Manifesto del Terzo paesaggio
Manifesto del Terzo paesaggio
A cura di Filippo De Pieri

 

Manifesto del Terzo paesaggio è il primo libro tradotto in italiano di uno tra i più noti paesaggisti europei. Con l’espressione “Terzo paesaggio”, Gilles Clément indica tutti i “luoghi abbandonati dall’uomo”: i parchi e le riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, ma anche spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili: le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie; le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico… Sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività umana, ma che presi nel loro insieme sono fondamentali per la conservazione della diversità biologica. Questo piccolo libro ne mostra i meccanismi evolutivi, le connessioni reciproche, l’importanza per il futuro del pianeta. È un’opera di grande densità teorica, che apre un campo di riflessione anche ad implicazioni politiche. “Terzo paesaggio” rinvia a “Terzo stato”, al pamphlet di Seyès del: “Cos’è il Terzo stato? – Tutto. Cosa ha fatto finora? – Niente. Cosa aspira a diventare? – Qualcosa”.

Indice: Definizioni - I. Origine - II. Estensione - III. Carattere - IV. Statuto - V. Sfide - VI. Mobilità - VII. Evoluzione - VIII. Scala - IX. Rappresentazione dei limiti - X. Rapporto con il tempo - XI. Rapporto con la società - XII. Rapporto con la cultura - Manifesto - Gilles Clément in movimento di Filippo De Pieri

Recensioni 
Cristina Bianchetti «Domus 889» 31-01-2006
Gino Giometti, Manuel Orazi «Domus» 28-02-2006
Stefano Bucci «Corriere della Sera» 03-07-2007
«Audis» 31-03-2006
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 06-01-2006
Antonio di Campli «Architettura» 14-02-2006
Roberta Scorranese «Tg com. mediaset» 18-01-2006
Massimo Ilardi «Liberazione» 20-09-2006
Maurizio Giufré «Alias de Il Manifesto» 25-03-2006
R. Sc. «Il Messaggero» 26-01-2006
«Il Messaggero» 25-04-2006
«Il Resto del Carlino» 26-04-2006
Marco Belpoliti «La Stampa» 28-01-2006
Francesca Oddo «PresS/Tletter» 31-07-2006
«La Stampa» 29-08-2015
 
Il terzo paesaggio
Cristina Bianchetti «Domus 889» 31-01-2006
Manifesto del Terzo Paesaggio, Gilles Clément Quodlibet, Macerata 2005 (pp. 92, Euro 12,00)

Le piante che vegetano in condizioni ostili, compaiono senza preavviso, crescono inaspettatamente e poi muoiono in un luogo per rinascere a pochi metri, sono da sempre una figura chiave della métis: metafore di un’astuzia lontana dalla razionalità lineare, prevedibile e acquietante di tanta parte del pensiero moderno. In questo piccolo libro di Gilles Clément, paesaggista dell’École Nationale Supérieure pour le Paysage di Versailles, le piante sono veri e propri dispositivi dell’osservazione, rendono visibile il cambiamento, proponendosi come materiale di una riflessione sul paesaggio, l’agire e l’estetica.

1. Il paesaggio innanzitutto. Un paesaggio interstiziale che Clément chiama Terzo Paesaggio, nel senso di ciò che non è né luce, né ombra: un residuo, distinto sia dagli spazi mai sottoposti a sfruttamento (gli “insiemi primari”), sia dagli spazi protetti dell’attività umana (le ‘riserve’). Territorio frammentario, caricato di forte valore simbolico e, ciò nondimeno, residuo, indeciso, sospeso. Vera e propria friche che rende evidenti le smagliature nelle logiche di appropriazione, inclusione, specializzazione e messa a frutto dello spazio. Rifugio per le diversità naturali (alle quali ci siamo abituati ad attribuire una rilevanza pari, se non maggiore, rispetto alle diversità sociali che negli attuali ambienti urbani qualche sofferenza pure mostrano). Attorno a questa specie di spazi, si costruisce il testo di Clément, scandito in brevi capitoli che ripercorrono l’origine del Terzo Paesaggio, l’estensione, il carattere, lo statuto, le sfide, la mobilità, l’evoluzione, la scala, i limiti, i rapporti col tempo, con la società e con la cultura. Queste le 12 scansioni in cui è organizzato il Manifesto vero e proprio, come l’argomentazione che lo precede. Entro un linguaggio assertivo che ricorda un altro celebre Manifesto, collettaneo, di qualche anno fa (Mouvance. Cinquante mots pour le paysage, Paris, 1999), il Terzo Paesaggio è mutamento, vitalismo, slittamento continuo per adattamenti successivi, nei quali si alternano momenti di choc darwiniano e momenti lenti di tipo lamarkiano. Mouvance, appunto, come affermazione di un ordine biologico.

2. L’agire sul Terzo Paesaggio è andare con, non contro la natura, assecondare, osservare e intervenire il meno possibile. Sfuggire le regolazioni, rimanere nel disinteresse. Sfuggire dall’assunzione dal voler creare modelli. Il gioco di lasciare le cose come stanno (e come evolvono) non elude evidentemente la decisione. L’azione c’è dunque ed è in modo tradizionale, sapiente, mette in gioco le capacità di osservazione, classificazione, deduzione. È quella dello scienziato, non del bricoleur, benché anche in questo caso si parta da quel che c’è, si cerchi di trasformare le circostanze in occasioni. Ma il giardiniere osserva, cumula esperienza. E il giardino è un laboratorio nel senso delle discipline più dure, uno spazio chiuso. Anche quando è planetario comunica una sensazione di finitezza (Clément, Le jardin planétaire, Paris, 2000). Il microcosmo dilatato del giardino è ciò entro cui si fissano, come osserva Maria Valeria Mininni, salde, le radici di un’idea diversa di natura piantata bene dentro la contemporaneità. Non è più eterotopia autistica, l’altrove nella trama della città moderna. Ma neppure la prefigurazione di una città possibile, utopia e forma simbolica di un equilibrio, luogo entro il quale mettere a punto idee sull’urbano. Due forme, quelle dell’eterotopia e dell’utopia, che hanno costruito un legame importante tra giardino e città, sul quale alcuni urbanisti (Bernardo Secchi per esempio) hanno insistito. Qui il piano è ribaltato. La città sbiadisce. In primo piano ci sono le friches.

3. Forma. Il giardino non è un patrimonio: ulteriore radicale disassamento nei confronti del pensiero urbano. Non è qualcosa che possa tramandarsi, che abbia valore per questo. Né richiede un approccio estetico nel senso più comune, quanto un’estetica legata alla scienza (su ciò la postfazione), che tuttavia gioca con il décalage, il salto di scala, il sorprendente. Sfidando il dadaismo e lasciando decisamente alle spalle i concetti duri, ritagliati su uno sfondo (Mininni) di green belt, fingers, green hearts, con i quali si è lavorato, almeno durante tutti gli anni Novanta, riprendendoli da esperienze lontane e riadattandoli alle più recenti preoccupazioni di una pianificazione che si vuole sensibile al paesaggio.

I libri di Gilles Clément sono sicuramente interessanti e bene si collocano nell’attenzione sempre più evidente (anche nella forma delle traduzioni e pubblicazioni) di testi perlopiù maturati entro il campo dell’esperienza francese. Sono interessanti per la capacità di ricollocare, raccogliere e riportare “a proprio modo” (e perciò con un atteggiamento astuto, quanto quello delle piante a lui care) idee trasmigranti in campi diversi del sapere. L’elogio degli spazi sociali residui, interstiziali, eversivi degli ordini economici e simbolici è presente da tempo entro tradizioni di studi sociali. Ritrovarlo entro un pensiero ecologico, più facile a scivolare nel dogmatismo, non può che rendere il gioco affascinante. Questo è uno di quei libri che a ragione della sofisticatezza invitano a esplorare i loro stessi margini: quei territori della riflessione che sono, per mutuare i termini qui proposti, né luce, né ombra.

