V. Amore «Settimana di Bologna» 02-07-1995
C.C. «Il Sole 24 ore» 25-05-1995
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 02-11-2004
V. Amore «Settimana di Bologna» 02-07-1995
PASCAL B., Compendio della vita di Gesù Cristo, ed. Quodlibet, Macerata 1995.
Torna quanto mai prezioso questo libretto di B. Pascal Compendio della vita di Gesù Cristo, pubblicato a cura di Michele Ranchetti. È una breve opera incompleta che il pensatore francese scrisse nel 1655, poco dopo gli Scritti sulla grazia e poco prima delle Lettere provinciali. L'occasione - a sentire lo studioso Pierre Mesnard - è stata l'incarico ricevuto da uno dei suoi direttori spirituali di redigere un'armonia dei quattro vangeli, sulla scia di quella famosa e grandemente valutata tra i giansenisti, di s. Agostino De consensu evangelistarum.
Lo scritto di Pascal ha uno stile sintetico, drammatico, segue lo svolgimento dei vangeli e non di un solo vangelo e, proprio perché incompleto, non è alieno da qualche ripetizione o da accenni a tematiche che andrebbero maggiormente affrontate; intende dare una particolare sottolineatura allo svolgimento storico della vita di Gesù, convinto com'è, l'autore, che non vi possono essere stati momenti vuoti e trascurabili, «la vita di Gesù è la vita quotidiana di un Dio che si è fatto carne».

Sulla vita di Cristo, col fascinoso compendio di Pascal
C.C. «Il Sole 24 ore» 25-05-1995
L’unica copia che si conosca dell'Abrégé de la vie de Jésus-Christ di Blaise Pascal fu ritrovata nel 1854, insieme ad altri inediti. Nello stesso anno I'operetta venne pubblicata sulfa "Revue Ecclesiastique", che era di ispirazione giansenista. Si tratta di un lavoro quasi certamente rimasto incompiuto (lo si può notare dalla ripetizione di alcuni numeri, da scansioni interne e singoli numeri che non si riferiscono a episodi autonomi, dal frequente uso degli "eccetera"). Si potrebbe però definire compiuto il disegno di questo scritto.
Occorre ricordare che Pascal ha seguito vari modelli, che la critica non ha faticato a individuare. A esempio, Pierre Mesnard, che ha curato la recente edizione critica delle opere del filosofo francese (l'Abrégé si trova nel III volume, Parigi 1991), ha ricostruito anche le fonti, le citazioni, i riferimenti. Oltre ai Vangeli, questo filologo indica il Tetrateuchus di Giansenio, pubblicato postumo nel 1639, quindi una Series vitae Christi Jesu juxta ordinem temporum, che è anche l'opera più seguita da Pascal. Seguono poi l’Historia et Concordia Evangelica
di Arnauld nell'edizione del 1653), quindi tre opere di un altro Giansenio, vescovo di Gand, tra le quali, troviamo storie e concordanze evangeliche. Meno certe sono invece opere che in quel tempo erano considerate di grande autorità, quali l'Historia ac Harmonia evangelica di Jan de Buisson, che era una fonte privilegiata da Arnauld, o i celebri Annali del cardinal Baronio.
L'intento di Pascal era quello - simile ai tentativi di Giansenio e di Arnauld - di offrire in un testo unico la narrazione dei Vangeli, cercando di superare le incongruenze e le discordanze entrate a suo tempo nella composizione degli scritti sacri. Ordinare dunque la narrazione evangelica in una successione cronologica che corrispondesse alla vera vita di Gesu (la quale non poteva presentare, nel suo reale svolgimento, lo stesso miracolo o la medesima parabola in tempi diversi). Problemi analoghi se li era già posti Sant'Agostino nel De consensu evangelistarum, dove il sommo dottore indagò il problema dell'armonia tra i Vangeli e cercò di uniformare unificandoli i quattro racconti.
Dunque l'operetta di Pascal fa parte di questo genere, che ha radici nella storia cristiana e che i maestri di Port-Royal ripresero insieme alle meditazioni agostiniane. Possiamo aggiungere che Pascal scrisse questa sua vita di Gesù nel 1655. Ma più che una data storica si direbbe un anno assoluto. Il grande francese procede senza tener conto della critica, della filologia, delle nuove istanze dell'etica, delle proposte avanzate in quegli anni dell'esegetica, non v'è traccia di uso di apocrifi. Non dimentichiamoci che nel 1655 Descartes e gia scomparso da un lustro e che Spinoza sta per essere bandito dalla sinagoga di Amsterdam (non va sottovalutato il fatto che il primo biografo di Spinoza. Lucas, che scrive la vita del suo maestro prima della fine del secolo, tenterà dei paralleli tra la vicenda umana del Cristo e quella dello stesso Spinoza).
