Il ritorno degli déi. Opere di António Mora
Il ritorno degli déi. Opere di António Mora
A cura e con una postafazione di Vincenzo Russo

Si raccolgono qui, per la prima volta in italiano, tutti gli scritti che Fernando Pessoa lascia attribuire al filosofo neopagano António Mora. Mora compare dapprima come personaggio narrativo di un racconto lacunoso – strambo paziente di una clinica psichiatrica che recita Eschilo vestito da antico romano –, quindi si emancipa come scrittore in proprio di libri solo frammentariamente scritti o abbozzati, di collezioni solo progettate o sognate; viene altresì presentato come direttore di una rivista che avrebbe dovuto avere risalto internazionale. Di lui ci restano vestigia di citazioni altrui e frammenti di libri che la filologia pessoana ha provato a organizzare e sistemare.
Al folle António Mora Pessoa affida, non senza un certo compiacimento ironico, il compito e la responsabilità di speculare su grandi questioni culturali come la storia e l’essenza del paganesimo, la sua ricostruzione nella società moderna, i suoi rapporti con le altre religioni e con il cristianesimo in particolare, la possibilità di fondare una scuola neopagana portoghese; ma lo proietta anche nelle dimensioni più rarefatte della speculazione (Introduzione allo studio della metafisica) o, di converso, nell’agone della stringente attualità (Dissertazione a favore della Germania nella guerra attuale). Nel loro insieme questi opera omnia, “ricostruiti” in ciò che promettevano, offrono una nuova chiave di accesso per comprendere meglio gli strati profondi dell’immaginario di Pessoa, facendo persino intravedere una delle matrici della stessa proliferazione eteronimica.

 

Indice: Nota introduttiva - Tracce di António Mora (Dagli scritti di Fernando Pessoa): Nella casa di salute di Cascais (Fernando Pessoa) - Aspetti (Fernando Pessoa) - Programma generale del neo-paganesimo Portoghese (Ricardo Reis) - Il neo-paganesimo Portoghese (Fernando Pessoa) - Il Programma del Periodico e "Athena" (Fernando Pessoa) - [Mora, discepolo di Caeiro] (Thomas Crosse) - Note in Ricordo del mio maestro Caeiro (Álvaro de Campos) - Opere di António Mora: A. Opere atlantiche da pubblicare - ["Athena": Quaderni di ricostruzione pagana] - Primo quaderno: Il Ritorno degli dèi: introduzione all'opera di Alberto Caeiro - Prolegomeni a una riforma del paganesimo - I Fondamenti del paganesimo - Secondo quaderno: Introduzione allo Studio della Metafisica - Terzo quaderno: Milton superiore a Shakespeare - Quarto quaderno: Saggio sulla disciplina - B. Dissertazione sull’artificialità - Dissertazione a favore della Germania e della sua condotta nella guerra attuale - C. «Orpheu» - Appendice: Progetti firmati da António Mora o attribuitigli da Fernando Pessoa - Note ai testi - Notizie sull’autore e sugli eteronimi citati - Postfazione di Vincenzo Russo

Recensioni 
Nicola Vacca «Secolo d'Italia» 08-12-2005
Salvo Vitrano «Il Mattino» 25-08-2006
Pietrangelo Buttafuoco «Panorama» 10-11-2005
«La Repubblica» 12-11-2005
 
Pessoa, la follia neopagana
Nicola Vacca «Secolo d'Italia» 08-12-2005
Pubblicati in Italia i racconti dello scrittore “firmati” dal filosofo Antònio Mora

