Dell'amicizia
Dell'amicizia
A cura di Filippo Mignini
Edizione rilegata
 
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Dell’amicizia (Nanchang 1595) è la prima opera in cinese composta da Matteo Ricci.
Per mezzo di essa, presentando in 100 sentenze tratte dai classici antichi il pensiero dell’Occidente sull’amicizia, Ricci intendeva mostrare che la civiltà cinese e quella europea coincidevano su temi fondamentali. L’opera stupì la Cina e conobbe un grande successo: Ricci aveva compreso che la sua missione e il tentativo di accendere il dialogo tra Oriente e Occidente potevano costruirsi unicamente sul saldo fondamento della conoscenza reciproca e dell’umana amicizia. È per questo che egli si presentò al mondo cinese stringendo in una mano il mappamondo e la Geometria di Euclide, nell’altra il Dell’amicizia.
In questa edizione vengono pubblicati – oltre alla ristampa fotografica dell’edizione cinese a stampa con traduzione italiana a fronte – per la prima volta il testo autografo della redazione italiana di Ricci da poco ritrovato alla British Library di Londra.

“Io, Matteo, dall’ultimo [occidente] navigai il mare et entrai nella Cina alla fama del grande regno e delle nobili virtù del loro Re e dei buoni custumi lasciati dagli antiqui Imperatori. Scielsi la mia habitatione fuori del Monte e stetti in essa molti inverni. Quest’anno, sulla primavera, passai il Monte e, sopra il fiume andando, arrivai a Nanchino e vidi l’illustre palazzo regio e con molta mia alegreza dissi: ‘pare che non in darno feci questa uscita’. Non avevo anco finito di ire a tutte le parti dove avea designato, quando con il navilio arrivai a Nancian metropoli di Quansin. Stando detenendomi un puoco in Nanpu, stesi gli ochi verso il monte della Città al Ponente, e vedendolo sì ameno e fresco, feci conto che in tal terra stavan nascosti huomini di alto sapere.
Indo e tornando, non mi potea staccare da lì, sin che, lasciando la barca, pigliai una casa e per mezzo di alcuni conosciuti et intercessori hebbi intrata a visitare il Re di Chiengan, il quale mi fece favore di farmi una reverentia molto profonda e trattarmi con grande honore, se bene io non la meritavo, e mi diede un convito con molto buon vino. Finito che fu, si levorno le tavole et il re mi pigliò per la mano e disse: ‘Tutte le volte che alcuna persona honorata di virtù e di opre viene a questa mia terra mai lascio di invitarlo, far amicitia seco et honorarlo. Il grande regno di Europa è regno di discorsi fondati nelle ragioni: desidero sapere quello che loro sentono della amicitia’.
Io, Matteo, mi raccolsi per alcuni giorni in luogo secreto e raccolsi tutto quanto avevo udito di questa materia desde la mia fanciullezza e feci il seguente libretto”. (dal Proemio)

Indice: Introduzione di Filippo Mignini - Cronologia - I. Jiaoyou lun / Dell’amicizia (riproduzione fotografica dell’edizione cinese a stampa, Pechino 1601, con nuova traduzione annotata) - II. [Risposta intorno alla amicitia al Re Chiengan Chienzai] (Nanchang 1595-1599), autografo, British Library - III. Risposta del P. Matteo Ricci da / Macerata della Compagnia di Giesù intorno / all’amicitia al Re Chiengan Chienzai / Tradotta dalla lingua Cinese in Italiano dal / medesimo Auto­re (s. d.), apografo, Archivio della Pontificia Università Gregoriana - IV. Qu Taisu Da Xiyu Ligong Youlun Xu / Pre­fazione all’Amicizia del signor Ricci dei Grandi Paesi Occidentali (riproduzione fotografica dell’edizione cinese a stampa, Pechino 1629, con nuova traduzione a annotata) - V. Fonti - Bibliografia - Elenco dei caratteri cinesi - Indice dei nomi.

 

Recensioni 
«Tuttolibri de La Stampa» 05-03-2005
Paolo Pegoraro «Letture» 30-04-2006
Gian Paolo Terravecchia «Recensioni Filosofiche» 22-08-2005
Matteo Crimella «Il Cittadino» 23-06-2005
«Libri e libri» 30-11-1999
Paola Bacchiddu «Il Foglio» 05-03-2005
Loredana Rotundo «Radio Tre Rai» 07-05-2005
Luigi Mascheroni «Il Giornale» 11-02-2005
Paolo Rossi «Il Sole 24 ore» 13-02-2005
Federico Rampini «La Repubblica» 19-03-2005
Nuccio Ordine «Corriere della Sera» 07-02-2010
 
