In divergente accordo
In divergente accordo
Scritti su Carl Schmitt
A cura di Elettra Stimilli
Traduzione di Gianni Scotto e Elettra Stimilli

Jacob Taubes è una delle figure più singolari della cultura tedesca del nostro secolo. Ebreo di origine, ha insegnato storia e filosofia delle religioni negli Stati Uniti; quindi ermeneutica e giudaistica a Berlino. Qui ha partecipato attivamente al movimento studentesco del ’68, creando grande scandalo all’interno dell’Accademia. Pur essendo venuto in contatto con le maggiori personalità della cultura europea di quegli anni (Kojève, Scholem, Blumenberg, ecc.), trascorse l’ultimo periodo della sua vita in estrema solitudine, circondato soltanto da pochi amici.
La sua ricerca è sempre volta a cogliere il nesso tra teologia e politica. In questo orizzonte si colloca il suo interesse per quelle correnti religiose dei primi secoli del cristianesimo – come l’apocalittica mandea, il manicheismo, e quindi la gnosi, di cui è stato uno dei più brillanti studiosi di questo secolo – con cui l’occidente cristiano ha fatto sommariamente i conti, tacciandole, fin dal loro sorgere, di eresia. A parte la tesi di dottorato, dal titolo Escatologia occidentale, Taubes non ha mai scritto un libro vero e proprio. Ha lasciato piuttosto che la forza del suo pensiero si esprimesse attraverso la parola viva, il discorso. Questo è ciò che rende ancor più preziosa la raccolta di scritti occasionali su Carl Schmitt qui pubblicati, che è anche il primo libro di Taubes tradotto in italiano.
Taubes, ebreo, non nasconde il problema del fascino che il nazismo esercitò su Schmitt (così come su Heidegger). Anzi, cerca di comprenderne le ragioni, proprio attraverso il confronto incessante con la sua opera. Il pensiero di Schmitt viene illuminato scoprendone la parentela con Max Weber da un lato, con Walter Benjamin dall’altro, e ponendolo nel contesto della “guerra civile mondiale” di questo secolo. Ma ogni pagina di questa raccolta è anche da intendere come una rilettura insolitamente proficua della controversa categoria schmittiana amico/nemico. È questa la sfida forse più bruciante per un intellettuale ebreo, e Taubes se ne mostra pienamente all’altezza.

Indice: Prefazione di Elettra Stimilli - Carl Schmitt. Un apocalittico della controrivoluzione - Lettera ad Armin Mohler - Quattro citazioni dalle lettere di C. Schmitt ad A. Mohler - Lettera a Carl Schmitt - Da una disputa intorno a Carl Schmitt - 1948-1978: Trent’anni di rifiuto - Nota editoriale di Peter Gente - Bibliografia

Recensioni 
Marina Valensise «Il Foglio» 02-04-1996
Manuela Alessio «Diorama» 30-09-1997
Bruno Accarino «La talpa de Il Manifesto» 18-04-1996
«Il Sole 24 ore» 25-02-1996
Alessandra Iadicicco «Il Foglio» 23-09-2006
 
Marina Valensise «Il Foglio» 02-04-1996
Jacob Taubes, In divergente accordo, 103 pp. Quodlibet, Lire 18.000

Un ebreo e un nazista che cos'hanno in comune, oltre il nazismo che elegge l'uno a nemico assoluto dell'altro? Più di quanto si possa immaginare, se si chiamano Jacob Taubes e Carl Schmitt.
Il primo (1923-1987), discendente d'una antica famiglia di rabbini, ha passato la sua vita a studiare la teologia e 1'ermeneutica in due continenti, prima di fondare una collana presso la prestigiosa casa editrice Suhrkamp, tempio in Germania della cultura di sinistra. Il secondo (1888-1980), cattolico, antisemita, studioso del diritto pubblico e personalità intellettuale di punta del Teizo Reich, è stato processato a Norimberga e ha vissuto il dopoguerra in una sorta di confino spirituale. Fra i due c'è stato un rapporto congelato, tenuto per trent'anni in sospeso, oltreché una segreta affinità, ispirata dall'ansia apocalittica di dare un senso alla storia dell'umanità e alla sua fine.
