«Marie Claire» 31-05-2003
«Il Domenicale» 15-11-2003
Sebastiano Triuizi «Alias de Il Manifesto» 08-11-2003
Renzo S. Crivelli «Il Sole 24 ore» 14-12-2003
Luca Mastrantonio «Il Riformista» 22-08-2003
Giovani anglo-indiani nella Londra degli anni Settanta
«Marie Claire» 31-05-2003
Vieni alla mecca, di Farrukh Dhondy (Quodlibet € 11,00)
Giovani anglo‑indiani nella Londra degli anni Settanta: un'ambientazione ormai nota per sei racconti scritti con l'ironia e la lucidità del primo KureiShi. Non perdeteli: la voce di Dhondy è di quelle che ti rimangono dentro.
My beautiful London: moschee, disco e kung fu
«Il Domenicale» 15-11-2003
Storie metropolitane, storie di (dis)integrazione, storie d'immigrati che bussano alla porta degli ex padroni coloniali. Farrukh Dhondy, nato a Poona, India, nel 1944, poi trasferitosi a Londra, seguace della religione Parsi, racta la sfida di coniugare due culture agli antipodi: le comunità extraeuropee (indiana prima di tutto) e il mondo english. Cinque racconti sono ambientati nei quartieri londinesi dell'East End, di Brixton, di Notting Hill, e gli `eroi' sono per lo più ragazzi asiatici e neri. Come Shahid, protagonista della short story che dà il titolo al libro (È la sua la battuta: «Le ho detto: vieni alla Mecca con me. È talmente stupida, ha pensato che intendessi La Mecca in Arabia e ha detto che non era musulmana.. Così le ho spiegato che intendevo il Dancing La Mecca, quella sera, più tardi. Ha pensato che io ci stessi provando"); o come Bonny&Clyde (accusati dello stesso furto), o come il piccolo Jolil, pakistano che vive nel mito di Bruce Lee e sogna di diventare campione di kung fu. Nel racconto sale sulla coda di un serpente e scoprirà, nello stesso terribile giorno, che dietro ogni leggenda c'è un trucco e che nella vita a volte è meglio prendere la strada più lunga».
Farrukh Dhorìdy, Vìeni alla Mecca, Quodlibet, Macerata, (tel. 0733/264965), pp. 144, €12,00

La diaspora indiana a Londra ‘70: Farrukh Dhondy
Sebastiano Triuizi «Alias de Il Manifesto» 08-11-2003
Dopo i tragici eventi dell'undici settembre da più parti ci si è chiesto come sia stata possibile, e quando e in che modo sia avvenuta in terra d'Europa, culla dei valori d'occidente, la trasfigurazione d'una filosofia religiosa come l'lslam in una ideologia fondamentalista. Senza volerci addentrare in tematiche che esigerebbero un palcoscenico più vasto (e indubbiamente ben altro mattatore), ma senza voler delegare la risposta all'esile tesi d'una importazione del fenomeno da altre realtà, potremmo considerare quale momento illuminante di questa recrudescenza proprio il gennaio '89; allorché, sulla piazza del municipio di Bradford, città industriale nel nord dell'lnghilterra, migliaia di musulmani bruciarono i Versetti satanici di Rushdie. Uccidere un buon libro – è stato scritto – è forse più che uccidere un uomo, perché cosi si uccide un'immortalità prima ancora che una vita: e allora, a voler indagare di chi siano le responsabilità politiche di quel radicalismo ingrassato nei vicoli della società postfordista dovremmo partire proprio dall'alveo della nostra «storia». E a questa analisi, retrospettivamente, ci conduce una serie di racconti edita in Italia da Quodlibet (Vieni alla Mecca, trad. di Marina Manfredi, pp. 137, 12,00), datata fine anni settanta e opera d'un ironico e acuto scrittore della «diaspora», Farrukh Dhondy. Come Mistry e Bapsi Sidhwa, anche Dhondy appartiene alla minoranza parsi, e questo proficuo distacco (culturale, religioso) ha reso più cruda e penetrante la sua satira sociale. Arrivò in Inghilterra a