Movimenti del pensiero
Movimenti del pensiero
Diari 1930-1932 / 1936-1937
Edizione originale e commento a cura di Ilse Somavilla
Edizione italiana a cura di Michele Ranchetti e Francesca Tognina
Introduzione di Michele Ranchetti

I diari di Wittgenstein, scritti per una metà a Cambridge fra il 1930 e il 1932, per l’altra metà a Skjolden, in Norvegia, fra 1936 e il 1937, fanno parte di un unico quaderno venuto alla luce solo nel 1996.
La prima parte coincide col ritorno di Wittgenstein alla filosofia, una sorta di riavvìo del suo pensiero immerso fra i referenti concreti della vita quotidiana. Le domande sul senso, la fatica e il tormento del filosofare, si affiancano a considerazioni esplicite sui personaggi che, direttamente o indirettamente, costellano la sua esistenza: Ramsey, Moore, Keynes, Bachtin, Loos (ma anche Freud, Kraus, Spengler); gli amici (Hänsel, Francis Skinner ecc.) e i familiari; inoltre, con particolare frequenza, Marguerite Respinger. Senza contare il confronto con la musica e i musicisti dell’epoca; le divagazioni sul cinema americano, persino sullo sport; infine il resoconto puntiglioso di certi sogni.
Il secondo periodo dei diari è invece quello della solitudine norvegese (nella baita in cui redasse la prima versione delle Ricerche filosofiche); qui gli interrogativi di natura “morale” (spesso al limite dell’autoflagellazione), sfociano di continuo in questioni specificamente “religiose”, concernenti la “fede”, il significato della Bibbia ecc.; e tutto questo si riflette, sul piano formale, nell’inserto di passi, a volte anche lunghi, scritti in codice (un curioso dispositivo di intensificazione dell’espressione).
Al di là dell’unicità di “genere” del testo (si tratta dell’unico diario “tradizionale” conservato di Wittgenstein), e delle informazioni inedite in esso depositate per i “biografi”, esso costituisce in primo luogo un ambito eccezionalmente consono al potenziale espressivo dell’autore. Soprattutto in questo senso si tratta di un unicum: la scrittura per aforismi, ispirata a Kraus ma ancor prima di lui a Lichtemberg, si sente meno che mai debitrice verso la necessità del filosoficamente compiuto, del sistematico – dell’opera; aderisce in pieno, come deve, alle tonalità emotive che orientano momento per momento la vita di ognuno, e porta questo diario, come scrive Ranchetti, a iscriversi nella “tradizione delle memorie d’anima della cultura tedesca, non strutturate per argomenti ma lasciate libere di corrispondere alla necessità di non perdere mai il rapporto del singolo con se stesso…”. Rapporto che è quello del pensiero con se stesso, di un pensiero che si rivela in grado di esprimersi, qui, con rara eloquenza quanto ai suoi più intimi “movimenti”.

Wittgenstein Diari (manoscritto del Diario 1936-1937, p. 163)

Manoscritto del Diario 1936-1937, p. 163.

 

Indice: Introduzione di Michele Ranchetti - Nota all’edizione italiana - Movimenti del pensiero. Diari 1930-1932 / 1936-1937 - Note di commento di Ilse Somavilla - Riproduzione fotografica di alcune pagine del manoscritto - Bibliografia- Indice dei nomi

Recensioni 
Antonio Gnoli «La Repubblica» 07-02-1999
Diego Marconi «Il Sole 24 Ore» 11-04-1999
 