Cina Da Matteo Ricci al Novecento
«Tuttolibri de La Stampa» 05-03-2005
Alla scoperta della Cina con il gesuita Matteo Ricci, ambasciatore dell’Occidente,della sua visione morale: l’editore Quodlibet pubblica la sua prima opera in cinese, Dell’amicizia, cento sentenze tratte da classici greci e latini in una filologica edizione a cura di Filippo Mignini(pp. 212, €24). Dal Cinquecento a La Cina del Novecento di Guido Samarani, docente alla veneziana Università Ca’ Foscari (Einaudi,pp. 434, €36). Una varietà di fasi: la nascita del sistema repubblicano, l’egemonia nazionalista (da Canton a Nanchino), la Grande Depressione, la vittoria comunista, l’alleanza con l’Urss, la Rivoluzione Culturale, l’ingresso all’Onu, Taiwan, lo «status speciale» di Hong Kong e Macao...
Padre Ricci eroe moderno misconosciuto
Paolo Pegoraro «Letture» 30-04-2006
Matteo Ricci ( 1552- 16 10) sembra l’icona perfetta per i nostri giorni: modello d’inculturazione,
ponte tra Occidente e Oriente, dimostrazione che la vera religione unisce i popoli laddove economia e  politica falliscono.
Depose anche il suo nome per farsi cinese tra i cinesi. E così Matteo Ricci diventò Li Madou, smise la veste gesuita, adottò quella del bonzo e si rasò il capo. Ma cosi veniva confuso con i poco edificanti religiosi del tempo. Allora prese il nome di Xitai, vestì la seta dei letterati e si fece crescere la barba
In un’epoca in cui la Cina dei Ming aveva così alta stima di sé da rappresentarsi nelle carte geografiche come la quasi totalità delle terre esistenti, Xitai insegnò la cartografia, la geometria euclidea e l’astronomia copernicana. Parlò di Dio come del Signore del Cielo e accostò la vita cristiana al virtuoso Confucio. Percorse la Cina da Macao a Pechino. Il primo scambio consistente tra la cultura europea e quella ci­nese avveniva per la fede di un missionario partito dalle Marche. Durante gli ultimi quattro secoli, la lezione di padre Ricci ha lievitato la sua forza. Il suo modello d’inculturazione dialogica - che non annulla l’identità originaria - lo rende non solo un patrono della migrazione, ma un eroe della modernità da affiancare a Erasmo e Spinoza.
Non sorprende che le pubblicazioni si moltiplichino. Ricordiamo innanzi tutto l’opera firmata da Filippo Mignini, direttore dell'Istituto Ricci di Macerata. Matteo Ricci. Il chiosco delle fenici (Il Lavoro Editoriale, pagg. 294, euro 20,00) e una biografia precisissima ma volutamente snellita dal1'eccesso di dati scientifici, discorsiva, accessibile a chiunque e trascinante come un romanzo. Imperniata sulla personalità di Ricci, ne presenta la formazione umana, culturale e soprattutto spirituale, dato fondante per non travisarne le motivazioni. Sempre Mignini è curatore di due importanti volumi de12005: uno è il catalogo della mostra Padre Matteo Ricci. L'Europa alla come dei Ming (Mazzotta, pagg.168, euro 45,00), l’altro è il trattato Dell'amicizia (Quodlibet, pagg. 208, euro 24,00), prima opera composta in cinese da Ricci in cui significativamente raccoglieva cento massime dei classici greci e latini sull'amicizia.
Sempre de1 2005 è il corposo volume di Michela Fontana: Matteo Ricci. Un gesuita alla corte dei Ming (Mondadori, pagg. 347, euro 18,50) e una biografia scientifica in senso classico, che non si identifica con la vicenda e per questo è libera di concedersi anche qualche stoccata critica. Estremamente documentato, questo libro ci fa toccare con mano la Cina del 500 attraverso continue digressioni che spiegano e contestualizzano ogni particolare, anche se talvolta fanno perdere il filo della vicenda. Fresco di stampa è invece l'agile e più economico volume di Paul Dreyfus: Matteo Ricci. Uno scienziato alla corte di Pechino (traduzione di Bruno Amato, San Paolo, 2006, pagg. 201, euro 14,50) e principalmente una storia del cristianesimo in Cina: a Francesco Saverio e agli inizi della missione sono dedicati i primi due capitoli, un centinaio di pagine sono per la storia di Ricci, mentre le ultime sessanta pagine riassumono le vicende del cristianesimo cinese da allora fino a oggi.
Dell'amicizia
Gian Paolo Terravecchia «Recensioni Filosofiche» 22-08-2005
Immaginate di voler annunciare il Vangelo a una cultura antica, di alto livello e orgogliosa della propria tradizione, fino a questo momento chiusa e inconsapevole della cultura occidentale. Da dove comincereste? È proprio questo il problema che si trova ad affrontare, alla fine del Cinquecento, il gesuita missionario Matteo Ricci (1552-1610).
Cercando un contatto con la classe dirigente confuciana, allora al potere in Cina, Ricci intese mostrarle il valore della saggezza occidentale. Il tema dell’amicizia si prestava alla perfezione, perché su di esso il pensiero occidentale classico aveva dato dei contributi di valore e perché esso si prestava bene per quell’opera di avvicinamento e di conciliazione che l’autore aveva in mente. Fu così che a Nanchang, nel 1595, Ricci pubblica la sua prima opera in cinese, cioè appunto il Dell’amicizia. L’operazione ebbe successo: il libro venne ristampato e copiato più volte, infatti cattura l’attenzione dei letterati cinesi che lo studiarono e lo citarono.
Come si può vedere dalla sua struttura, il libro edito da Quodlibet è¨ piuttosto complesso. Non consiste infatti nella semplice pubblicazione di un’opera del passato. Come si chiarisce infatti fin dal risvolto di copertina, il volume raccoglie i principali documenti dell’opera di Ricci sull’amicizia. In alcuni casi si presenta anche la stampa anastatica in cinese. Allo studioso di Ricci in tal modo è semplificato di molto il lavoro, perché trova riunite le diverse fonti e perché l’apparato di note e quello bibliografico sono precisi e ricchi. Egli avrà così modo di comparare le diverse versioni dell’opera e di analizzarne la formulazione cinese. Per il lettore comune, semplicemente incuriosito dal tema e desideroso di capire come Ricci lo ha trattato, le cose vanno meno bene, perché la complessa struttura del testo gli risulterà disorientante. A questi si consiglia di andare direttamente alle pagine 43-98 ove si trova l’edizione dell’opera del 1601. Per approfondire poi sono utili le Note alle Sentenze (pp. 147-180) e l’Introduzione che è di regola, buona norma leggere dopo il testo.
Quanto ai contenuti, il trattato di Ricci nei singoli passaggi non vuole essere originale, come si è¨ detto. L’autore vuole piuttosto presentare in forma sintetica, incisiva, le principali intuizioni della cultura occidentale sul tema dell’amicizia. Vi si vede la grande erudizione dell’autore, la sua chiarezza e, in diversi casi, lo sforzo di adattamento della materia alla sensibilità orientale. Tra i temi ricorrenti, vi sono quelli circa i rapporti amicizia-utilità, amicizia-giustizia, amicizia-gioia, amicizia-sincerità. Il tema dominante però è quello del rapporto amicizia-bisogno. Si tratta di un tema delicato: «Se sei il mio vero amico, allora mi ami per l’affetto, non per le cose» (27., p. 73) e, d’altra parte, «Le cose degli amici sono tutte comuni» (29., p. 73). Insomma, mentre l’amicizia è indubbiamente utile, essa ha una radice di assoluta gratuità: «L’amicizia è più utile al mondo che non le ricchezze. Non c’è¨ nessuno che ami le ricchezze solo per le ricchezze, ma c’è¨ chi ama l’amico solo per l’amico» (37., p. 75). Questa condizione paradossale dell’amicizia viene presentata dall’autore in maniera incisiva.
