica e di poesia dal titolo “Quel che ho visto e udito a Roma”, che presta il suo nome a tutta la raccolta pubblicata da Quodlibet.

Ingeborg Bachmann parlava perfettamente l’italiano, senza accento. Venne e tornò dalla città eterna per vent’anni e qui morì in circostanze mai del tutto chiarite nel 1971. “Quel che ho visto e udito a Roma”, si conclude così: “A Roma ho udito certamente che più di uno ha il pane ma non i denti, e che le mosche vanno sui cavalli più magri. Che a uno è stato donato molto e all’altro niente; che chi la tira, la strappa e che soltanto una colonna solida sostiene la casa per cento anni. Ho udito che al mondo c’è più tempo che intelletto, ma che gli occhi sono dati per vedere”.

Quel che ho visto e udito a Roma
Franco Berton Giachetti «Genteviaggi» 30-11-2002

Ingeborg Bachmann,
Quel che ho visto e udito a Roma, Quodlibet, pp. 128, € 12,50


Può una grande scrittrice e poetessa e drammaturga essere un'ottima corrispondente da un Paese straniero? Lei è Ingeborg Bachmann, una delle voci femminili piu intense del secolo trascorso, appassionata dell'Italia che considerava la sua seconda patria (ci passò buona parte degli Anni 50 e dal 1965 al 1973, anno della sua morte), la città è Roma, gli anni il 1954 e il 1955. Dunque
l'Italia del governo Scelba e della ratifica dei Trattati di Parigi, dello scandalo Montesi e della questione di Trieste, della «terza rivoluzione» progettata dal Partito comunista e delIa presentazione della Fiat Seicento. Bachmann con esattezza ne dà conto per Radio Brema e per altri giornali tedeschi, con il clima e il carattere dell'Italia di allora.Oggi possiamo Leggere quelle corrispordenze in un elegante volume di Quodlibet, insieme con un testo dedicato alla città che, prendendo a prestito un verso di Anna Achmatova, fu per Bachmann «Una terra sia pur non natale,/ ma da ricordarsela per sempre».

A passeggio per Roma
Marco Giovenale «Il Grandevetro» 31-03-2004

Ingeborg Bachmann (1926 ‑ 1973) ha vissuto a Monaco, Berlino, Zurigo, e lungamente anche a Roma ‑ in piazza della Quercia, poi in via Giulia, infine in via Bocca di Leone. Roma del resto entra e tra­spare, per ombre e tracce e allusioni, in vari luoghi della sua opera. In questa città ha infine trovato la morte, misteriosamen­te, in un incendio.

Il libro uscito presso Quodlibet, Quel che ho visto e udito a Roma, con prefazione di Giorgio Agamben e una nota di Jorg‑Dieter Kogel, raccoglie la serie di corrispondenze romane che nel biennio 1954‑55 l'autrice realizzò, con lo pseudonimo di Ruth Keller, 'per la radio di Brema, e per vari giornali tedeschi. In chiusura, un breve e intenso scritto (che in effetti dà il titolo al volume) del 1955, originariamente uscito sulla rivista "Akzente".

Le cronache, ricche di ragioni di interesse non solo documentario, disegnano un ritrat­to dell'Italia degli anni Cinquanta, attraver­so pagine dedicate al delitto Montesi, a Scelba (reso con singolare indulgenza negli articoli), agli scioperi, alla politica del PCI, alla Fiat, ai trattati di Parigi, al passaggio della presidenza della Repubblica da Einaudi a Gronchi; ma poi anche ... alla Lollobrigida, alla vita di via Veneto, all'i­naugurazione della metropolitana, alla que­stione della tomba di San Pietro. La Bachmann dimostra una limpidezza "gior­nalistica", felice. Le pagine, non stipate di dettagli, rispondoflo alla necessità di chiarezza/immediatezza che è propria della scrittura di cronaca, di resoconto.
Un elemento che ricorre ‑ e in verità sor­prende ‑ è il suo netto anticomunismo, tut­tavia stemperato da un buon numero di sguardi impietosi che descrivono con ironia o saggia freddezza personaggi e politici ita­liani anticomunisti. (Valga per tutti il ritrat­to del democristiano Togni).
Straordinario il saggio ­prosa lirica che chiu­de il volume e gli dà titolo. Assolutamente da leggere, in questo, le righe dedicate all'isola Tiberina, al ghetto, alle famiglie nobili, alle catacombe, alla decadenza/opu­lenza della città.

