Junkspace
Junkspace
Per un ripensamento radicale dello spazio urbano
A cura di Gabriele Mastrigli
Traduzione di Filippo De Pieri

I tre scritti di Rem Koolhaas, qui riuniti insieme dall’autore su richiesta dell’editore italiano, sono da leggere come il seguito ideale di Delirious New York (1978), l’ormai «classico» manifesto retroattivo per la città di Manhattan. Essi ci offrono una nitida visione delle forze ingovernabili che regolano lo spazio nelle nostre città e che si condensano nel titolo del volume e dell’ultimo, più recente saggio in esso è contenuto: Junkspace, «spazio spazzatura» (2001) – cui preludono due scritti della metà degli anni ’90: Bigness ovvero il problema della Grande Dimensione e La Città Generica.
Il rapporto fra storia e identità (fra «destino e carattere», direbbe Benjamin) è qui smascherato crudelmente: «L’identità concepita come questo modo di condividere il passato è un’affermazione perdente: non solo in un modello stabile di continua espansione demografica c’è proporzionalmente sempre meno da condividere, ma la storia stessa possiede una emivita odiosa: più se ne abusa meno si fa significativa, finché i suoi vantaggi depauperati diventano dannosi. Questo assottigliamento viene esasperato dalla massa in costante crescita di turisti, una valanga che, alla ricerca perpetua del “carattere”, macina identità di successo fino a ridurle in polvere senza significato». E la risposta a tutto questo non può essere l’ormai usurato concetto di «non-luogo», ma qualcosa di più vasto. Junkspace è una nuova categoria del pensiero (nuova come il «Terzo paesaggio» di Gilles Clément) che Koolhaas, maestro di similitudini, introduce con lirico cinismo per aprirci gli occhi sullo spazio in cui viviamo, e forse sullo spazio in generale.

Noi pensiamo che il Junkspace sia un’aberrazione, una soluzione provvisoria, ma è un errore. Il Junkspace è la realtà. Lo ha elaborato il Ventesimo secolo, e il prossimo secolo ne sarà l’apoteosi.

Indice: Bigness, ovvero il problema della Grande Dimensione - La città generica - Junkspace - Nota ai testi - Postfazione di Gabriele Mastrigli


Recensioni 
Camillo Langone «Il Foglio» 25-01-2007
Marco Filoni «Il Riformista» 17-01-2007
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 16-01-2007
Philippe Daverio «Avvenire» 15-06-2008
«» 29-06-2016
Angela Vettese «Il Sole 24 Ore» 03-12-2006
Francesco Merlo «La Repubblica» 09-12-2006
Toni Negri «Alias de Il Manifesto» 27-10-2007
 
Preghiera
Camillo Langone «Il Foglio» 25-01-2007
Gli architetti contemporanei si dividono in due categorie: quelli che fanno il male fingendo di fare il bene e quelli che invece ostentano la natura antiumana del proprio operato.
Rem Koolhaas, autore di "Junkspace" (Quodlibet), è il guru dei cattivisti. Il titolo è un programma: spazio-spazzatura per uomini-spazzatura. Sia dato a Koolhaas, olandese e architetto e perciò due volte nichilista, il rispetto dovuto a un nemico leale. (Mentre Botta e Gregotti e Piano ancora si atteggiano a progettisti democratici, Koolhaas svela il nucleo nero dello sporco mestiere: "Fare in modo che il mondo accetti visioni che esso non vuole, costruendole").
Junkspace, come abitare e pensare lo spazio-spazzatura
Marco Filoni «Il Riformista» 17-01-2007
Rem Koolhaas viene tacciato di conservatorismo a sinistra solo perché invita a non opporsi alla modernità ma a sfruttarne il dinamismo e a recuperare le zone considerate morte. Le sue opere invitano a sottrarsi al logorio passivo dei consumi.