Tutto comincia all'inizio degli anni cinquanta a Gerusalemme, dove il giovane Jacob Taubes, borsista all'Università ebraica, cerca di consultare “La dottrina della Costituzione" di Schmitt e scopre che il libro era stato richiesto dal ministro della Giustizia, che lavorava alla Costituzione dello Stato d'Israele. Fatto troppo sorprendente per non dar spunto a una riflessione sull'intelligenzija nazista. "Carl Schmitt (insieme a Heidegger) - scrive Taubes nel 1912 all'amico Armin Mohler – è la potenza spirituale di gran lunga superiore a qualsiasi chiacchiera intellettuale. l...l Il fatto che entrambi, C.S. e M.H. abbiano accolto con soddisfazione la "rivoluzione" nazionalsocialista, che addirittura vi abbiano "preso parte" per me costituisce ancora un problema che non posso mettere a tacere con luoghi comuni come bassezza, porcheria e altre cose simili."
All'epoca, però, Jacob Taubes di Carl Schmitt ignorava la professione di antisemitismo al congresso dei giuristi tedeschi nel 1936: conosceva la "Teologia politica", aveva letto con emozione 1' "Ex Captivitate Salus", nobile resa dei conti con se stesso, e già s'interrogava sul futuro del diritto in un mondo che ha l'ateismo per destino.
Attraverso Ernst Jünger di cui Mohler è segretario, la sua lettera finisce nelle mani di Carl Schmitt, che la divulga subito con parole d'elogio per quell'ebreo che lo ha compreso meglio di chiunque altro, e al quale per anni invierà riconoscente i propri scritti con dedica.
Jacob Taubes li legge, li studia, ma non risponde.
Ebreo dichiarato sa trattenersi dalla condanna. Il suo silenzio durerà trent'anni, finché un giorno il figlio del popolo eletto non decide di andare a Plettenberg in visita al vecchio consigliere del Reich, per capire la cronologia della catastrofe.
Discussione tempestosa. Temi incandescenti: 1'antigiudaismo, costitutivo della chiesa cattolica, la quale esiste solo perché gli ebrei non credono nel Signore: t'antiliberalismo, altro problema di Carl Schmitt, "l'apocalittico della controrivoluzione" che accomuna la democrazia alla dittatura; infine la koiné ebraico-protestante della Germania di Weimar e il risentimento dei cattolici come Carl Schmitt e Martin Heidegger, che spiega la loro influenza durante il nazismo.
Vibra l'eco di quest'incontro impossibile nella raccolta di testimonianze consegnato da Taubes in punto di morte all'amico Peter Gente, editore berlinese. e presentate in italiano (a cura di Elettra Stimilli) da Quodlibet, un piccolo ma intelligente editore di Macerata.
Il dotto librino cita Eraclito nel titolo. "Palíntropos armoníe" e una massima dei "Proverbi" nel sottotitolo. "Sono leali le ferite inflitte dalla freccia di un amico"; densa lezione sulla reciproca fascinazione di due pensatori fatali, con i dilemmi dell'uomo moderno a traccheggiare drammaticamente sullo sfondo.
Manuela Alessio «Diorama» 30-09-1997
Jacob Taubes, In divergente accordo. Scritti su Carl Schmitt, Quodlibet, Macerata 1996, pagg. 103, lire 18.000.

Ecco un libro di piacevolissima e stimolante lettura da consigliare caldamente a tutti, a ogni tipo e categoria di lettori. Esso non è certo rivolto esclusivamente agli specialisti schmittiani, anzi. Da questo punto di vista risulterebbe forse troppo generico e frammentario. Ma è proprio qui che risiedono la sua forza e la sua qualità: nel proporre degli stimoli intellettuali, anche episodici e occasionali (un pensatore « occasionale », viene definito Taubes nella prefazione di Elettra Stimilli), destinati a scuotere molti tabù e ad infrangere non pochi luoghi comuni. In divergente accordo è innanzitutto una splendida e ardita prova di non-conformismo culturale.
