Ecuador
Ecuador
Diario di viaggio
Traduzione di Guido Neri
Appendice di Jean Talon

“Un uomo che non sa viaggiare né tenere un diario ha composto il presente diario di viaggio. Ma, al momento di firmare, colto da improvviso spavento, si scaglia la prima pietra. Questa”. L’uomo che non sa viaggiare ha poco meno di trent’anni quando decide di abbandonare le comodità e l’aria un po’ viziata della sua famiglia medioborghese per intraprendere un lungo spossante viaggio attraverso le Ande, alla volta dell’Ecuador: si chiama Henri Michaux, è un giovane scrittore ancora sconosciuto e tale è destinato a restare per sua volontà, anche quando diventerà il celebre Michaux, uno dei maggiori scrittori francesi del Novecento.
Quale malessere è all’origine di questa precoce inclinazione allo spaesamento, questa specie di forza centrifuga che lo porterà sempre verso i confini del mondo e del proprio essere? Difficile dirlo. Michaux è un esploratore solitario, uno sperimentatore che non sembra interessato a mettere da parte il “frutto” della sua ricerca: quando si tratta di tirare le somme è già altrove, e non si fa trovare. Dove va? “Scrivo e dipingo per attraversarmi”. E in Ecuador, quasi a giustificare quell’affermazione: “Sono nato forato”.
Stiamo forse, nell’inferno di Michaux, a pochi passi dal girone degli scrittori surrealisti, ma il tormento che ci aspetta è di gran lunga più raffinato e sublime: nessuna innocenza da riconquistare, né misteri da decifrare, né luoghi insondabili cui attingere la verità. E, in apparenza, né sovversioni né rivolte. Che cosa allora? “Un mistero totalmente sprovvisto di enigma”, come ha scritto Maurice Blanchot dell’autore di Ecuador; ed è quel che ci impensierisce e ci affascina. Eppure, durante questa navigazione senza strumenti che è la lettura di questo libro, più d’una volta ci sorprenderemo a sorridere: perché Michaux è anche un grande giocoliere, un acrobata scanzonato e beffardo, uno che sa tenere in bilico la suprema idiozia e la più saggia delle verità.
E in fondo, proprio nel negare ogni scopo, ogni significato ultimo, questo libro ha l’aria di insegnarci qualcosa: è forse una preziosa guida a perdersi, una specie di seminario sullo smarrimento tenuto da un giovane, ilare maestro di zen.
G. N.


Recensioni 
Alessandra Iadicicco «Il Foglio» 18-03-2006
Elena Frontaloni «Stilos de La Sicilia» 13-03-2006
Emanuele Trevi «Il Manifesto» 04-11-2005
 
Il viaggiatore controvento
Alessandra Iadicicco «Il Foglio» 18-03-2006
Diario di una fuga che diventa esplorazione.Henri Michaux 2.040 metri sopra l’Ecuador

Si facessero riprese filmate da un  pallone in volo, se ne caverebbero ottimi finti fotogrammi di circhi lunari, da proiettare nei corsi serali o nelle università popolari. Ci vorrebbero anni prima che quelli si accorgano dell’inganno.

