La linea e il circolo
La linea e il circolo
Studio logico-filosofico sull'analogia
Con un saggio introduttivo di Giorgio Agamben
Appendice a cura di Stefano Besoli e Roberto Brigati
Bibliografia degli scritti di Enzo Melandri a cura di Salvatore Limongi

Edizione rilegata

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Il tema “analogia” funge da filo conduttore, pietra di paragone e pretesto critico per una ricerca sopra i principî razionali – ma non per questo “logici” – che regolano nella prassi il modo umano di vivere, di sentire e di pensare. Da un punto di vista logico, l’analogia non ha ancora trovato una convincente sistemazione, ed è dubbio se potrà mai trovarla. C’è in essa qualcosa che non quadra, e che induce a estrometterla dall’universo del discorso di rigore. Tuttavia, dopo averla rifiutata in teoria, si continua a farne uso come nulla fosse. È sufficiente porsi con onestà alcune domande (che cosa provano i ragionamenti analogici? fino a che punto si possono considerare logici? entro quali limiti la logica è norma del razionale? è possibile contraddistinguere i concetti nei confronti delle metafore? a quali condizioni si può parlare di un’obiettività scientifica?) per dover rivedere in maniera spregiudicata molti dei nostri più accreditati abiti mentali. Da un punto di vista filosofico, l’analogia è insostituibile. Essa è il principale strumento di mediazione fra la conoscenza scientifica (particolare) e la coscienza filosofica (universale). In altri termini, l’analogia è il principio di simmetria che media e contrappone logica e dialettica. Secondo Platone, ci sono due diversi principî di simmetria: la “linea” e il “circolo”. Dall’opposizione fra questi due principî ordinatori, tramite l’analogia, derivano molte importanti conseguenze e, non per ultimo, un rilancio della filosofia. E precisamente di una filosofia che non voglia essere né metafisica né pura critica, ma poetica dell’immaginazione esatta e scommessa sul futuro.
(Risvolto dell’autore per la prima edizione, Il Mulino, 1968).

 

Indice: Archeologia di un’archeologia di Giorgio Agamben - Avvertenza - Prefazione - Introduzione - Parte prima. Topica: i luoghi naturali dell’analogia: I. L’archeologia - II. La teonimia - III. Il linguaggio - IV. Il discorso - V. La sintomatologia - VI. La proporzione - VII. L’inclusione. Parte seconda. Logistica: il calcolo analogico: VIII. L’esemplificazione e la prova - IX. La simmetria - X. La logica modale e l’analogia - XI. L’entimema - XII. Le figure induttive - XIII. Le figure ipotetiche - XIV. Le figure retoriche. Parte terza. Ermeneutica: l’interpretazione analogica: XV. La simpatia - XVI. Le analogie dell’esperienza - XVII. La tipologia - XVIII. La teoria delle idee - XIX. La funzione dell’analogia - XX. La soggettività dell’analogia - XXI. Al di là dell’analogia - Appendice - Bibliografia degli scritti di Enzo Melandri - Indice dei nomi

Recensioni 
Gabriele Pedullà «Alias de Il Manifesto» 10-07-2004
Stefano Catucci «Alias de Il Manifesto» 10-07-2004
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 16-07-2004
Franco Volpi «La Repubblica» 19-08-2004
Federico Vercellone «La Stampa» 27-11-2004
Umberto Eco «L'Espresso» 30-05-1969
 
Melandri riletto oggi. Perché un monstrum è diventato culto
Gabriele Pedullà «Alias de Il Manifesto» 10-07-2004
Parlando di Walter Benjamin, Hanna Arendt ebbe a scrivere una volta che la concezio­ne volgare secondo cui il valore dei grandi uomini sarebbe compreso soltanto dopo la loro morte, «come se la storia fosse un campo di gara sul quale taluni atleti corrono talmente veloci da scomparire dal campo visivo degli spettatori», richiede di essere quanto meno corretta, perché in genere «la fama postuma viene solitamente preceduta dal più alto riconoscimento tra i pari» la fama postuma sarebbe in questo caso tutt'al più «il destino degli inclassificabili»). Considerazioni affini ci può suggerire oggi la meritoria ristampa da parte dell'editore Quodlibet del capolavoro di Enzo Melandri, La linea e il circolo. Saggio logicofilosofico sull'analogia, probabilmente il più ambizioso libro di filosofia scritto in lingua italiana nella seconda metà del ventesimo secolo. Nei trentasei anni che sono passati della prima edizione il corposo volume di Melandri si è trasformato nell'oggetto di un culto esoterico da parte di lettori dagli interessi più disparati, ma se ne è cominciato a parlare in una cerchia più ampia soltanto dopo che Marco Belpoliti ha pubblicato i materiali preparatori per una rivista, «Alì Babà», al cui progetto tra il 1970 e il 1972 Melandri lavorò alacremente assieme a Italo Calvino, Gianni Celati, Carlo Ginzburg e Guido Neri e che purtroppo non vide mai la luce. Almeno alcuni dei suoi «pari» avevano dunque riconosciuto la grandezza de La linea e il circolo, come le loro opere del decennio successivo, da Finzioni occidentali a Spie, avrebbero ampiamente testimoniato. Ma nel complesso, bisogna dirlo, si trattò di una circolazione sotterranea.
