New York e altri disegni
New York e altri disegni
Con testi di Achille Varzi, Gilberto Rossini e Matteo Pericoli
Con 45 illustrazioni a colori

 

Secondo il “New Yorker” i disegni di Matteo Pericoli hanno saputo far vedere New York ai suoi abitanti quasi fosse la prima volta. Questo è il dono che spesso hanno i forestieri, coloro che in una nuova città ne colgono i tratti essenziali per necessità di orientamento.
Matteo Pericoli si orienta appunto nella sua città d’adozione disegnandola, per intero o per parti. Ma se pensare significa collocarsi si potrebbe allora dire che Pericoli pensa disegnando. Ed è questo il filo rosso che lega tra loro gli altri disegni nati dall’occasionale collaborazione con la stampa e non per caso fra questi prevalgono le raffigurazioni di città a lui care per ragioni personali, siano esse Ascoli Piceno o Gerusalemme. Indistintamente. Con testi di Achille Varzi, Gilberto Rossini, Matteo Pericoli

Indice: Le linee di un racconto, Achille Varzi - Il sapore dell'architettura, Gilberto Rossini - New York e altri disegni - New York, febbraio 2005, Matteo Pericoli - Notizia sull'autore - Elenco delle illustrazioni


Recensioni 
Lea Mattarella «La Stampa» 24-04-2005
Luigi Prestinenza Puglisi «PresS/Tletter» 31-05-2006
Elena Porcelli «Panorama» 18-08-2005
Stefano Bucci «Il Corriere della Sera» 21-04-2005
Alberto Cellotto «Daemon» 28-02-2003
Manuel Orazi «Il Foglio» 31-07-2004
 
In mostra a Fiesole: l'arte di impossessarsi delle cittą con una matita
Lea Mattarella «La Stampa» 24-04-2005
Lo sguardo di Pericoli innamorato di New York
Tre disegni per uno sviluppo complessivo di 34 metri: la grande mela si srotola in una raffigurazione in cui tutto è veto e tutto assolutamente inventato