Attorno all’accezione rigida della nozione di regolazione, per esempio. O allo statuto del Terzo Paesaggio come frammento condiviso di una coscienza collettiva. Ma anche attorno a un linguaggio iconografico così vicino a quello dell’urbanistica funzionalista, concettualmente lontanissima. Anche un libro ha i suoi territori delaissé: luoghi nei quali un sapere altro si è ritratto, che oggi ci paiono meno sorvegliati e, in quanto tali, occasioni di sviluppo del pensiero. E quello di Clément, è, in fondo, un invito a ritrovarli.
L'ordine del paesaggio
Gino Giometti, Manuel Orazi «Domus» 28-02-2006

Gilles Clement
e il Giardino Planetario

«Propongo di chiamare Terzo paesaggio l'insieme di tutti i territori sottratti all'azione umana. È un terreno di rifugio per la diversità, altrimenti cacciata al di fuori degli spazi dominati dall'uomo. II Terzo Paesaggio è perciò la somma del 'residuo' - sia rurale sia urbano - e dell’ ‘incolto': comprende il ciglio delle strade e dei campi, i margini delle aree industriali e delle città, le torbiere... E si estende fino ad abbracciare le 'riserve' , quelle aree in cui la diversità biologica è particolarmente forte. Questo termine nasce da un'analisi del paesaggio del Limousin, in un'area nei dintorni di Vassivière, che in un primo tempo avevo ricondotto al binomio ombra/luce. Definivo 'ombra' le grandi masse forestali gestite dall'uomo e 'luce' le radure e i pascoli ugualmente posti sotto la sua tutela. Ma con questo sistema, binario, non abbracciavo che il 90% del territorio preso in esame: cioè la porzione che, anche se percentualmente la più estesa, ospitava solo il 10% di biodiversità. La presenza di specie diverse si poteva riscontrare solo nei
luoghi sottratti al controllo dell'uomo: in quelle spazio-rifugio che ho chiamato Terzo paesaggio.
Il Terzo paesaggio è un luogo di indecisione per le amministrazioni e per l'utilizzo programmato da parte della società. Gli esseri viventi che lo occupano però - piante, animali, uomini - vi prendono delle decisioni agendo in tutta libertà e ne impiegano spazio e risorse rispondendo all'urgenza del proprio bisogno. Sono sempre, credo, urgenze dettate dalla biologia, niente affatto prevedibili. Ecco perché voglio insistere sulla necessità di 'prevedere' uno spazio dell'indecisione - cioè dei frammenti di Terzo paesaggio - in seno alle aree urbane o rurali affidate all'umano governo: voglio mettere in primo piano la necessità di governarne politicamente l'esistenza. È questa la posizione del Manifesto del Terzo paesaggio: il testo vuol essere al tempo stesso una constatazione e un grido.
Ma attenzione: non pretendo di essere il detentore della verità. Tra il 1999 e il 2000, mentre allestivo l'esposizione sul Giardino Planetario alle Villette, avevo messo a punto quella che potrei definire l'etica del giardiniere. In buona sostanza essa mirava a fare il più possibile 'con' e il meno possibile 'contro'. Mirava a comprendere la vita nella sua complessità per accompagnarla, per assecondarla, anziché dominarla. Per gestire la diversità senza distruggerla, per rinunciare a un'economa di accumulazione in favore della ripartizione, ma anche per puntare a una rendita qualitativa anziché a un reddito quantitativo, per cercare di proteggere i sostrati - acqua, suolo, aria -, per preservare le sorgenti, le risorse e i supporti sulla base dei quali la natura inventa soluzioni per l'avvenire.
Gli elementi naturali riservano sempre delle sorprese, ed è il principio della sorpresa che m'interessa. In un giardino, tutti gli scenari di previsione vengono rispettati a grandi linee, ma disattesi nei dettagli. Ed è invece osservando i dettagli che si arriva a provare un senso di meraviglia. Quello che più mi
sorprende e l’orto, 'giardino per eccellenza': quello che ci fornisce nutrimento con i suoi frutti.
II piacere di raccogliere quanto si ha seminato rispecchia un'idea precisa di felicità.
Chi non ha mai coltivato un piccolo pezzo di terra non può capire di cosa sto parlando.
Non si possono applicare alla natura le stesse regole che valgono nella società umana. II liberalismo ha come esito la presa del potere - e della ricchezza - da parte degli individui più combattivi. II laissez-faire nel Terzo paesaggio porta a un equilibrio delle situazioni e a un'armonia tra le specie che ne fanno parte. La civiltà orientale intrattiene con la natura un rapporto di rispetto - o di superstizione rispettosa. In un certo senso, l'avvento dell'ecologia in Europa e nel mondo all'inizio del XX secolo ha trasformato il cittadino cosmopolita in un giardiniere planetario malgré soi, chiamato, almeno teoricamente, al rispetto della natura. Da questo punto di vista la sua posizione si avvicina a quella dei filosofi orientali.
I movimenti dei verdi si fondano spesso su concetti schematici, stereotipati, che il più delle volte non sono inclusi nei loro presupposti e implicazioni. Gli ecologisti radicali sono anche più rigidi, perfino inquietanti. II caso dei no-global, gli alter-mondialisti, è diverso: si propongono di pensare una nuova forma di economia che, a mio modo di vedere, ben si concilia con il Giardino Planetario".
Etimologicamente Giardino viene da Garten, enclos: e il 'luogo chiuso', limitato, dove l'uomo preserva il meglio di fiori, frutti e ortaggi.
La presa di coscienza della finitezza ecologica mette l'accento sulla fragilità della vita, cosicché il meglio da proteggere appare la stessa vita sul pianeta, da gestire rispettosamente: come fosse un giardino. D'altra parte, la nozione di Giardino Planetario riguarda tutti gli ospiti della Terra: li chiama indistintamente alla responsabilità verso il mondo vivente, esseri umani compresi, naturalmente. È un concetto che comporta l'auspicio di una gestione del pianeta assai vicina al giardinaggio, più rispettoso della vita: il più attento possibile a non recar danno alla diversità, a tutelarla senza distruggerla».


"I problemi di un'epoca non si vanno a cercare tra idee e sistemi da tutti apprezzati, ma altrove in campi ignoti o schivati. I problemi di un'epoca sono ignoti all'epoca stessa" Antonio Delfini (Diari 1927-1961, Einaudi 1982).

Il Terzo paesaggio coniato dal 'giardiniere', come si definisce Gilles Clément non senza una certa sprezzatura, si manifesta in opposizione al terri­torio organizzato: "La realtà del Terzo paesag­gio è di ordine mentale. Ha lo stesso grado di mobilità del tema che ne costituisce il centro: quello della vita sul pianeta. Coincide solo a ti­tolo provvisorio con le divisioni amministrative. Si colloca nel cameo etico del cittadino planeta­rio a titolo permanente" (Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, 2005). Naturalmente il concetto di Terzo paesaggio si presta a numerose interpretazioni; varrà dunque la pena indicarne alcune.

Lingua
Nòmos in greco significa legge ma è anche il ter­mine con cui gli storici, primo fra tutti Erodoto, identificarono per esempio i distretti in cui era suddiviso l'antico Egitto. L'etimologia di nòmos è  pertanto lineare rispetto alla sua applicazione: la legge che si fa confine, il diritto che ordina il territorio delimitandolo. Questa interpretazione è stata ribadita nel 1950 da Carl Schmitt ne II nòmos della terra, vera e propria summa del suo pensiero giuridico e politico. Secondo Schmitt il nome (in quanto nòmos) è innanzitutto presa, appropriazione, spartizione e fissazione di con­fini, ma egli avverte anche una connessione molto stretta fra il nòmos e la recinzione: "II nòmos può essere definito come un muro" e ritiene altrettanto importante sottolineare come il fi­lologo Jost Trier lo definisca etimologicamente uno Zaunwort, appunto un "termine di recin­zione". È dunque il momento della 'localizza­zione' che rende concreto ogni 'ordinamento'.