Ho creato in me varie personalità. Creo costantemente personalità. Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è incarnato da un'altra persona che inizia a sognarlo, e non sono io. Per creare, mi sono distrutto; mi sono esteriorizzato dentro di me che dentro di me non esisto se non esteriormente. Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano variati drammi». Così Fernando Pessoa svela il meraviglioso mistero legato alla finzione letteraria dei suoi numerosi eteronimi.
La vita plurale di Pessoa è tutta nei suoi eteronimi: le sue profondissime e costanti inquietudini spirituali sono riassunte nelle biografie dei personaggi partorite dalla fantasia esoterica della sua mente geniale.
Che vite furono quelle che Fernando visse in questi e altri scritti da lui creati? In che cosa o in che senso lo hanno aiutato, magari a vivere o a morire? I biografi e gli studiosi del grande scrittore portoghese non dimenticano quella sua dichiarazione in cui afferma che fin dall’infanzia aveva piacere a circondarsi di personaggi fittizi da lui inventati e ai quali egli stesso attribuiva l’origine remota dei suoi eteronimi. Alberto Caeiro, Alvaro de Campos, Ricardo Reis sono i simboli dell’opera completa di Fernando Pessoa: un vasto libro dell’inquietudine che cerca nelle elucubrazioni dell’abisso interiore i principi dell’immortalità dell’anima.
Nelle biografie di Pessoa un posto particolare occupa il filosofo Antònio Mora. Tra il 1914 e il 1915 Pessoa decise di firmare con il nome del dottor Antònio Mora, laureato in giurisprudenza, i primi testi teorici sul paganesimo e neopaganesimo, emancipando così il personaggio da finzione narrativa a vero e proprio eteronimo, autore in proprio di testi.
Per la prima volta in italiano vengono pubblicati, nel volume "Il ritorno degli dei" (a cura di Vncenzo Russo, Quodlibet, pp. 333, euro 24) tutti gli scritti che Fernando Pessoa lascia attribuire al filosofo neopagano Antònio Mora.
Alla follia del filosofo Mora lo scrittore e poeta portoghese affida il compito e la responsabilità di speculare su grandi questioni culturali come la storia e l’essenza del paganesimo, la sua ricostruzione nella società moderna, i suoi rapporti con le altre religioni e con il cristianesimo in particolare, la possibilità di fondare una scuola neopagana portoghese.
Infatti Mora crede che le società saranno maggiormente disciplinate e orientate da quella religione che sia più vicina alla Natura, dato che potrà influire sugli uomini affinché non deviino dalle leggi naturali fondamentali della vita umana.
La religione pagana è la più naturale di tutte le religioni. «Il paganesimo -scrive Mora -non è materialista né è limitato: è semplicemente il concetto dell’universo che stabilisce, su tutto, l’esistenza di un destino implacabile e astratto, a cui uomini e dèi sono ugualmente soggetti».
Della religione in generale Antònio Mora crede che sia la manifestazione di un'unità di pensiero. Una religione si risolve in una corrente metafisica. In proposito è interessante leggere cosa il filosofo annota nei suoi quaderni: «Una metafisica e un modo di sentire le cose; questo modo di sentire le cose può, d'accordo con il temperamento dell’individuo [che lo sente], assumere un carattere religioso». Dal ruolo intellettuale del sentimento religioso scaturisce l'inevitabilità della poesia nella formazione del neopaganesimo portoghese. «Triste è l’allegria di queste epoche - osserva il filosofo incantato dal sentimento della Natura - e falsa la sua sicurezza. La loro allegria è triste, tanto che non tarderà a risuonare nei canti dei suoi poeti, perché nessuna concessione più gradita all'anima ci ha offerto la misericordia degli dèi (del Destino) che quella di cambiare e di variare. E la sua sicurezza è falsa, perché non si arriva mai a un limite, non si esaurisce mai la novità, ed esistono sempre nuovi cammini attraverso cui procede la marcia rinnovata di coloro che sono nati con il dono di trovarli».
Il paganesimo, nella verità della poesia, ha un'estetica propria e Mora ne propone il principio generale asserendo che «il fine dell’arte è imitare perfettamente la Natura». Il filosofo rifiuta la vaghezza e l’indefinizione dei sentimenti che confina nella musica. «Per i sentimenti - scrive - perfettamente definiti, tali che l’emozione in essi è difficile, esiste la prosa. Per i sentimenti armonici e fluidi esiste la poesia».
L'originalità del pensiero di Mora si avverte nella sua analisi della storia del cristianesimo, e in particolare del cattolicesimo. È interessante vedere subito cosa scrive: «Diciamo la frase decisiva e affermatrice. La Chiesa Cattolica non deriva, non proce­de dall'Impero Romano. La Chiesa Cattolica è l’Impero Romano. Pertanto il cristianesimo e l'estrema degenerazione del paganesimo greco-romano. Esso è l’elemento tipico della nostra civiltà. Dove appare ci ricivilizziamo; quando scompare, sopraggiunge la ribarbarizzazione». Il Rinascimento, secondo il pensiero di Mora, è grande perché si basa sugli elementi pagani del cattolicesimo, e Dante, considerato dal filosofo rinascimentale, scrisse la Divina Commedia utilizzando gli elementi pagani del cristianesimo.
Nel complesso mondo filosofico di Fernando Pessoa la sequenza senza soluzione di continuità storica del pensiero di Mora arricchisce il mistero legato alla finzione eteronimica, senza la quale è impossibile comprendere l'opera intera de!lo scrittore portoghese.
Se è vero, come scrive lo stesso Pessoa, che egli fu sempre un poeta animato dalla filosofa e non un filosofo con facoltà poetiche, mettersi ora sulle tracce dell’opera di Mora significa interrogare l’essenza di tutta l’invenzione pessoana.