Jacob Taubes (1923-1987), intellettuale ebreo nativo di Vienna, non si è mai cimentato, pur avendone la capacita e la possibilità, in ponderosi lavori accademici, ma ha sempre preferito liberare la sua brillante intelligenza in slanci di pensiero intensi e fulminei. Tant’è vero che dello stesso Carl Schmitt, cui è dedicata questa raccolta di brevi scritti, Taubes predilige espressamente la frammentarietà e l’occasionalità di Ex captivitate salus, pubblicato come confessione autobiografica nel 1950 (tr. it. Adelphi). Ma cos'è che ha spinto Taubes ad entrare in contatto con un personaggio come Carl Schmitt, notoriamente implicato con l’antisemitismo del regime hitleriano? Per prima cosa, proprio la sua carica anticonformista, la sua volontà di trasgredire un veto imposto a gran voce dal mondo accademico ufficiale. V’è oltretutto da dire che Taubes ha partecipato attivamente al movimento studentesco dal '68, schierandosi apertamente « contro I'Università degli ordinari ». Egli inoltre è sempre rimasto sordo alla « chiacchiera dei media », che spesso incensa come grandi saggi degli individui in realtà mediocri e gonfiati. Ma questa è forse la conseguenza, non la causa, che è invece ben più profonda e rivelatrice. Infatti, è proprio in quanto ebreo che Taubes ha indirizzato il suo interesse alla riflessione schmittiana. Essendo spinto da una volontà di comprensione, e non di demonizzazione, Jacob Taubes non ha mai considerato il contatto di Schmitt con il nazionalsocialismo hitleriano « come bassezza, porcheria, e altre cose simili ». Egli piuttosto ha sempre inteso il problema dell'attrazione esercitata dal nazionalsocialismo come « un problema di fascinazione. Comprendere tutto ciò mi affascina ». E quindi, per un paradosso del destino, è accaduto che lo sforzo di comprendere un fenomeno di fascinazione collettiva abbia finito con il coinvolgere lo stesso Taubes, fascinosamente attratto da ciò che gli appariva radicalmente opposto al suo modo di sentire e alla sua visione della vita.
Il piano scientifico e quello esistenziale vengono dunque a sovrapporsi fra loro, ed è questo che rende il volumetto così ricco di spunti e di suggestioni. Il titolo stesso, In divergente accordo, racchiude il senso di questo sorprendente contatto di un intellettuale ebreo, « per di più consapevolmente ebreo fin nelle radici », con la Rivoluzione conservatrice. Si, perché Taubes ha considerato il binomio Schmitt-Heidegger come « la potenza spirituale di gran lunga superiore a qualsiasi chiacchiera intellettuale ». Tale affermazione è contenuta nella lettera ad Armin Mohler dal 14 febbraio 1952, anch'essa riportata nel volume: in quel periodo, segretario di Ernst Jünger era proprio Mohler, autore dal compendio La Rivoluzione conservatrice in Germania (tr. it. Akropolis/La Roccia di Erec). « Lui era per così dire dell'estrema destra ed io dell'estrema sinistra. Les extrémes se touchent: in ogni caso avevamo la stessa opinione dal centro ». In divergente accordo, appunto... Ma quella che a tutta prima può apparire solo come una battuta di spirito particolarmente azzeccata, conferma in realtà la coincidenza che si ha in Taubes fra analisi scientifica e riflessione esistenziale. Nello scritto d'apertura dal volumetto, tratto da una conferenza tenuta a Berlino nel 1985 e intitolato Carl Schmitt. Un apocalittico della controrivoluzione, il contatto fra estremi è esemplificato dal fatto che sia Schmitt che Taubes possono essere definiti pensatori apocalittici, solo che, « anziché l’apocalittica della controrivoluzione », Taubes incarna « l’apocalittica della rivoluzione, naturalmente libera dalle illusioni dei marxisti messianici come Ernst Bloch e Walter Benjamin ». Marxismo e religione hanno infatti ben poco a che spartire fra loro: Schmitt e Taubes finiscono dunque con l’incontrarsi, anche se partono da luoghi diversi. « Carl Schmitt pensa da apocalittico, ma dall'alto, a partire dai poteri costituiti; io penso a partire dal basso »: Taubes sembra allora ritenere che in Schmitt il lato conservatore prevalga nettamente sul lato rivoluzionario, anche se la controrivoluzione di cui Schmitt si fa paladino non sbocca nei nostalgismi pre-moderni, ma si svolge tutta nell'ambito della modernità.