Diritto
La visione di Schmitt si contrappone però a quella di Walter Benjamin su un punto: quello per cui Benjamin, a quanto dice nella sua Critica della violenza, tratta del momento in cui viene fondato il diritto, vale a dire una delle due ma­nifestazioni principali della violenza (l'altra è quella impiegata per mantenerlo). Nell'ambito del diritto pubblico "la fissazione dei confini [...] è l'archetipo della violenza creatrice di diritto. In essa appare nel modo più chiaro che è il potere (più del guadagno anche più ingente di pos­sesso) che deve essere garantito dalla violenza creatrice di diritto. Dove si stabiliscono confini, l'avversario non viene semplicemente distrutto; anzi, anche se il vincitore dispone della massima superiorità, gli vengono riconosciuti certi diritti". A un nòmos per cui il nome implica una presa che erige recinzioni, se ne contrappone però un altro in cui il nome spazza via per sempre ogni barriera possibile, e dunque al "vincolo vio­lento" della localizzazione oppone lo "svincolo liberatorio" che è la delocalizzazione, o in ter­mini deleuziani: la 'deterritorializzazione'. De­leuze ha descritto in termini molto efficaci i pro­cessi in base a cui il linguaggio rispettivamente si territorializza e si deterritorializza. Ma, in una delle sue opere fondamentali, Differenza e ripe­tizione, affronta direttamente la questione del nòmos (seppure di passaggio, in una nota) e pare quasi replicare segretamente alla serie di lavori che Schmitt aveva già dedicato alla que­stione. La nota dice: "Emmanuel Laroche mostra che l’idea di distribuzione in nòmos-nemo non è in un rapporto semplice con quella di parti­zione (témno, daìo diauréo). II senso pastorale di némo (far pascolare) non implica che tardiva­mente una spartizione della terra. La società omerica non conosce recinti né proprietà di pa­scoli: non si tratta di distribuire la terra alle be­stie, ma al contrario di distribuire queste bestie, di ripartirle qua e là in uno spazio illimitato, fo­resta o fianco di montagna. Il nòmos designa in­nanzitutto un luogo di occupazione, ma senza limiti precisi (per esempio, la distesa attorno a una città). Donde anche il tema del 'nomade' ’’.

Città
Nel capitolo VII del Manifesto del Terzo paesag­gio intitolato Evoluzione Clément spiega come l'espansione della città e degli assi di comunica­zione induca una crescita del numero dei resi­dui, ovvero delle aree abbandonate organizzate per maglie, vere e proprie "membrane urbane", che cominciano a chiudersi man mano che ci si avvicina alle grandi città. Solo se tali residui ri­mangono in contatto tra loro la diversità biolo­gica può restare elevata e trovarvi rifugio. Clé­ment sottolinea la necessità di disegnare un'or­ganizzazione, differente e realistica, del terri­torio contemporaneo ovvero per maglie larghe e permeabili. Solo cosi il Terzo paesaggio può ri­manere il luogo privilegiato dell'intelligenza biologica. È proprio qui che il Terzo paesaggio acquista la sua dimensione politica rovesciando peraltro lo sguardo dell'Occidente rivolto al pae­saggio: violando costantemente i confini del nòmos della terra.
Va dunque evitata la museificazione del Terzo paesaggio che èla logica conseguenza di alcune sperimentazioni artistiche - per esempio la "estetica del degrado" perseguita dagli Stalker al Corviale (Purini, Domus 886). Gli spazi incolti, non normati, devono essere lasciati indetermi­nati e in contatto tra loro anche perché, non a caso, sono quelli in cui si rifugiano oltre ad ani­mali e vegetali, anche esseri umani come profu­ghi e senzatetto (Yona Friedman, L'architecture de survie). Del resto anche la fotografia contem­poranea ha rivelato l'importanza di questi spazi di risulta urbani, dalla serie San Quentin Point (1981-83) di Lewis Baltz al sofisticato lavoro di Guido Guidi, da Landscapes for the Homeless di Anthony Hernandez fino a Edith Roux.
Sulla scia di Kant e Gödel, i quali mostrano in maniera inequivocabile che la norma imposta dall'intelletto è sempre una coperta troppo corta, Gilles Clément si ricongiunge sotterra­neamente a nòmos della societa omerica - e qualcosa come un anti-agrimensore, che ridi­segna il paesaggio non secondo nuovi tagli e nuovi confini, ma aprendo fra questi delle nuove vie di fuga.

Addio caro Sarkozy, scelgo l'Italia
Stefano Bucci «Corriere della Sera» 03-07-2007
PROGETTI L’architetto dei giardini lascia il suo Paese per realizzare due grandi opere a Cagliari e Bergamo

Gilles Clément: «Da voi si può difendere la natura, la Francia nemica dell’ambiente»

La Resistenza contro Sarcozy, secondo il Re dei giardini di Francia, comincia dall’Italia. Dalla Sardegna, dal centro di Cagliari per l’esattezza, dove Gilles Clément (l’uomo che con Jean Nouvel ha inventato lo stupefacente verde del Musée du Quai Branly a Parigi) trasformerà «i resti del cantiere che doveva cancellare una delle più vaste necropoli puniche del Mediterraneo» in un «Giardino Planetario», In quel Parco Tuvixeddu (appena presentato nell’ambito della prima Festarch e nato dalla collaborazione con il gruppo Coloco) fatto di canyon, passerelle sospese e fiumi di papaveri. Dove i resti dello scempio mancato (ovvero i piloni di cemento sopravvissuti) saranno destinati a diventare, quasi per una sorta di contrappasso, gli elementi portanti di un pergolato.
Ci sono tanti modi di fare opposizione. Clément ha scelto quello che conosce meglio, costruire giardini. Giardini unici come il Parc André Citroen o i giardini de La Défense a Parigi, il «Matisse» a Lille, il «Valloires» ad Argoules, il «Domaine» a Rayol. Giardini che si ispirano all’idea di quel «Terzo Paesaggio» (legata senza ombra di dubbio al Terzo Stato di Seyès e ben riassunta in quel suo Manifesto pubblicato in Italia da Quodlibet) che dovrebbe nascere – sempre secondo Clément – «dall’impegno politico concreto di ciascuno di noi verso tutti quei territori agricoli o industriali abbandonati dall’uomo che potrebbero invece costituire l’ambiente nel quale collocare le diversità biologiche e le future riserve della Terra».
Verso questi giardini «politici» il neopresidente Sarkozy non sembra però particolarmente ben disposto: «Con il voto del 6 maggio la Francia ha scelto un progetto che impegna tutti i cittadini nella meccanica distruzione del pianeta – ha più volte affermato Clément -. Per questo ho deciso di annullare la totalità degli impegni presi con i servizi pubblici e privati sul territorio francese». E così, invece di guardare all’Eliseo, Clément ha fatto rotta su Melle, la città di Ségoléne Royal (dove sta per inaugurare il suo primo «giardino di resistenza»), e sull’Italia (oltre che a Cagliari è in fase di definizione un suo progetto per Bergamo).
«Ho voluto prendere subito le distanze da questo governo – dice ancora Clément – perché non voglio più lavorare con le istituzioni: rischierei di apparire come un amico di Sarkozy. Il mio impegno adesso è uno solo: resistere». Per qualcuno i suoi sono soltanto «i capricci di un ambientalista impenitente, di un gauchista». Ma lui tiene a precisare: «Non mi definirei un uomo di sinistra. Sono passato dalla destra alla sinistra esclusivamente perché i sistemi politici ed economici nati dalle ideologie di destra non sono in alcun modo compatibili con il rispetto della vita, sia che si tratti di uomini, di piante o di animali». Il suo pessimismo sembra toccare tutti indistintamente: «I rimedi proposti da Bush, Blair e Putin in materia di ambiente vogliono soltanto creare l’illusione che si stia facendo davvero qualcosa. In realtà non stanno facendo proprio niente si serio». Stesso discorso se si guarda verso Oriente: «La Cina, scegliendo il capitalismo, ha deciso di non preoccuparsi in alcun modo dell’inquinamento e delle ragioni dell’ecologia».
Spiega ancora Clément: «Il mio Terza Paesaggio non si ispira alla classicità, piuttosto all’idea di una natura “lasciata libera”. Per me è meglio fare di meno, che fare di più”. Meglio, insomma, non forzare in alcun modo la natura, ma sfruttare le forme di energia che si possono trovare in loco, non usando pesticidi o prodotti tossici, mantenendo il più possibile la diversità del terreno». Sul problema discariche Clément è deciso: «Non conosco la situazione di Napoli. Ma lo smaltimento dei rifiuti non è per me una questione primaria. Molto più importante sarebbe imparare a non produrre più tutti questi rifiuti. Ma pure questa è un’utopia. Perché? Perché una questione del genere non verrà mai affrontata in modo adeguato dai politici attuali, perché li obbligherebbe a cambiare strada, a pensare ad una nuova politica ambientale».
Anche il rivoluzionario Clément ha comunque i suoi modelli. Come quel giardino «tra terra e mare» in Cile vicino a La Serena («sublime»), come gli italiani Bomarzo e Villa d’Este: «Tutti i giardini storici sono rivoluzionari nel senso che hanno letteralmente cambiato il modo di progettare gli spazi verdi». E rivoluzionari saranno certo i nuovi progetti di Clément. Quelli in Italia come quelli «superstiti» in Francia (da Cannes a Grenoble), quelli in Belgio come quelli in Libia e in Arabia. Ma il vero modelli di «giardino planetario», di «giardino politico» insomma, per Clément rimane ancora il suo Parc Matisse (1995-2001), proprio nel centro di Lille, con i suoi 3500 metri quadrati dedicati alla biodiversità e «naturalmente» aperti al pubblico. Eppure l’uomo che disse no a Sarkozy, il presunto gauchista, non sembra essere tanto ottimista neppure quando guarda a sinistra: «I cittadini, sia che votino a destra che a sinistra, ancora oggi dimostrano di non sapere proprio nulla di ambiente. E, purtroppo, di non aver nemmeno voglia di imparare».