U n po’ sleale aprire il libro sull’ultima pagina, per bruciarlo sul tempo e sventare l’inganno. Ma a onor del vero il libro non intendeva spacciarsi per il documento di un volo lunare. Voleva essere, ed è, il diario di un viaggio in Ecuador. E il primo a buttare, a scapito di offese, la pietra dello scandalo era il suo autore. Che, presentandosi al lettore pronto a seguirlo, stringeva da subito con lui un patto di lealtà e ammetteva di essere “un uomo che non sa viaggiare né tenere un diario. Ma al momento di firmare, colto da un improvviso spavento, si scaglia la prima pietra. Questa”.  Il momento giunse appena dopo il ritorno, nel 1928. La firma era quella di Henri Michaux (1899-1984). Il titolo sotto il quale era apposta corrispondeva alla meta del viaggio e al motivo del diario: al nome di un paese in Sud America tutto fiorito di vulcani, “pieno zeppo di crateri”, “verosimilmente sotto il segno della luna” e, insomma, una “tra le contrade più lunatiche che ci siano”.  Un posto così, l’“Ecuador” (Quodlibet 152 pp. 14 euro), poteva essere fatto oggetto di riprese documentarie buone, nel migliore dei casi, per i corsi serali o le università popolari. Ma alla lunga anche là si sarebbero accorti dell’imbroglio. Meglio assecondarne gli umori, allora, gli estri, i capricci, i guizzi vulcanici e le lune storte. Per registrarne – inappuntabili – profilo ingannevole, sottosuolo implacabile e geografica intimità.  Umorale, e più che mai lunatico, si era disposto a tagliare la corda e mollare gli ormeggi un Michaux all’epoca ventottenne. Partito da Parigi nel giorno dell’anno in cui sono al culmine tedio invernale, spleen natalizio e noia domenicale: la domenica di Natale del 1927. Salpato il mercoledì dopo da Amsterdam a bordo del Boskoop, vascello “insolente”, “severo”, “superbo”. Smanioso di vedere il senso della sua rotta. Niente, invece. Per giorni e giorni solo calma piatta e la linea retta tra il cielo e l’oceano. “Ma insomma, dov’è questo viaggio?” sbottava impaziente il navigatore dopo due settimane quando, ormai al largo dalla costa olandese, – trecentocinquanta chilometri al largo – in vista non c’erano più nemmeno i gabbiani. “A che distanza massima possono volare?”, gli domanda un tale sul ponte, “Trecentocinquanta chilometri? Si sono visti gli ultimi ieri mattina. Mi sembra di non sentirmi perfettamente a mio agio neppure io”. Per i primi quindici giorni, a spezzare il limite dell’orizzonte, a romperne la monotonia, nient’altro che nuvole e fantasie. Sotto, da immaginare, “tutto uno sciaguattio, e iridati colpi di coda in mezzo alle alghe sognanti”. Sopra, “grandi nubi in ordine sparso. Una vasta isola d’ombra sul mare le accompagna fedelmente”. E tanto valeva acconsentire alla stessa promessa di fedeltà, e accompagnare paro paro perturbazioni, correnti d’aria e rannuvolamenti. Esattamente come il mare: “sottoposto all’umore, come noi. La sua vita è interiore, come in noi”.  Sarà di necessità – non per una scelta, né per autorevole, o autoriale, decisione – lo stile del diario: imposto a quell’uomo incapace di redigerne uno dagli imprevisti cui, da viaggiatore ugualmente inetto, andava incontro: dai paesaggi, i climi, la fauna selvatica, la flora esotica, “tribù e popoli” stranieri dalle “usanze e costui” diversi. Stile di necessità imprevedibile che, dalla prima sassata all’ultima boutade, procede beccheggiando tra la confidenza e la beffa, la confessione e la smentita.  Gi episodi narrativi: “Morte di un uccello. Era di un colore magnifico: un carpintero. Lanciai la mia carica di piombo. Parve esitare, poi cadde su una larga foglia di palma. Lo presi nella mia mano. Era così: oro, nero, rosso. Lo palpai, aprii le ali, lo esaminai a fondo e lungamente. Era intatto. Deve essere morto di stupore”.  Le scenette teatrali: “Una bambinetta di cinque o sei anni vi ferma per strada. ‘Mama le llama (Vi vuole la mamma)’ e vi prende garbatamente per mano e vi accompagna dalla mamma. E ‘Mama... Mama...’ Insomma sono due sols (venti franchi)”.  