Un'idea chiara di come si vorrebbe il mondo. Ovvero l'architettura. O, meglio, un modo di intendere l'architettura. Di questa si può discutere fondamentalmente in due modi, come ricordava spesso un grande maestro come Giancarlo De Carlo: o come se fosse un'attività autonoma che si definisce da sola, attraverso quel che produce con gli strumenti della sua propria specializzazione (quindi i suoi oggetti: gli edifici e le opere); oppure come fosse un sistema di comunicazione e di espressione che si può decifrare soltanto se si conosce il contesto in cui sono emessi e ricevuti i messaggi (quindi i processi di interrelazione con le vicende umane). Entrambi i metodi, se di metodo si può parlare, forniscono indicazioni importanti. Ma il secondo porta più lontano. Lo sa bene Reni Koolhaas, che da anni non si limita a praticare l'architettura in senso stretto - nonostante le sue opere siano considerate, a ragione, fra le più stimolanti del recente panorama architettonico. Giusto per avere un'idea, basti dire che ha firmato il Netherlands Dance Theatre dell'Aja; la biblioteca pubblica di Seattle; il rinnovamento architettonico di Lille con il Grand Palais e l’avveniristico Euralille, che comprende la stazione del Tgv sulla linea che unisce Parigi e Bruxelles a Londra; e poi l’ambasciata olandese a Berlino, l’Auditorium di Porto,il Kunsthal di Rotterdam, il gigantesco complesso residenziale di Fukuoka in Giappone. gli studios della Universal a Los Angeles, il negozio Prada a New York (che in qualche modo ha rivoluzionato il concetto stesso di shopping). Per non parlare poi del colossale quartier generale della televisione cinese a Pechino, o il Campus di Chicago realizzato sui disegni di Mies van der Rohe (un'ottima guida alla scoperta delle sue opere è Rem Koolliaas/Oma di Roberto Gargiani, da poco in libreria per Laterza). Insomma, un protagonista, un simbolo degli ultimi vent'anni architettonici celebrato come una vera e propria star viatico del passaggio millenario coronato con il prestigioso Premio Pritzker, il "nobel" dell'architettura ricevuto nel 2000.
Ma Koolhaas non è solo questo. Fra un edificio e l'altro, ha trovato il tempo per imporsi come acutissimo teorico, visionario e al tempo stesso concreto, famoso per le sue idee radicali e poco convenzionali. Con i suoi scritti non manca occasione per essere all'altezza della propria fama. L'aveva fatto nel 1978 con Delirious New York, il «manifesto retroattivo» di Manhattan che rivoluzionò la lettura della metropoli contemporanea (in italiano da Electa). Lo fa nuovamente oggi con quell'immaginazione fervida e innovativa che lo contraddistingue - e che non smette di irritare molti suoi colleghi – con un piccolo, denso e brillantissimo volumetto, dal titolo Junkspace inedito, per la prima volta mandato in libreria da Quodlibet a cura di Gabriele Mastrigli, il quale appone un’ottima ed esauriente  postfazione. Per molti sarà un pugno nello stomaco – dolorante come nel Ventre dell’architetto di Peter Greenaway- almeno a vedere le prime risentite reazioni. Come quella di Massimo Ilardi su Liberazione, che lo bolla come conservatore anche un po' reazionario, «profondamente antipolitico e per nulla radicale», «garante dello status quo ... che ne fa una sorta di cospiratore in favore dell'ordine costituito». O anche Francesco Merlo su Repubblica, il quale pur riconoscendo che si tratta di un bel libro, lo descrive piuttosto cupamente come una resa tragicista di fronte alla modernità che avanza («Povero Koolhaas, forse fa una brutta vita»). Indubbiamente i tre saggi raccolti sono tanto provocatori quanto efficaci. Come efficace è il sottotitolo del volume: «Per un ripensamento radicale dello spazio urbano». Ciò che Koolhaas sembra voler proporre è un serrato confronto con l'architettura e le sue possibilità - che vengono contemplate, colte e analizzate a partire dalla realtà attuale. I tre scritti su La città generica, Bigness e Junkrpace sono le tappe di un percorso: oggi l'architettura, concepita come gerarchia degli spazi, composizione, tipologia e integrità materiale o artistica, è fagocitata dallo junkspace, ossia dallo spazio-spazzatura composto da quella roba «assolutamente caotica e paurosamente asettica» che è generata nel mondo dalle attività commerciali e le sue dinamiche.