TUTTE LE SUE TEORIE IN UN «MANIFESTO»

Gilles Clément (nella foto davanti al cantiere del futuro Parco Tuvixeddu di Cagliari) è nato ad Argenton-sur-Creuse nel 1943. Tra i suoi progetti: i giardini del Parc Abdré Citroen e del Musée du Quai Branly a Parigi (con Jean Nouvel), il Parc Matisse a Lille, il Jardin du Domaine a Rayol. Paesaggista, ingegnere agronomo, botanico, entomologo e romanziere («Thomas et le Voyageur», 1997; «La cerniere pierre», 1999) Clément ha influenzato un’intera generazione di progettisti di giardini con le sue teorie esposte nel «Manifesto del Terzo Paesaggio» pubblicato in Italia da Quodlibet (2005).
Manifesto del Terzo paesaggio
«Audis» 31-03-2006
Manifesto del Terzo paesaggio
Filippo de Pieri (a cura di)
Editore Quodlibet, 2005
pp 96, euro 12.00

È il primo libro tradotto in italiano di uno tra i più noti paesaggisti europei. Con l’espressione ‘Terzo paesaggio’, Gilles Clément indica tutti i ‘luoghi abbandonati dall'uomo’: i parchi e le riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, ma anche spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili: le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie; le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico. Sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività  umana, ma che presi nel loro insieme sono fondamentali per la conservazione della diversità  biologica. Questo piccolo libro ne mostra i meccanismi evolutivi, le connessioni reciproche, l'importanza per il futuro del pianeta.
Alla rivoluzione con falce e rastrello
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 06-01-2006
Alla rivoluzione con la faIce,e il rastrello. Il grido di battaglia arriva dal francese Gilles Clément, autore di un Manifesto del Terzo pae­saggio sovversivo come l'appello a una rivoluzione mondiale. Pubblicato l'anno scorso in Francia tra l'attenzione di amministratori e politici (pizzicati sulle loro responsabilità), la sor­presa di filosofi e architetti (sti­molati dalla densità e dalla crea­tività del testo), l'entusiasmo di ecologisti e ambientalisti (pun­golati nel vivo della loro causa), il documento ‑ ora tradotto e cu­rato da Filippo De Pieri per Quo­dlibet, pagg. 88, € 12 ‑ non espone però un programma di partito, né una meraipotesiteo­rica, né un progetto urbanisti­co. Nemmeno i punti di una campagna per l'ecologia, parola portata fino al livello più bas­so della disaffezione da tante battaglie e radicalismi», dice Clément. O per l'ambiente, ter­mine che «dispiega tutta una batteria di macchine per miete­re il sapere e farne balle da fie­no», insiste.
Estraneo a definizioni ideolo­giche, politiche, accademiche, partitiche, il suo estensore com­batte per uno spazio ‑ il «Ter­zo» ‑ che sta appunto «fuori» dalle divisioni tradizionali: de­stra/sinistra, natura/cultura, campagna/città, urbano/selvati­co, ordinelcaos. E che, sviluppa­to com'è oltre i confini metropo­litani, i margini dei campi, il bor­do delle strade, il limite delle aree industriali, non va perciò considerato periferico, margi­nale, utopico o borderline. E an­zi la più concreta riserva del po­tenziale di trasformazione del «Giardino planetario» (o «Giar­dino in movimento»). Lo dice Clément, con espressione che, dalla Genesi in giù, non suona come una stravagante metafo­ra e può anzi fondatamente no­minare l'intero pianeta terre­stre. Né suona pertanto come un capriccio stravagante il fatto che il suo paladino, eclettico out­sider, tra tutte le sue qualifiche ‑ agronomo, ingegnere, botani­co, entomologo, progettista di grandi parchi parigini, paesag­gista alla scuola di Versailles, scrittore ‑ una ne elegga per pre­sentarsi: «Sono un giardinie­re», dice.

Una boutade, una vocazione o una provocazione?

«Io ho un giardino, metto le ma­ni nella terra, so che cosa vuol dire lavorarci. E l'orto, che offre nutrimento, è il giardino per ec­cellenza: il piacere di raccoglie­re quel che si ha seminato si av­vicina a una certa idea di felici­tà. Proprio sul giardinaggio ho stabilito le mie teorie e la mia pratica di paesaggista. Tradizio­nalmente il giardiniere è chi col­tiva un giardino, ne segue lo svi­luppo nel tempo. Deve conosce­re piante e animali, essere un sapiente, a volte un mago. Non pretendo di esserlo, ma credo che quella sapienza vada rivalu­tata».

La sua nozione dl giardino si estende a tutta la terra, ab­braccia spazi coltivati, incolti. Cos'è il «Terzo paesaggio»?

«Propongo di chiamare Ter­zo paesaggio l'insieme dei territori sot­tratti all'azio­ne umana, il terreno di rifu­gio della diver­sità respinta dagli spazi do­minati dall'uo­mo. E dunque la somma dei residui (urbani o rurali), le zone incolte, il ciglio delle strade, le rive dei fiumi, l'orlo dei campi,le torbiere... Comprende anche le "riserve" naturali dove la diversità biologica è generalmente forte. Scelsi il termine all'epoca della mia analisi di un paesaggio del Limousin che, in un primo tempo, avevo ridotto a un sistema binario: ombra, cioè le foreste gestite dall'uomo, e luce, cioè radure e pascoli. Era il
90 per cento del territorio del Limousin, ma raccoglieva meno del 10 per cento della biodiversità, raccolta  invece ne‑
gli spazi sottratti  all'intervento umano: il Terzo paesaggio».

Diversità: sarebbe?

«Dipende dalla natura del luo­go. Se si tratta di ecosistemi ori­ginari, come lande o torbiere, ci vivranno con una certa stabilità piante e animali infeudati. Nei residui recenti, invece, ci saran­no specie pioniere, comparse dopo la riconquista del terreno spogliato. Infine, nei luoghi ab­bandonati ai confini o all'inter­no delle città, troverà spazio la diversità umana ‑etnica e socia­le ‑ per dare espressione alla propria cultura. Si vede benissi­mo negli orti abusivi, per esem­pio, diversi a seconda di chi li coltiva».

E una diversità che aspira al potere? A un potere politico?