La bontà del testo consiste nel rendere con semplicità e chiarezza la profonda saggezza dei classici occidentali. L’amicizia viene mostrata come attenzione all’altro, come profonda unità, come capacità di fiducia, aiuto e conforto reciproco. Essa deve radicarsi nella giustizia e nella virtù¹. Al riguardo, ad esempio, si può leggere: «Si lascia l’amico che offenda la giustizia in modo veramente grave» (31. p. 73), oppure «Quando nell’amicizia il piacere prevale sulla virtù, non si può restare amici per lungo tempo» (32., p. 73). Questa tensione ideale è accompagnata ad una profonda conoscenza del cuore e delle cose umane. Così, ad esempio, si legge: «Ma che epoca! Che epoca! Le parole ossequiose producono amicizia e le parole vere producono odio!» (60., p. 83).
Il testo, pubblicato dall’Istituto Matteo Ricci, è il frutto dell’impegno di un’equipe di studiosi. Filippo Mignini ha scritto la corposa introduzione, molto utile per comprendere la storia del testo e della sua fortuna. Lo stesso Mignini insieme a Li Bingkui, della Liaoning Normal University di Dalian, ha curato la traduzione del testo Dell’Amicizia e della Prefazione all’Amicizia del signor Ricci dei Grandi Paesi Occidentali. Laura Nuvoloni ha invece curato la trascrizione della Risposta intorno alla amicitia, cioè della copia autografa dell’opera che lei stessa ha riscoperto presso la British Library di Londra. Un meticoloso ed erudito lavoro di ricostruzione delle fonti classiche greche e latine, patristiche, medioevali e rinascimentali di Matteo Ricci, in fine, è stato compiuto da Sofia Mattei. Quello di Sofia Mattei è un vero libro nel libro: se anche in qualche caso si può dubitare che Ricci davvero conoscesse quella data fonte citata in nota, resta il fatto che, attraverso le note, si può trarre in sintesi il prospetto del pensiero classico sull’amicizia, attraverso riferimenti testuali precisi.
La straordinaria figura del sacerdote, missionario in Asia fra '500 e '600, emerge in due nuove pubblicazioni
Matteo Crimella «Il Cittadino» 23-06-2005
Ci fu un uomo straordinario che a ventisei anni iniziò lo studio della lingua cinese e l’apprese così perfettamente che scrisse opere considerate capolavori di quella lingua; un uomo che studiò così a fondo le opere filosofiche del celeste impero da poter discutere con qualunque saggio senza temere confronti; un uomo che vide morire i suoi più giovani collaboratori e solo continuò ad andare avanti; un uomo che giunse a far parlare di sé l’imperatore nascosto nella città proibita; un uomo che utilizzò tutte le sue profonde conoscenze per far giungere la parola del Vangelo nel cuore di Pechino; un uomo che null’altro al mondo desiderava se non far conoscere Cristo; quest’uomo si chiamava Matteo Ricci». In queste parole c’è forse un po’ di retorica,ma solo un poco. In effetti Matteo Ricci è stato davvero un grandissimo genio del suo tempo,ma soprattutto un missionario straordinario, un uomo che obbedì alla chiamata di Dio e giunse, fra enormi difficoltà, a proclamare la fede cristiana nel cuore della città proibita. Per far conoscere la vita e il pensiero di questo gesuita che visse fra il XVI e il XVII secolo, sono disponibili due ottime biografie. La prima è fresca di stampa (Matteo Ricci. Un gesuita alla corte dei Ming), scritta con grande attenzione da Michela Fontana, giornalista che è vissuta per tre anni a Pechino. Un ritratto vivacissimo che non rinuncia ad offrire al lettore i dati essenziali per comprendere il contesto in cui si mosse il grande gesuita che stupì la Cina per la sua memoria prodigiosa, le sue conoscenze matematiche, astronomiche e filosofiche. La seconda biografia ha già un anno vita ed è stata scritta da Filippo Mignini, direttore dell’istituto Matteo Ricci di Macerata, città natale del gesuita. Mignini è a capo di un progetto ambizioso che intende pubblicare in italiano le opere del Ricci. La sua opera (Matteo Ricci. Il chiosco delle fenici) ha la forma di un romanzo storico e risulta di piacevolissima lettura. Ma l’involucro custodisce sia il prezioso tesoro della biografia di Matteo, sia la presentazione del suo pensiero. Ne viene un impasto riuscitissimo dove le straordinarie ed avventurose vicende del missionario lasciano il posto alle citazioni delle lettere e degli scritti e in cui traspare l’itinerario spirituale di un uomo tutto di Dio, dedito interamente alla causa del Vangelo. Lo stesso Mignini ha dato alle stampe il terzo volume delle opere di Ricci, il bel trattato Dell’amicizia (Quodlibet). Considerato uno dei capolavori della letteratura cinese e inserito nella selezione della Letteratura Universale della Cina, il piccolo trattato fu scritto dal gesuita in soli tre giorni. Era l’agosto del 1595 e Matteo conobbe il principe di Jian’an, Zhu Duojie. Nacque fra i due uomini un’intesa speciale e il nobiluomo chiese a Ricci come era considerata l’amicizia in Europa. Ricci si ritirò in silenzio e attingendo alla sua prodigiosa memoria e aiutandosi con qualche repertorio che aveva con sé, scrisse un’ottantina di sentenze di autori occidentali, soprattutto latini e greci, sul tema designato. In un secondo momento lo stesso gesuita portò le sentenze a cento e le tradusse in italiano. L’edizione di Mignini è davvero esemplare per accuratezza ed acribia: v’è una pregevole introduzione, il testo originale cinese, la traduzione in italiano dello stesso Ricci, una versione in lingua corrente, abbondanti note di commento che analizzano le fonti utilizzate e una serie di utili indici. Quella di Ricci rimane una testimonianza preziosa e di grandissima attualità. Egli infatti non solo evangelizzò, convertì e battezzò uomini e donne in gran numero, ma ideò un modello missionario e quindi un modello di Chiesa. Il suo non era «il metodo ovunque praticato della tabula rasa: cancellare dapprima i caratteri e i segni distintivi della cultura del popolo da evangelizzare, per impiantarvi la religione e la civiltà cristiana»; al contrario Ricci stimava e rispettava profondamente la cultura cinese e su quel grandioso impianto inseriva la Parola del Vangelo, senza ambiguità.
Una lezione di sapienza cristiana che ha anticipato di secoli la teologia della missione. Un vero granello di senapa gettato nell’immenso campo della Cina, un granello che certamente fa e farà germogliare un grandioso albero.