È del resto il legame del pensiero schmittiano con la concretezza della storia ad incontrare il consenso di Taubes, che concorda con il giurista di Plettenberg nella polemica contro Kelsen e « contro la dottrina pura del diritto » Certo, Schmitt, dopo aver compreso la direzione verso cui proseguiva la storia, non ha esitato a farsi coinvolgere in prima persona, ma questa è un’altra cosa rispetto all'insufficienza dimostrata dalla teoria kelseniana, che non è assolutamente riuscita a prevedere l’avvento del totalitarismo. Non a caso, viste le difficoltà in cui è involto il pensiero politico contemporaneo, le sfide lanciate dal pensiero schmittiano si rivelano molto più feconde e attuali. Ancora una volta è per un paradosso del destino che colui il quale ha pensato l’avvento del totalitarismo, finendovi egli stesso invischiato, può oggi porci meglio in guardia dal pericolo di imboccare il medesimo cammino. Basti pensare al problema della guerra. Chi, invece di indagarne schmittianamente i presupposti necessari, si limita a condannarla senza possibilità di appello, « non riesce affatto ad abolirla, piuttosto non fa altro che criminalizzarla, ed è per questo che oggi la guerra può essere fatta soltanto nelle forme peggiori ». Taubes esorta di nuovo alla comprensione piuttosto che alla demonizzazione e alla criminalizzazione, da cui non può scaturire che il peggio, favorendo anziché ostacolare i giochi di potere dei più forti.
Ma l’aspetto a prima vista più sorprendente della riflessione di Jacob Taubes è senz'altro il fatto che egli appoggia in toto la serrata polemica condotta da Schmitt nei confronti del liberalismo, polemica da cui si sente appunto affascinato. Nello scritto Da una disputa intorno a Carl Schmitt, nato da un confronto critico con Kurt Sontheimer svoltosi nel 1986 a Parigi, sono contenute, oltre alle considerazioni sulla guerra appena citate, alcune pregnanti osservazioni sul rapporto fra identità e liberalismo. Si scopre allora che l’ebreo Taubes si sente colpito nel vivo non solo dai nazionalsocialisti (che dell'antisemitismo facevano esplicitamente la loro bandiera ideologica), ma dagli stessi liberali, che incitano surrettiziamente ad un'operazione di annientamento più mascherata ma non meno distruttiva. Tant’è vero che il loro bersaglio non è solo l’identità ebraica, ma in modo a tutt’oggi particolarmente inquietante, l’identità tout court. Ma ascoltiamo Taubes: «Il nostro interesse è volto a sapere cosa accade nella nostra identità. In questo abbiamo ricevuto un pessimo trattamento dai liberali. Ci è stato detto: come essere umano senza dubbio vali come tutti gli altri, ma come ebreo devi rinunciare a lo stesso. Perciò affermo con cognizione di causa che un tedesco è tedesco, un ebreo è ebreo, e non semplicemente un tedesco di confessione mosaica; idiozia, questa, odiosa e indegna escogitata dal XIX secolo ».
L’antisemitismo nazionalsocialista, imperniato attorno alla crucialità dell'elemento razziale, si è estinto, ma ad essergli sopravvissuta è la volontà liberale di soffocare le identità, su cui a ben vedere si basano le stesse differenze. Da questo punto di vista, il nazionalsocialismo ha rappresentato un'estrema aberrazione del liberalismo, un tentativo mostruoso di compimento della secolarizzazione e di svuotamento della fede. Ciò dunque che oggi bisogna trovare la forza di contrastare è proprio, anche grazie agli insegnamenti schmittiani, l’agnosticismo liberale che, resuscitato dopo la catastrofe, minaccia, con un ingannevole aspetto di gigante dal volto buono, di proseguire l’opera di soffocamento delle identità e delle differenze.