Fiesole È la prima volta che espongo insieme tutti questi lavori e devo dire che mi fa un certo effetto». Matteo Pericoli, appena arrivato da New York dove vive da 10 anni, commenta cosi l’allestimento della sua mostra nella Basilica di Sant'Alessandro a Fiesole.
E in effetti c'è davvero da rimanerci di sasso. Perché ci si trova davanti alla spettacolare messa in scena di un'ossessione, una specie di sublime forma maniacale trasformata in espressività, in operazione estetica. Per capirla basta far parlare i numeri. In mostra, tra gli altri, ci sono tre disegni di New York che in tutto totalizzano ben 34 metri di lunghezza, accompagnati da 1.400 fotografie dello stesso soggetto. Come se non bastasse, di uno di questi rotoli che scorrono davanti agli occhi come fossero un film, Pericoli ha contato tutte le finestre degli edifici raffigurati. Per la cronaca: 36.000. Mentre le linee servite per rendere visibile il Palazzo dell'Onu sono «soltanto» 3000. Una cosa che ti viene mal di testa solo al pensiero di disegnarne la metà. Figurati a contarle.
Tutto nasce nel 1998, complice un battello per turisti, di quelli che fanno il giro di Manhattan in tre ore, dove nessun newyorkese si sognerebbe mai di salire. E infatti Matteo Pericoli è nato a Milano, nel 1968 (il mitico, celebrativo 4 luglio, guarda le coincidenze). È li che ha studiato, al Politecnico. Subito dopo la laurea, parte per gli Stati Uniti e raggiunge la Grande Mela. Qui lavora nello studio di Richard Meier dove impara a disegnare e a non disdegnare i dettagli. E poi va in bicicletta. Tutti i giorni della 102 ° alla 36° strada. Avanti e indietro, guardandosi intorno. Cercando di capire, di assorbire, di impadronirsi dei segreti dell'ambiente che lo circonda. È architetto ed è figlio di Tullio Pericoli, il grande disegnatore, una specie di mago della matita, per cui è quasi normale trovare questo tipo di soluzione: come ci si può impossessare di Manhattan? Disegnandone gli edifici, naturalmente. Prima pensa di inquadrare con il suo occhio, la sua macchina fotografica, la sua matita il pezzo di strada che percorre per andare al lavoro. Poi sale sul Circle Line, l’imbarcazione che circumnaviga Manhattan, e gli viene in mente che in fondo l’isola potrebbe anche disegnarla tutta. «Ero affascinato dell' estensione, dall'incredibile varietà di una città di cui tutti conoscono solo una minima parte, sempre la stessa. E poi mi piaceva la calma, la tranquillità che si respirava spostandosi lentamente».
E così, su un rotolo di carte da schizzo solitamente utilizzato dagli architetti, Pericoli inizia la sue «presa di possesso» di Manhattan. Ci vogliono più di due anni e due fogli di carte di 12 metri ciascuno perché l’impresa sia portata a termine. Ne viene fuori un libro che ha un grande successo negli Stati Uniti, stampato anche in Italia da Leonardo International: Manhattan unfurled, Manhattan svelata. La cosa singolare è che è tutto veto e nello stesso tempo assolutamente inventato: dettagliatissimo ma, come dire, fatto a occhio. È un'astrazione che ha come punto di partenza quasi una paranoia della realtà. Le linee di Pericoli aiutano a vedere. Ma con i suoi occhi, come fosse lo sguardo di un innamorato sul corpo della donna amata. Lui ce lo racconta. Ma sarà davvero così? Insomma, chi guarda riconosce e nello stesso tempo si perde.
Oggi questa città narrata si srotola davanti a noi e ha il sapore della memoria. Non soltanto per quell' aspetto di antica mappa che evoca il bianco e nero, ma perché la storia, con il crollo delle Torri gemelle, ha ferito per sempre lo skyline interpretato da Pericoli.
«Quando mi è arrivato il libro - dice oggi l’artista - il mio lavoro era stato trasformato dalla tragedia».
Ma intanto New York chiama e lui risponde. Se Manhattan è un’ isola, questa ha un centro che è Central Park, «il buco dalla ciambella». L'idea è quella di far seguire all'immagine dalla città spinta ai suoi limiti, a ciò che si vede dall'acqua, tutto quello che si affaccia sul parco. Nasce così il disegno Manhattan Within, con il relativo libro che da noi stampa Bompiani con il titolo Il cuore di Manhattan. Qui gli edifici sono visti al di là dal verde dal parco, come sopra una nuvola, suggerisce Pericoli. E in questo rotolo inoltre compare il colore e un nuovo modo di tracciare segni. L'artista ritrae un palazzo con la matita colorata, poi prende i pastelli a olio e copre tutto con uno spesso strato di colore, tanto che lo schizzo che ha steso sul foglio quasi scompare. Poi, con la punta d'acciaio, gratta per ritrovare le linee nascoste. Scava, riporta alla luce. Lavora «per via di levare», come fanno gli scultori. «Alla fine di questi lavori - dice -la sensazione è quella che non sia più tu a guardare i palazzi, ma siano loro che guardano te».
Il disegno, nel frattempo, si è impossessato di Matteo Pericoli, come fosse un demone acquattato dentro di lui da sempre e finalmente venuto allo scoperto. In mostra ci sono anche le sue illustrazioni per giornali e riviste. Gran parte sono state realizzate per La Stampa e per l’inserto Ttl. Sono visionarie, leggere, incantate. C'e una fragola che contiene un limone e un libro da cui nasce una piccola chiesa. Anche qui compaiono città sognate, trasfigurate dalla fantasia, dal gioco: Palermo, Venezia, Ascoli Piceno. E Fiesole? Non è comparso in Pericoli il desiderio di disegnare un luogo così bello, non ha avuto la tentazione di confrontarsi con uno skyline così diverso da quello newyorkese? «Accidenti se mi è venuta voglia! E forse lo farò...».
«Infatti - aggiunge l’assessore alla Cultura e al Turismo di Fiesole Fabio Becattini, che ha voluto la mostra insieme col sindaco Fabio Incatasciato per rilanciare le attività all’interno dell’antica Basilica di Sant'Alessandro - a giugno faremo un workshop e speriamo che per quell'occasione Matteo disegni il profilo di Fiesole». Pericoli passerà così da una città in continua trasformazione, sempre diversa da se stessa, a un panorama quasi immutato da Ascoli. Ma non è detto che quest'ultimo sia più facile da conquistare, svelare, penetrare. Vedremo.