Ha ragione Giorgio Agamben, nel bel saggio premesso alla ristampa del libro di Melandri, a suggerire che un'analisi non superficiale de La linea e il circolo non può prescindere oggi da una comprensione della sua limitata circolazione di allora. Le ragioni di questo insuccesso sono però oggettive almeno quanto soggettive; non possono cioè essere spiegate unicamente con la condizione della cultura italiana alla fine degli anni sessanta. La linea e il circolo è un libro difficile che non fa nulla per non intimorire i lettori. I riferimenti alla logica e all'analisi matematica e le citazioni rigorosamente in lingua originale (anche quando si tratta del greco e del tedesco - e qui vanno ringraziati i curatori della nuova edizione che molto opportunamente li hanno tradotti in appendice) non hanno sicuramente contribuito alla diffusione delle sue tesi. Inoltre Melandri dà costantemente per note opere di pensatori come Hans Blumenberg, Thomas Kuhn o Northrop Frye, che all'epoca erano praticamente ignote e che sarebbero ivi. Ora, la sua attenzione al meglio della produzione internazionale, in un paese in cui molti intellettuali devono la loro celebrità nazionale alla tempestività con cui hanno divulgato nel paese ove il sì sona l'altrui pensiero, nel caso di Melandri essa si è trasformato paradossalmente in un ostacolo: nel 1968 discutere il concetto di «metafora assoluta» senza averlo prima accuratamente illustrato significava votarsi all'incomprensione. Curiosamente gli unici filosofi di professione che avrebbero potato davvero capirlo e dialogare con lui erano pensatori stranieri esclusi in partenza dalla lingua in cui il libro era stato redatto.
Tutto questo significa però che oggi siamo in una condizione molto più favorevole per apprezzare davvero il lavoro di Melandri: il pubblico che non esisteva si è formato nel terzo di secolo che è trascorso da allora. E certamente La linea e il circolo dimostra una confidenza con la grandezza per lo meno insolita per il nostro tempo. Il progetto, ambiziosissimo, è quello di elaborare un «calcolo analogico» che si affianchi al calcolo logico tradizionale per giungere infine a un'ermeneutica complessiva della realtà (in cui viene inglobata anche la gnoseologia) e che culmina infine in una dialettica completamente ripensata (ed è per questo che oggi la possibilità di una riproposta attiva dell'opera di Melandri non può che passare prioritariamente da un confronto dei logici, dei linguisti e degli epistemologi con la sua opera). Raffinatissimo stilista, Melandri parte dal­la constatazione che il concetto di razionalità umana non è riducibile unicamente a quello di razionalità logica. Sotto forme di similitudini o più semplicemente perché provia­mo in continuazione a metterci nei panni degli altri», facciamo - uso tutti i giomi di analogie nei no­stri ragionamenti e nell'orientare le nostre scelte, ma le modalità attra­verso cui l'analogia funziona non sono ancora state analizzate a do­vere (a questo proposito Melandri dedica alcune pagine mirabili alla confutazione della teoria aristoteli­ca dell'inferenza analogica come inferenza dal particolare al partico­lare, e a dimostrare che, contraria­mente alla vulgata tradizionale, gli scolastici non sono stati in grado di sviluppare una metafisica dell'ana­logia). Ma ce n'è davvero per tutti: analogia iuris e analogia legis, ana­logie e metafora, analogia e allego­ria, analogia e storiografia (come insegna Droysen, ogni operazione storiografica è per forza di cose analogica)... Ogni volta attraverso riletture originalissime dei princi­pali classici della filosofia occiden­tale, con particolare attenzione ai Greci, a Kant e ai neokantiani e fe­nomenologi novecenteschi.
In particolare Melandri identifi­ca sette faglie del pensiero o, come dice lui, «luoghi naturali dell'analo­gia», in cui alcune delle impasse e dei dualismi del pensiero occiden­tale possono essere superati esclu­sivamente attraverso il ricorso a una rigorosa procedure analogica. Nella sua introduzione Agamben valorizza soprattutto due di questi momenti, l'archeologia (nel senso di Foucault e Ricouer) e il «chiasma ontologico» (Il principio in ba­se al quale la semantica proposi­zionale non coincide mai con la semantica nominale), probabil­mente anche perché si tratta di te­mi piu vicini alla sua riflessione fi­losofica: ma questo non dovrebbe scoraggiare altri lettori dal soffer­marsi sugli altri cinque «luoghi na­turali» (l'allegoria, il conflitto tra pan-logismo e pan-linguismo, il problema della proporzionalità e la percezione).
La natura costitutivamente «an­fibia» delle riflessioni di Melandri rende più accidentato l'approccio a La linea e il circolo, perche il ten­tativo di organizzare le varie disci­pline pone ovvi problemi di ordine terminologico (vocaboli come «Strutturale», «tematico» o «funzio­nale», per esempio, possiedono in ciascun contesto un'acceziome particolare e creano costanti diffi­coltà). D'altronde Melandri non aveva alternative: una riflessione sull'analogia, proprio in quanto si occupa di un rapporto tra le diver­se discipline di cui la logica non può occuparsi, finisce per essere essa stessa, per forza di cose, ana­logica. L'analogia viene dunque a costituire il ponte naturale tra la creatività scientifica e quella artisti­ca e si rivela lo strumento privile­giato di ogni scoperta davvero in­novativa, su questo come su quel versante (mentre l'induzione, a cui e stata spesso ricondotta, finisce invece per rivelare la sua natura puramente «applicativa»). «Con­viene dunque sempre cercare ana­logie, nella speranza che siano ri­voluzionarie. Ma è come cercare l'ago nel pagliaio. Le analogie non mancano mai. Dovremmo forse interessarci della paglia? No; la ve­rifica si trova nell'ago. Quel che manca non sono le analogie sono le rivoluzioni. Noi siamo per una filosofia dell'ago e non della paglia. Ed essa sta o cade secondo le sorti alterne della rivoluzione».