Jacob Taubes. Ammiratore e nemico, un ebreo critico di Schmitt
Bruno Accarino «La talpa de Il Manifesto» 18-04-1996
Si può essere apocalittici dal basso e dall'alto. Chi lo è dall'alto, come Carl Schmitt, legge un passo oscuro della seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi per ricostruire il modo in cui il regno cristiano riesce ad arrestare l'apparizione dell'Anticristo e la fine dell'«eone» presente: il potere storico che introduce all'impero cristiano si presenta come forza qui tenet, che trattiene o frena. Chi è apocalittico dal basso, come Jacob Taubes, scarta i «poteri costituiti» e piega l'esperienza del tempo e della storia alla tensione messianica.
Eppure il senso del tempo, dell'eschaton in senso stretto, accomuna entrambi. Questo libretto - In divergente accordo. Scritti su Carl Schmitt, a cura di E. Stimilli, Quodlibet, pp. 100, £. 18.000 - nasce sotto stupore di Taubes, esponente di primo rango dell'ebraismo tedesco, di trovarsi «in divergente accordo» (il titolo allude alla «contrastante armonia» di Eraclito) con Schmitt, il giurista autore di pronunciamenti antisemiti e fiancheggiatore raffinato ma non occasionale del regime nazista.
Eppure i brevi interventi di Taubes rigorosamente non rivisti per la pubblicazione, secondo uno stile di lavoro che privilegiò sempre la comunicazione orale, quasi ad espiare la colpa di un lavoro giovanile di impronta sistematica di cui dirò poi - sono, a ben vedere, sufficientemente severi: l'apocalittico della controrivoluzione. Carl Schmitt, viene intanto fotografato nella sua frequentazione fortemente orientata di un filone di pensiero arciconservatore sintetizzato nell'opera di un Donoso Cortès o di un Joseph de Maistre, e in secondo luogo fatto oggetto di una precisa chiamata di correità per il convertirsi della teologia della controrivoluzione nell'ideologia di un nuovo conservatorismo accademico, «che l'istituzione dell'ebraismo conservatore propagava in tutta l'America» (Taubes). Come a dire: Carl Schmitt a New York.
L’incontro di Taubes con l'escatologia data dal 1947, anno di pubblicazione di quella Abendländische ESchatologie (Escatologia occidentale) che rimase del tutto sconosciuta, certamente anche per la soffocante sovrapposizione dell'assai cursoria ricostruzione di Karl Löwith dal titolo Meaning in History ('49). Era lì che compariva, nelle prime pagine, un paragrafo su «Israele come luogo della rivoluzione», mentre da Daniele a Giovanni, dalla vita di Gesù alla dissoluzione del mondo antico in Paolo, dalla profezia gioachimita alla teologia della rivoluzione di Thomas Münzer - poi preziosamente ricostruita in una monografia di Ernst Bloch - venivano prendendo forma temi che oggi ci sembrano familiari. ma che allora vedevano il ventiquattrenne "Taubes privo di sponde e appigli nella cultura europea.
È anche possibile, a onor del vero, che mettendo a punto, in quella prima opera, uno schema di lettura della filosofia moderna della storia - da Kant a Hegel, da Marx a Kierkegaard - come incessante rielaborazione del tema escatologico, Taubes accreditasse un'idea della transizione dall'escatologia cristiana alla filosofia laica del progresso come d'un passaggio di consegne senza apprezzabili alterazioni - il che si è espresso in seguito, indipendentemente dall'incolpevole e pochissimo letto Taubes, qualche schematismo contro cui è sceso in campo Hans Blumenberg. Nella biografia di Taubes un ritorno ponderato su quell'esperienza giovanile è dato, a più di trent'anni di distanza, dai tre volumi collettanei (l'ultimo è apparso postumo) da lui curati e dedicati rispettivamente al dio mortale Leviatano, al rapporto tra gnosi e politica e alla teocrazia.
Che Cosa impedì a Taubes di liquidare Carl Schmitt come uno dei tanti episodi di ubriacatura antisemita dell'intellettualità tedesca? Curiosità? Gusto del rischio? No: è l'imprescindibilità della teologia politica. Non è stato Spinoza (il «primo ebreo liberale»: così Schmitt nel 1938) a scoprire il punto di frattura dello stato moderno: è stato Paolo, quel Paolo al quale Taubes è ritornato, alla fine della sua vita, in un ciclo di conferenze heidelberghesi poi raccolte in Die Theologie des Paulus (1994), che contiene anche un intervento su Carl Schmitt e Karl Barth, «gli zelòti dell'assoluto e della decisione». È a partire da Paolo che si distingue, per il politico, tra un dentro e un fuori. «Senza questa distinzione siamo abbandonati alla mercé dei troni e dei poteri costituiti, che in un cosmo 'monistico' non conoscono un aldilà». È allora che la macchina dello stato si rivela essere «un fragile equilibrio tra un dentro e un fuori, mortale e dunque sempre fallibile».