F. Mignini, Matteo Ricci. Il chiosco delle fenici, Il lavoro editoriale, Ancona 2004, 20 euro;
M. Fontana, Matteo Ricci. Un gesuita alla corte dei Ming, Mondadori, Milano 2005, 18,50 euro;
M. Ricci, Dell’amicizia, a cura di F. MIGNINI, Quodlibet, Macerata 2005, 24 euro
Dell'amicizia
«Libri e libri» 30-11-1999
Matteo Ricci Dell’amicizia, Quodlibet edizioni, pp.212, € 24,00

“Io, Matteo, dall’ultimo [occidente] navigai il mare et entrai nella Cina alla fama del grande regno e delle nobili virtù del loro Re e dei buoni custumi lasciati dagli antiqui Imperatori. Scielsi la mia habitatione fuori del Monte e stetti in essa molti inverni. Quest’anno, sulla primavera, passai il Monte e, sopra il fiume andando, arrivai a Nanchino e vidi l’illustre palazzo regio e con molta mia alegreza dissi: ‘pare che non in darno feci questa uscita’.
Matteo Ricci, Dell'amicizia
Paola Bacchiddu «Il Foglio» 05-03-2005
Una prodigiosa memoria. Fu questo il tratto caratteristico di Matteo Ricci. Missionario, astronomo, letterato, cartografo, matematico, viaggiatore, s’innamorò a tal punto della Cina che, rasatosi la testa e indossato il saio da bonzo, ne valicò il confine camuffato da monaco buddista nel 1583, dopo quattro tentativi falliti. Il gesuita nato a Macerata non rimise più piede in Europa, trattenendosi fino al 1610, anno della morte, celebrata, per la prima volta nella storia, con gli stessi onori riservati ai mandarini, élite culturale dell’epoca. Supportato da un’imponente cultura enciclopedica riuscì ad impadronirsi con una velocità sorprendente dell’arma più immediata per penetrare nella cultura orientale: una perfetta conoscenza della lingua, e comprese che un’ulteriore chiave d’accesso sarebbe stata quella d’accreditare se stesso e la propria cultura nel nuovo paese, attraverso la divulgazione. Vi riuscì così bene da essere considerato dai cinesi come un classico della loro letteratura. Ancora oggi, a Pechino, la sua tomba è onorata come quella di un figlio d’occidente, divenuto in tutto e per tutto cinese. Il volume è un esempio significativo del continuo sforzo per accendere un dialogo tra occidente ed oriente, attraverso il volano di una corretta conoscenza reciproca. I cinesi scoprirono in questo modo che la loro tradizione mentiva nel presentarli come baricentro culturale del pianeta, mentre gli occidentali compresero che su tematiche fondanti un confronto sarebbe stato possibile. L’amicizia, considerata dagli orientali come uno dei cinque vincoli sociali naturali e il fondamento di tutti gli altri (come recitano i testi confuciani), poteva essere un giusto punto d’incontro. In quest’edizione compare non solo la ristampa fotografica dell’edizione cinese a stampa con traduzione italiana a fronte, ma, per la prima volta, anche il testo autografo della redazione italiana di Ricci, rinvenuto di recente alla British Library di Londra. Una raccolta di cento sentenze attinte dalla tradizione classica latina, greca, patristica e medioevale (Plutarco, Aristotele, Diogene Laerzio, Cicerone, Seneca, S. Agostino), adattate al gusto e alla possibilità di comprensione dell’interlocutore cinese, presentata da “un amico della Cina venuto da lontano”: “Io, Matteo, mi ritirai con ossequio, scrissi quello che avevo udito sin da fanciullo, composi un opuscolo sull’amicizia e lo presentai con rispetto”. “Il singolo uomo non può compiere ogni cosa; perciò il Signore del Cielo ha comandato agli uomini l’amicizia, affinché si prestassero reciproco aiuto”, dichiara una sentenza occidentale. Conferma di quanto padre Matteo Ricci fosse riuscito nel suo intento di dimostrare come le due culture potessero guardarsi allo specchio e arrivare a vedere lo stesso volto.
Intervista a Filippo Mignini, per la trasmissione radiofonica ''Uomini e profeti''
Loredana Rotundo «Radio Tre Rai» 07-05-2005
Qui di seguito la presentazione della puntata.
Domande 'Dell'amicizia'