Le barzellette anticlericali: “I missionari di qui non sono certo tra i migliori. A uno di loro, ben noto per le sue relazioni femminili, qualcuno diceva: ‘ma insomma, padre, non è mica molto ecclesiastico quello che fate’. ‘Oh! – rispose lui col più bel sorriso’, c’è un tale bisogno di battesimi...”. Poi versi sciolti, pensieri in libertà, singhiozzi di meditazione, ritagli di poesia. Stile, per forza maggiore ondivago: per “il rollio e il beccheggio” del Boskoop sull’oceano, il corso di un torrente “che travolge ogni cosa, che va in una sola direzione, ma ci va per davvero”, il flusso delle rapide che trascinano la piroga sul Napo fino al Rio delle Amazzoni. Se di una vita interiore, e di sbalzi d’umore, doveva tenere il diario una scrittura tanto incostante e lunatica, era solo del paese sotto il segno della luna che poteva descrivere interiorità e umoralità. “Una terra vulcanica: un suolo venuto da dentro”, dal profilo mutevole col mutare del bello e cattivo tempo: “La pioggia sfalda e travolge la montagna. Le Ande si sono abbassate come candele nel corso di una notte”. Michaux, sprovveduto diarista che scrive in prima persona ma, affidatosi al viaggio ecuadoriano, si nomina in terza persona come “l’Autore”, ci sparisce dentro. E se stati d’animo o, peggio, impressioni deve annotare, non lo fa alla maniera pirotecnica della solita “banda di impressionisti”. “Quel modo di scrivere come a scintille. Quello stile a parvenza d’immagini, a parvenza d’incanti, a parvenza di emozione, a parvenza di prodigi, a parvenza di genio, a parvenza di umori, a parvenza di studi, a parvenza di tutto. Insopportabile bazar dove non trovi il pane”. Annota lo stupore del carpintero, basito tanto da restargli secco tra le mani. La perplessità della “gallina sotto una foglia di banano un pomeriggio di pioggia”. La scaltrezza di un’isola: “non c’è niente di più astuto”. L’impudicizia dell’oceano: “Naturalmente tutti ci sono passati sopra, i fenici, i cinesi; c’erano le galere romane, e un’ora fa il Mauretania. Sì, ma non ne serba traccia. E’ una puttana che rimane vergine”.  E’ la stessa verginità – evidente e incredibile, comprovata e indecente – dei grandi autori. “A volte leggo con attenzione qualcuno dei grandi scrittori classici. C’è una sorta di verginità in loro”. Classico, Michaux non avrebbe forse voluto definirsi. In vita rifiutò che i suoi libri fossero compresi nella Pléiade: “Il faut me mériter”, diceva. Né vergine aveva intenzione di restare: “Ebbene no, non voglio restare vergine”, scriveva facendo tappa a Guadalupe, “Sarà il caso che parta, c’è ancora della verginità che aspetta in me”. Ma adesso la Bibliothèque de la Pléiade si è presa il merito di mettere in catalogo, da quasi un decennio, i tre volumi delle sue “OEuvres complètes”. E il loro autore, riconosciuto tra i maggiori di lingua francese, può a chiare lettere esibire la propria scandalosa illibatezza, la propria navigata verginità. Di essere come il mare, in fondo, “sottoposto all’umore, la sua vita è interiore” aveva confessato fin dai tempi di “Ecuador”. Dell’Ecuador, quella volta, aveva preso l’impronta: silhouette orografica, linea di costa, sotterranee agitazioni. E sui segni rimasti – ancorché imbarazzanti: “Un anno piuttosto denso ridotto a così poche pagine. L’Autore è turbato”, ancorché pietrificanti: “il pietrificante è ovunque nello scrittore” – non si sono richiuse le onde.  Ma al mare, “che risolve qualsiasi difficoltà, non ha il cuore duro della terra”, Michaux era stato e sarebbe tornato un sacco di altre volte. Puttana sempre vergine pronta a concedersi ogni volta come la prima volta. Avventuriero sempreverde pronto ogni volta a ripartire con il candore dell’esploratore in erba: “Non ho mai avuto in vita mia più di quindici giorni. Da un attimo a quindici giorni è tutta la mia vita”. Sperduto come chi sia nato ieri, a disagio come chi sia stato piantato in asso perfino dai gabbiani, Michaux fu dai primi anni. Spaesato nel Belgio delle origini, nella Namur della nascita, nella famiglia del padre avvocato che