Ma questo non significa una resa alla situazione-spazzatura, tantomeno una mancanza di idee e proposte capaci di intervenire sullo status quo. Basta leggere lo stesso Koolhaas che qualche anno fa in un’intervista ha dichiarato di occuparsi dello junkspace «perché in una società come la nostra, dobbiamo viverci. Si tratta di spazi che subiscono continue trasformazioni. Debbono modificarsi senza sosta, perché le loro funzioni e le loro esigenze cambiano. Capirne l'evoluzione è una delle sfide che dobbiamo raccogliere. II nostro mondo non è statico. È spinto da un dinamismo perenne che rimette tutto in discussione. Nel bene e nel male, possiamo imparare tante cose dagli spazi-spazzatura E rendere gli altri molto più vivi». Bisogna saper "leggere" la realtà nella quale viviamo, lo spazio nel quale trascorriamo le nostre esistenze. È quello che fa l'architetto olandese: non si limita a costruire, ma "abita" e "pensa" componendo così l'esortazione del famoso saggio Costruire, abitare,pensare di Martin Heidegger. Carto, vi è un paradosso evidente nello spazio-spazzatura: gli spazi delle nostre città sono stati creati dal consumo delle merci e a loro volta sono consumati da questo stesso consumo. Bisogna però esserne coscienti - cosa affatto scontata. Solo così gli spazi, minacciati dallo loro solennità, potranno esser salvati dalla loro stessa arguzia (e lo stesso può dirsi degli scritti di Koolhaas). E per capirlo, basterà l'aneddoto che riguarda lo shopping center Prada a New York: uno spazio grandioso, nel quale i prodotti sono nascosti e mimetizzati, abiti e accessori posti in gabbie sospese che scorrono su rotaie pronte a scomparire all'occorrenza per far diventare uno spazio commerciale anche pubblico, nel quale la parte bassa si trasforma in palco per eventi e i piani di esposizione diventato sedili per un pubblico raccolto come a teatro. Un design che evoca romanità, il teatro e la basilica, con schermi nei quali scorrono sequenze dei capolavori del cinema italiano. E quando Koolhaas è stato chiamato all'inaugurazione di quanto aveva progettato e gli hanno chiesto di definire l'elemento architettonico più importante dell'intera opera, la sua risposta è stata: «La carta da parati».
La spazzatura dell'architetto
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 16-01-2007

Svetta col suo metro e novanta di statura, tra gli eroi che Time Europe, per festeggiare i 60 anni dell’esportazione del magazine dagli Usa e le edizioni 1946-2006 uscite in Europa Medio Oriente e Africa, ha celebrato come i protagonisti dell’ultimo mezzo secolo. Salta subito all’occhio, tra le  teste dei Beatles e di Maria Callas, di Pablo Ricasso e Salvador Dalì, di Juan Carlos e Mahfouz, il profilo puntuto di Rem Koolhaas. Che, annunciato dalla durezza gutturale del cognome olandese e dalle evocazioni oniriche, visionarie del nome quasi acronimo - Rem, «Rapid Eye Movement» è, lo sanno tutti, la fase più profonda e più agitata del sonno: quella in cui si sospende senza remore  l’incredulità ai sogni - mantiene sulla scena le promesse della sua carta di presentazione. Sulla ribalta dei divi e delle divine da una sessantina d’anni (li ha compiuti non da molto, lui che è nato a Rotterdam nel 1944), è qualcosa di più di un architetto, se si tiene conto del suo debutto spettacolare e di grande effetto mediatico. Giornalista, esordì come collaboratore dello Haagse  Post, quotidiano della destra liberale. Figlio d’arte (il padre è scrittore, critico teatrale, direttore di una scuola di cinema), è stato sceneggiatore in Olanda e a Hollywood. Vecchio giovanotto dal vago fascino esotico (sarà per via della sua infanzia in Indonesia?), sul set si è fatto notare anche da Uma Thurman e c’è chi ancora mormora della loro love story.  