Dal 1968 «La linea e il circolo» di Enzo Melandri. Demone Analogia
Stefano Catucci «Alias de Il Manifesto» 10-07-2004
Per molto tempo La linea e il circolo è rimasto un libro clandestino, un capolavoro della filosofia del Novecento nel quale ci si imbatteva quasi per caso, seguendo un vago «sentito dire» o risalendo con ostinazione sentieri bibliografici appena più battuti, come quelli che iniziavano dalla scoperta di un precedente studio di Enzo Melandri, Logica ed esperienza in Husserl. Oggi che viene ripubblicato in una elegante veste editoriale, con un bel saggio introduttivo di Giorgio Agamben che ne riesamina gli argomenti, i contesti e gli approdi inevasi, è possibile che La linea e il circolo (Quodlibet, pp. xxxv-883, ÷ 48,00) ottenga finalmente l'attenzione di cui non fu degnato quando uscì, nel 1968, e che le sue indicazioni vengano messe a frutto per rileggere una fase cruciale della filosofia recente, rispetto alla quale il silenzio sull'opera di Melandri è stato molto più di un semplice atto mancato. Umberto Eco, tra i pochissimi a dedicargli una recensione, non risparmiò l'acido di un'ironia corrosiva e un gioco di parole solo apparentemente innocuo, quello che avvicinava il cognome dell'autore ai «meandri» in cui il lettore sarebbe stato destinato a perdersi, lungo le oltre ottocento pagine di un volume letto come un «processo a tutto il pensiero occidentale (con qualche uscita su quello orientale) dai presocratici al positivismo». Di processi, però, non c'è traccia nel libro, a meno di non considerare processo un lavoro di analisi e di interpretazione che può essere apparso tanto più irritante, quanto più si allontanava dalle opinioni consolidate dell'accademia e dai dibattiti filosofici alla moda. Il risultato è stato l'opposto: che proprio La linea e il circolo ha subito non solo il processo, ma la sentenza di due atteggiamenti alleati, un silenzio ostile e un'appena più benevola irrisione, che lo hanno reso sostanzialmente inoperoso. Più della mole, è stato forse lo stile del libro ad aver reso difficoltosa la sua ricezione. Nonostante le apparenze, infatti, Melandri ha un procedere conciso, tanto che le dimensioni del volume sono dovute non alla prolissità, ma alla quantità enciclopedica delle questioni affrontate. Lui stesso, in una breve e sulfurea Prefazione di cui Agamben riconosce la matrice in quella di Baudelaire ai Fiori del male, lo nota scusandosi iperbolicamente con i suoi lettori per la «brevità» e reagendo alla sua stessa precauzione con una minaccia: «ho una cassetta di schede, uno schedario per ritrovarle e una memoria che funge da schedario trascendentale. La ragione più vitale (anche se forse non la più vera) per cui mi son messo a scrivere è che dovevo in qualche modo liberarmi di tutta questa cartaccia; ma se qualcuno ci trova da ridire, non chiedo di meglio che riprendere in mano le carte e dissertare tanto a lungo quanto umanamente è sopportabile su ciascuno degli argomenti contestabili». Anche la sfida, come il libro, cadde nel vuoto, ma Melandri avrebbe ancora attinto a quelle cartacce per costruire almeno altri due libri - L'analogia, la proporzione, la simmetria (1974) e Contro il simbolico (1989) - che sviluppano temi già presenti nella sua opera maggiore. E accanto alla preparazione di questi studi, prima e dopo la stesura di La linea e il circolo, allo stesso schedario, presumibilmente, fece ricorso per proporre in italiano alcuni testi molto importanti, ciascuno dei quali aggiungeva un tassello alla costellazione di pensiero che egli intendeva attivare: da Paradigmi per una metaforologia di Blumenberg al Meinong degli Oggetti di ordine superiore, dalle Qualità figurali di Ehrenfels a Il linguaggio e la logica arcaica di Hofmann, per citare solo alcuni dei titoli riportati nella bibliografia completa curata da Salvatore Limongi e ora posta in fondo al volume. Un tentativo, dunque, quello di Melandri, che non si è esaurito nelle pagine di un libro, per quanto di ampie dimensioni, ma che ha cercato di proporsi anche come un progetto di politica culturale nel quale rientravano sia la traduzione di saggi ancora ignoti in Italia, sia l'idea di una rivista che non giunse a vedere la luce e le cui linee intellettuali - vi erano coinvolti, tra gli altri, Italo Calvino, Carlo Ginzburg e Gianni Celati - sono ricostruite da Agamben nella sua Introduzione. Con il passare degli anni, il progetto di Melandri trovò sempre meno ascolto, passando da editori di peso come Il Mulino ad altri di minore circolazione o di tipo strettamente universitario. Non c'è bisogno di aggiungere alcun dato biografico o alcun aneddoto per cogliere il senso di questo progressivo isolamento intellettuale e politico, da leggere in controluce con le vicende culturali della sinistra di quegli anni: la ripubblicazione di La linea e il circolo è il primo, netto segnale del cambiamento di un clima filosofico all'interno del quale all'opera di Melandri - di cui Quodlibet annuncia un'edizione organica - può essere restituita la voce che le spetta. Il compito che Melandri si pone, d'altra parte, non può che richiedere la mobilitazione di un sapere enciclopedico e un'ampiezza di orizzonti come quella di La linea e il circolo. Oggetto del libro è uno «studio logico-filosofico dell'analogia», ovvero l'analisi di un campo concettuale sterminato e che ha rappresentato, per di più, una controversa pietra di paragone per la riflessione filosofica di ogni epoca. «Tutti - esordisce Melandri - facciamo costantemente uso dell’analogia dieci, cento, mille o diecimila volte al giorno»: quando riconosciamo qualcosa, quando