voleva fare di lui un medico, uscì presto di casa per abitare, da scolaro elementare, in un pensionato fiammingo e farsi poi ospitare, per gli studi superiori, a Bruxelles dai gesuiti. Le prime fughe dal College Saint-Michel lo vedono decollare sulle nuvole e sulle fantasie: sulle forme della scrittura cinese, le visioni mistiche di Angela da Foligno, la lettura delle Vite dei santi. I testi di entomologia: decisivi per certe sue intuizioni insettiformi delle forme viventi. E di ornitologia: decisivi per tanti suoi alati stupori. Poi, ventunenne, prese il volo, un po’ folle, per davvero: fece ali dei remi di una nave mercantile francese e fece rotta verso l’America. Rientrato a Parigi nel ’23 ripartì per il Nord e il Sud dell’Africa, Congo, Ciad. Si scoprì “Un barbare en Asie” (titolava nel ’33) nell’Oriente di Cina, Giappone, India, Indonesia, Malesia. Si convinse di essere un écrivain septentrional – meglio che belga, o francese –, ma naufragato nel tentativo di comporre un poema in nederlandese, raggiunse il meridione d’Europa: il Mezzogiorno di Francia, l’Italia, la Spagna, il Portogallo. Quattro continenti nell’arco di un quindicennio, girati dal proteiforme Michaux nei panni mutevoli di marinaio, giornalista, chauffeur de taxi, correttore di bozze, libraio, editore, poeta nomade. Pittore malgré soi: detestava la pittura, “répétition de l’abominable réalité”, ma poi conobbe Klee, Ernst e De Chirico. Viaggiatore svogliato: “Non c’è paese che mi piaccia: ecco che tipo di viaggiatore sono io”. Autore randagio. Sedicente documentarista della luna. Anche più osé dell’allunaggio in Ecuador era il viaggio che aveva in animo di fare la vigilia di Natale (ancora Natale: si deve sempre escogitare un modo per sfuggirne), quando in una lettera datata 24 dicembre ’34 e inviata a Jean Paulhan – il direttore della Nouvelle Revue Françoise che da un decennio gli pubblicava versi e disegni – manifestava la sua intenzione di imbarcarsi alla volta della Gran Garabagna e della Terra di magia. Ci sbarcò in effetti a breve per restarci un paio d’anni: il tempo di scrivere il più sincero e inverosimile dei suoi diari: quell’ “Altrove” che – uscito nel ’48, ristampato da Gallimard nel ’67, pubblicato l’anno scorso in Italia da Quodlibet – porta inciso nel titolo l’indirizzo più attendibile del suo autore.  Domiciliato “Ailleurs”, fuori luogo ovunque, sfuggente, scostante “habité par une mauvaise humour permanente” (disse di lui Paul Nizan), Michaux trascorse, come scrisse, “La vie dans les pies” (1948): nelle pieghe del mondo. Sprofondato nelle depressioni de los Andes o imbustato tra le lenzuola: “Quando si è andati a letto con un’India c’è da chiedersi se l’abbiamo vista davvero. Solo il bianco è nudo, il negro è nudo quanto può esserlo uno scarabeo. E’ vero che, fra due lenzuola bianche, tutte le razze sono nude”. Infilato nei risvolti di mappe e carte nautiche o mimetizzato nel nero d’inchiostro gettato dalla penna come una seppia per nascondercisi dentro. Passava via come un’ombra anche quando si aggirava in carne ed ossa per il mondo. Impossibile fotografarlo: lo scatto di Gilberte Brassaï, inserito nel ’59 in un catalogo di ritratti, costò al fotografo la rottura di un amicizia. E negli ultimi anni parigini, seppure capitasse di incrociarlo al cinema o in biblioteca, nelle sale del Quartiere Latino o al Centre Pompidou, si dubitava che esistesse davvero. Era o non era lui il tipo apparso nel vano della porta al College de France la volta che vi fu invitato Jorge Luis Borges? Era il 1983 e fu la sua ultima apparizione pubblica prima di sparire una volta per tutte venerdì 19 ottobre 1984. La sua morte restò due giorni segreta: annunciata solo il lunedì dopo con quella di François Truffaut.  