Presentiamo in questa puntata il libro Dell'amicizia, la prima opera in cinese composta da Matteo Ricci, il missionario gesuita, artefice, primo nell'età moderna, del dialogo culturale tra la civiltà europea e quella cinese. Nel libro sono raccolte sentenze, tratte dai classici antichi, che esprimono il pensiero occidentale sull'amicizia. Ricci aveva compreso che sulla conoscenza reciproca si fondano i presupposti per l'incontro e il dialogo tra culture diverse. Nell'edizione appena pubblicata, di cui parleremo in questa puntata con il suo curatore Filippo Mignini, viene edito per la prima volta il testo autografo della redazione italiana di Ricci da poco ritrovato alla British Library di Londra.

Nella seconda parte della puntata continuano i nostri incontri con le comunità straniere in Italia che oggi ci portano a conoscere la Comunità evangelica coreana di Roma che, in attesa di trasferirsi presso una propria sede, ha attualmente un suo luogo di ritrovo presso la Chiesa Presbiteriana scozzese di Via XX settembre. Si tratta di circa 600 coreani, perlopiù giovani, che risiedono in Italia spesso per una ragione culturale. Infatti il 70% di questi giovani studia musica e canto con l'intenzione certamente di farne una professione ma, nello stesso tempo e con molta passione, mettono a disposizione della comunità la loro competenza nei culti domenicali, cantando con emozione e trasporto i salmi della Bibbia durante la predicazione del Pastore Han. Questa comunità è molto attenta anche all'insegnamento del testo biblico ai bambini, per i quali ha destinato un certo numero di maestre che, servendosi di canti e danze, comunicano ai piccoli coreani le storie dei patriarchi e dei profeti, con semplicità e delicatezza. Conosceremo oltre al pastore Han, sua moglie Yun, che quotidianamente si prende cura dei fedeli, i bambini, la maestra e la mezzosoprano Sonia Lee.

Segnalazioni:
Matteo Ricci, Dell'amicizia, Quodlibet, 2005
Matteo Ricci, Lettere, Quodlibet, 2001
Filippo Mignini, Matteo Ricci. Il chiosco delle fenici, Il lavoro editoriale 2005
Michela Fontana, Matteo Ricci. Un Gesuita alla corte dei Ming, Mondadori, 2005
Padre Matteo Ricci. L'Europa alla Corte dei Ming, Catalogo Mazzotta
Aelredo di Rievaulx, L'amicizia spirituale, Edizioni Paoline
Aelredo di Rievaulx, La perfetta amicizia, Servitium Editrice, 2004