La verità è che Schmitt ha caparbiamente cercato l'impuro ed e su questo terreno che si è delineata l'altrimenti impossibile convergenza con Taubes. C'è una pagina irridente e divertita di Taubes sulla gigantomachia che si combatte attorno alla parola «puro» («chi l'ha lavata?»), una pagina che diventa molto seria quando tra i portabandiera della «purezza» viene convocato Kelsen, la cui dottrina del diritto ha dovuto ignorare ciò con cui Schmitt ha esordito: lo stato di eccezione. La scarnificazione liberale del diritto trova alimento in un positivismo ignaro di ogni asprezza, esorcistico nei confronti della violenza, impreparato alla contingenza. Naturalmente il liberismo cade anche sotto i colpi della sinistra radicale, ma intanto è stato Schmitt a capire, in Germania, che si preparava una guerra civile su scala mondiale. «Sarebbe potuto diventare leninista, ma ha avuto la stoffa dell'unico antileninista di rilievo».
Forse non si rende giustizia a questo libretto se gli si affidano ambizioni teoriche e stringenze argomentative esorbitanti, che vanno chieste semmai ad altri lavori di Taubes. Il quale voleva intanto, e c'è riuscito brillantemente, rendere conto dell'assurdità nella quale, finita la guerra, si trovano parecchi studiosi tedeschi magari reduci da esperienze di lavoro universitario e di ricerca in paesi che li hanno ospitati a lungo dopo il 1933. Le fila del dialogo sono spezzate, la presenza della Ddr non contribuisce certo a rasserenare gli animi e le menti, la diffidenza è forte e diffusa, la fobia del contatto una misura elementare di profilassi nei confronti di chi non possa esibire una biografia politica insospettabile di collusioni. Sarà per questo che il più spregiudicato fu un russo naturalizzato francese: il quasi mitico autore delle lezioni parigine su Hegel negli anni '30, Alexandre Kojève, di ritorno da Pechino nel 1967 annuncia semplicemente a Taubes che andrà a trovare Schmitt nel suo esilio volontario di Plettenberg - è 1'unico con il quale valga la pena interloquire.
Gli interventi di Taubes non sono un omaggio alla figura di Carl Schmitt, che non ne aveva bisogno (i suoi allievi a distanza si annoverano anche nella scuola di Francoforte) e al quale, sotto sotto, poco o nulla perdonano sul versante teorico: sono semmai un atto di accusa contro la lentezza di riflessi di un pensiero democratico e di sinistra che, pur traumatizzato dall'esperienza totalitaria e dalla guerra, non avrebbe dovuto concedere anche alle versioni più deboli del liberalismo di vivacchiare e di sopravvivere al di là della loro capacità effettiva di proporre soluzioni della crisi europea.
Anti-Liberali. Schmitt e il rabbino
«Il Sole 24 ore» 25-02-1996
Quale legame può unire un rabbino, nato a Vienna nel 1923 «da un antichissima famiglia di rabbini», e il cattolico antisemita Carl Schmitt, teorico dello «stato d’ eccezione» e della categoria amico/nemico come archetipo della politica, presidente dei giuristi nazionalsocialisti? Perché uno studioso di escatologia ebraica ha approvato, poco prima di morire, la proposta del suo editore tedesco di raccogliere i suoi scritti dedicati a Schimitt, compresa un’unica lettera, e ha scelto come titolo In divergente accordo? La risposta è in un libretto uscito in Germania nel 1987 (prima, si badi, del crollo del comunismo) e solo ora in italiano. Un libro inquietante, perché l’accordo dell’autore con l’uomo che definisce, con l’approvazione del destinatario (nel loro unico colloquio, in casa di Schmitt), «un'incarnazione del Grande Inquisitore di Dostoevskij» sta nella comune avversione per «la modernità liberale, sia come forma di vita che come forma di scienza». Sono entrambi «apocalittici»: da una prospettiva rivoluzionaria l’intellettuale ebreo Jacob Taubes, da una prospettiva controrivoluzionaria il giurista tedesco. Un libretto rischioso, in bilico tra ammirazione intellettuale e apologia. Come quando alla domanda se Schmitt fosse antisemita Taubes risponde seccamente: «È la Chiesa a essere antigiudaica e antisemita». (Andrea Casalegno).