Scostante, Michaux era scostante. Ma per niente antipatico: piaceva anzi, e seduceva. Piacque a Borges, che introdusse la sua opera in Argentina. Sedusse Octavio Paz, che lo iniziò alla letteratura indiana. Fu musa ispiratrice di Pierre Boulez, che ne mise in musica i poemi. Guru incantatore dei beatniks, che si misero nello zaino i suoi scritti sulle droghe. Tra le sue conquiste più recenti: Gianni Celati, che ne ha tradotto parte di “Altrove”, ne tradurrà “Face aux verrous”, ne condivide l’inclinazione alle partenze, le esplorazioni, le “fantasticazioni”. Ai viaggi d’avventura, agli inseguimenti della “Fata Morgana”. Ultimamente – confessa – anche al tedium vitae e alla noia. Ma “C’è nella monotonia una virtù troppo spesso misconosciuta” sa, avvertito da Michaux. E, conquistato con Celati: Jean Talon, filosofo, antropologo, esperto di cinema etnografico che di Celati è stato – cinepresa alla mano – compagno di piroga, compagno delle “Avventure in Africa”, compagno poi del viaggio garabannico e nelle terre dell’“Altrove” tradotto a quattro mani con lui. In solitaria sta ora procedendo sulle carte del belga vagamondo: sui percorsi dei viaggi allucinogeni descritti negli anni delle esperienze con le droghe (i primi anni Sessanta, i soli in cui Michaux godette di una fama piuttosto clamorosa) in “Miserabile miracle” (1956) e Connaisance par les gouffres” (1961), di cui si leggerà prossimamente la sua versione italiana. Come attuale curatore dell’opera, soprattutto come suo traduttore, Talon gode del privilegio di una rarissima intimità con l’imprendibile personaggio. Per la sua confidenza con Michaux, e le sue competenze di etnografo cineasta, è il più adatto a fornire una visione esclusiva, ripresa da un pallone in volo, del lunatico scrittore. Così Talon racconta della sua diffidenza nella scrittura come mezzo di comunicazione da padroneggiare: “Michaux non è uno scrittore professionista, o professionale. Non incomincia mai con un’idea. Né sa mai dove andrà. La scrittura gli viene fuori come la bava delle lumache, o la tela del ragno. Lascia andare le frasi dove vogliono. Si lascia andare dove lo portano le parole”. Racconta della sua diffidenza nei viaggi: “Sempre intrapresi per una fuga dalle radici, un rifiuto della cultura propria, una ricerca dell’altro. Sempre conclusi con il disincanto, la demistificazione dell’esotico, lo smascheramento, anche Altrove, del quotidiano e del borghese”. Stanati perfino sotto il poncho dei nativi, le fattezze delle amazzoni e le lenzuola delle Indie: “La quotidianità si produce ovunque” notava il viaggiatore ecuadoriano sul Rio delle Amazzoni. “Vi disperate, imprecate, vi infettate, reclamate delle tigri, dei puma. Non vi danno che il quotidiano”. Dice della tecnica di “fissazione maniaca” con cui Michaux faceva di bestie paesaggi e popoli ideogrammi di umori malumori preferenze e manie. Non era un effetto dell’immaginazione: “Pensa sempre in termini di storia naturale”, spiega Talon. “In termini di razze geografia e climi. Anche le popolazioni immaginarie descritte per dare corpo alle fantasie non sono per lui che variazioni interne alla specie umana. Ma poi lo so per certo: era soprattutto un lettore dei grandi naturalisti, von Humbolt, Darwin”. Naturalistica e umorale, se possibile, era anche la sua pittura: “Figurine insettiformi, formicolanti, stilizzate e lontane, popolano le sue tele come le sue pagine”, dice Talon. “Mai astratte. Sempre intuitive e impalpabili. Concrete della concretezza delle visioni interiori”.  Si direbbe che avessero la stessa consistenza della nuvola ecuadoriana, quella che calava sulla Cordillera alla terza ora del giorno: “Un po’ di bianco si stacca dal cielo qua e là e scende giù. Prende una pecora, ma lo fa con grazia, le lascia le sue forme” scriveva Michaux appollaiato a 2040 metri di altezza. “Quelle brume inteneriscono il nostro sguardo, ci insegnano a guardare”, proseguiva. E allora, diarista inaffidabile, incoerente e impertinente, doveva smentirsi: la terra non aveva poi un cuore così duro. A guardarla teneramente, si offriva ai suoi capricci con la vergognosa morbidezza dell’acqua: “Il volto della natura, perfino del minerale, non è così duro e inalterabile come lo si conosceva, ma debole e disarmato e sottoposto a tanti turbamenti quanto il corpo di una donna”.