identifichiamo le «stesse» cose, le distinguiamo o le apparentiamo con altre, quando percepiamo la continuità del «sé» che ne fa esperienza, quando costruiamo una qualsiasi frase del nostro linguaggio. Se dalla pratica, però, si passa alla teoria, all'analogia viene assegnato uno statuto ambiguo, collocato «in una posizione intermedia rispetto al pensiero puramente formale e a quello contenutistico», e dunque non propriamente assegnabile né alla logica, né alla psicologia. Una «terra di nessuno, allora, l'analogia, su cui Melandri si concentra per compiere un doppio movimento filosofico. Da un lato un movimento che distingue le specie dell'analogia, ne riconosce le forme, isolando quelle che possono essere formalizzate in base a un calcolo non «logico», ma «proporzionale, e individuando quello strato analogico che invece non si può riportare a nessun calcolo e funziona, piuttosto, come le «metafore assolute» descritte da Blumenberg. Dall'altro, un movimento che nell'analogia individua l'oggetto di una rimozione i cui effetti hanno segnato in maniera decisiva il pensiero occidentale, dall'antichità a oggi: risalire a monte di questa rimozione non vuol dire, per Melandri, semplicemente prenderne coscienza, ma disattivarne i princìpi e revocarne gli esiti. Detto altrimenti, se il pensiero critico retrocede sino alle «scene originarie» che hanno determinato il trionfo della logica e la marginalizzazione dell'analogia, non è per ribaltare i rapporti, dunque per sostituire un privilegio con l'altro, ma per gettare lo sguardo oltre quella divisione, verso un terreno non ancora segnato da quella distinzione. È il terreno della «dialettica», scrive Melandri, nel quale la funzione legalizzatrice della logica e quella inventiva dell'analogia possono smettere di combattere la loro antichissima «Guerra Civile e trovano sempre nuovi punti d'equilibrio, non importa quanto stabili o instabili.Con molte buone ragioni Agamben, nella sua Introduzione, avvicina il tentativo di Melandri alla proposta di «archeologia del sapere» formulata in quegli stessi anni da Michel Foucault. È lo stesso Melandri, d’altra parte, a usare il termine «archeologia» per inquadrare il percorso da lui compiuto, ed è in rapporto alla stessa esigenza di guadagnare, tramite la regressione critica, una via d'accesso al presente, che entrambi hanno compiuto un lavoro di cui si avverte la complementarità: «fondando l’archeologia sugli enunciati - scrive Agamben - Foucault le fornisce il paradigma ontologico; Melandri, fondando l'archeologia sull'analogia, le fornisce la logica di cui aveva bisogno».
L'estroso Melandri che ribaltò l'Occidente
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 16-07-2004
Sparito, sì, ma non dimenticato, e certamente non ignorato. Che Enzo Melandri, figura tra le più originali, estrose e spregiudicate nel panorama filosofico novecentesco, sia scomparso – 11 anni fa: morì neanche settantenne il 25 maggio 1993 – è irrefutabile. Che i suoi libri – all’epoca tutti pubblicati da il Mulino – siano da qualche tempo introvabili non può negare chiunque ultimamente sia entrato in libreria per acquistarli.
Ma che, su iniziativa di Giorgio Agamben, a un decennio dalla sua morte, le edizioni Quodlibet si impegnino a riproporne l’opera completa, dimostra come non sia affatto venuta meno l’esigenza di rileggerlo. Va dunque applaudita l’impresa dell’editore di Macerata che, con il sontuoso, elegantissimo volume La linea e il circolo (pagg. 900, euro 48), l’opus magnum del maestro genovese, inaugura la serie degli “Scritti di Enzo Melandri”. Va però parzialmente smentita l’affermazione di Agamben che, presentando questo “capolavoro della filosofia europea del Novecento”, nelle prime pagine della prefazione lo dice incompreso, escluso da dibattiti, beneficiato solo da “qualche sparuta recensione”, “passato nel più completo silenzio”, mai nominato, né citato e presto seppellito nel cimitero dei titoli fuori commercio.
Melandri rimase sì – anche per l’eccezionalità della sua indole, e la formazione assolutamente fuori del comune – ai margini dell’accademia. Si lasciò dietro però una lunga discendenza di allievi affascinati dal suo carisma (Besoli, Maj, Bonaga, Dionigi) e di pubblicazioni periodiche (Topoi, Discipline filosofiche) che ancora sopravvivono. La sola rivista che non ebbe un seguito è l’unica che non ebbe inizio, ma l’evento fu tutto nel suo progetto: doveva chiamarsi Apocripha e ci lavorarono, con Melandri, Italo Calvino, Gianni Celati, Carlo Ginzburg e il francesista Guido Neri. Il filosofo, dunque, fu figura marginale nel senso in cui sta ai margini un outsider, un fuoriclasse.
La strada che aveva percorso era tutt’altro che canonica. Proveniva dalla scuola tecnica: aveva studiato da perito chimico. Solo dopo i vent’anni, spinto da una volitività pari solo alla passione e alla motivazione di chi si rimette sui libri in età adulta, affrontò da autodidatta la maturità classica, nel 1954. Quattro anni dopo, a Bologna, si laureava in filosofia. Intanto si era imparato le lingue: il latino, il greco antico, il tedesco. Ai tedeschi andò a insegnare l’italiano e, rientrato dal triennio di lettorato a Kiel, ebbe in affidamento la cattedra di filosofia a Lecce. Era il 1962 e l’anno dopo, a 37 anni, approdava all’Università di Bologna, dove avrebbe svolto l’intero corso accademico. Prima di conseguire l’ordinariato (vinto alla soglia degli anni Settanta), nel primo quinquennio del magistero bolognese, lavorò al suo imponente Studio logico‑filosofico sull’analogia: è il sottotitolo di La linea e il circolo, che uscì nel 1968.