«No, il Terzo paesaggio non aspira a un potere, bensì a un riconoscimento. Né costituisce un potere, bensì un potenziale politico: è un territorio di inven­zione».

E trova voce nel suo manifesto che proclama l'indecisione co­me un programma e aspira a lasciare le cose come sono. Per­ché un manifesto?

«Il Terzo paesaggio è un luogo d'indecisione perle amministra­zioni. Non per gli esseri viventi ‑piante, animali e uomini ‑ che lo abitano, che
deciono di agirvi in tutta libertà e lo impiegano in base alle loro urgenze. Sempre urgenze biologiche e imprevedibil. Penso sia necessario conservare zone di indecisione,  frammenti di Terzo paesaggio in seno agli spazi amministrati: predisporre cioè politicamente la loro esistenza.Perciò un manifesto: il testo vuol essere nel  contempo una constatazione e  un grido».
Manifesto del Terzo paesaggio
Antonio di Campli «Architettura» 14-02-2006
"Se si smette di guardare il paesaggio come l'oggetto di un'attività  umana subito si scopre (sarà una dimenticanza del cartografo, una negligenza del politico?) una quantità di spazi indecisi, privi di funzione sui quali è difficile posare un nome. Quest'insieme non appartiene né al territorio dell'ombra né a quello della luce.
(...) Tra questi frammenti di paesaggio, nessuna somiglianza di forma. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un territorio di rifugio per la diversità .
(...) Questo rende giustificabile raccoglierli sotto un unico termine. Propongo Terzo Paesaggio, terzo termine di un'analisi che ha raggruppato i principali dati osservabili sotto l'ombra da un lato, la luce dall'altro".
Indecisione, instabilità , nomadismo biologico, "pratiche consentite di non organizzazione", contiguità , evoluzione incostante, improduttività : nuovi valori positivi all'interno di una concezione biologica, non economica, del territorio. Questo testo, articolato in una premessa di definizioni e descrizioni quali ipotesi di partenza, ed una tesi-manifesto le cui frasi possono essere volte anche in forma interrogativa, pone in campo diverse questioni, alcune delle quali possono essere raccolte per antinomie.
Passaggio dall'incolto giovane (diversità  media) all'incolto spinoso (picco di diversità ) alla foresta (diversità  marcata).
Aperto/Chiuso. Con il Manifesto del Terzo Paesaggio Clément approfondisce i temi e le questioni messe in campo ne Il giardino planetario (1), nel quale proponeva la rappresentazione del pianeta come un giardino. Con questa espressione, Clément creava un accostamento tra dimensioni opposte, traslando il termine giardino dal senso originario di luogo chiuso (da garten, recinto), a quello di insieme. È il ribaltamento dell'idea dell'hortus conclusus: se in questo si esprime la natura ordinata dall'uomo in contrapposizione al vuoto esterno, alla natura fuori dalle mura, predominante, selvaggia ed ostile, ora è il vuoto (i vacuoles), il poco che è rimasto tra mura e mura, ad attirare le nostre cure, laddove è la diffusione delle mura, dei limiti, dei recinti, (la città  globale, il mondo organizzato) a spaventare. Il giardino planetario è la risposta allo spostarsi della questione urbana, e sta alla globalizzazione (economica, urbana) come il parco urbano stava alla città  del XIX secolo; si allarga lo sguardo; se ad ogni epoca spetta una certa concezione del verde, il giardino planetario è il giardino della città  globale. 
Stato liquido/Stato solido. L'insieme dei residui che formano il Terzo Paesaggio funge da elemento di connessione e vivificazione tra i vuoti della maglia delle attività  antropiche. Si tratta di luoghi residuali, spazi, per dirla con Zygmunt Bauman (2), che tendono ad uno stato liquido, non conservano mai a lungo una forma, si modificano, debordano, e quanto più assumono i caratteri di un materiale liquido, tanto più resistono ad essere riciclati, cioè governati. Gli strumenti tradizionali di gestione del patrimonio (sorveglianza, tutela, individuazione dei limiti) non possono essere utilizzati senza annullarne le qualità proprie: ne emerge una visione decisamente antipatrimoniale, non istituzionale ("non bene patrimoniale, ma spazio del futuro"), che si contrappone a molte attuali considerazioni sul paesaggio come spazio dell'identità , patrimonio delle società locali, luogo di esercizio delle strategie della memoria.
Scambi "naturali" tra il Terzo paesaggio (T.P.) e il territorio antropizzato (T.A.). A sinistra: situazione di equilibrio. Al centro: pressione forte del T.A. (effetti di sterilizzazione, perdita di diversità). A destra: pressione debole del T.A. (effetti di propagazione, aumento di diversità).
Ginestre/Green. Le considerazioni che Gilles Clément fa sui residui e l'invenzione del Terzo Paesaggio in qualche modo richiamano la scoperta del paesaggio montano avvenuta in epoca moderna, il luogo orrido, spazio della natura selvaggia, in contrapposizione al luogo ameno: in questo caso, la scoperta dei luoghi di scarto, privi di funzione, in contrapposizione ai luoghi che hanno un valore d'uso definito.
I residui sono "spazi delle ginestre", usando una metafora leopardiana, terra di frontiera, luogo di ibridazione delle diverse specie, ed è la mescolanza planetaria il motore dell'evoluzione biologica. Clément si pone dalla parte del politeismo vegetale contro la monocoltura del prato all'inglese.
Evoluzione costante (per adattamento) e incostante (per adattamenti progressivi, trasformazione).
Brassage/Parklife. Nella contrapposizione tra evoluzione biologica ed evoluzione economica sta il valore politico della visione di Gilles Clément. Il concetto di paesaggio nasce come strumento di controllo della circolazione dei modelli spaziali, e quindi non è neutro: corrisponde ad una selezione strumentale degli elementi del territorio (gruppi sociali e/o economici, forme naturali ed antropiche, identità locali) in funzione di un modello dominante. John Barrell parla di lato oscuro del paesaggio (3), riferendosi all'imposizione di una visione, di un modo di leggere e percepire lo spazio, proprio di una classe sociale, che tende ad escludere quelle di altri gruppi sociali; per Gilles Clément potremmo parlare di lato luminoso del paesaggio, in quanto il Terzo Paesaggio è un modello non esclusivo, ma inclusivo, "frammento condiviso di una coscienza collettiva", basato sulla mescolanza (brassage) planetaria che è all'origine del funzionamento ecologico e della ricchezza ecosistemica. Una visione che contrappone l'innovazione (biologica) all'accumulazione (economica), e mette in discussione l'idea del costruire ed abitare lo spazio in "sfere" separate, secondo la logica del parco umano, (il parklife descritto da Sven Lütticken (4); il parco umano di Peter Sloterdijk (5).
Alternanza tra processi evolutivi di lunga durata (trasformazione) e di breve durata (crisi, selezione, scomparsa, mutazione).
Date le premesse, il Terzo Paesaggio non ha scala, o meglio le ha tutte, dal microscopio alla visione satellitare. Clément scrive della necessità di abituare lo sguardo al riconoscimento del Terzo Paesaggio; e, di conseguenza, a gestirlo. Poiché le forme di controllo spaziale istituzionali tendono a suddividere in comparti ed ambiti, e ad opporsi alla libera trasformazione, la rappresentazione, gestione e progetto del Terzo Paesaggio devono lasciare spazi all'indecisione, introducendo come variabile l'entropia, mantenendo coscienza dei legami generali con l'ecosistema, ragionando per spessori e non per confini, e considerando l'assenza di regolamentazione morale, sociale, politica non necessariamente in maniera negativa. Qualcosa che è già stato sperimentato, in piccolo, nel giardino in movimento, e qui esteso a scala planetaria.
     