dal Proemio del libro Dell'amicizia

Io, Matteo, dall'ultimo [occidente] navigai il mare et entrai nella Cina alla fama del grande regno e delle nobili virtù del loro Re e dei buoni custumi lasciati dagli antiqui Imperatori. Scielsi la mia habitatione fuori del Monte e stetti in essa molti inverni. Quest'anno, sulla primavera, passai il Monte e, sopra il fiume andando, arrivai a Nanchino e vidi l'illustre palazzo regio e con molta mia alegreza dissi: 'pare che non in darno feci questa uscita'. Non avevo anco finito di ire a tutte le parti dove avea designato, quando con il navilio arrivai a Nancian metropoli di Quansin. Stando detenendomi un puoco in Nanpu, stesi gli ochi verso il monte della Città al Ponente, e vedendolo sì ameno e fresco, feci conto che in tal terra stavan nascosti huomini di alto sapere...
Come sedurre il Drago? Con l'amicizia
Luigi Mascheroni «Il Giornale» 11-02-2005
Umile e dottissimo, riuscì nell’impresa di ammansire il Paese del Drago. Lo conquistò non brandendo la croce e il Vangelo, ma con la dottrina la conoscenza reciproca, il rispetto dell’immensa diversità di religione, di pensiero, di costumi che divideva e divide la Cina dall’Occidente. Prima ancora di portare la rivelazione cristiana – un messaggio che avrebbe potuto attecchire solo se preceduto dalla preparazione di un terreno fertile per il dialogo tra mondi “altri” – donò ai “fratelli cinesi” i tesori della sua Europa: la filosofia, la letteratura la scienza, le arti e poi la teologia. Per conquistare il cuore, Matteo Ricci – fine umanista e sottile gesuita – puntò alla mente. Non riuscì a convertire l'imperatore Wanli al cristianesimo, ma gettò il seme del cattolicesimo nella terra di Confucio. I frutti, la Chiesa continua a raccoglierli ancor oggi, quattro secoli dopo la missione del “Maestro del Grande Occidente”.
Il “Maestro del Grande Occidente” è padre Matteo Ricci, nato a Macerata nel 1552, agguerritissimo “soldato” – spiritualmente parlando – della Compagnia di Gesù destinato alle missioni d’Oriente che partì da Lisbona nel 1578 e giunse in Cina, dopo un viaggio che definire avventuroso è poco, dove rimase per il resto della vita guadagnandosi la stima e il rispetto dei sudditi del “Figlio del Cielo”, il titolo di Mandarino e l'appellativo di “Xitai”, “maestro occidentale” appunto. Quando morì, a Pechino nel 1610, per la prima volta nella sua storia millenaria la Cina concesse a uno straniero un terreno per la sepoltura: la sua tomba è ancora oggi onorata come il simbolo della possibilità di incontro e di amicizia tra popoli e civiltà.
La vicenda umana e culturale di Matteo Ricci è troppo nota per ripercorrerla nei dettagli. Molto di lui si è scritto e si è pubblicato negli ultimi anni (anche il senatore Giulio Andreotti qualche anno fa dedicò un libro al padre gesuita). Il motivo per il quale è però necessario tornare sull'argomento è la ristampa anastatica dell'edizione, datata Pechino 1601, della prima opera scritta in cinese dal religioso italiano: Dell’amicizia (Quodlibet, pagg. 208, euro 24; cura e traduzione di Filippo Mignini) con in appendice un inedito mondiale scoperto qualche anno fa alla British Library di Londra: l'autografo della traduzione italiana del testo compiuta dallo stesso Matteo Ricci e inviato al confratello Girolamo Costa a Roma nell'agosto del 1599.
Il libro – che raccoglie cento sentenze sull'amicizia, tratte per lo più da autori greci e latini – rappresenta lo strumento attraverso il quale padre Ricci inizia ad accreditarsi nel Paese che lo ospita come un predicatore-letterato, tentando un dialogo con la classe dirigente confuciana. E lo fa scegliendo un tema cruciale per la cultura cinese: l’amicizia, considerata dai cinesi uno dei vincoli sociali naturali indispensabile per l'esistenza stessa della società e dello Stato. Il gesuita ormai parla e scrive la lingua cinese come nessun europeo aveva mai fatto e ne ha assimilato abitudini e costumi, imparando a memoria “i loro libri”, ossia le opere di Confucio e di altri filosofi, e traducendole in latino. Ora è il momento di “restituire” sapienza con sapienza, presentando all'intellighenzia cinese un esempio dei documenti morali dell’Occidente.
Scritto negli ultimi mesi del 1595 a Nanchang, capitale della provincia del Jiangxi dove padre Ricci aveva stretto rapporti con due alti dignitari di corte il testo nasce come un’antologia di sentenze (all’inizio sono 76, poi cresciute a cento) che ebbero subito un’eccezionale accoglienza. Poi l’autore vi aggiunse un proemio in cui narra di come giunse nel Paese del Drago, e infine si arricchì di una prefazione di Feng Yingjing (1555-1606), un funzionario dell’Imperatore diventato amico del gesuita. In questa forma l’opera fu stampata a Pechino nel 1601.
Matteo Ricci attinge all’intero patrimonio occidentale (“philosophi, santi e tutti autori vecchi e moderni”), in parte servendosi della sua prodigiosa memoria, in parte consultando la piccola biblioteca che aveva portato con sé dall’Europa, spesso modificando le sentenze per adattarle al gusto e alle possibilità di comprensione dei suoi interlocutori. Tra i greci cita soprattutto Plutarco, Platone, Diogene Laerzio; tra i latini il più “saccheggiato” è invece Cicerone, seguito da Seneca; tra i cristiani, principalmente Agostino e Ambrogio. Si tratta di un testo destinato alla meditazione, molto vicino ai modelli di insegnamento per aforismi e precetti propri dei libri confuciani, scritto senza seguire un ordine preciso ma che ruota attorno a un nucleo di caratteri fondamentali dell’amicizia: l’essenza (il sentire l’amico come un altro se stesso); il fine (l’aiuto reciproco), il beneficio (l’aumento della gioia), il fondamento (la virtù e la giustizia); le proprietà (sincerità, fedeltà, disinteresse, condivisione); la difesa (l’amicizia è un bene talmente prezioso per il singolo individuo e per la società che deve essere protetto sia nella scelta degli amici che nella loro conservazione).
Apparentemente nulla più che un florilegio di antica sapienza occidentale, eppure il libro di padre Ricci si dimostrò un formidabile strumento di comunicazione tra due mondi lontani ma non inconciliabili: l'esempio pratico di come queste due culture possano accordarsi su temi fondamentali come quello dell’amicizia. Due mentalità e due dottrine – come scrisse il prefatore dell'opera – “che concordano come le due metà di uno strumento contrattuale”. Un insegnamento, così si espressero i primi destinatari dell’opera, destinato ad essere conosciuto anche tra “diecimila generazioni”.
Matteo Ricci: ''Io, barbaro per amore di Cristo''
Paolo Rossi «Il Sole 24 ore» 13-02-2005
La tomba del padre gesuita Matteo Ricci (Macerata, 1552-Pechino, 1610) è ancora oggi onorata a Pechino e gli orologiai di Canton tuttora venerano “Budda Ricci” come il loro protettore. Entrato in Cina nel 1582, Ricci si rase barba e capelli e vestì l'abito dei bonzi. Imparò la lingua cinese e lesse i classici confuciani, tradusse in cinese la geometria di Euclide, predisse eclissi con più precisione degli astronomi di corte, insegnò ai cinesi le arti della memoria, pubblicò in cinese la prima carta geografica universale. Non riuscì a convertire il Figlio del Cielo né a farsi ricevere da lui, ma, dopo aver attraversato quell'immenso Paese, visse a lungo alla sua corte e indossò l'abito di seta dei letterati, ricevendo il titolo di mandarino nonché uno stipendio statale.