Immediatamente se ne accorse un non sparuto recensore: Umberto Eco che, presosi il tempo di leggerlo fino all’ultima pagina, ne colse al volo la provocazione e ne scrisse sul­l’Espresso: “È difficile rendere conto in poche righe della complessità, la difficoltà, il rigore provocatorio e l’impressionante erudizione con cui l’autore ci conduce, senza mai tirare il fiato, per i meandri della sua argomentazione, obbligandoci a ripensare tutto il pensiero occidentale (con qualche uscita sul pensiero orientale), dai presocratici al neopositivismo”. Il perno attorno a cui il filosofo ribaltava l’ordine razionale d’Occidente era appunto quell’“analogia” che, nemica giurata della “logica”, ne metteva in discussione il discorso di rigore, dimostrandosi insostituibile strumento di scoperta e di dimostrazione. Chiaro che, sulle prime, creasse qualche sgomento colui che, riaprendo coraggiosamente un caso chiuso dai tempi di Wittgenstein scriveva: “Occorre parlare proprio di quello di cui ci sembra dover tacere” e insidiava il pensiero scientifico servendosi della poetica e della immaginazione.
Oggi, dopo 35 anni il lavoro di Melandri conserva intatta tutta la sua portata rivoluzionaria. Non torna però come una scoperta. A salutarlo, con la felicità con cui si ritrova un vecchio compagno di fatiche teoretiche, Massimo Cacciari, che nei suoi libri non ha mai tralasciato di citare Melandri con entusiasmo: “È un’opera ar­dua – dice –, naturale che non abbia avuto vasta divulgazione. Presuppone ampie frequentazioni filoso­fiche: naviga tra la grande scolastica, la fenomenologia, l’ermeneutica. Mi rallegro che Quodlibet abbia deciso di ripubblicarlo: ho inviato alla casa editrice i miei complimenti, augurandomi che a questa seguano presto le altre opere”.
A ritrovarlo, con la felicità con cui si rincontra un vecchio amico è appunto il suo migliore amico: Gianni Celati, lo scrittore che lega il ricordo della sua conoscenza a quello dei propri trent’anni, della propria giovanile eclettica curiosità, di passioni comuni e condivise. Per il gioco delle carte, prima e più che per gli esercizi di logica... “Finì che ci vedemmo tutte le sere a casa mia per una partita”, racconta il narratore che, dieci anni più giovane di lui, conobbe Melandri nel ’68, proprio mentre stava ultimando il librone sull’analogia. “Ero appena tornato dall’Inghilterra e volevo studiare logica. Avevo bisogno che qualcuno mi correggesse gli esercizi, e mi rivolsi a lui. “Che cosa ti interessa di studiare questa roba?”, mi chiese. Così continuammo a incontrarci tutti i giorni, per chiacchierare, per scherzare, per giocare. Andavo a prenderlo verso le sette e mezza e lo trovavo sempre assorto sulle pagine di La linea e il circolo. Io non capivo bene quello che stava facendo, era un’impresa ciclopica: ripensare tutto il sapere scientifico per ribaltarlo nel sapere poetico. Lui me ne parlava continuamente. Mi raccontò anche il seguito del libro, doveva intitolarsi La leva e il fulcro, ma non uscì mai. Io, da ascoltatore passivo, mi godevo i suoi spettacoli di oralità: era un oratore eccezionale, può dirlo chiunque abbia seguito le sue lezioni. Faceva ridere, proponeva paradossi improvvisati”.
L’ironia trapela anche dalle pagine del libro. “Sì, era il suo stile. Purtroppo non stava mai zitto: prendeva in giro i professori, e si fece molti nemici. Tanto più quando uscì La linea e il circolo i colleghi ne furono tutti spaventati. Avevano ragione. Ci vuole un anno intero per rileggerlo tutto con attenzione. Io lo sto rileggendo”.

Il personaggio
Un accademico molto “sui generis”

Enzo Melandri nasce a Genova il 14 aprile 1926. Impara “l’arte dell’autodidatta”, conseguendo nel ’54 il diploma di maturità classica. Frequenta l’Università di Bologna, laureandosi in Filosofia nel ’58. Dal ’58 al ’61 è lettore di italiano presso l’Università di Kiel (Germania). Nel ’61 consegue l’abilitazione all’insegnamento della lingua tedesca e, l’anno dopo, quella alla libera docenza. Nel ’62 ottiene l’incarico di Filosofia teoretica presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Lecce, mentre nel ’63 ha l’incarico di Filosofia presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Bologna, all’interno della quale svolge il suo intero corso accademico, a eccezione degli anni 1972‑74, in cui – conseguito l’ordinariato – tiene anche l’insegnamento di Filosofia morale presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Trieste. Dall’83 il suo insegnamento è mutuato dalla Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Bologna. È morto il 25 maggio ’93 a Faenza. Ha collaborato a lungo – dalla fine degli anni ’50 – con la casa editrice il Mulino, pubblicando con essa alcuni dei suoi più importanti lavori. Nel 1979 istituì un gruppo di studi leibniziani. Negli anni Ottanta collaborò alle attività del Centro di studi per la filosofia mitteleuropea di Trento e partecipò alla realizzazione di Topoí, rivista di filosofia. Sempre in quegli anni dà vita agli Annali dell’Istituto di discipline filosofiche dell’Università di Bologna, poi trasformatosi – dal ’91 – nella rivista semestrale “Discipline filosofiche”, di cui è il primo direttore.