Henri Michaux "Ecuador"
Elena Frontaloni «Stilos de La Sicilia» 13-03-2006
Henri Michaux "Ecuador"
Trad. Guido Neri pp. 151, euro 14, Quodlibet, 2005

1927, un gelido mercoledì di dicembre. Henri Michaux, già sorpreso alla do­gana con addosso 1'«aria di un giocatore sfortunato» (fatto che di certo ha determinato il controllo delle sue valige), si trova ad Amsterdam; ha ventino­ve anni ed è annichilito dal freddo: «Per resistergli bisogna avvilupparsi in se stessi, o piuttosto livellarsi». Aspetta l'imbarco sul Boskoop, la nave che lo con­durrà a Quito in compagnia del poeta e «amico» Alfredo Gangotena, del futu­ro «compagno di piroga» André de Molezun e di altri due insoliti personaggi: un mercante d'arte e un pittore. Si tratta di un'avventura a largo rimandata e de­siderata, che varrà, nel 1929, la pubblicazione di Ecuador. Un journal de voyage - secondo quanto si legge nel sottotitolo originale - esplicito fin dalla Prefazio­ne, dove l'autore lo dice frutto dei vagheggiamenti di «un uomo che non sa viag­giare né tenere un diario» e che pure in questi fogli trovò, consumò, perdette e riconobbe (per la prima volta veramente, dopo il più compresso "Qui je fus") se stesso e l'ispirazione fondamentale della sua opera: «Comincio a sapere, gra­zie a questo diario, che cosa c'è in una giornata, in una settimana, in alcuni me­si. E’ orribile, del resto, come non ci sia nulla. E non conta saperlo. A vederlo sul­la carta, è come un verdetto». Viaggio che si fa iniziazione al vuoto - questo il parere di molti sui pellegrinaggi mentali e fisici di Michaux - ma soprattutto ini­zio del gioco della scrittura dentro l'esilarante perdita d'ogni orizzonte certo: fra i pensieri di Ecuador si fanno eco il disprezzo nei confronti delle bellezze paesaggistiche e l'attenzione certosina posta su una zanzara invisibile; gli ag­guati tesi alla leggibilità quanto all'illeggibilità della pagina e insieme il furio­so, irritante, deliziosamente fraudolento appello al lettore: «Non mi date per morto, solo perché i giornali avranno annunciato che io non ci sono più. Mi faro più umile di quanto non sia ora. Non potrei farne a meno. Conto su di te, letto­re, su di te che mi leggerai, un giorno o l'altro, su di te lettrice. Non lasciarmi solo con i morti come un soldato al fronte che non riceve lettere. Sceglimi tra loro, per la mia grande ansietà e il mio desiderio».
In Ecuador - recentemente tradotto per la prima volta in italiano dalla bella, non­ché esperta penna di Guido Neri per la collana "In ottavo" di Quodlibet - c'è davvero tutto Michaux, non solo quello giovanile. Ci sono in genere le trasfi­gurazioni oniriche che informeranno le fantasmatiche geografie di Altrove (1948) e i più vicini incantamenti di Un barbare en Asie (1938); si consuma­no le droghe amate e quelle considerate avvilenti (l'oppio, che ottunde i «ner­vi» necessari all'autore per continuare a «rimanere» qualcosa); si profilano gli stranianti affetti (in bilico tra compassione e desiderio carnale) per gli anima­li; c'e il cuore malato dalla nascita che affanna gli spostamenti e li decide; si esercita l'ironia spinosa, affaticata e allegramente irriverente di chi, arrivato a Suña, guarda «una donna, appoggiata sui gomiti, che sospira»". E aggiunge: Immagine suggestiva, non lo nego; ma un uomo stremato, un uomo che non vede l’ora di andarsene a dormire, io non sono che questo. Impossibile, ora: amor proprio». Ma c'è anche di più: in Ecuador s' incontra un Michaux già sor­prendentemente maturo, fluentemente scisso, inarrestabile nel costruire fram­menti e sfidare i confini di genere. Prosa e poesia s'intrecciano e ricompongo­no, sospinte tra microracconti e poemi, riflessioni dal sapore filosofico e illu­minazioni o divertissements in versi dedicati agli amici. Fra appunti di poetica che non temono le rughe del parlato e folgorazioni quasi bambinesche, commo­venti come Morte di un uccello, dove il variopinto carpintero subisce il colpo inflitto dall'uomo, sembra esitare, cade a terra, per nulla sfigurato. Di certo, con­clude Michaux, «deve essere morto di stupore».
Dice il risguardo di copertina: la lettura di questo libro è «una navigazione sen­za strumenti», né al suo fondo troveremo una mappa antropologica o peggio una qualche salvezza, un sapere o un'innocenza riparatori. Più d'ogni altra cosa, ri­conosceremo il volto di «un ilare maestro zen», imprevedibilmente reso saggio e senza scuola dal suo veleno. Uno scrittore che ha saputo ritrarsi nella giusta­mente celeberrima Sono nato forato - «Ho sette o otto sensi. Uno fra essi: il sen­so della mancanza. Lo tocco e lo palpo come si palpa il legno [. . .]. Io mi sono costruito su una colonna assente» -, che s'interroga sul farsi dell'uomo spetta­colo e fabbrica di felicità e che, enunciando un principio che sarà poi alla base dei suoi libri e, beffardamente, della sua vita, riesce a far suonare inedita e sor­prendente l’amara ed eterna filastrocca d'ogni sconfitto viaggiatore contro la commutatio loci: «Si può trovare la propria verità anche guardando per quaran­totto ore una carta da parati».