La traduzione italiana dei testi dell’eteronimo inedito Antònio Mora, così come sono stati fissati dalla recente edizione critica pubblicata in Portogallo nel 2oo2, può contribuire a far conoscere un Pessoa un po' "più completo". Questo è anche lo scopo del libro curato da Vncenzo Russo, che getta uno sguardo nuovo sul processo di creazione eteronimica e sui suoi dispositivi, restituendo la dorsale dottrinaria dello scrittore portoghese. «Antònio Mora - scrive infatti Russo - occupa una posizione tanto più significativa, quanto più l’eteronimia viene ripensata in un'ottica pagana: infatti il tentativo - che ha impegnato Pessoa per tutta la vita - di giustificare e far funzionare l’eteronimia quale causa e conseguenza del sistema pagano, ha reso Antònio Mora non già la voce lontana e intermittente di un semplice nome, ma l’esempio pragmatico della prassi eteronimica... La parabola-destino di Mora figura al centro di una ventennale vicenda di trasformazioni, piani, ripensamenti, offre una prospettiva differente di lettura dell’eteronimia, un altro sguardo, come differito rispetto a quello classico dei "four poets"».
Insomma, l’essenza dell’eteronimia di Femando Pessoa (percorso significante aperto verso il recupero incessante di potenzialità espressive e di dimensioni ideologico-letterarie) e tutta riassunta nella figura e nel pensiero di Antònio Mora. Forse anche Alvaro del Campos, Ricardo Reis e Alberto Caeiro possono considerarsi figli della follia del filosofo neopagano.
Pessoa, il giallo dell'inquietudine
Salvo Vitrano «Il Mattino» 25-08-2006
Il puzzle delle carte inedite di Fernando Pessoa continua a sorprenderci. Le edizioni Il filo hanno pubblicato una versione del poliziesco Il caso Vargas (traduzione e cura di Simone Celani, pagg. 142, euro 14) molto più ampia e significativa di quella presente nella raccolta di Racconti dello scrittore portoghese stampata l’anno scorso da Passigli. Questo «giallo» - con la sua trama efficace pur tra gli straripamenti logici e criminologici, pur tra i disagi da manoscritto incompiuto - conferma che Pessoa non è solo il poeta «molteplice» che con nitida ambiguità rimescolò i modi della poesia dei primi decenni del ’900, e che intrecciò neoclassicismo pagano, ultimatum delle avanguardie ed esoterismo, dando prodigiosamente voce ad autori «eteronimi» di cui inventò le biografie e scrisse le opere. Pessoa non è solo il diarista apocrifo e apparentemente divagante del Libro dell’inquietudine, in cui il suo doppio Bernardo Soares osserva: «Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso». Pessoa, sempre fedele al progetto di essere «molti», è anche l’appassionato di trame del mistero che medita di inviare racconti al britannico «The Strand Magazine» dov’era passato Sherlock Holmes. E nella fiction poliziesca sa scorgere - ben prima di Umberto Eco - procedimenti rilevanti per ogni tentativo di definizione della realtà e della verità. Protagonista de Il caso Vargas è Abílio Quaresma, «medico senza clinica e decifratore di sciarade», titolare di varie storie criminali delle quali si sono trovati tasselli nel baule dentro il quale Pessoa - morto a Lisbona nel 1935, a 48 anni, avendo pubblicato pochissimo in vita - custodiva gli inediti responsabili della sua fama postuma. Quaresma potrà sembrare troppo asceticamente raziocinante a un lettore di polizieschi standard, ma è personaggio all’altezza delle altre straordinarie personalità ipotetiche create da Pessoa. Normalmente Quaresma mostra un’individualità «sbiadita e smorta», da «fiacca appendice dell’umanità», ma sprigiona «una nuova miracolosa energia» quando risolve un problema. Presentandosi al giudice che coordina l’indagine sulla morte di Carlos Vargas - un suicidio in cui qualcosa non quadra - Quaresma annuncia: «Voglio fornirle la soluzione... È un mio dovere - dovere, aggiungerei, più intellettuale che civile». E rincara: «Sono certo, o quasi certo, che questa indagine non è riuscita a desumere l’unica conclusione possibile per un raziocinante». Quaresma approfitta dell’attenzione concessagli per esporre diffusamente, oltre che la soluzione del caso, le proprie teorie: «Una volta che il raziocinio ha elaborato i dati (delle sensazioni), pesando il valore delle testimonianze di ognuno, confrontandole l’una con l’altra e, quando possibile, desumendo nuovi dati dai vecchi, giungiamo in possesso di ciò che chiamiamo ”fatti”». Il lettore qui può percepire la tensione tra universo molteplice delle sensazioni e convenzioni univoche della realtà e della personalità, che è un motivo centrale in tutto Pessoa. Da un punto di vista giudiziario il caso Vargas verrà risolto, ma la confessione dell’assassino lascerà parecchi dubbi sulla consistenza del mondo in cui viviamo. Mano a mano che le carte di Pessoa vengono esaminate e riassemblate - si cominciò nel 1942 e non s’è mai finito che provvisoriamente - risulta più chiaro che il grande portoghese non fu solo un sublime giocoliere letterario, ma un pensatore capace di mettere in questione con originalità assetti e tradizione della filosofia occidentale. Per chi volesse verificarlo è apparso in italiano, pochi mesi fa, Il ritorno degli dei (Quodlibet, pagg. 344, euro 24), che propone - ancora attingendo al famoso baule - l’opera omnia di Antonio Mora, il più dichiaratamente filosofo tra gli eteronimi di Pessoa.
Pessoa. Neopagano e scandaloso
Pietrangelo Buttafuoco «Panorama» 10-11-2005
Scrive come Nietzsche ed elogia la grande Germania. Smentendo l’interpretazione di Tabucchi