Va notato che l'operetta è percorsa da una singolare passione. Pascal parla sempre di «Evangelo», al singolare, e ricorda che le vie delta rivelazione che portano alla salvezza sono soltanto quelle dei testi autentici, ai quali occorre accostarsi sempre con umiltà. Non si creda che l'Abrégé sia noioso o debole, al contrario. C'è una testimonianza insospettabile, quella che ci ha lasciato l'antiscristiano Fredrich Nietzsche in Aurora, che spiega meglio di ogni possibile critica il valore di queste pagine: «Il colloquio di Pascal con Gesù è più bello di qualsiasi cosa nel Nuovo Testamento. È la grazia più malinconica che abbia mai preso la parola. Da allora non si è continuato a poetare di questo Gesù, perciò dopo Port-Royal il cristianesimo è in decadenza ovunque».
Un'opera da meditare, da avere. Una piccola ma elegante casa editrice propone ora la traduzione con una bella introduzione di Michele Ranchetti. Sono pagine che precedono quelle dei Pensieri e che si leggono quasi per prepararsi ad essi. Teniamole presenti. Anche l'editoria di oggi sa offrire delle autentiche perle.
Blaise Pascal, «Compendio della vita di Gesù Cristo», Quodlibet, Macerata 1995, pagg. XX+60, L. 14.000 (informazioni allo 0733/231922).

Il Vangelo secondo Pascal
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 02-11-2004
Sui banchi di scuola ci insegnava a distinguere l’esprit de géométrie dall’esprit de finesse: per vendicare, nelle ore di filosofia, quelli che non avevano la sufficienza in matematica. E indurre a sottili, evanescenti fantasie, quelle che, al rigore implacabile delle coordinate cartesiane, preferivano i vaghi languori della “canna al vento”, la “canna pensante”. Meglio allora rendere giustizia a Blaise Pascal (1623-1662), geometra rigoroso ai tempi di Réné Descartes (il Cartesio che diede gli aggettivi alle semirette x e y) e scienziato “duro” educato dal babbo insigne fisico prima che dai logici maestri della scuola di Port Royal. Oltretutto, la pensosa (e ventosa) “finezza”, auspicata per quella “canna” cui corrisponde la celeberrima definizione dell’uomo data nei Pensieri, non era tanto, nelle visioni del filosofo francese, esposta a romantiche bufere. Piuttosto, al confronto con l’infinito del Padre Eterno: affrontato da Pascal con la fede del devoto e la buona volontà del convertito.
Ma neanche dopo l’incontro con gli ideali di Giansenio (avvenuto nel 1646), né dopo la conversione (datata 1655) a quella forma di cristianesimo austero che il teologo olandese aveva predicato, Pascal abbandonò gli studi fisici e lo spirito geometrico delle scienze esatte. Prova ne sia che nel ’47 pubblicò gli Esperimenti intorno al vuoto e nel ’54, già preda del fervore religioso, redasse imprescindibili trattati sul calcolo infinitesimale e delle probabilità.
Ma c’è una prova anche più schiacciante di come per il pensatore toccato dalla Grazia “finezza” facesse rima con “esattezza”: al punto da indurlo a ricorrere al computo numerico e alle commensurabili certezze della matematica perfino per “prendere le misure” del Figlio di Dio. La dimostrazione – storicamente, se non sperimentalmente, verificata - è fornita da un documento prezioso, il cui valore aumenta in relazione direttamente proporzionale al mistero che da trecentocinquant’anni lo avvolge.
Scritto nel 1654, il Compendio della vita di Gesù Cristo scomparve subito dopo la sua – incompiuta – stesura. Per riapparire postumo e da 200 anni inedito solo nel 1854, in un unico esemplare autografo, ed essere finalmente pubblicato su un’oscura “Revue Ecclésiastique”, destinata ad ecclesiastica, ergo ristrettissima, circolazione. Promosso a dignità teorica solo nel 1991 dall’eccellente edizione critica delle Oeuvres Complètes pascaliane curate da Jean Mesnard, il Compendio festeggia ora in Italia il suo 350° anniversario, con l’eccellente traduzione e curatela che Michele Ranchetti ha apprestato per l’editore Quodlibet: 66 pagine da leggere al prezzo di 9,50.