Jacob Taubes, «In divergente accordo. Scritti su Carl Schmitt», a cura di Elettra Stimilli, Quodlibet, Macerata 1996, pagg. 104, L 18.000.
Michaux e gli abissi della conoscenza
Alessandra Iadicicco «Il Foglio» 23-09-2006
I paradisi invecchiano e le droghe annoiano,o anche viceversa. In tutti i casi non era, quello di Henri Michaux (1899-1984), il tempo dei paradisi artificiali, che Charles Baudelaire già traduceva e rimasticava dall’oppiomane Thomas De Quincey. Meglio cambiare aria e, fuori dalle fumerie, cercare altra roba: di prima scelta e di prima mano.
“Le droghe ci annoiano col loro paradiso”, scriveva il belga, irrequieto e intossicato “viaggiatore controvento” – che alla bisogna, e a scanso di astinenze, poteva spiccare il volo anche restando fermo – avviando il diario delle esplorazioni allucinogene compiute per un decennio dagli anni Cinquanta del XX secolo. E così lo datava: “Il nostro non è un secolo da paradisi”. Meglio sondare gli abissi dell’inferno allora. Preferire l’ebbrezza della conoscenza e dei suoi frutti all’estasi paradisiaca che, pur sempre terrestre, rotta dai morsi del serpente e della mela, era comunque destinata a durar poco. Alla caduta Michaux puntava dal principio. “Ogni droga modifica i vostri sostegni”, scriveva: quelli offerti “a voi dai vostri sensi” e “quelli costituiti per i vostri sensi dal mondo”. Era il suo punto di forza: rinunciare a ogni punto di leva. “Farsi cadere”. Sulla spinta della mescalina “fatta per demistificare”, per sfatare mistificazioni e accessi mistici. O sull’ala dell’Lsd. Sui campi di canapa indiana. O sul terreno della psilocibina tolta al fungo che l’indiano del Messico chiamava “teonanacatl”, “carne di Dio”, e che “Conduce là dove c’è Dio”, prometteva.
Ma già dal primo boccone faceva vacillare cosicché, per prima cosa, “in genere si lascia cadere la matita”. Poi però la matita Michuax la raccoglieva di nuovo, ci si teneva aggrappato per far presa sull’insorgere del pensiero nel punto limite dove “non è più possibile appoggiarvisi”. Prova ne è il libro che, uscito nel 1961, gli valse la fama tra hippies, lotofagi e figli dei fiori. Ovvio che il testo poteva – e doveva - dare adito a mille fraintendimenti.
Composto com’è da “tennis di sinonimi”, “tapis roulant” di sillogismi impazziti e ragionamenti
concatenati che girano a vuoto senza portare da nessuna parte. Di incursioni dietro le parole, fughe dal tempo, furti o smarrimenti delle idee: “Dove le avranno messe?”. Il trip tossico, l’escursione allucinogena non fu perciò, evidentemente, per Michaux un pretesto per ritrovarle o per inventarne.
Né l’esperimento con le droghe fu per lo scrittore, poeta e pittore (solo) un espediente di laboratorio per stimolare l’inspirazione: insufflata nel naso con le polverine. Fu piuttosto un lungo viaggio di ricognizione nelle zone occulte, insondabili, infernali del pensiero. Accessibili a chi, con il proprio pensiero, smette “di essere collegato”, “di orientarcisi”.
Rivelate, senza estasi, epifanie o miracoli, nel gabinetto del diavolo dove l’osservatore guarda tutto dal punto di vista della cavia.
1996
Quodlibet
120x180
ISBN 9788886570091
pp. 108
€ 9,30 (sconto 15%)
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