Il centro sfuggente della filosofia. Un'originale e radicale meditazione sull'uomo e la sua storia
Franco Volpi «La Repubblica» 19-08-2004
Ho conosciuto Enzo Melandri nei suoi ultimi anni di lucidità, quando aveva rimesso mano a Brentano e Husserl per un progetto di ricerche sulla filosofia mitteleuropea. L’alcol aveva già cominciato a minarne la salute, eppure anche nelle discussioni più tecniche – ricordo che una volta a Bolzano prese a illustrarmi in tedesco, per farmi capire meglio, la sua concezione dell’intenzionalità e dell’epochè fenomenologica – emergeva sempre l’esuberanza, l’imprevedibilità, la genialità vulcanica del pensatore e dell’uomo.
Ci voleva il coraggio di un piccolo editore perché La linenea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’'analogia, la sua opera più importante del 1968, fosse degnamente ripresentata al pubblico italiano (Quodlibet, XXXVII + 883 pagg., 48 euro). Nell’impeccabile e illuminante saggio introduttivo Agamben la definisce un capolavoro della filosofia europea del Novecento. Un’iperbole, ma dopo tanto oblio era quel che ci voleva. Si tratta effettivamente di un libro che vibra di tensione teoretica. Uno scavo profondo e complesso su un problema che, da Platone in poi, ha attraversato il pensiero occidentale.
Melandri non si limita però a una perlustrazione del concetto tradizionale di analogia, quello che Aristotele definisce come un’uguaglianza di rapporti, una proporzione, attraverso la quale noi gettiamo per così dire un ponte tra realtà diverse e, collegandole, ne svisceriamo un aspetto. Come quando diciamo, per esempio, che la mente è l’occhio dell’anima, stabilendo in tal modo che la mente sta all’anima come l’occhio al corpo, ossia le fornisce una visione intellettuale analoga alla visione sensibile che l’occhio dà al corpo.
Melandri non intende discutere nemmeno il concetto di analogia nel senso di quello speciale tipo di predicazione – anch’esso definito da Aristotele – che sta a metà tra la polisemia e l’univocità, e in cui il predicato è attribuito a diversi soggetti secondo significati rispettivamente diversi, ma non in modo accidentale come nella polisemia, bensi in riferimento a un’unità, la quale tuttavia non è totale come nell’univocità. Quando per esempio diciamo “sano” di colui che possiede la salute, del clima che la favorisce o del colorito che ne è sintomo, lo diciamo rispettivamente in sensi diversi, ma tutti connessi con il concetto di salute. Nel Medioevo – specialmente con Tommaso d’Aquino – si considererà analogo soprattutto il termine “essere”, e si svilupperà la celebre e controversa dottrina della analogia entis, che diventerà il fondamento della teologia e dell’ontologia tomista.
Tutto ciò, e quant’altro appartenga alla storia del concetto di analogia, non rientra nel libro di Melandri direttamente, ma solo intentio obliqua. Lo stesso vale per l’antica disputa tra gli “analogisti”, cioè i grammatici alessandrini, gli Scipioni, Varrone, Cesare (autore di un De analogia), e gli “anomalisti”, come gli stoici, i grammatici di Pergamo, Cicerone, Quintiliano. I primi consideravano il linguaggio come una formazione convenzionale operata dall’uomo e razionalmente strutturata secondo somiglianze e analogie. Gli altri invece quale risultato naturale dell’uso e della consuetudine, come dimostrerebbero le irregolarità di cui è trapuntato il suo tessuto.
Melandri tiene presente tutto ciò che l’analogia è stata nella storia della cultura occidentale, ma affronta il problema di petto, in chiave teoretica. Fa insomma dell’analogia il concetto-fulcro per ripensare radicalmente il processo della conoscenza e in generale il nostro rapporto con l’ente. Per chiarire come noi costituiamo l’esperienza delle cose, nei loro contenuti, nel loro orizzonte, nel loro senso. Per capire quali strategie adottiamo per ridurre la contingenza di quel caos che è il mondo. Se è vero, come affermava Nietzsche, che gli uomini sono piccoli animali intelligenti che, in mancanza di un istinto sicuro, inventarono la conoscenza come strumento organico di sopravvivenza, allora l’analogia è uno dei più raffinati ed efficaci strumenti che la vita ha inventato per autoaffermarsi, per edificare i propri costrutti sopra il flusso inesausto del divenire.
In anni in cui l’analogia era stata dimenticata come problema teoretico – con la notevole eccezione di Michel Foucault, giustamente ricordata da Agamben – Melandri ebbe il merito di ripensarla a fondo. Scriveva: «Secondo Platone, ci sono due diversi principi di simmetria: la ‘linea’ e il ‘circolo’. Dall’opposizione fra questi due principi ordinatori, tramite l’analogia, derivano molte importanti conseguenze e, non per ultimo, un rilancio della filosofia. E precisamente di una filosofia che non voglia essere né metafisica né pura critica, ma poetica dell’immaginazione esatta e scommessa sul futuro». In piena coerenza con queste dichiarazioni programmatiche, Melandri non fornì un semplice studio sull’analogia, ma una filosofia in grande stile, un’originale e radicale meditazione sullo stare dell’uomo nel mondo e nella storia. Certo, una meditazione basata sulla «povertà pressoché monomaniaca dell’argornento», eppure tale da porsi all’incrocio di riferimenti cardinali: «L’Analogia confina a sud con la Tematica e a nord con la Dialettica; al centro, fra un ovest che è la Scienza e un est che è l’Arte, essa è coinvolta in una lotta intestina con la Logica»
A opera compiuta, Melandri si congedava da mente raffinatissima qual era: «Al lettore che preferisco, il quale coltiva in segreto tutti i vizi dell’intelligenza contro i quali combatte; al lettore ipocrita, mio simile e fratello». Che mai avrà voluto dire con queste ingannevoli parole? Forse mettere in guardia il suo smaliziato lettore dal dono velenoso che gli affidava: il compito di pensare quel «fuggevole intervallo tra la scimmia e il superuomo», in cui «si tratta di mettere un po’ meglio a fuoco la nostra essenza transeunte di animali razionali».