Ah, gli dei: “Sono il frutto dell’ingenua meraviglia umana davanti alla spaventosa realtà dei fenomeni”. E l’unico eterno incrollabile è il destino. Ah, il destino: “È grande e solenne, e l’unico grande tragico del Mondo”. Sono prolegomeni a una rifondazione del paganesimo. A ripercorrere le tracce di António Mora si rischia di perdere quel Fernando Pessoa così consolatorio e così progressista per come ce l’ha ammaestrato Antonio Tabucchi da tempo ormai immemore. C’è da tenersi forte, perfino una Dissertazione a favore della Germania nella guerra attuale. Leggiamo: “Le poche sommarie lodi di questo opuscolo si propongono di dimostrare due cose: la prima che, all’interno degli ideali di civiltà ammessi dal volgo intelligibile, la Germania ha tutte le ragioni di comportarsi così; la seconda, che il suo errore, come quello degli altri, deriva dalla corruzione che lo spirito del cristanesimo ha impresso su tutta l’Europa”.
Sembra Friedrich Nietzsche e la guerra cui fa riferimento Pessoa è quella dell’Impero germanico, quello stesso che incantava un poeta sommo quale il nostro Dino Campana, ma la Germania è il tabù fondamentale: “Sarà oggetto della mia approvazione il modo in cui i tedeschi affrontano la realtà delle cose, vedendole come esse sono, e non come il nostro sentimentalismo vorrebbe che fossero”.
La casa editrice Quodlibet, tra le più sofisticate in Europa, dà alle stampe un bel malloppo inedito di Pessoa: Il ritorno degli dei. Opere di António Mora. Il libro, a eccezione di un passo già tradotto dalla Einaudi in “Una sola moltitudine”, è un inedito che avvalora un inaudito. Pur annunciato due volte in passato in Italia, sebbene ignorato da Joào Gaspar Simoes nel suo Vida e obra de Fernando Pessoa (História di una geraçao), questo libro aiuta a completare la conoscenza del suo autore attraverso la trasfigurazione degli eteronimi. Mora è solo lui, e si stravolge, nel gioco delle maschere pirandelliane, a Pessoa contemporanee, quell’idea che il pubblico benpensante s’era fatto di un mito della letteratura qual è lo scrittore di Lisbona. Nel raccogliere questi scritti, infatti, con il virtuosismo dell’ironia e della sistematizzazione filologica, l’autore di Il libro dell’inquietudine attribuisce al filosofo neopagano Mora quanto di più scandaloso si possa immaginare in tema di ortodossia borghese.