Ludwig Wittgenstein Il mito gli amori le colpe
Antonio Gnoli «La Repubblica» 07-02-1999
C’è un mito Wittgenstein? E se c’è, come credo si possa affermare, di quali aspetti si compone? A differenza della gran parte dei pensatori di questo secolo che anno svolto un ruolo fondamentale e conosciuto anche lusinghieri successi e vasta popolarità - vengono in mente i nomi di Sartre e di Heidegger -il "caso Wittgenstein" si iscrive in un registro unico, talmente singolare da apparirci, per molti versi enigmatico. Qualcosa del genere è accaduto nell'Ottocento, ma con evidenti effetti nel nostro secolo, con Nietzsche.
Un mito è in grado di sopportare le più diverse contraddizioni e di farcele accettare a dispetto della logica. Un mito può dirci qualcosa di terribile e di sgradevole e malgrado ciò assogettarci al suo fascino. Un mito non pretende di farsi conoscere nei minimi dettagli: una corrente "irrazionale" ci lega alla sua presenza, alla sua oscurità, ci inchioda, per così dire, al suo destino.
Se ci chiedessimo che cosa in realtà è stato Wittgenstein, sarebbe difficile produrre una risposta univoca. Fu un logico? Un matematico? Un filosofo? Un artista? Con ogni evidenza, tutte queste cose si addensarono nella sua vita in maniera talvolta contraddittoria e comunque inestricabile.
Si dice, ed è buona regola tenerlo a mente, che la vita di un pensatore va nettamente distinta dalle opere che produce. Anche in questo Wittgenstein rappresenta l'eccezione. La sua vita fu il tormentato quaderno su cui annotare pensieri, intuizioni, forme. E questo è uno dei motivi che ci fa apprezzare la pubblicazione dei suoi Diari risalenti agli anni 1930-1932 e 1936-1937. L' edizione originale a cura di lise Somavilla usci a Innsbruck e se ne occupò tempestivamente, più di un anno fa, su queste pagine Franco Volpi. L'edizione italiana curata ottimamente da Michele Ranchetti e Francesca Tognina uscirà a giorni dall'editore Quodlibet (Movimenti del pensiero, pagg 169).
Sono tanti i motivi di interesse che traspaiono dai Diari. Elenchiamo i principali. Per la prima volta Wittgenstein annota con ossessione gli effetti di una tormentata relazione con una donna. Lei è Marguerite Respinger, una ragazza che proviene dall'alta borghesia svizzera. Si conoscono a Vienna. Si frequentano e, in un primo momento, subiscono reciprocamente il fascino dell'altro. Ma mentre l'innamoramento di Wittgenstein cresce a dismisura, quello di Marguerite si stempera nel dubbio che  l’uomo che ha di fronte si distacchi troppo dalle normali logiche matrimoniali.
Ad ogni modo la frequentazione di Marguerite ci consente di cogliere un curioso aspetto ludico di Wittgenstein: la passione per il cinema americano. Insieme, a volte, si rintanano in una sala per godersi un western o una commedia sentimentale. Per Ludwig il cinema soddisfa un certo piacere infantile, ma in qualche modo è accostabile al sogno: «Le idee di Freud», annota nel Diario, «vi si possono applicare direttamente».
I sogni sono un'altra esperienza che ricorre nei Diari. Ne descrive alcuni. A volte si sveglia nell’orrore che un sogno gli suscita e prova a interpretarlo. Sono descrizioni meticolose e in qualche modo realistiche: è come se il sogno sia la continuazione dello stato di veglia sotto un’altra forma. Non si parla di inconscio freudiano, ma è pur sempre Freud ad aver richiamato l’importanza del mondo onirico e Wittgenstein non sembra prescinderne.
Del resto, non è forse quella una zona capitale del pensiero che nasce direttamente dalla Mitteleuropa? Vienna, ma più in generale la cultura tedesca, sembra rivivere in queste pagine attraverso i suoi protagonisti: «Loos, Spengler, Freud e io apparteniamo tutti alla stessa classe che è caratteristica di questa epoca». Si potrebbe aggiungere Kraus, spesso citato e al quale buone parti del diario sembrano ispirarsi nello stile, e il quadro che ne viene fuori confermerebbe quell’idea di tramonto che sembra aleggiare sugli spiriti più inquieti.
Di qui le ripetute crisi, i tormenti speculativi, la sensazione di non sentirsi all'altezza di un compito analitico adeguato. Nella Cambridge in cui è tornato a vivere il pensiero di Wittgenstein sembra irrimediabilmente lontano dalle sofisticate e perentorie analisi consegnate nel Tractatus. Il suo nome è già leggenda. Alimentata dalla stima assoluta che Russell e Keynes gli manifestano. Lo considerano un genio: da amare e da temere. I giovani del College ne imitano i modi, ne subiscono l'influenza, si sottopongono di buon grado ai suoi verdetti: alcuni rampolli, dietro suo suggerimento, lasciano Cambridge per dedicarsi al lavoro manuale.
Ma quel mondo che lo ha accolto in maniera entusiastica sembra scivolare come un'ombra fra i pensieri di Wittgenstein. Come sono lontani i temerari confronti con Russell e Frege. Sullo sfondo si ergono ora Schopenhauer e Nietzsche: «Il nostro tempo», annota, «è veramente un tempo di rovesciamento di tutti i valori». Il cambiamento impone il dubbio, da esercitare prima di tutto su se stessi, sui propri limiti. Quella selvaggia certezza con cui il giovane Wittgenstein aveva affascinato e turbato il grande Russell, ora lascia il posto a una lacerazione profonda. Come mitigarla e curarla?
Nei Diari del1936-1937, scritti nella solitudine norvegese di Skjolden - la riflessione di Wittgenstein si apre alla meditazione religiosa. Ha lettoTolstoj, restandone folgorato, si è chinato sui testi di Kierkegaard ricavandone l'impressione che la lacerazione sia l’anticamera della fede, sia il presupposto di quel «lo credo» con cui fare i conti, si è tuffato infine nel Nuovo Testamento. La battaglia è incominciata: ma sente che la fede è ancora troppo debole. Vorrebbe litigare con Dio. Sembra il destino di un uomo in disaccordo con tutto: anche con se stesso e con le proprie origini.