Ma è soprattutto nella sua specialità che - specializzatosi all’Architecture Association School di Londra e all’Institute for Architecture and Urban Studies di New York - si distingue come un eroe. E anche qualcosa di più: «un architetto-filosofo-artista che ha ampliato e continua a ampliare la nostra concezione di città e di civiltà», lo ha definito il direttore del Pritzker Architecture Prize  conferitogli nel 2000. Architetto, artista e filosofo. Il Koolhaas progettista creativo infatti ha messo la firma su sogni realizzati come il Netherlands Dance Theatre («tra i primi edifici del XX secolo») e il gigantesco complesso residenziale di Fukuoka in Giappone, su Euralille ’96 (sorto all’uscita del tunnel del Tgv  sullo snodo cruciale della  linea Parigi-Londra) e sugli studios della Universal a Los Angeles, sui negozi di Miuccia Prada a New York e sulla sede smisurata della tv cinese a Pechino, sulla risistemazione degli ex-mercati generali di Roma e sul Campus Centre dell’Illinois Institute of Technology a Chicago di cui Mies van der Rohe disegnò i primi edifici. Il pensatore visionario poi,  teoreta geniale e intuitivo, ha firmato in passato, con Delirious New York (1978, Electa 2001), «Un manifesto retroattivo per Manhattan» che è un classico dell’architettura e della società moderna. Nuovissimo, e assolutamente inedito in questa forma, è invece il suo Junkspace (Quodlibet, 13,50 euro, poco più di 100 pagine tradotte da Filippo De Pieri e presentate da Gabriele Mastrigli). È un  piccolo, tostissimo capolavoro. Denso, stringato e compatto quanto è duro, scandaloso e di immediato, vistosissimo impatto: almeno a giudicare dalle reazioni piccate manifestate di recente da Francesco Merlo su La Repubblica («Povero Koolhaas, forse fa una brutta vita») e da Massimo Ilardi su Liberazione (non è «per nulla radicale», è «una specie di cospiratore in favore dello status  quo»). E per la prima volta riunisce i tre scritti su La città generica (del 1994) cresciuta inarrestabilmente fino alle proporzioni della Bigness (1995) divorando in un processo irresistibile e autoalimentato il proprio Junkspace (2001). Tradurre con Grandezza e Spazio spazzatura i titoli originali su cui Koolhaas ha messo il conio e il  simbolo © del copy-right, suona «generico» come la città che, abnorme e gremita di rifiuti a tre dimensioni, si vede scoppiata e spogliata di identità. Meglio allora cedere, almeno di rimbalzo, al fuoco di fila delle definizioni con cui Koolhaas spara a raffica e a zero (senza ammettere dubbi né repliche) sui «residui che l’umanità lascia sul pianeta». Sui «prodotti costruiti della  modernizzazione». Sul «coagulo», le «ricadute», i «depositi», i «rigurgiti». Lucidamente pianificati, brillantemente progettati uno per uno dalla ratio intraprendente e dall’intelligenza costruttiva. Eppure accumulati senza ordine, né disegno, a invadere tutta la scena terrestre. «Il Junkspace è il prodotto dell’incontro fra la scala mobile e l’aria condizionata concepito in  un’incubatrice di carton gesso». È «una colossale coperta di Linus che ricopre la Terra in una paralizzante stretta di attenzione». È «un ininterrotto patchwork, perennemente disarticolato» che cuce assieme «un'iconografia per il 13 per cento romana, per l’8 per cento Bauhaus, per il 7 per cento Disney, per il 3 per cento Art Nouveau seguito a poca distanza dai Maya». È «una ragnatela senza il ragno», ha la «geometria fortuita» di «un fiocco di neve». È, insomma, cascame organico - ma non biodegradabile - disperso nell’ambiente edificato di pattume. Chiaro che, di fronte a uno spettacolo simile, all’architetto operativo, iperattivo e disincantato che ha lasciato tracce nelle città d’America, Europa e Asia sapendo di non poterne che ingombrare lo  spazio di spazzatura, non restava che una sola mossa da fare «Per un ripensamento radicale dello spazio urbano», come sottotitola il suo Junkspace - sfuggito ormai del tutto alla disponibilità e alle disposizioni dei soggetti. Mettere mano alla mitraglia e ricomporre i frantumi della modernità e le rovine dell’umanismo crollate coi castelli in aria dell’architettura in una prosa illuminante ed  esplosiva.