vent'anni, per proseguire i suoi studi universitari, nel momento in cui era in corso una delle più massicce emigrazioni dall’India e dal Pakistan: per la maggior parte erano contadini che sfuggivano alla povertà per trovarne un'altra, lo struttamento nell'industria dell'abbigliamento all'estremità orientale di Londra o nelle fabbriche di lana e cotone dello Yorkshire e del Lancashire. È questo universo costituito da agglomerati urbani in rovina, da scuole fatiscenti e case occupate, da moschee-rifugio, a far da sfondo alle sue storie. Un'atmosfera che l'autore ha saputo ritrarre con estremo realismo, e non a caso l'East End dei suoi racconti è un quartiere dove risuonano i ticchettii delle macchine da cucire, dove i profumi del kebab e l'odore di fritto si mischiano agli aromi dei piccoli negozi di spezie e lenticchie, dove i giovani s'aggirano per i caffè imitando i divi del cinema. Eppure non troveremo qui segni di nostalgica elegiaca: le sue storie parlano di violenze razziali (perpetrate dai «bianchi» del Fronte nazionale con l'avallo della polizia), dell'umiliazione nata dall'indigenza e dalla mancanza di lavoro, della perdita dei sogni già nell'età dell'infanzia. Raccontano di una ignoranza assoluta (linguistica inprimis) nutrita da un'istituzione scolastica che è sinonimo di ghettizzazione e crudeltà; ma anche della reazione virulenta dei giovani bengalesi e pakistani. Tutte vittime della miope politica thacheriana, oggi assurta a mito dall'elite dominate: e i cui germi – sembra ammonire Dhondy – sono come quei famosi denti di drago, che, seminati qua e là nel tempo, hanno fatto oggi nascere uomini armati.

Dramma dell'integrazione in Brick Lane
Renzo S. Crivelli «Il Sole 24 ore» 14-12-2003
A Londra, presso Brick Lane (una via stretta, satura di mattoni a vista e piena di ristoranti indiani), c'è la vecchia fabbrica settecentesca di birra Blak Eagle, ora chiusa e trasformata in una concentrazione di pub, localini e studi di artisti. Lì, in quell’area batte forte il cuore bengalese di Londra, concentrato in una stratificazione di mrcati etnici e di atmosfere orientali innestate in un sostrato sociale fatto di marginalità, di nazionalismo (del colonizzato e del colonizzatore) e di povertà. Brick Lane, con la sua vita convulsa ha tutte le caratteristiche di una enclave in cui integrazione ed emarginazione s’alternano sulle fronti sudate di lavoratori sfruttati (tra cui i pakistani e i “secessionisti” del Bangla Desh) e di disoccupati xenofobi (tra cui gli aderenti all’intollerante Fronte Nazionale, di matrice totalitaria), è balzata agli onori letterari in queste ultime settimane con l’uscita del primo romanzo della scrittrice bengalese Monica Ali intitolato Sette mari tredici fiumi (edito da marco Tropea).
Il romanzo della Ali è stato presentato eome l'opera ehe finalmente dà voce alla «comunità nascosta dietro l'area di Brick Lane»: una sorta d luogo della stratificazione multiculturale. Ma Sette rnari tredici fiurni, un romanzo pur struggente che narra la storia di Nazneen e Chanu, una coppia ossessionata dal problema dell'integrazione nella società inglese, non presenta quei segni di originalità tanto evidenziati dal suo battage pubblicitario. Proprio Brick Lane, infatti, col suo sottobosco problematico e con le contraddizioni tra padri e figli (le prime e seconde generazioni che si sconfiggono), compare anche in un una incisiva – precedente – raccolta d racconti di Farrukh Dhondy, dal titolo ironico Vieni alla Mecca (che allude a un disastroso invito galante a un locale pubblico scambiato dalla donna per un'avance religiosa).