Questo straordinario personaggio, che era riuscito a penetrare là dove avevano fallito grandi potenze europoe, si fece in qualche modo estraneo alla sua patria, lingua, costumi. Per convertire i cinesi e portare in Cina il Vangelo, si avvicinò a quel mondo fin quasi a identificarsi con esso: “Mi sono fatto barbaro per amore di Cristo” scriverà una volta. La Curia romana ne criticherà l'operato. La cosiddetta disputa sui riti cinesi, che si svolge in Europa nei primi decenni del Settecento e si conclude con una condanna, segna l'inizio della scarsa fortuna del libro di Ricci intitolato Della entrata della Compagnia di Giesù e della Christianità nella Cina. Alla recente edizione di questa grande e ormai introvabile opera, nonché alla raccolta delle Lettere (entrambe stampate, in una bellissima veste, nelle Edizioni Quodlibet di Macerata), Filippo Mignini (che è fra i maggiori studiosi di Spinoza) ha anteposto due dotte o limpide prefazioni. Con il libro qui recensito ha invece scelto la strada di una biografia scritta per un largo pubblico. È pienamente riuscito nell'intento e ha scritto 250 pagine che si leggono come un romanzo, che (verrebbe voglia di dire) sono un romanzo. Come si fa comunemente nei romanzi ha fatto largo uso della forma dialogica. Ma come nei romanzi proprio non si fa, anche ciascuna delle sue pagine dialogiche rispecchia fonti precise, è fondata su eventi o incontri o incidenti o avventure narrati dallo stesso padre Ricci.
Questa storia di un uomo che i cinesi chiamarono “straordinario” non è solo una splendida biografia, è davvero anche “un romanzo storico documentato come un saggio scientifico”. La documentazione è racchiusa in una ventina di pagine poste al termine del libro e serve principalmente per coloro che scrivono di storia. Come tutti sappiamo, anche il mondo reale è pieno di imprevisti, di incontri e di scontri, di tentativi e rinunce, di esplorazioni, di avventure
“L’altro mondo della Cina”, come lo chiamava Ricci, sarà sempre presente nella storia del mondo, sempre più vicino alle vite nostre e a quelle dei nostri figli. Cosa è stato il nostro rapporto con quel mondo? La muraglia cinese, lunga 6.500 chilometri e costruita fra il 229 e il 221 a. C. è il più grande monumento anti-global che sia mai stato concepito. Come si incrinò la antica pretesa di quella grande civiltà di isolarsi dal resto del mondo, di respingere ogni diversità, di affermare una totale autosufficienza? Ricci, scrisse un letterato cinese, “aprì gli occhi della Cina sul mondo”.
Il trattato Dell'amicizia di Matteo Ricci. Il gesuita che amava confucio
Federico Rampini «La Repubblica» 19-03-2005
“Io, Matteo, dall'ultimo occidente navigai il mare et entrai nella Cina alla fama del grande regno e delle nobili virtù del loro Re e dei buoni custumi lasciati dagli antiqui Imperatori”. Così si apre l'antologia Dell’amicizia, scritta d'un sol getto in mandarino da Matteo Ricci di Macerata, nel 1595 a Nanchang. Se Marco Polo aveva eccitato la curiosità europea verso la Cina, due secoli dopo di lui il gesuita Ricci affronta una sfida più ardua: convincere i cinesi che abbiamo qualcosa da insegnargli, o almeno che meritiamo qualche considerazione da una civiltà allora oggettivamente superiore quale la loro. Polo era un narratore geniale e un osservatore superficiale Ricci sfrutta invece la sua intelligenza straordinaria per impadronirsi della lingua e della cultura di un paese che vorrebbe convertire. Missionario, matematico, astronomo, cartografo e letterato di sconfinata erudizione, è l'intellettuale occidentale che ha più profondamente segnato le prime impressioni della élite cinese su di noi (la sua tomba è ancora oggi onorata a Pechino). Dopo gli studi a Roma e a Coimbra, nel 1578 a soli 26 anni si imbarca da Lisbona per l'Asia. Per quattro anni studia in India, quindi lascia Goa diretto a Macao. Lì, come spiega Filippo Mignini nella sua eccellente e indispensabile introduzione, il superiore dei gesuiti in Oriente Alessandro Valignano lo introduce a “un piano di evangelizzazione fondato su un principio rivoluzionario rispetto al metodo abituale, imposto dalla diversità della Cina rispetto a tutti gli altri regni. Non era possibile avvicinarsi con i consueti metodi di evangelizzazione a un popolo dalla civiltà antichissima, dalla raffinata cultura letteraria e filosofica, dotato della più avanzata organizzazione amministrativa che si conoscesse nel mondo e di una stima della propria civiltà che non ammetteva di poter ricevere alcun insegnamento da tutti gli altri popoli barbari”. È imperativo apprendere i classici della cultura cinese, adeguarsi ai costumi e alla mentalità, “farsi in tutto cinese”.
Per dodici anni Ricci vive nella provincia meridionale del Guangdong come un bonzo. Lì si scontra con la sostanziale indifferenza e il relativismo dei cinesi nei confronti delle religioni. Decide di aggirare le resistenze e di agganciare la classe dirigente con un'opera quanto più vicina alla sensibilità confuciana. Sceglie il tema dell'amicizia. Per Confucio è uno dei cinque doveri fondamentali sotto il cielo, e una delle cinque relazioni sociali naturali insieme a quelle tra padre e figlio marito e moglie, tra fratelli, e tra sovrano e sudditi. Ricci compone una collezione di massime per rappresentare il meglio della saggezza occidentale. Attinge soprattutto ad autori greci e latini, adattando stile, immagini e metatore al gusto cinese. Evita il modello cristiano di amicizia che sarebbe incomprensibile: l'amicizia confuciana, basata sulla reciprocità, è più affine al pensiero di Aristotele che all'evangelico "porgere l'altra guancia". Virtù, sincerità, fedeltà, disinteresse vengono tradotti in massime semplici e universali per dimostrare l'esistenza di valori comuni tra le due civiltà. La sua capacità di mimetizzarsi nella cultura confuciana, adottandone perfino i tic e le idiosincrasie, è sublime: “Ma che epoca! Che epoca! Le parole ossequiose producono amicizia e le parole vere producono odio!” Il gesuita affronta un'impresa formidabile di fronte a una Cina sicura di essere il centro del mondo. Deve accreditare se stesso come grande filosofo e letterato, accreditare la civiltà dell'Occidente, e mostrare che sui temi fondamentali è compatibile con quella cinese. Era già riuscito a fare apprezzare il proprio talento matematico; con questo prezioso florilegio sull'amicizia fa molto di più: ottiene di essere invitato a Pechino, entrando in contatto con la classe dirigente imperiale. Dopo Ricci l'evangelizzazione cristiana in Cina scelse altre strategie. La sua biografia e la sua opera restano a testimoniare che la storia dei rapporti tra Occidente e Oriente avrebbe potuto essere diversa.
Dalla "conquista" all'integrazione
Nuccio Ordine «Corriere della Sera» 07-02-2010