Junk space: la città spazzatura che cancella la misura umana dello spazio
Philippe Daverio «Avvenire» 15-06-2008
In uno dei suoi ultimi scritti l’architetto e teorico olandese Rem Koolhaas (edizioni Quodlibet, Macerata) affronta una nuova teoria della città tentando di definire gli spazi oggi in costruzione e definendoli junk space.

Si tratta di una concezione dello spazio-spazzatura-informe privo di qualità architettoniche ma carico di utilità economiche: è dilatabile all’infinito, non ha quindi determinazione formale propria. Può questo spazio allargarsi secondo le richieste e assumere carattere di volta involta diverso. Ne è esempio sintomatico il sistema dei grandi centri commerciali dove si può incontrare il ristorante messicano accanto alla gastronomia tedesca dei würstel prima del commerciante di occhiali che precede quello di vestiti sportivi per il viaggio nel deserto.

Un mondo popolato da acquirenti ma anche da puri passeggiatori che si siedono al caffè Napoli per leggere il giornale. Di notte tutto si svuota, arriva un’altra umanità per le pulizie, la rimessa in ordine delle merci e la mutazione dei decori. All’indomani il ristorante messicano può essere sostituito da una libreria specializzata in giardinaggio inglese. Ovviamente è cambiato con la medesima celerità il decoro corrispondente.

Tutto si svolge nell’astrazione d’una aria condizionata perenne che nega stagioni e mutazioni del bello o cattivo tempo. Un mondo irreale totalmente reale. Questo sarebbe il destino verso il quale corre la parte principale dell’umanità, visto che dall’inizio del nostro glorioso nuovo secolo oltre il 51% degli esseri umani vive in città. Questo corrisponderebbe alla crescita delle città nuove, da quelle che sorgono come funghi in Cina a tutte le altre che un globo terrestre in costante evoluzione e crescita demografica si trova costretto a progettare, ivi comprese le favelas che sarebbero junk space primordiale sia per la loro schifezza che per la loro infinita dilatabilità. La teoria sarebbe affascinante se non si fondasse su un equivoco e cioè che la parola città non ha affatto un significato unico. Siena è una città in tutti sensi della parola anche se i suoi abitanti sono in numero pari a quelli d’un solo block di Shanghai. Alcuni paesoni della nostra penisola hanno cambiato la carta da lettere dell’amministrazione comunale per chiamarsi «Città di...» (riempire i puntini a scelta) anche se il loro numero di abitanti è quello d’un grattacielo di Bombay. Solo gli abitanti di Tarquinia, una delle città dove nacque la civiltà del mondo, resistono e dicono tuttora, quando vanno in centro, «vado in paese». È proprio lì che sta la differenza. Le vecchie città d’Europa appartengono a un caso diverso poiché hanno i centri storici nei quali, strato dopo strato, recupero dopo catastrofe, s´è accumulata lo loro storia. Se sono diventate così rapidamente brutte, il fenomeno è dovuto alla crescita incontrollata delle periferie dove una qualità costruttiva rapida e sconclusionata ha cancellato la secolare passione per l’architettura. Probabilmente non vi erano altre strade percorribili in un paese che è passato in un secolo da circa 20 milioni di abitanti al triplo. Occorreva trovare un tetto e al più presto. Ma non è questo junk space, è solo un errore di percorso che va rimediato con una vastissima operazione di chirurgia plastica, forse il destino massimo dei futuri nostri lavori pubblici, forse la fortuna d’una industria edilizia tuttora trainante dell’economia. Tutto il mondo non è affatto uguale e condannato al medesimo destino. Si possono immaginare laboratori alternativi alla visione apocalittica di Koolhaas e rimettersi a pensare che l’architettura è una delle nostre pratiche linguistiche naturali, a condizione beninteso di capire di cosa si tratta. Il junk space si costruisce con una unica attenzione, quella rivolta all’ammortamento finanziario dell’investimento. Ammortizzata la spesa, si demolisce. L’architettura è quell’altra cosa, quella nella quale si spende di più di quanto non chieda la mera utilità perché ci si illude comunque d´una certa sua propensione all’eternità.