Il filosofo, accudito da Pessoa in una vertigine di sdoppiamento, viene introdotto come un personaggio recuperato da un racconto spezzettato. Gli ingredienti sono appena abbozzati: paziente di una clinica psichiatrica innanzitutto, dunque scrittore di pagine fatte di soli frammenti, note, alambicchi mentali.
Il tutto con Mora presentato sotto le spoglie attoriali di un Eschilo però vestito da antico romano, oppure direttore di una rivista dalla platea internazionale, nella fantasmagoria di una pagliacciata d’alto livello.
È un Pessoa in preda alla follia quello di queste pagine. La pazzia è un furbo pretesto, ovviamente, e poiché il parametro di guerra è già previsto dal titolo, il ritorno deg1i dei, la poetica rivela tutta la potenza distruttiva di un confronto mai sanato tra la vera radice dell’identità europea, che è il paganesimo, e il tardo frutto della modernità, compresa la democrazia qui descritta come “funesto fenomeno sociale nato dall’evoluzione dello spirito cristista, evoluzione, nel caso che si studia, di pura dissoluzione”.
E non c’è solo questo, non si può fare di Pessoa neppure un liberale: “La grande pressione economica dei tempi moderni, agendo sul proletariato, ha prodotto le funeste dottrine femministe; riconoscendo preminenza al commercio – poiché, con l’espansione e la proliferazione delle industrie, ne ha allargato la base –, ha sostituito con una vile infiltrazione pacifista delle nazioni, l’antica, brutale e sana infiltrazione guerriera, così come, spostando il livello di comunicazione dall’aristocrazia alla borghesia, ha abbassato il livello dell’impresa intellettuale, ha abbassato il prestigio di cui anticamente l’intelligenza godeva”.
E non c'è solo questo. Come se non bastasse, Mora-Pessoa se ne viene nel bel mezzo di uno scatto d’avanspettacolo con la citazione d’autore più urticante per le pie coscienze: “Questa decadenza del valore sociale dell’intelligenza è studiata dal signor Charles Maurras nel suo rapido, ma interessante abbozzo. L’avenir de l'inteligence. Maurras fu il capo del movimento di estrema destra Action francaise, più scandaloso di così non si può e il Pessoa che Quodlibet (un catalogo che vanta chicchissimi scandali, da Deleuze ad Agamben, da Matteo Ricci a Carmelo Bene) manda in libreria sul finire di novembre (24 euro) serve a rinfrescare quel serraglio di idee senza parole (la definizione che Furio Jesi, altro autore di Quodlibet, diede del cattiverio dei reazionari) con appropriate parole perfette per architettare la distruzione della ragione, l’abolizione del suffragio universale, e la voluta distorsione della ninna nanna confortante multiculturale.
Non meno scandalosa la virulenta polemica contro il “cristismo” ironicamente fatto salvo solo per una delle sue virtù proclamate, la castità. Detta virtù è anti-naturale, ma aristocratica perché non “plebeizzabile, non generalizzabile”. Mora, investito del ruolo di macchietta, si fa carico di speculare sulla storia e la felicità del paganesimo attraverso le plaghe della società moderna, ma nel rovinio delle idee oppone un’eccezione solo per il cattolicesimo: è “il cristismo meglio organizzato, perché è il più pagano di tutti i cristismi”.
A voler fare un giochino di sovrapposizione, ancorché divertente, questo spiritoso personaggio che presta voce a Pessoa sembra ripercorrere uno dei nostri più geniali filosofi, Manlio Sgalambro: l’introduzione allo studio della metafisica che si legge in Il ritorno degli dei è lo spartito di un tè danzante degno del grande di via Etnea. E chissà se Sgalambro, quello di De Mundo pessimo, non sia che un’altra maschera di Pessoa. E comunque sono gli eteronimi del teatrino costruito da Pessoa a fare spettacolo nel suo angolo di mondo. Aveva la grazia della scrittura il portoghese. Scavava nella pietra della sua penisola esposta alla voragine dell’Atlantico: “Ciò che so è che da questo angolo del mondo, le plus profond de l'occident d'Europe, non è partita né partirà voce che dia alla terra una più grande novità intellettuale”.
Una sorpresa, di certo, questi dei l’hanno garantita. Questa opera omnia, così come promesso da Quodlibet, sono il grimaldello che schiude la profondità dell’immaginario di Pessoa, la sua moltiplicazione di nomi, la biografia scomoda di un monumento da sottrarre immediatamente alla mitologia. Non ultima quella tabucchiana. È perfino patriottico questo Mora-Pessoa: “Non ha Patria quell’uomo la cui Patria non possiede dei propri. Cosa può sentire della patria colui che, anche se possiede degli dèi, è costretto a possederli in comune con gli uomini di altre nazioni? Cosa ne può sapere dei suoi dei, se non conosce i suoi altari? E nessuno può conoscere i propri altari se non ne ha in casa, o nella casa comune dei suoi compatrioti”.
Sembra di assistere al proclama di Carlo Delacroix, cieco di guerra, medaglia d’oro e perciò poeta per procura militare e divina. Altro che Tabucchi.
Fernando Pessoa
«La Repubblica» 12-11-2005
Con l’eteronimo di Antònio mora lo scrittore portoghese si assunse il compito di riflettere sulle grandi questioni culturali, in particolare sul senso della storia e il ruolo delle religioni. Era quello un modo per affrontare il tema segreto del ritorno al paganesimo.