Pistole e archibugi da una parte, manoscritti e teoremi dall' altra; la certezza di essere a contatto con esseri bestiali degni di schiavitù o la convinzione di avere a che fare con uomini degni di rispetto? Voler imporre la propria lingua e la propria cultura o parlare la loro lingua e adeguarsi ai loro costumi? Rapinare ricchezze o condividere la geometria euclidea e fare tesoro dei loro classici? Due concezioni diametralmente opposte di rapporto con l'«altro» si incarnano nelle esperienze compiute dai conquistadores nel Nuovo Mondo (1492) e da Matteo Ricci in Cina (1583).

Si tratta di realtà culturali profondamente diverse, è vero. Si tratta di spedizioni effettuate in momenti distinti (l'ultimo decennio del Quattrocento e l'ultimo ventennio del Cinquecento), certamente. Si tratta di popoli che avevano un'organizzazione sociale incomparabilmente differente, non c'è dubbio. Si tratta di una «conquista» con un esercito alle spalle e di un tentativo («fallito») di evangelizzazione dall' altra, non si discute. Restano evidenti, però, due strategie così distanti che hanno finito per disegnare modelli incompatibili di relazione con civiltà lontane da quelle occidentali. La scoperta del Nuovo Mondo suscitò immediatamente un vasto dibattito in Europa sulla diversità dei popoli, sulla schiavitù, sui rapporti tra «bestialità» e «umanità», tra cultura e barbarie, tra natura e civiltà. In che maniera il vecchio continente avrebbe dovuto comportarsi di fronte all' «altro»? Le risposte furono molteplici e contraddittorie. Le tesi dell' umanista Juan Ginés de Sepúlveda - che considerava gli indios schiavi per natura a causa della loro barbarie - giustificavano, di fatto, la violenza dei conquistadores contro gli indigeni che, mostrandosi ostili alla conversione, meritavano di essere «presi et fatti schiavi, abbruciati et ammazzati, facendo ogni stratio delle lor carni e della vita». Poche voci si levarono in Europa a difesa della dignità umana e del diritto delle popolazioni americane a vivere in pace. «Tra questi agnelli mansueti - scriveva nel 1542 Bartolomé de Las Casas nella sua celebre Brevissima relazione della distruzione delle Indie - entrarono gli spagnoli, come lupi, come tigri e leoni crudelissimi. Altro non han fatto da quarant' anni a questa parte che straziarli, ammazzarli, tribolarli, affliggerli, tormentarli e distruggerli con crudeltà straordinarie di cui non si è mai saputo, né udito, né letto prima». La sua testimonianza diretta, per quanto enfatica in alcuni passaggi, rappresentava comunque una delle rare voci di denuncia del genocidio che la macchina coloniale stava compiendo nel Nuovo Mondo.

E - lungo la sottile linea del dissenso - Montaigne insisteva sulla relatività delle culture («ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi»), mentre Giordano Bruno denunciava la brama del profitto mostrando come dietro presunti marinai animati dal desiderio di conoscenza si nascondessero «solleciti predatori» («primi pirati») assetati d' oro e d' argento.

Facendo tesoro degli insegnamenti dei Gesuiti, Matteo Ricci varca la frontiera cinese nel settembre del 1583 e, senza ritornare più in Europa, muore a Pechino l'11 maggio del 1610. I suoi ambiziosi progetti di evangelizzazione lo spinsero immediatamente a imparare la lingua mandarina, a leggere i classici, a conoscere i costumi locali. Sin dall' inizio, Xitai (anche così veniva chiamato, con nome onorifico che significa «Maestro dell'estremo Occidente») capisce che in quella lontana civiltà bisogna rivolgersi immediatamente ai letterati.

E così pubblica in cinese nel 1595 il Dell'amicizia (si veda l' edizione, con a fronte la traduzione cinese, a cura di Filippo Mignini apparsa da Quodlibet nel 2005: una nuova ristampa è annunciata per marzo 2010), la sua prima opera che diventa uno straordinario biglietto da visita per promuovere un dialogo tra le due culture. Ricci - come ha ben spiegato Mignini nella sua ricca introduzione - seleziona le celebri massime dei classici occidentali sull'amicizia tenendo presente alcune riflessioni sullo stesso tema del confucianesimo: un'elegante strategia, che in seguito lo spingerà a rendere Deus con il termine cinese Tianzhu (Signore del Cielo), per mostrare come estremo Oriente e Occidente potessero trovare sul piano morale un linguaggio comune. Anche la traduzione dei primi sei libri della Geometria di Euclide (1607), compiuta con l' aiuto del suo amico Xu Guangqi, servì ad accreditarlo con prestigio presso le più alte autorità dell' Impero. Xitai, ormai diventato Mandarino, sperimenta di persona che in Cina scrivere libri vale più di ogni altra cosa («Questa Amicizia mi ha dato più credito a me e alla nostra Europa di quanto abbiamo fatto»). Non a caso Feng Yingjing mostrerà, nella sua prefazione al Dell' Amicizia, di aver percepito a pieno le intenzioni dell' autore, ricordando che Ricci «dopo aver fatto un difficile viaggio verso Oriente è venuto in Cina per farsi degli amici».

2005
Quaderni Quodlibet
160x225
ISBN 9788874620814
pp. 216
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