«» 29-06-2016
Koolhaas per la mescolanza
Angela Vettese «Il Sole 24 Ore» 03-12-2006
Siamo dentro alla spazzatura. Viviamo letteralmente in un Junkspace che non ha pietà né di noi, né delle cose che crederemmo importanti. La Quodlibet mette finalmente insieme la traduzione di tre saggi di Rem Koolhaas, gran maestro dell'architettura recente, che succedono il suo famoso Delirious New York.
La sua prosa appassionata contrasta con alte dosi di disincanto, mentre ci presenta tre delle categorie che ritiene essenziali per leggere il mondo presente: la bigness, anzitutto, la tendenza all'enorme che tocca la città-quella vera è passata da due a decine di milioni di abitanti-così come gli edifici, la cui pelle è troppo lontana dal centro per rivelare cosa succede all'interno di un edificio; poi la Città Generica, ovvero quella che non ha più alcun preciso riferimento al luogo dì nascita territoriale e che trascina in questa sua in-definizione anche coloro che vi abitano; infine, appunto, il Junkspace. Non è un posto senza identità, ma un assetto in cui tutti viviamo: di vocazione è postmoderno, perché capace di raccattare ogni stile e di consolarci con operazioni nostalgiche: «Rípristinare, riarrangiare, riassemblare, rimettere a nuovo, rinnovare, rivedere, ricuperare» anche attraverso questi ganci verso il passato il Junkspace tende a essere promiscuo, repressivo e diremmo anche tradizionalista.
In quest'ottica anche l'arte contemporanea prende i suoi calci in bocca. Koolhaas l'ha così amata da essere stato uno dei più insistenti fautori della sua mescolanza con l'architettura - come non ricordare il suo allestimento alla Documenta X (1997) con pasticche colorate tra cui fluttuavano scolapasta e secchi? Eppure in questo spazio indefinito fatto dei nostri rifiuti, buono per tutti e acre con ciascuno, l'arte serve per dare un'aura artificiale alla vita: «I musei sono Junkspace bigotto... monasteri gonfiati fino a raggiungere la scala del centro commerciale.... nessun cimitero oserebbe ricomporre i cadaveri in nome dell'opportunità del momento», come accade nelle stanze tematiche della Tate Modern. Le cose vanno ancora peggio per la cosiddetta arte pubblica, foglia di fico dello spirito comunitario che ama colpevolmente i cosiddetti "spazi residuali", cioè quelli in cui nessuno è disposto ad amarla o anche solo a capirla.
 Gli strali volano ancora verso un'architettura matrigna, campo in cui «una mancanza di maestri non ha impedito una proliferazione di capolavori». E il capolavoro oggi è parte di una categoria la cui missione è intimidire e negare il giudizio; tra una piega spettacolare e una cascata di vetri disfunzionale.
Bigness, Città Generica, Junkspace sono allora nozioni che ci introducono a un futuro prevalentemente urbano, centrato sul controllo e sul commercio ma capace di far credere a chi vi abita distare in un labirinto libero. Profezia o troppo catastrofismo?
Gli incubi dello "spaziospazzatura"
Francesco Merlo «La Repubblica» 09-12-2006

Ho viaggiato da Parigi a Londra 1eggendo Junkspace, elegante libretto del famoso architetto Rem Koolhaas. Pensavo di usarlo per orientarmi appunto nello Spaziospazzatura che, secondo lui, è la somma complessiva di tutto quello che noi moderni abbiamo costruito, un mondo «senza autore e tuttavia sorprendentemente autoritario». Ma già passando da un aeroporto all'altro comincio ad avere i primi dubbi: mi convince l'idea che mi trovo «in una ragnatela senza ragno» ma non mi sento «dentro il ventre del Grande Fratello». E invano cerco il fascismo che si celerebbe nel «tipico percorso dal check-in al piazzale d'imbarco». Mi dispiace per l'architetto americano, ma non è vero che una «dittatura senza dittatore» mi costringe a «viaggi grotteschi attraverso profumi, persone in cerca d'asilo, cantieri, biancheria intima, ostriche, pornografia, telefoni cellulari, avventure incredibili per il cervello, l'occhio, il naso, la lingua, l'utero, i testicoli». La verità è che mi annoio un po', faccio la fila, leggo il mio giornale, e volentieri mi sottopongo ai controlli di sicurezza che, solo un occhio disturbato può vedere come «una griglia di schermi che rassembla in modo deludente le inquadrature individuali in un cubismo banalizzato». Osservo un giovanissimo e non capisco perché Koolhaas classifichi come Spaziospazzatura anche «gli informi cavalli dei pantaloni della nuova generazione».