Giunti alla stazione di Cais de Sodré, il dott. Gomes mi parlava così:
– La ragione per cui la voglio portare là, fino alla casa di salute, è che vi si trova internato un pazzo del suo genere.
Poi, accorgendosi della gaffe, sorrise e si corresse.
– “Del suo genere” non significa che lei sia pazzo. Volevo solo dire che la pazzia di costui riguarda questioni alle quali lei è interessato…
– Delirio sociologico? chiesi.
Il dott. Gomes si allontanò dalla biglietteria e, fra lo strappo dei due biglietti, mi rispose, voltandosi:
– Sì, e no. È delirio sociologico e non lo è. Quello che di valido c’è nel suo delirio, non riguarda la sociologia. Non parla molto di sociologia. Le teorie sono interessanti… – Entrammo lentamente sulla banchina… – Vedrà, vedrà…
E salimmo allora sul treno. Appena seduti, ripresi la conversazione.
– Chi è l’uomo, chiesi.
– È il dott. Gama Nobre…
– Dottore? davvero?
– Diritto… laureato; del resto, il “dott.” si usa ormai per tutti… ma – stavo dicendo – è un tal dott. Gama Nobre – il “dott.” gli dona – che la famiglia fece internare poiché riteneva pericolosa la direzione che stava prendendo la sua mania di persecuzione…
– Ma questa sua mania ha a che vedere con la sociologia di cui lei parla?
– Più o meno… Si crede perseguitato da tutto quanto è moderno e opera di scienza. Da una lampada elettrica a un vapore all’orizzonte, tutto questo lo perseguitava e a volte ancora lo perseguita… Un piatto di alluminio è come fargli uno scherzo… Possiede un istinto bruscamente sicuro verso tutto ciò che è moderno. Alle cose minime, cui nessuno ormai pensa se siano moderne o antiche, egli fa caso. E nei momenti di crisi è il diavolo, a volte. Un misoneismo spaventoso.
– Ah… e le teorie sociologiche riguardano l’odio verso ciò che è moderno…
– Precisamente… Ma quello che è interessante è il modo in cui architetta queste teorie. È uno di questi soci […] È il più […] che conosco. Quel potere di argomentazione impiegato in cose utili, mio caro… Le dico che ce ne sarebbe da discutere… Ce ne sarebbe da discutere per quanto ha prodotto… vedrà…
 L’insegna “Pedrouços” lampeggiò attraverso il finestrino.
 