La linea e il circolo del filosofo ignoto
Federico Vercellone «La Stampa» 27-11-2004
Non c’è dubbio che una certa aria d'insoddisfazione stia circolando nella filosofia. Da tempo si avverte un sentore di stanchezza, l'idea che in giro ci sia ben poco se non di buono quantomeno di nuovo. Viene da chiedersi se tutto questo non dipenda anche (non solo) dalla difficoltà a fornirsi di parametri del nuovo. E non è detto che il nuovo debba sempre assomigliare all'erompere dell'essere dal nulla, al lampo che s'impone come una sorta di luce abbagliante. I1 nuovo – ce lo insegnano i romantici – può manifestarsi anche come un rimescolarsi degli elementi che provengono dall'antico, un nuovo mosaico formato dalle stesse tessere del precedente. Nuovo può anche essere rimettere a contatto le sfere del sapere che sono andate separandosi alla ricerca della loro comune radice. È nuovo da questo punto di vista quel passo che non rimette in questione il sapere in quanto tale ma i confini tra i suoi ambiti richiamandone le connessioni, le analogie che possono mettere a giorno contiguità inedite.
A considerazioni di questo genere si viene indotti dalla rilettura de La linea e il circolo di Enzo Melandri. Si tratta, infatti di uno Studio logico-filosofico sull'analogia. Se il titolo di quest'opera maestosa comparsa originariamente nel 1968 e oggi meritoriamente ripubblicata da Quodlibet con un saggio introduttivo di Giorgio Agamben, è malioso ma insieme scoraggiante nel suo carattere criptico e un po' evocativo non lo è di meno la mole davvero imponente del libro. Come se non bastasse – ma, date le premesse, non c'è da stupirsene – l'autore è poco più che uno sconosciuto.
Melandri è una delle non poche figure significative di pensatori italiani del Novecento rimaste ai margini dello stream principale della filosofia europea. Genovese di nascita e bolognese di adozione, ha una formazione eccentrica che inizia con studi tecnici per orientarsi solo più tardi alla filosofia. Sarà per lunghi anni e sino alla morte, avvenuta nel 1993, professore di filosofia all'università di Bologna. È una personalità sofferente ma di grande sobrietà e statura intellettuale. Melandri vive e risente – come del resto quasi tutti in quegli anni – della cultura dello strutturalismo e intende proporre uno sguardo archeologico, stratigrafico sulle scienze umane che sappia sottrarsi all'immediatezza, alla superficie del presente, per addentrarsi criticamente nel profondo e andare alla ricerca del rimosso.
È un contesto epocale nel quale la cosiddetta "cultura del sospetto" di area francese (all'insegna di autori come Nietzsche, Marx, Freud) si congiunge a una sorta di ossessione per la memoria che pervade in quegli anni la cultura letteraria, il cinema e anche quella filosofica. Non è inopportuno ricordare in questo quadro che la pubblicazione di La linea e il circolo è preceduta di qualche anno da quella di Verità e metodo, l'opera maggiore di uno dei più grandi filosofi del Novecento, Hans Georg Gadamer nel quale si attiva un vigoroso appello a risarcire la memoria destituita delle sue prerogative dallo sviluppo tecnologico imperante.
Per cogliere dunque il terreno sul quale veniamo a trovarci con La linea e il circolo, bisogna allora distinguere, in una chiave critica e rigorosa, la scienza, il sapere scientifico da quello tecnologico, e farlo in particolare quando quest'ultimo intenda proporsi con pretese egemoniche. Per fare ciò è necessario collocarsi in una zona fluida volutamente ai confini tra i saperi, in una posizione che ci consenta se è il caso di tracciare un'altra volta questi stessi confini, contestando tra l'altro il primato della logica e quello del principio di non contraddizione. Melandri vuole riabilitare a questo proposito un antico strumento epistemologico, quello dell'analogia, che aveva tra l'altro incontrato una notevole fortuna in età romantica e ancora più tardi all'inizio del Novecento con autori come Oswald Spengler. Ma più che guardare a queste rinascite moderne dell'analogia Melandri intende mettere a profitto il concetto in vista di un rinnovamento dello statuto epistemologico delle scienze umane.
La conoscenza articolata da queste discipline è una conoscenza di tipo archeologico: esse si addentrano nel passato dell'uomo come entro un sedimento del quale vengono individuati i diversi strati sino a pervenire a un punto cruciale. Qui giunti, tocchiamo un punto estremo nel quale l'apparato metodico delle scienze umane viene a incontrare quella soggettività vivente che costituisce il paradossale oggetto di questi studi. Si tratta dunque d'inabissarsi nelle strutturazioni oggettive e soggettive della storia e della cultura per giungere a una struttura ultima se non originaria, quella di conscio e inconscio.