Racconti sismografici dalla voce di Michaux
Emanuele Trevi «Il Manifesto» 04-11-2005
La riproposta delle opere dello scrittore francese nel catalogo di Quodlibet passa, ora, per Ecuador dove sezioni poetiche si alternano alla prosa del diario. Quel che interessa al sovversivo Michaux non è riversare sulla pagina i fantasmi verbali del luogo, bensì raccontarci una storia radicata in quella macchina imperfetta che è il corpo del viaggiatore

Tra le recenti iniziative di “modernariato” editoriale, la più significativa e a suo modo necessaria mi sembra la riproposta delle opere di Henri Michaux, da quest’ anno nel catalogo di Quodlibet. Forse non è stata felice l'idea di iniziare l'impresa con Altrove, l'opera più “di testa” e in definitiva noiosa di questo grande quanto inclassificabile scrittore, ma il volume è arricchito da un bel saggio, illustrato da un rarissimo ritratto in bianco e nero di Michaux (che odiava farsi fotografare), firmato da Gianni Celati e Jean Talon, che vale un po' per tutta l'opera e il senso della sua attuale riscoperta. In Francia, la consacrazione è avvenuta alla fine degli anni `90, con i due monumentali volumi delle Oeuvres complètes, curati da Raymond Bellour e Ysé Tran per la Pléiade. Un atto dovuto per questo artista dell'azzardo ed esploratore di universi fisici e mentali ambigui e sconosciuti, se il concetto di “classico” conserva ancora un minimo di significato reale. Eppure Michaux, morto ottantacinquenne a Parigi nel 1984, difficilmente avrebbe amato una soluzione editoriale così monolitica e poderosa - e non solo a causa della sua naturale modestia e ritrosìa. Il fatto è che la nozione di “testo”, anzi più precisamente di “libro”, è al centro della sua poetica non meno della singola pagina, della singola illuminazione. Ma, appunto, che cos'è poi veramente un libro? E come è possibile sollecitare esteticamente la sua natura discontinua rispetto all'esperienza che lo presuppone, lo determina in profondo pur facendosene inevitabilmente tradire, ad ogni svolta della costruzione formale? E soprattutto, quale sarà mai il ruolo dello scrittore, questo eterno Arlecchino al servizio di due padroni (l'esperienza, il testo...), di fronte alla vertigine di quella discontinuità costitutiva?

Ecuador, che adesso appare nell'ottima traduzione di Guido Neri (pp. 155, euro 14,00) è una splendida, seppur parziale, risposta a queste domande. Gallimard lo pubblicò nel 1929, a ridosso del lungo viaggio in America Latina dello scrittore, che proprio quell'anno aveva girato la boa dei trent'anni. Formalmente, Ecuador è ciò che nei vecchi manuali di stilistica si sarebbe definito un prosimetro. La prosa di un diario si alterna infatti liberamente a sezioni poetiche. Ma non è detto che queste ultime siano il luogo di una particolare “veggenza”, e che alla prosa spetti il compito più ancillare di proseguire la narrazione. Tutto al contrario: perché ai versi può capitare di render conto di snodi fondamentali dell'avventura, mentre la prosa, lavoratissima, può diventare il veicolo ideale dell'illuminazione, dell'aforisma fulminante, della confessione irreparabile.