NOTE:
1. Gilles Clément, Le jardin planétaire. Reconcilier l'homme et la nature, Albin Michel, Paris 1999.
2. Zygmunt Bauman, Modernità  liquida, Laterza, Roma-Bari 2003.
3. John Barrell, The dark side of the landscape: the rural poor in English painting, 1730-1840, Cambridge University Press, New York 1980.
4. Sven Lütticken, Parklife, in "Oase" 6/2004, NAi Publishers, Rotterdam 2004.
5. Peter Sloterdijk, La Domesticazione dell'essere, e Regole per il parco umano, in Non siamo ancora stati salvati, saggi dopo Heidegger, Bompiani, Milano, 2004, e Peter Sloterdijk, L'ultima sfera, breve storia filosofica della globalizzazione, Carocci, Roma 2002.
L'ultima fatica di Gilles Clément
Roberta Scorranese «Tg com. mediaset» 18-01-2006
Non è il paesaggio montuoso e interrogativo di Musil, né il formicaio metropolitano di Bret Easton Ellis: è il ciglio della strada. Non sono i ricchi giardini goethiani né i deserti di Coetzee: sono i bordi dei campi, quelli dove cresce un'erba strana, senza nome. Non è la città, né la campagna: è un'aiuola dismessa. Non è l'infinito, né il finito: è l'indefinito. Non è la destra, ma nemmeno la sinistra: è l'indecisione. È il Terzo paesaggio, chiave di lettura della contemporaneità, occhio attento sul mondo, manifesto apolitico ma rivoluzionario: è il libretto di Gilles Clément, ingegnere paesaggista per professione, "giardiniere" per autodefinizione, filosofo per forza di cose. Tradotto per la prima volta in Italia dalla Quodlibet, casa editrice raffinata e con il gusto del paradosso, e curato da Filippo De Pieri, le 64 pagine del "Manifesto del Terzo paesaggio" sono una spada (o una vanga?) che può trafiggere più di una coscienza urbana. Certamente offre una lettura alternativa agli ambientalisti.

Paesaggista tra i più noti e influenti d'Europa, docente all'Ecole Nationale Supérieure du Paysage di Versailles, tra gli ideatori del parco André Citroen e scrittore tra i più eclettici, Gilles Clément pubblica l'anno scorso questo libretto in Francia. Sessantaquattro pagine per dire che il paesaggio è molto più di quello che vediamo, che ci sono delle zone che sfuggono al nostro controllo e che, pur avendo uno straordinario potenziale politico, meritano rispetto per la loro verginità e per la loro disposizione naturale all'indecisione. Che il ciglio della strada, l'orlo dei campi, una torbiera o un piccolo orto non più coltivato, un piazzale invaso dalle erbacce o il margine di un'area industriale, laddove non ci sia (o non ci sia più) l'intervento dell'uomo, sono "residui" dove trova rifugio la diversità. E dove, in potenza, potrebbero nascere cose nuove, case nuove, idee nuove, forze nuove. Potrebbero, ma non è detto che nascano. Ecco l'impatto di questo volumetto dalla copertina bianca e il titolo quasi invisibile: è un elogio all'incompiuto, all'imperfetto, all'indefinito, al non espresso. Un elogio a quella biodiversità che ha in sé i germi di un cambiamento ma che potrebbe anche non cambiare.

Non è un'analisi della marginalità dalla Bauman. E nemmeno una corazzata eco‑ambientalista alla Vandana Shiva. E' piuttosto un elogio dell'incolto, una lode all'incompiuto. Ma fa incazzare sia a destra che a sinistra: sì perché Clément non dice che tutto va lasciato così com'è. Nelle sue teorie sui giardini, raccomanda un intervento minimo, un tentativo di addomesticare dolcemente la verginità delle aree. Così si infuriano sia gli ambientalisti che gli anti‑ecologisti. Ma è il destino di chi sceglie di stare au milieu. Di chi ha deciso che non tutto si può dire, non tutto si può definire, categorizzare e che lo stato "in potenza" merita attenzione, rispetto, quasi ammirazione. E' un'incarnazione di un "progetto incompiuto" alla Habermas, una modernità mancata. E' lo sguardo sull'irrisolto come risorsa per uno sviluppo armonico del mondo. Clément rivendica l'identità del Terzo paesaggio come struttura a sé. E di una diversità che assume tante forme. A seconda dell'area di cui parliamo infatti avremo una certa diversità. Ci sono i sistemi originari, come le lande, in cui si insedieranno piante e animali. In città, troverà spazio la diversità umana, collocandosi a seconda delle zone lasciate libere. Nel Giardino in movimento, Clément scrive: "Ciò che l'incolto ci dice, riassume tutte le problematiche del giardino e del paesaggio: il movimento. Ignorare questo movimento, significa non solo considerare la pianta come un oggetto finito, ma anche isolarla storicamente e biologicamente dal contesto che la fa esistere. A me piace l'incolto perché esso non si riferisce a niente che possa perire".

Come leggere questo libro? L'autore suggerisce: "Terzo paesaggio rinvia a Terzo stato (e non a Terzo mondo). Uno spazio che non esprime né il potere né la sottomissione al potere. Fa riferimento al pamphlet di Seyès del 1798: Cos'è il Terzo stato? Tutto. Cos'ha fatto finora? Niente. Cosa aspira a diventare? Qualcosa".


Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, pp. 87
Corrispondenze. Teorie e storie dal landscape
Massimo Ilardi «Liberazione» 20-09-2006
Architettura senza politica nelle mani del marketing
“Corrispondenze. Teorie e storie dal landscape”, un saggio di Roberto Zancan sulla tendenza a relegare la cura del paesaggio a un culto pittoresco da “giardinieri”