In volo mi offrono una colazione molto diversa da «quel microcosmo di Spaziospazzatura» che sarebbe «il cestino del pranzo contemporaneo» dove «un'appassionata semantica della salute -grosse fette di melanzane, ricoperte da spessi strati di formaggio di capra - viene cancellata al fondo da un biscotto gigantesco»: Mi chiedo: dove mangiano gli architetti?
In metropolitana quasi mi commuovo per il dolente Koolhaas, perso nella sua prosa e negli aeroporti «sistemi ermetici da cui non v'è via uscita se non verso un altro aeroporto». Mi riconcilio un pochino con lui quando entro da Harrod's, «il prodotto dell'incontro tra la scala mobile e l'aria condizionata, concepito in una incubatrice di cartongesso». Forse è vero che «l'aria condizionata, medium invisibile, sorregge le nostre cattedrali» e che adottiamo un modo speciale di muoverci «al tempo stesso risoluto e senza meta». Penso che piacerebbe a Bertinotti l’idea che «il Junkspace sta riscrivendo l’apocalisse: potremmo morire un giorno per avvelenamento da ossigeno».
Raramente trovo nei palazzi di Londra, come del resto di Parigi o di Roma, «il silicone che ha appiattito tutte le facciate, incollando il vetro alla pietra, all'acciaio, al cemento, in un'impurità da era spaziale». Vedo invece molti edifici antichi restaurati e non condivido la rabbia di Koolhaas: «Ripristinare, riarrangiare, riassemblare, rimettere a nuovo, rinnovare, rivedere, ricuperare, riprogettare, riconsegnare, ripetere, riaffittare, rispettare: i verbi che cominciano con"ri-" producono Junkspace. Il Junkspace sarà la nostra tomba». E chissà cosa Koolhaas penserebbe del fatto che apprezzo come segno di civiltà anche le panchine «nicchie-junk per gli anziani, i perduti, i dimenticati, i folli… un u1timo singhiozzo di umanesimo».
Alla fine quando mi ritiro in albergo, invece di sentirmi «recluso», «agli arresti domiciliari volontari» insieme ad altri «dieci milioni di persone», io sto bene, la stanza è rotonda, l'atmosfera allegra, e neppure vedo «gli emissari del Junkspace» che «mi seguono nella privacy della mia camera da letto», «minibar, fax privati, pay tv che offrono pornografia compressa, veli di plastica nuovi di zecca che avvolgono la tavoletta del cesso, profilattici omaggio...». Povero Khoolaas, forse fa una brutta vita. Anche se il suo libro rimane bello, prodotto mirabile degli architetti-spazzatura.
L'esodo può ricominciare
Toni Negri «Alias de Il Manifesto» 27-10-2007
Quanto più le metropoli sono divenute luoghi di produzione, tanto più esse non possono essere dei luoghi di resistenza. Oggi attraversare una città è attraversare una fabbrica immateriale

Inutile dire che Bigness è per me il testo chiave di questa raccolta. La Città Generica e Junkspace ne costituiscono dei complementi, in parte coerenti, in parte paradossali. Io sono d'accordo con Bigness, direi di più, per me Bigness è - con Delirious New York- il testo base per la lettura e la critica dell'architettura di oggi...
2006
Quodlibet
120x180
ISBN 9788874621125
pp. 132
€ 13,50 (sconto 15%)
€ 11,48 (prezzo online)