Quel che ho visto e udito a Roma è un libro prezioso per ritrovare frammenti di una città che dista ormai mezzo secolo, lira anche per precisare la fisionomia di un'autrice su cui, come giustamente scrive nella postfazione J.‑D. Kogel, "l'ultima parola è ben lungi dal­l'esser stata pronunciata".

Ingeborg Bachmann, Quel che ho visto e udito a Roma, trad. di K.Pietra e A.Raja, Quodlibet, Macerata 2002, pp.132, € 12,50.

Ingeborg, la poetessa che amava Roma e la tragedia di un amore ai tempi della Shoah
Elena Stancanelli «La Repubblica - Roma» 18-04-2010
All'alba del 26 settembre 1973 Ingeborg Bachmann chiamò Maria Teofili, sua padrona di casa e amica, pregandola di portarle una pomata perché si era bruciata mentre dormiva. Una ventina di giorni più tardi, il 17 ottobre, morì, nell' ospedale Sant' Eugenio di Roma, per le conseguenze di quelle ustioni. Hans Werner Henze, musicista e suo amico di sempre, sporse denuncia per sospetto omicidio: come aveva potuto procurarsi danni così gravi senza svegliarsi, si chiedeva? Ma l' autopsia eliminò ogni dubbio: era stato l' abuso prolungato di alcol e sonniferi, che alzando la soglia del dolore l' aveva resa ormai quasi insensibile a tutto. Niente può spiegare meglio di questo referto la vicenda esistenziale straziante e potentissima di Ingeborg Bachamann. Poetessa, nata in Austria e vissuta ovunque tranne che in patria. Come molti suoi colleghi, detestava l' ipocrisia di una nazione che a lungo negò la complicità con nazismo, fingendosi vittima. Nel 1953 venne per la prima volta in Italia, su invito di Henze. Aveva ventisette anni, ed era già molto famosa. E già aveva disperatamente amato Paul Celan, poeta anche lui, ebreo e vittima dell' orrore dei campi. Alcuni anni dopo lui si uccise, gettandosi nella Senna, e Bachmann scrisse «La mia vita finisce perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione, era la mia vita. L' ho amato più della mia vita». Si conobbero a Vienna - lo racconta Hans Holler in una biografia di lei uscita in questi giorni per Guanda, dal titolo «La follia dell' assoluto» - in un circolo letterario chiamato Gruppo 47. Dove conobbe anche Henze, che subito le chiese di scrivere il libretto di una sua opera ispirata all' Idiota di Dostoevski. E la invitò a Ischia, dove lui viveva. «Portare con sé pochi libri, non fare programmi, attendere, attendere, il grande Pan è in agguato», le scrive il musicista dall' isola, per convincerla. Il carteggio tra i due, «Lettere da un' amicizia», è stato da poco pubblicato da EDT, sempre per la cura di Holler. Bachmann venne e si innamorò dell' Italia, che chiamò sempre la sua «terra primigenia», si innamorò della vitalità e dello sfarzo, della possibilità di trasformare anche la politica in una danza sfrenata (... il comunismo deve essere lusso o non sarà del tutto... il mondo non ha feste comandate,è un giorno di festa). In autunno Bachmann lasciò l' isola e si trasferì a Roma. Le era stata commissionata la stesura di alcuni radiodrammi ambientati in Italia, da una radio di Amburgo. La sua prima abitazione era in piazza della Quercia, vicino al Palazzo Spada. L' anno successivo divenne corrispondente di un paio di radio tedesche e di un giornale, occupazioni che le offrirono una minuscola stabilità economica. E che ci consegnano oggi il lascito di un piccolo libro Quel che ho visto e udito a Roma (edizioni Quodlibet) che raccoglie le sbobinature dei suoi pezzi e alcuni racconti. L' omicidio Montesi, il lancio della Fiat 600, l' elezione di Gronchi alla presidenza della Repubblica, riflessioni sui nostri anni sessanta da parte di un' intellettuale che era quasi in egual misura straniera e cittadina di questo paese. «Non sono le bellezze né gli alberi di aranci, né le splendide architetture che mi fanno amare questo paese ma il modo di vivere. Qui... ho imparato a vivere». Che forse significa anche ho imparato a morire.
2002
Quodlibet
120x180
ISBN 9788886570428
pp. 132
€ 12,50 (sconto 15%)
€ 10,63 (prezzo online)