Paesaggio è un termine ambiguo che può indicare aspetti materiali che sono il risultato delle trasformazioni combinate dell’uomo e della natura, ma può anche essere un oggetto mentale che fonda l’appartenenza culturale e l’identità nazionale. Roberto Zancan , nel suo libro Corrispondenze. Teorie e storie dal landscape (Gangemi 2005), sottolinea come il landscape degli Stati Uniti, narrato, filmato e dipinto, sia stato centrale nella formazione dell’identità nazionale così come la serie esemplare di scenari del nostro paese nell’immediato dopoguerra, fatta e pensata da Roberto Rossellini nel suo film Paisà, abbia costruito un’idea di appartenenza alla quale era possibile aderire «per sentimento di sconfitta, di pericolo, di instabilità».
Zancan insiste molto e giustamente su questo ruolo di costruzione del profilo civile di un paese da parte del landscape (o paesaggio), sulla sua capacità di disegnare il «modo di immaginare, descrivere, rappresentare, trasformare, in modo più o meno consapevole, il rapporto che una società sviluppa con lo specifico territorio che essa abita». Ma è proprio questo trasformare in «modo più o meno consapevole» a fondare la differenza tra paesaggio e contesto, tra paesaggio e luogo. Sarebbe meglio dire tra paesaggio e territorio. Perché il territorio non è un’idea, non è uno spazio più o meno esteticamente trasformabile come il paesaggio dove natura e uomo convivono indifferenti ad ogni determinazione di luogo, non è un dato di fatto, è invece una costruzione totalmente artificiale, un punto nodale dei rapporti di forza vigenti, uno strumento di controllo e di governo, ma anche luogo dove si dispiega il conflitto, e, dunque, riflesso tormentato di particolarismi e identità.
Ora se è vero che il dibattito sul landscape ha sostituito la discussione sul rapporto tra progetto e contesto che è stata centrale nella modernità, non è altrettanto vero, come invece afferma Zancan, che le cause di questa sostituzione siano incerte o poco chiare. Al contrario, e proprio per i motivi che elenca l’autore: perchè il paesaggio appare più adatto a rappresentare «la distribuzione allargata dei fatti urbani»; perché è meno “locale” del luogo; e soprattutto perché «sembra poter coniugare efficacemente la questione del contesto al bisogno di spettacolarizzazione che la nostra epoca tanto richiede».
Dunque, proprio per il fatto che il concetto di territorio non può che essere inquadrato politicamente il mercato preferisce il concetto di paesaggio. E dato che è il mercato a dettare le regole, lo spazio-paesaggio diventa suo strumento. Il caso dell’architettura è eclatante: fare architettura oggi viene sempre più associato a operazioni economiche e di marketing che esaltano il valore estetico della merce. Lo “spettacolo dell’architettura” si realizza attraverso la spettacolarizzazione delle sue immagini utilizzate come punti nodali di strategie comunicative. L’architettura diventa “design” e il progetto perde il suo carattere fenomenologico e ogni radicamento nell’esperienza a favore di una discorsività liquida e generalizzante che ridimensiona drasticamente la sua funzione che sarebbe quella di creare territorio dove mettere a confronto attori istituzionali e sociali per obbligarli a un nuovo ma mai definitivo equilibrio politico. Ma non avviene così. E allora il territorio si trasforma in paesaggio.
Ma non in “Terzo paesaggio”, come sostiene Gilles Clément nel suo libro Manifesto del Terzo paesaggio (Quodlibet 2005). Con questa espressione l’autore indica infatti tutti i luoghi abbandonati dall’uomo (parchi, riserve naturali, aree disabitate e dismesse, grandi e piccoli spazi incolti) che sono importanti per la conservazione della diversità biologica e sono in opposizione alla attività umana e al territorio organizzato: «le questioni poste dal Terzo paesaggio - scrive - si situano al di sopra (o al di là) delle questioni poste dal territorio». E seguita: «la realtà del Terzo paesaggio è di ordine mentale». Clément coglie nel segno ma subito dopo sembra contraddirsi: «per il suo contenuto, per le questioni poste dalla diversità, per la necessità di conservarla - o di favorirne la dinamica - il Terzo paesaggio acquista una dimensione politica». E questo perché il mantenimento della sua esistenza dipende sia da «una coscienza collettiva», e sia, come affermano sulla rivista Domus (n.890) Gino Giometti e Manuel Orazi, dalla «necessità di disegnare un’organizzazione, differente e realistica, del territorio contemporaneo ovvero per maglie larghe e permeabili». Ma la formazione di una coscienza collettiva e di una organizzazione diversa dello spazio a chi sono in mano se non a un soggetto politico che decide? E allora come si concilia questo con le affermazioni dello stesso Clément che dichiara inoltre: «elevare l’indecisione fino a conferirle dignità politica» o «considerare la non organizzazione come un principio vitale grazie al quale ogni organizzazione si lascia attraversare dai lampi della vita» o, infine, «considerare la crescita degli spazi di Terzo paesaggio derivanti dall’organizzazione del territorio come un necessario contrappunto di quest’ultima»? Ho paura che non si possano conciliare, a meno che non ipotizziamo che un organizzazione possa non solo dare vita ma addirittura difendere la libertà di una non-organizzazione. Ma se una organizzazione non è capace di produrre al suo interno una democrazia come è possibile che sia in grado di farlo per la libertà? Forse può farlo: ma al prezzo di trasformare le pratiche di libertà di movimento in un patrimonio da conservare attraverso regole precise e inderogabili. Esattamente quello che paventa Clément: «la fissazione di un modello eretto a patrimonio condanna il Terzo paesaggio alla sparizione».
Resta comunque il fatto che i due libri, quello di Zancan e quello di Clément, rimangono due nobili tentativi per cercare di dare peso politico alla nozione di paesaggio. I due autori capiscono bene che senza questa acquisizione il paesaggio rimarrebbe in mano ai cultori del pittoresco o, nel migliore dei casi, ai giardinieri.
Gilles Clément per un paesaggio bio-politico
Maurizio Giufré «Alias de Il Manifesto» 25-03-2006
Avanza con progressi l’acquisizione di una nuova sensibilità per i temi dell'ecologia applicati alla costru­zione del paesaggio abitato. Que­sta presa di coscienza si diffonde nonostante la stampa, specializza­ta e non, sia forma a descriverci edifici futuribili dalle enfatiche so­luzioni formali e tecnologiche. Agi­sce, al di là del fragore mediatico, la «nebulosa sentimentale», come la definì l’architetto belga Lucien Kroll, che mette in discussione l’i­deologia utilitaristica e antiecologi­ca con la quale si sono pianificati città e territori. Primo atto di questa azione preservare le biodiversità nel paesaggio taylorizzato: conser­vare e arricchire cioè le culture smarrite nelle periferie, promuo­vendo la spontaneità, e «lasciare che il disordine naturale agisca in armonia con il disordine raziona­le». Anche Gilles Clément, tra i più interessanti paesaggisti contempo­ranei, pensa e agisce su questo fronte. Anch'egli è convinto che nel «giardino planetario» che abitiamo occorre «lasciare le cose come stanno». In opposizione alla forma fissata a priori, agli esercizi accade­mici del disegno e in contrasto con il calcolo delle pratiche agrarie, egli ci indica quali sono le operazioni che l'uomo può compiere per pre­servare le diversità (essenze vege­tali e animali) che anche il più mo­desto terreno contiene e preserva. Dal «giardino in movimento»-mo­dello iniziale, il suo, nella Creuse (1977), fino al parco parigino della ZAC André Citroën (1985) - Clé­ment è approdato con la recente pubblicazione del Manifesto del Ter­zo paesaggio (Quodlibet, a cura di Fi­lippo De Pieri, pp. 91, € 12,00) a una più ampia riflessione sull’uso dei nostri territori antropizzati. Il suo sguardo si è rivolto a quella moltitudine di aree residuali che dopo essere state sfruttate riman­gono abbandonate, e a quelle che ancora sopravvivono all'antropizza­zione. Sono questi terreni che non appartengono «né al territorio del­l’ombra né a quello della luce», modesti di dimensione e senza for­ma, marginali ai luoghi abitati e di­spersi, a costituire il Terzo paesaggio. E l'insieme di questi spazi inde­cisi, trascurati dal dominio dello sfruttamento dei suoli - risultato delle politiche agricole comunitarie nelle campagne, e delle trasforma­zioni urbane nelle città - a costitui­re il solo rifugio per la biodiversità: spazi che, una volta riconsiderati, assumono in Clément un chiaro si­gnificato politico ed etico. Come nel pamphlet di Seyes del 1789, che definiva il Terzo Stato, il Terzo paesaggio non esprime né il potere né la sottomissione al potere, ma aspira a diventare qualcos'altro. In particolare, tende a preservare e ar­ricchire la «mescolanza planetaria» di ogni specie vivente pur nel pre­cario equilibrio dipendente dalle attività umane e dalle logiche del­l'economia di mercato, tese al pie­no sfruttamento del pianeta. Acco­gliere le diversità del mondo è il compito del prossimo futuro. Se nel Plan Obus di Le Corbusier per Algeri l'architettura accoglieva qualsiasi stile abitativo, e il Jordin Planétaire di Clément il rifugio esteso, ma finito, nel quale inven­tarsi come abitare con le più nume­rose specie viventi.
Il ciglio della strada, la torbiera, l'orlo del bosco: arriva il manifesto del Terzo Paesaggio
R. Sc. «Il Messaggero» 26-01-2006

Quello che a prima vista è un’analisi di ingegneria paesaggistica, in realtà è un manifesto ideologico. Capita, quando l’autore è un ingegnere dell’ambiente che si fa chiamare “giardiniere”, come Gilles Clément (Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet). Terzo paesaggio significa il ciglio della strada, la torbiera, l’orlo del bosco, l’area dismessa. Quelle zone marginali dove cresce e sopravvive la diversità. Zone che hanno un alto potenziale politico ma che meritano rispetto per la loro tendenza all’indefinizione. Il manuale compendio tecnico si trasforma in una visione del mondo: una lode all’inviolato, all’incompiuto, all’imperfetto. Terzo paesaggio come Terzo stato: un nulla con un destino irrisolto.