Cosa vuol dire Ģessere apostoloģ
Diego Marconi «Il Sole 24 Ore» 11-04-1999
Negli anni 1930-32 e poi ancora nel 1936-37, Wittgenstein tenne un vero e proprio diario - niente a che vedere con le osservazioni personali, spesso in codice, di cui sono disseminati i suoi manoscritti filosofici. La prima parte del diario fu scritta a Cambridge, nei primi anni del “ritorno alla filosofia”dopo la lunga parentesi seguita alla pubblicazione del Tractatus logico-philosophicus; la seconda parte fu scritta nella capanna che il filosofo si era costruito in un fiordo norvegese, e in cui viveva, in perfetta solitudine, nei mesi cruciali della redazione della prima parte delle future Ricerche filosofiche. Il diario, che non si conosceva ed è stato ritrovato pochi anni fa, è di estremo interesse, non solo come “memoria d'anima” (come dice nell'Introduzione Michele Ranchetti, eccellente traduttore) ma dal punto di vista filosofico. Un solo esempio: parlando di che cos'è essere un apostolo, Wittgenstein dice che, anche qui, il senso di una frase («Questo è un apostolo») è il metodo della sua verifica, nel senso che essere un apostolo è vivere in un determinato modo. Il senso di una frase, insomma, è la differenza che essa fa per la vita di chi la usa: questo era per Wittgenstein, già all’inizio degli anni '30, il punto del famoso “principio di verificazione”.
L'esempio dell'apostolo non è casuale: in questi diari Wittgenstein si occupa intensamente di fede religiosa. A più riprese, nel corso della sua vita, il filosofo si professò non credente, pur ammettendo di non poter fare a meno di vedere ogni cosa «da un punto di vista religioso». E tuttavia, le meditazioni religiose qui contenute non sono quelle di un non credente: che senso avrebbe, per un non credente, interrogarsi sulla Trinità con la partecipazione con cui lo fa Wittgenstein nel marzo '37? O desiderare di litigare con Dio? O pregare e ringraziare Dio con tanta persistenza? Forse Wittgenstein era di volta in volta ateo e credente, o magari le due cose insieme, come avviene probabilmente a molti nella cui vita la fede religiosa «fa una differenza». In ogni caso non era semplicemente uno che «a un certo punto... si inventò una propria religione sulla base del Nuovo Testamento», come dice con qualche condiscendenza Brian McGuinness nell'Introduzione all'altro libro qui recensito. […]

1999
Quaderni Quodlibet
160x225
ISBN 9788886570268
pp. 176
€ 19,63 (sconto 15%)
€ 16,69 (prezzo online)