Se la condizione di ogni esperienza realmente autentica è che nulla sia deciso in anticipo, ciò vale doppiamente - suggerisce il giovane Michaux - per la scrittura e le sue forme, prive di prerogative specifiche. Questo coerente principio di indeterminazione formale è anche un criterio prezioso della rappresentazione di sé e del mondo circostante. “Ma insomma”, si chiede Michaux ancora sul transatlantico che lo porta da Amsterdam all'Ecuador, “dove è questo viaggio?”. Già, perché i luoghi toccati da un viaggio potranno anche essere nel mondo, ma il luogo del viaggio non coincide mai col mondo: tanto è vero che il mondo, al nostro viaggiare, è totalmente indifferente, non se ne lascia né segnare né modificare. Allora, si potrà dire che il viaggio avviene dentro di noi. A patto, però, che questo spazio interiore non sia semplicemente identificabile con una “mente”, con una specie di res cogitans munita di biglietti e passaporto, come purtroppo accade nella stragrande maggioranza dei libri di viaggio. Al sovversivo Michaux interessa tutta un'altra storia, una storia radicata nel corpo del viaggiatore, macchina imperfetta e meravigliosa al tempo stesso. Fatalmente inadeguata all'asperità del mondo, da un lato; però capace di trasformare proprio questo scacco in una prospettiva, e dunque in una conoscenza.

Per quel giovane debole di cuore, le altitudini dei paesi andini non erano certo il soggiorno ideale. Fin dall'arrivo a Quito, la capitale dell'Ecuador, la sfida di Michaux non consiste nel riversare sulla pagina un equivalente, un fantasma verbale del luogo, ma nel comunicarci il senso di una traumatica rarefazione dell'ossigeno, assieme alle sue conseguenze di ordine cognitivo. “Qui fumiamo tutti l'oppio delle grandi altitudini”, si legge in una delle più belle poesie del libro, L'arrivo a Quito, “voce sommessa, brevi passi, breve respiro”. Chi conosce il Michaux esploratore delle sostanze psicotrope e dei loro universi paralleli, sa bene che l'oppio e gli oppiacei non sono mai stati al centro dei suoi interessi. Ma la metafora nulla perde della sua esattezza gnoseologica. Le “grandi altitudini” andine sono un “oppio”, in effetti: qualcosa che ottunde i sensi, ne limita la normale funzionalità, ma proprio in questa limitazione si sprigiona un supplemento percettivo, una promessa di illuminazione. Da questo punto di vista, viaggiare e drogarsi sono due articolazioni molto affini dell'esperienza, non solo per il semplice fatto che (come in tanta letteratura on the road successiva) i luoghi esotici permettono incontri frequenti con droghe potenti e sconosciute. C'è di più: viaggi e droghe appartengono entrambi al dominio dell'intossicazione, perché spingono più velocemente il corpo sulla china della sua mortalità. E questa particolare forma di angoscia produce una conoscenza diversa da ogni altra, che per il giovane Michaux si configura nei termini di una perdita di verginità.

“A volte”, annota durante un'escursione al vulcano Tunguragua, “leggo con attenzione qualcuno dei grandi scrittori classici. C'è una sorta di verginità in loro”. Quanto a lui, pur ammirando quella condizione intende dislocarsi altrove. E che cosa c'è oltre i confini della verginità dei classici, se non la volontà di mettersi in gioco, in una specie di scommessa pascaliana che ha come posta la durata del proprio corpo? “Per quanto tempo ce la farà a resistere, questa mia carcassa di pollo?” - esplicita e spudorata fino al limite dell'ingenuità, la domanda, per niente retorica, afferra l'essenziale di questo viaggio, la sua particolare dismisura: una “carcassa di pollo” che si espone all'incommensurabile potenza e forza distruttiva del mondo. E mai e poi mai una mente che osserva dei paesaggi protetta dal suo guscio organico. Tanto più che, a Michaux, non c'è quasi paesaggio che piaccia davvero (“Non c'è paese che mi piaccia: ecco che tipo di viaggiatore sono io”). O almeno, l'accertamento tautologico della bellezza di un luogo non fa parte della sua idea di letteratura. Semmai, a stimolare questa scrittura sismografica è proprio ciò che è informe - gli immani cumuli di terra nuda dei rilievi andini, o gli infiniti intrichi vegetali della foresta amazzonica - ciò che non solo non ha bellezza, ma sfugge ad ogni altro possibile attributo, non essendo che se stesso, pura e disumana monotonia delle cose così come sono. E se il mondo ha ancora qualcosa da rivelarci, ci rendiamo conto leggendo Ecuador, ciò sarà vero solo per chi avrà il coraggio, la disperazione e l'allegria necessari ad abbandonare la sua “carcassa di pollo” alla sua maestosa indifferenza, alla sua ruvidità, alla sua inebriante e soffocante altitudine.
2005
In ottavo
145x210
ISBN 9788874620685
pp. 160
€ 14,00 (sconto 15%)
€ 11,90 (prezzo online)