 

Paesaggio spiegato da De Pieri e Toraldo di Francia
«Il Messaggero» 25-04-2006
Per i Mercoledì dell'architettura domani alle 18,30, nella Libreria Rinascita, si svolgerà un incontro, organizzato dalla Facoltà di Architettura (Dipartimento ProCam), su Congetture sul Paesaggio. Interverranno Filippo De Pieri, che ha curato il Manifesto del Terzo paesaggio di Gilles Clément, e Roberto Cancan, autore di Corrispondenze. Teorie e storie dal landscape.
«L'appuntamento, che vedrà la partecipazione dei professori Massimo Sargolini e Cristiano Toraldo di Francia spiega il responsabile dell'evento, il professor Gabriele Mastrigli vuole affrontare la complessa natura della nozione contemporanea di paesaggio attraverso la presentazione di due volumi di recente pubblicazione».
Manifesto del Terzo paesaggio (a cura di Filippo De Pieri, Quodlibet) È il primo libro tradotto in italiano di uno tra i più noti paesaggisti europei. Con l'espressione Terzo paesaggio, Gilles Clément indica tutti i luoghi abbandonati dall'uomo: i parchi e le riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, ma anche spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili, le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie o le erbacce al centro di un'aiuola spartitraffico.
In Corrispondenze. Teorie e storie dal landscape (Gangemi), Roberto Zancan tratta il paesaggio a partire dal termine che ne traduce il significato, ampliandolo e alterandolo, nella lingua inglese: il landscape.
Ascoli Piceno - I mercoledi' dell'architettura. Incontri di architettura e cultura urbana
«Il Resto del Carlino» 26-04-2006
Mercoledì 26 aprile, alle ore 18,30, presso la Libreria Rinascita (Palazzetto della Comunicazione Piazza Roma 7, Ascoli Piceno) si svolgerà un incontro, organizzato dalla Facoltà di Architettura (Dipartimento ProCam) su Congetture sul Paesaggio, al quale interverranno Filippo De Pieri che ha curato il Manifesto del Terzo paesaggio di Gilles Clément e Roberto Cancan, autore di Corrispondenze. Teorie e storie dal landscape.
L’appuntamento, che vedrà la partecipazione dei professori Massimo Sargolini e Cristiano Toraldo di Francia spiega il responsabile dell’evento, il professor Gabriele Mastrigli - vuole affrontare la complessa natura della nozione contemporanea di paesaggio attraverso la presentazione di due volumi di recente pubblicazione'. 'Manifesto del Terzo paesaggio' (a cura di Filippo de Pieri, Quodlibet) è il primo libro tradotto in italiano di uno tra i più noti paesaggisti europei. Con l’espressione 'Terzo paesaggio', Gilles Clément indica tutti i 'luoghi abbandonati dall’uomo': i parchi e le riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, ma anche spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili, le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie; le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico’.
Sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività umana, ma che presi nel loro insieme sono fondamentali per la conservazione della diversità biologica. Questo piccolo libro ne mostra i meccanismi evolutivi, le connessioni reciproche, l’importanza per il futuro del pianeta. È un’opera di grande densità teorica, che apre un campo di riflessione anche ad implicazioni politiche. In 'Corrispondenze. Teorie e storie dal landscape' (Gangemi), Roberto Zancan tratta il paesaggio a partire dal termine che ne traduce il significato, ampliandolo e alterandolo, nella lingua inglese: il landscape, un concetto a cui discipline un tempo indipendenti, come l’arte, l’architettura e l’urbanistica, avvisano la necessità di associare i loro nomi per poter operare ed acquisire legittimità nel mondo contemporaneo, ridefinendosi a loro volta come landscape-art, landscape-architecture, landscape-urbanism.
'Termine vago, dai contenuti e dai confini incerti, il landscape è così diventato l’elemento di relazione privilegiato delle attività di design, - continua Mastrigli - sostituendo la preoccupazione per il contesto che aveva caratterizzato i decenni precedenti. Più adatto del contesto a rappresentare l’attuale uso allargato del territorio e la distribuzione illimitata dei fatti urbani sulla crosta terreste, il landscape appare però capace di affermarsi soprattutto perché, grazie alle sue implicite qualità visive, è molto più efficace nel rispondere al bisogno di spettacolarizzazione che l’epoca presente tanto richiede'.
A questa spettacolarizzazione si consegnano anche le attività del landscape design, accettando spesso di rimanere delle pratiche accessorie, limitate a 'decorare' di qualità estetiche, ambientali, economiche, programmi e progetti contraddittori. È rispetto a tale attitudine che questo libro prende posizione, rivendicando una ragione critica e un valore originale per il design. Costruendo delle 'teorie' di osservazioni e raccontando delle 'storie' in qualche modo alternative ai processi dominanti, esso mette in luce le molte 'corrispondenze' che invitano a pensare un landscape contemporaneo differente e aperto.
Dai quadri di Sironi alle foto di Basilico, uno sguardo per cui vengono meno i tradizionali confini, si mescolano spazi e forme dell'abitare, cresco
Marco Belpoliti «La Stampa» 28-01-2006
Gilles Clément, un ingegnere, botanico e agronomo, autore di celebri giardini in Francia, ha scritto un libro, Manifesto del Terzo paesaggio, per farci capire come persino un terreno incolto lungo una ferrovia o un campo di periferia sfuggito all'edificazione, possano, quasi senza nessun intervento umano, diventare luoghi ameni, giardini per il futuro. Nelle nostre città anche gli interstizi, gli spazi vuoti e deserti, possono diventare luoghi importanti per vivere meglio.
Spazi pubblici contemporanei
Francesca Oddo «PresS/Tletter» 31-07-2006

"Manifesto del Terzo paesaggio è il primo libro tradotto in italiano di uno tra i più noti paesaggisti europei. Con l’ espressione “Terzo paesaggio”, Gilles Clément indica tutti i luoghi abbandonati dall’uomo: i parchi e le riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, ma anche spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili: le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie; le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico. Sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività umana, ma che presi nel loro insieme sono fondamentali per la conservazione della diversità biologica. Questo piccolo libro ne mostra i meccanismi evolutivi, le connessioni reciproche, l’importanza per il futuro del pianeta. E’ un’opera di grande densità teorica, che apre un campo di riflessione anche ad implicazioni politiche. “Terzo paesaggio” rinvia a “Terzo stato”, al pamphlet di Seyès del 1789: “Cos’è il Terzo stato?” “ Tutto. Cosa ha fatto finora?” “ Niente. Cosa aspira a diventare? “ Qualcosa”." (Quodlibet)

Filippo de Pieri (a cura di). Editore: Quodlibet. Anno: 2005. Pagine: 96.  € 12.00

Il libro che ha scoperto il paesaggio indeciso
«La Stampa» 29-08-2015
Quartieri abbandonati e zone industriali dismesse proprio come la Goccia - ma anche argini incolti, aiuole ai margini delle strade dove la natura si riappropria dello spazio. Come racchiudere tutte queste eterogenee porzioni di mondo in un termine che le definisca e dia loro dignità di luogo? Ci ha pensato un ingegnere paesaggista francese piuttosto eccentrico, Gilles Clément, che per primo ha utilizzato il termine di «Terzo paesaggio». Nel suo godibilissimo «Manifesto del Terzo paesaggio», edito dalla Quodlibet nel 2005, il visionario Clément teorizza una nuova dimensione del nostro spazio: non area antropizzata come le città, ma neanche paesaggio di natura primigenia, non luce e non ombra, luogo dimenticato dove crescono liberamente rovi e sterpaglie. Spesso questo sono zone che i biologi definiscono ecotonali, cioè fasce di confine che sommano le biodiversità dei diversi ambienti limitrofi. Il libriccino di Clément procede per aforismi e puntualizzazioni dal tono assertivo inframmezzati da leggeri schizzi a china. «Il carattere indeciso del Terzo paesaggio corrisponde a un'evoluzione lasciata all'insieme degli esseri biologici che compongono il territorio, in assenza di ogni decisione umana». Il terzo paesaggio è spesso frutto di un'indecisione dell'uomo. Sono luoghi residuali e temporanei in attesa di destinazione, come l'area dell'ex gasometro di Milano. Dice Clément: «Il terzo paesaggio può essere visto come la parte del nostro spazio di vita affidato all'inconscio. Profondità dove gli eventi si accumulano e si manifestano in modo, almeno all'apparenza, incerto».
2005
Quodlibet
ISBN 9788874620487
pp. 96
€ 12,00 (sconto 15%)
€ 10,20 (prezzo online)