Varcata anche questa soglia, oltrepassate le colonne d'Ercole della soggettività non abbiamo tuttavia a che fare con un andamento che in senso freudiano potrebbe essere definito come regressivo. Si è pervenuti in realtà a una zona plastica, sorgiva che costringe a invertire la direzione di marcia. La regressione verso il passato si risolve su questa via in un'apertura sul futuro che conduce dal sapere all'evento, in uno sguardo che non è tecnologicamente amministrabile, che non può rientrare nel quadro della logica classica retta dal principio di non contraddizione la cui specchiata chiarezza è infine funzionale a un buon andamento “economico”, al dispendio minimo di energie. Viene così a configurarsi una prospettiva sul possibile che sta prima e dopo il reale e include così un evento ma anche il suo opposto.
Un saggio di Melandri, Cartesio cade in Trappola
Umberto Eco «L'Espresso» 30-05-1969
La scolastica medioevale, che fondava ogni discorso intorno alla natura divina sulla analogia, sapeva maneggiare con consapevolezza questo strumento. Sapeva che si poteva parlare analogicamente “per attribuzione” e cioè attraverso l’applicazione disinvolta di un medesimo attributo a realtà diverse: per esempio, si dice che è buono un cibo, che è buona un’azione, che è buona la virtù e che è buono Dio. “Buono” ha lo stesso significato in tutti e quattro i casi? Certamente no, ma tant’è, di meglio non si può fare, e per intanto possiamo unificare quattro cose diverse sotto uno stesso rapporto… E sapeva che si poteva parlare analogicamente per “proporzionalità”: ad esempio si poteva parlare della saggezza di Socrate e della saggezza di Dio nel senso che la saggezza umana sta al pensiero di Socrate come la saggezza divina sta al pensiero di Dio. In questo secondo caso l’analogia si può esprimere in una formula (A sta a B come B sta a C) che è poi la formula della sezione aurea.
L’analogia dunque è un calcolo. Ma è un calcolo tutto qualitativo, spesso basato sull’intuizione, che ci fa scoprire parentele inedite. Talora viene riconfermata poi da altri calcoli e più precisi, altre volte no, il pensiero analogico pone una sorta di cortocircuito tra le cose, getta una luce improvvisa, sciabola metafore e similitudini… E poi? Una mela è una mela, questa sì che è logica, rigorosa relazione di identità. Ma “il bello e lo splendor del vero” cosa vuol dire? Tutto e niente, più spesso niente che tutto (salvo per chi ci crede senza bisogno di prove e allora vedete che l’analogia non è una prova, ma la formulazione emotiva che diamo a ciò che non è altrimenti probabile). Per questo il pensiero scientifico moderno è stato diffidentissimo nei confronti delle analogie. E più il pensiero diventava scientifico (e più diventava moderno) più la caccia alle analogie diventava una specie di caccia alle streghe metafisica. Bollare un ragionamento, una prova, un suggerimento di relazioni come analogico significava espungerlo dalla repubblica delle scienze.
Questa impopolarità della analogia è tale, ai giorni nostri, che costituisce già un atto di coraggio intitolare come fa Enzo Melandri il suo libro La linea e il circolo. E la provocazione appare tanto più insopportabile quando l’autore organizza per oltre mille pagine, una sorta di processo a tutto il pensiero occidentale (con qualche uscita sul pensiero orientale), dai presocratici al neopositivismo con una estrema sottigliezza argomentativa, traducendo in formule logiche anche le teorie filosofiche meno formalizzate e dimostrando alla fine che il calcolo analogico domina in modo insopprimibile la storia della filosofia, della logica formale, della metodologia scientifica, della matematica. “Occorre  parlare proprio di quello di cui ci sembra dover tacere”, afferma Melandri, capovolgendo e parafrasando Wittgenstein. L’analogia ha un indiscusso valore euristico. Assodato. Ma ha anche valore dimostrativo. Che lo abbia o no, tutte le dimostrazioni architettate dal pensiero umano si reggono su un calcolo analogico, su un principio di simmetria che collega tra loro cose che appaiono e spesso sono contrarie. Ma è che la analogia (come appare alla fine del libro) non può che confluire nella dialettica e la dialettica, inverando le aspirazioni del calcolo analogico, si pone come l’unico modo di comprendere e risolvere gli opposti: e non in astratto, ma visti in continuo riferimento alle situazioni concrete in cui si presentano. In questa serrata argomentazione che confluisce in una definizione (introduttiva a una ricerca futura) di un materialismo dialettico dogmatizzato, l’analogia si presenta come un preambolo neutrale che muove il pensiero nei suoi primi passi e si promuove come analogia “buona” quando è analogia “rivoluzionaria”, quando cioè non riporta al punto di partenza ma scatena nuove contraddizioni, conduce “oltre l’analogia”, prelude a “un nuovo assetto razionale”.
È difficile rendere conto in poche righe della complessità, della difficoltà, del rigore provocatorio e dell’impressionante erudizione con cui l’autore ci conduce, senza mai tirare il fiato, per i meandri della sua argomentazione, obbligandoci a ripensare le soluzioni acquisite, lasciandoci spesso delle perplessità, mai apparendo banale o scontato. Libro coraggioso (positivamente donchisciottesco in questa sua lotta contro i mulini “rimossi” della falsa coscienza delle discipline formali e riscoperti come giganti veraci). La linea e il circolo non consente una semplice lettura e impone – a chi vuole pensare – numerosi confronti. Confronti non facili, perché il libro stesso è costruito come una sterminata trappola retorica, intessuta di analogie “buone” e, nel ridurre il pensiero occidentale a una serie di aporie, ci suggerisce che di tutto può essere predicato il proprio contrario (vittima predestina la logica). Cosicché nella sua perorazione contro la chiarezza e la semplicità che generano il semplicismo soddisfatto, il libro assume anzitutto una sua satanica funzione terapeutica.
2004
Quaderni Quodlibet
160x225
ISBN 9788874620821
pp. XXXVIII-890
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