Dhondy è nato a Poona in India nel 1944, per poi studiare a Cambridge e insegnare nelle scuole inglesi. La sua carriera d narratore annovera cospicue opere come Black Swan e Janali and the Giant (usciti eome Cigno nero e Janaki e il gigante per Mondadori), mentre Bornbay Duck, del 1999, ha ottenuto importanti riconoscimenti. Non solo, ma la sua attività come esperto in programrni multiculturali presso Channel Four, ha fatto di lui un profondo conoscitore delle problematiche postcoloniali, con particolare riferimento al mondo giovanile (un suo recentissimo romanzo, Run, del 2002, affronta il nodo dell'integrazione da parte dei teenagers). Ma ciò che più colpisee di lui è la scelta di fare proprio di Brick Lane una sorta di microcosmo etnico stratificato, un crocevia rutilante di colori e di lingue, stemperato tra la comunità indiana, pakistana, africana e giamaicana. Una scelta che ha sapientemente concentrato in Vieni alla Mecca, costituito da sette intensi racconti capaei di percorrere storie parallele (spesso solo parallele laddove non v'è integrazione neppure tra le varie etnie di Briek Lane), tutti ambientati in un momento diffieile della comunità del Bangla Desh, a ridosso della scissione col Pakistan del 1971.
Vieni alla Mecca è uscito nel 1978, e viene tradotto solo ora – molto bene invero e con un utile glossario – da Marina Manfredi per Quodlibet Libri. La sua caratteristica principale, che ne fa un testo molto dirompente, sta proprio nella capaeità d'inglobare, in una convivenza difficile tra le varie etnie ancor prima che con gli inglesi, un panorama sociale incentrato sugli adolescenti, sulle loro aspirazioni e sulle loro delusioni. Ed ecco che i problemi legati all'abuso del lavoro giovanile nelle "fabbriehette" casalinghe dove inglesi senza scrupolo pagano poco o nulla s’assommano al conflitto tra bande (Fronte Nazionale xenofobo e i Pakibasher, i "picchiatori musulmani" come li definiscono gli skinhead), allo strisciante razzismo nelle scuole inglesi (emblematico è l'episodio in cui un preside impone alle studentesse d'indossare collant "color carne": «Carne di chi?», gli viene risposto dalle faneiulle "colored"), fino alla scelta d sperata della jehad da parte degli abusivi musulmani nelle case d Brick Lane attaccati quotidianamente dagli hooligans protetti dalla polizia.
Insomma, l'umanità ferita descritta da Dhondy è uno spaccato del grande dramma dell'integrazione nel cuore della civiltà europea, e la sua denuncia, che risale alla fine degli anni Settanta, è molto più incisiva d una qualsiasi lave story romanzata, magari sospinta dalla moda.
Farrukh Dhonndy, “Vieni alla Mecca”, Quodlibet Libri, Macerata 2003, pagg. 134, € 12,00

Review. Mecca
Luca Mastrantonio «Il Riformista» 22-08-2003
L'Islam deve imparare a convivere con il capitalismo. La frase suona meno strana ora la Mecca Cola è sbarcata anche in Italia. Ma Farrukh Dhondy, scrittore anglo-indiano, seguace parsi, è da anni che la va dicendo, convinto che altrimenti l'emancipazione delle donne e altri aspetti della modernità soverchieranno l'Islam. Nel suo «Vieni alla Mecca» (in Italia, edito da Quodlibet) c'è un passo significativo. «L'ho seguita in cucina dove stava facendo il caffè per tutti quanti. Le ho detto vieni alla Mecca con me. Ha pensato che intendessi la Mecca in Arabia e ha detto che non era musulmana e mi ha chiesto a che cosa mi serviva credere nella religione, che è come la droga. Così le ho spiegato che intendevo il Dancing la Mecca, quella sera, più tardi. E ha pensato che io ci stessi provando». Oltre alla vicenda di Shahid, ci sono quelle di altri immigrati che abitano l'East End di Londra, Brixton e durante il carnevale caraibico invadono Nothing Hill, scontrandosi con la polizia. Esistenze che si sovrappongono e confondono, non solo per i soprannomi, a miti di celluloide e non - come Bruce Lee, Bonny e Clyde - da consumarsi, preferibilmente, nella vita di tutti i giorni.