 … Il più interessante, tuttavia, è António Mora. È, per lo meno, il più originale di tutti.
– Il più originale?
– Sì, personalmente originale, originale come persona, non clinicamente originale. Clinicamente non si discosta affatto dal tipo di paranoico, o dalla tendenza conosciuta della paranoia. La verità è che non è semplicemente un paranoico. È anche un isterico. Ma la paranoia è a volte accompagnata da una psiconevrosi intercorrente. Non c’è da meravigliarsene. Non c’è nulla di strano. Non è in questo che è originale. È nella specie del suo delirio, nel suo contenuto, che risiede tutto l’interesse. E non ti dico altro… Vedrai. E preparati a perdere del tempo con lui, perché, vedrai, ne resterai davvero interessato.
– Vedremo.
– Ti assicuro. Non ci sarà bisogno di indicartelo. Lo riconoscerai subito dalla toga.
– La toga? Cosa! Il tipo va in giro in toga? Ma ha a che vedere con il delirio…?
 – Vedrai, vecchio mio, vedrai… Non ti voglio dire niente. Non ti voglio togliere interesse alla sorpresa.

 Mi sorprese all’improvviso, imboccando verso un leggero chiarore, una figura imponente che, con una toga romana, la chioma interamente bianca, artistica nei suoi vuoti, recitava con una voce (Bella voce! dissi io al dott. Gomes) l’inizio del lamento di Prometeo del dramma di Eschilo. Avvicinandosi, ci vide, e, affrettando leggermente la declamazione per giungere alla fine del periodo, si volse verso di noi, e conclusa la frase, salutò il mio accompagnatore.
Vidi allora bene l’internato. Alto e di una bizzarria con la quale il suo antico abito meravigliosamente quadrava, capelli tutti bianchi, bianca interamente la barba e uno sguardo vivo e altero, in cui forse solo l’osservatore prevenuto avrebbe riscontrato una qualche luce che ne tradisse l’alienazione dello spirito. Il dott. Gomes me lo presentò; fui in maniera grave e rispettosa salutato, e confesso di aver sentito, parimenti a quella pur minima vaga inquietudine e a quel timore che i pazzi sono soliti ispirare, un non so che di rispetto, quasi di venerazione per quella nobile figura.
Ci incamminammo giù per la strada, in mezzo il dott. Gomes, io a destra, parlando all’inizio di cose insignificanti: io e l’alienista, dal momento che il visitato rispondeva poco o distrattamente. Io, che, dopo averlo visto, ero più ansioso di ascoltare da lui l’esaltazione dell’antichità, portai, infine, la conversazione nelle prossimità del mio desiderio, riferendomi al brano di Eschilo che il nostro arrivo aveva sorpreso sulla bocca del dott. Gama Nobre. Il mio riferimento ebbe l’effetto desiderato.
– Ma Eschilo, disse Gama Nobre, Eschilo – la Grecia, da cui viene l’antichità classica, l’unica e vera civiltà per giungere alla quale il mondo è rimasto nelle tenebre fin dalla sua creazione, e dopo la quale è tornato nelle tenebre. Tutto, prima di essa, fu preistorico; tutto, dopo di essa, fu protostorico!
E si fermò in una esaltazione rattristata, il viso offuscato e lo sguardo e brillante.
– A questo mio amico, disse il dott. Gomes, naturalmente piacerebbe sentirla parlare in modo circostanziato della civiltà antica. Potrebbe, forse, ricordandola oggi, farne addirittura propaganda (Gomes mi fece l’occhiolino) ai degenerati uomini d’oggi…
– Propaganda? esclamò il dott. Gama Nobre, Propaganda! Non c’è nessuna propaganda da fare! C’è solo da rimpiangere il bene perduto e il male presente. Siamo degenerati, perché è da venti secoli, che stiamo degenerando: una cosa del genere non si cura. Non c’è rimedio oggi. Arrangiamoci tanto quanto possibile nella nostra decadenza e nella nostra oscurità. Ciò che è stato, è stato. Ciò che è perduto, è perduto. Propaganda?! e fece un sorriso triste e un’alzata di spalle tra lo sdegnoso e il categorico.
– Ma almeno, intervenni – vorrei che lei mi spiegasse in cosa siamo decadenti e all’oscuro. Io non capisco bene così alla prima…
– Se vuole avere la pazienza di ascoltarmi, e di dedicare la sua attenzione al mio ragionamento dall’inizio alla fine…
– Eccome no…
– Bene… Non c’è pericolo, dottore, di essere interrotti? Non mi piacciono le interruzioni… Un ragionamento è un ragionamento… Per poter parlare… No, non ci sediamo (diretto a me, che avevo guardato una panchina), facciamo i peripatetici. Camminando si pensa meglio che seduti. Nessun pensatore concepisce seduto idea alcuna degna di esser concepita. Si siedono per scrivere e – poveri loro! – come viene fuori, quest’idea scritta!
Il dott. Gama Nobre ricompose la toga con un gesto dignitoso e, alzando un poco il tono, come a incutere più chiarezza al pensiero ponendo più chiarezza nella voce, cominciò la sua esposizione. Non so quanto tempo – ore o minuti – durò. Per me, il tempo si era dissolto. Non so che giri facemmo nel corso di quel ragionamento. Lo spazio era cessato per me. Il mio sorriso iniziale sparì poco a poco. So che era ormai l’inizio del crepuscolo quando terminai di ascoltarlo. E ascoltai come in un sogno, sentendo, come in sogno, frantumarsi intorno a me tutta la struttura, che io avevo ricevuto come solida, della civiltà moderna. Ma mi ricordo nitidamente di tutto ciò che disse l’argomentatore. Il rievocatore dell’antichità parlò così:

 – Le chiedo che mi ascolti quanto più possibile senza stupirsi, e il meno possibile attento alla quotidianità e all’uso delle cose che demolirò. Immagini, se le è possibile, di essere un abitante di un altro pianeta, giunto oggi qui per una strana caduta. Supponga quanto più può che la vita di oggi non sia per lei l’essenza del suo psichismo, la base occlusiva della sua stessa assunta ideazione. Glielo chiedo perché misuri il più possibile i miei ragionamenti non in quanto stranezze o novità, ma solo come ragionamenti. Solo lealtà verso la logica le chiedo. Stabilito ciò, entro nella mia tesi.

 Principio d’insieme.
 La nostra civiltà consiste in un movimento di progresso (per così dire) costituito da tre strati o tappe, che distinguerò per i loro punti culminanti, chiamandoli Cristianesimo, Rinascimento e Europa Moderna, intendendo con quest’ultima l’Europa uscita dal periodo in cui avviene il fenomeno rappresentativo della Rivoluzione Francese. [am i, 4]

 … Del resto, il cristianesimo è un arretramento rispetto al sistema religioso pagano.
– Eh? dissi io involontariamente.
– Certo. Analizziamo bene. La religione non è altro che una filosofia popolare. Non importa come nasca: importa solo cosa essa è. È una filosofia popolare. E questo concetto è talmente esatto da aiutarci ad acquisirne un altro, il quale a sua volta delucida il primo. La filosofia (si divide in metafisica, morale) è il prodotto di facoltà o funzioni chiamate astrazioni. Tanto è astratta una filosofia quanto più è elevata (elevata cos’è?). Applichiamo questa idea alle religioni. La prima forma di religione è quella del feticcio, della consustanzialità del dio e dell’idolo. È l’adorazione del culto selvaggio per una pietra di forma strana. L’astrazione è ancora così piccola che l’idea di stranezza (o un’altra simile) astrae l’oggetto dagli altri. È un’astrazione puramente materiale. Segue lo stadio religioso o astratto, in cui l’astrazione concepisce un’entità interna all’oggetto dell’adorazione, ma non separata da esso se non per essere interiore ad esso (la sua anima). Esiste poi il concetto di un dio dell’oggetto, Dio non-interno a esso, ma astratto da esso. – Corrispondono, in filosofia, al il materialismo che consustanzia anima e corpo, lo spiritualismo che unisce anima e corpo, l’idealismo che fa in modo che l’anima trascenda il corpo.
Il Dio-Padre del cristianesimo non è nient’altro che l’idea di uomo, non l’idea di uomo astrattamente concepito, ma l’idea di uomo consustanziata all’uomo. L’idea di uomo in quanto idea e astrazione non contiene niente dell’idea di forza, vendetta o giustizia. Anche, nell’idea, implicita all’idea di uomo, l’astrazione di uomo – l’uomo maschio, e, pertanto, creatore, forte, giustiziere come i forti, occasionalmente come i forti misericordioso, come i forti vendicativo, – tutto questo secondo il concetto che ogni popolo o ognuno ha del maschio-tipo, relativo all’idea di uomo che ognuno o ogni razza ha. – Il Dio-Figlio è una mescolanza dei due elementi – dell’idea di uomo secondo un altro concetto, il concetto nullo e soave dei popoli decadenti, e della nozione retrograda, che proviene dal primo periodo di astrazione, della consustanzialità (Uomo-Dio) dell’idea di uomo con l’idea di Dio, o in ultima analisi, dell’idea-di-uomo-tipo con l’idea di uomo. È un modo ingenuo di provare quanto abbiamo detto. L’idea di Cristo esiste, corpo e anima, consustanzialmente nella storia, e, si dice, sincronicamente palpitante in essa, tanto sul piano logico quanto su quello sociale, poiché appartengono entrambe allo stesso genere di astrazione inferiore. – Finalmente lo spirito Santo – questo
Ecco così riuniti tre periodi di ideazione – Dio-Padre è quello della consustanzialità dell’idea di uomo con l’uomo, Dio-Figlio quello della coesistenza dell’idea di uomo con l’uomo, il Santo Spirito, la dissociazione dell’idea di uomo dall’uomo. In tal modo, la Trinità cristiana è evolutiva, lo stereotipo indica tre stati di ideazione diversi e successivi.
Il progresso umano, dalla Grecia a oggi, è stato un malgrado, è stato una serie di errori di origine sentimentale. Tutto questo è derivato dal fatto di esserci consegnati al sentimento per ogni cosa. Non sorprende constatare che viviamo in parte, per quanto riguarda alcuni nostri sentimenti, purtroppo fondamentali, nella decadenza dell’impero romano…
– Addirittura…
– Colga il fatto flagrante. Non siamo forse cristiani o con sentimenti ancora imbevuti di cristianesimo? E vuole una causa maggiore del cristianesimo per la decadenza dell’impero romano?
Dalla Grecia a oggi, abbiamo agitato idee e teorie, ma nil novum, nil novum… Negli aspetti secondari abbiamo costruito, costruito… in quelli essenziali non siamo avanzati affatto, affatto…
L’abolizione della schiavitù è quasi soltanto sorta in noi dal nostro crimine contro la natura: ci condanna a un vizio perpetuo di schiavo nella nostra anima, nella nostra anima che, del resto, discende dagli schiavi e dalle prostitute dell’impero romano in decadenza. Abbiamo nello spirito la macchia del proletario; non produciamo, riproduciamo. Non creiamo, copiamo, perfezioniamo a sufficienza la nullità essenziale del dettaglio.
Il nostro sentimentalismo ci impone di rivoluzionare, di abolire, laddove dovremmo riformare, alterare, perfezionare. Cerchiamo di creare, distruggendo. A perdere siamo comunque noi; lungi dal renderci, ci rende realmente incapaci di creare. Si sarebbe dovuto riformare la schiavitù; ma era più semplice abolirla. Cosa c’era del resto da aspettarsi dalla gretta combinazione di schiavi, prostitute, di messia ubriachi e onanisti…? … Il sig. Gama Nobre balbettò un poco. – Qui ho ecceduto, è chiaro. Ma ne elimini l’enfasi e la foga, e i fatti stanno là, sono sotto i nostri occhi.
– Il cristianesimo, credo, non si meravigli, per lo meno non sempre, ha attaccato la schiavitù… La Chiesa cattolica…
– Ah, sì, sì! Ma io credo più nell’intuizione sociale della Chiesa, che era già Stato, socialmente cosa, che nel balbettio ingenuo e dei poveri diavoli nelle cui anime si fonda il cristianesimo.
– Chi dice schiavitù, per noi, dice tortura, maltrattamenti… tutto ciò, infatti, avrebbe richiesto riforma, non abolizione… Guardi il puritanesimo che c’è, guardi. Oggi, neppure con una rosa si picchia una donna… Qui una rosa sembra.
 
– I Greci, caro signore, accettavano la Natura come era; non le imponevano Verità a cui essa è superiore, né logica a cui non ubbidisce.
Il repubblicanesimo greco ha unito al massimo grado felicità e progresso, cosa che noi non abbiamo potuto, né potremo mai fare.
È nonostante e non a causa della democrazia che la società moderna progredisce – anche se in gran parte illusoriamente –, in ciò in cui progredisce.
Caspita! Ma noi viviamo dei resti della civiltà greca, di quanto la Grecia ci consegna attraverso Roma. Idee religiose, idee morali, – tutto è estraneo a noi, alla nostra pseudo-civiltà.
Ma non era già indiana prima di essere greca, e con rispetto per il greco? No, fra tutte le civiltà anteriori alla greca e la greca stessa, esistono differenze radicali.
Il nostro stesso Cristo non è altro, nella sua visione e nella sua individualità apocrifa, che resti di leggende pagane, unificate dallo spirito nullo e della decadenza del paganesimo e della sua civiltà. – Tutto questo a causa della confusione mentale delle decadenze mescolata con elementi ebraici, indiani, egizi ecc. – mescolanza di cose eterogenee – come l’haggis scozzese. Il signore ha già provato l’haggis?
2005
Quaderni Quodlibet
160x225
ISBN 9788874620623
pp. 344
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