Ecco: del capolavoro sconosciuto di Pascal abbiamo dato quasi tutti i numeri. Alle cifre mancanti pensa l’autore, che nei 354 stringatissimi capitoletti - o microparagrafi o, evangelicamente, versetti - in cui riassume la vita del Redentore, riporta con una precisione al limite dell’acribia, i giorni i mesi gli anni che segnano l’età storica, che ritmano l’avventura terrena del Figlio dell’Uomo.
Era il 24 settembre dell’anno 2 a.C. – ma ormai per il passaggio all’era cristiana si contavano i mesi: ne mancavano 15 – quando, sotto l’impero di Cesare Augusto e sotto il regno di Erode in Giudea, Gabriele annunciò a Zaccaria, marito di Elisabetta, la nascita di Giovanni il Battista Precursore del Messia. Poco più tardi, “sei mesi più tardi”, lo stesso angelo avrebbe annunziato alla vergine Maria la nascita di Gesù. Era il 25 marzo: esattamente nove mesi prima del Santo Natale.
I conti tornano. E, calendario alla mano, Pascal chiarisce il mistero dell’Immacolata Concezione (che la liturgia, inverosimilmente, celebra l’8 di dicembre) anche ai più renitenti ad accogliere il sacro dogma. Non è però ai fini del proselitismo o della verifica storiografica che Pascal procedette con piglio metodico tanto inappuntabile. Né per un’estrema (blasfema?) concessione alla propria passione mondana per la scienza. Lo svolgimento dell’esistenza del Cristo gli appariva, invece, tanto simbolicamente significativo che non un solo istante di quella vita storica eppure divina poteva essere stato ai suoi occhi privo di senso e dunque trascurabile: di qui, suggerisce Ranchetti nella puntualissima presentazione, “una successione cronologica senza vuoti”.
Eppure è con sublime finesse che il pensatore cristiano distingue le fasi di crescita e maturazione della carne dal tempo della rivelazione del Verbo: “Gesù condusse la sua vita nascosta dai dodici anni fino ai trentuno”, fino all’ora in cui giunse “il tempo della predicazione”, scriveva Pascal trentunenne, scandendo la propria narrazione sugli attimi salienti della storia della Salvezza. Né va negato che, redigendo il proprio “compendio”, il filosofo osservasse anche quelle regole oscuramente dettate a chi sia dotato di un senso per lo stile della scrittura narrativa, oltre che dello scrupolo per la fedeltà alla Scrittura biblica. Perciò il testo pascaliano più che un “riassunto” è un racconto: sorvola sui dettagli dei miracoli (evocati sbrigativamente con abbondanza di “etc.”), dà per scontati o evoca appena capitoli risaputi dalla lettura assidua dei Vangeli. Indugia invece con pietas commossa sui momenti più drammatici della Passione: rallenta la narrazione, ne frantuma con gli a capo la continuità, spezza la prosa in versi - “Si allontana un poco da loro, / Di circa il getto di una pietra. / Prega. / La faccia a terra. / Tre volte…” -, per recitare la Novella con il lirismo della poesia, o l’intensità di una preghiera, o la suggestione visionaria di una sacra rappresentazione.
Se un genere si deve attribuire al testo più misterioso di Pascal, lo diremmo più volentieri letterario che esegetico. Lo scritto non è però estraneo all’andamento dialettico della filosofia: ai dubbi, le domande, l’ansia di spiegazioni che la raison risveglia anche nel più fedele dei teoreti. “Forse” Gesù preferisce Pietro “perché non è di coloro che aspiravano al primato”, azzarda il filosofo per ipotesi. E al suo prediletto, dopo il rinnegamento, Cristo rivolge uno sguardo pieno di dolore, ma “interiormente, perché Gesù e Pietro erano in luoghi diversi, da dove non potevano vedersi”, precisa il narratore per amor di coerenza. C’è, infine, Padre e Padre, “perché Dio è altrimenti Padre di Cristo e di noi: Egli è Figlio per natura e noi per adozione”, spiega Pascal. Testimoniando ancora una volta, senza smentirsi, che “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non comprende”. E viceversa.