La mostra Matteo Pericoli. NewYork e altri disegni, organizzata dal Comune di Fiesole, e aperta alla Basilica di Sant'Alessandro in via San Francesco fino al 31 luglio. L'orario di apertura è dalle 11 alle 19 nei mesi di aprile e maggio e dalle 11 alle 21 a giugno e luglio. L'allestimento e la cura scientifica sono a cura della Fondazione Michelucci. II catalogo è edito della case editrice Quodlibet di Macerata e contiene i testi di AchilleVarzi e Gilberto Rossini, accompagnati da una nota dell'artista. Informazioni al numero 800 414240. www.comune.fiesole.fi.it.
Intervista a Matteo Pericoli
Luigi Prestinenza Puglisi «PresS/Tletter» 31-05-2006
Matteo Pericoli, New York e altri disegni,
con testi di Achille Varzi, Gilberto Rossini e Matteo Pericoli, Quodlibet, Macerata, 2005, pp. 80, L.18,00

ne parliamo con l’autore
1. Una auto presentazione in max 5 righe dell’autore...
Caspita, cinque righe, con un font così piccolo e una pagina così larga, possono essere quasi troppe. Dunque, mi chiamo Matteo Pericoli e mi trovo sempre in difficoltà quando mi chiedono (o mi chiedo io stesso) che mestiere fai. Sono un architetto innanzitutto, direi. Sono venuto a New York nel 1995, subito dopo la mia laurea in architettura, per - così almeno mi dissi allora - imparare e scoprire una città che da lontano sembra diversa da quello che in realtà è, e per cercare di capire come funziona l'architettura lontano dalla storia, dai restauri e da tutto ciò che avevo imparato (o non imparato) all'università Ho finito per fare l'architetto davvero, sì, ma solo per cinque anni; poi anche (anzi soprattutto) il disegnatore, l'autore di libri (per adulti e per bimbi) e, ora, l'insegnante di architettura al liceo.

2. Ci descrivi brevemente New York e altri disegni?
New York e altri disegni si ispira alla mostra omonima organizzata quest'anno (da aprile a luglio '05) dal Comune di Fiesole nella basilica di S. Alessandro. L'idea era quella di mostrare tutta Manhattan, cioè i miei tre lunghi disegni pubblicati inizialmente nei due libri di Random House che mostrano il profilo dell'isola vista dall'acqua (il profilo est e ovest, due disegni di 12 m ciascuno) e vista dal centro, da Central Park (un disegno di 10 m). Tutt'attorno, oltre alle centinaia di foto usate per fare questi lavori, c'erano tanti altri disegni (appunto, gli "altri disegni") che in qualche modo completano un racconto o forse un viaggio. E magari mostrano l'evoluzione delle linee attraverso i vari soggetti, soprattutto attraverso le architetture, ma anche l'evoluzione delle idee, chissà. Insomma, in pratica e' un libro con due testi, delle immagini (i disegni) e un mio scritto finale, in cui cerco di capire, scrivendone, tutto ciò.

3. Perché disegnare New York?
Come si fa a non disegnare New York? mi domando io invece. Non ci ho mai pensato in realtà al perché E' stato un bisogno forte da subito; il disegno e' lo strumento che per eccellenza ci fa imparare, conoscere e capire un luogo. Ce lo spiega senza parole o nozioni che si possano poi ripetere chiaramente. Una volta disegnato, il soggetto ci entra nel sangue, diviene nostro, in silenzio entra a far parte di noi. Quando si disegna qualcosa, o qualcuno, si entra in simbiosi con quel qualcosa o qualcuno; e in fondo era questo che volevo fare con New York, capirla a fondo, entrarci il più dentro possibile.

4. Vedo che accanto a new York c’è anche Venezia...mi sembra che sia Koolhaas che in Delirious New York paragona le due città A tuo parere c’è qualche similitudine?

A leggere libri di chi se ne intende direi proprio di sì Una città come Venezia che nasce dove nasce per via del bisogno di fuggire, e poi che si rafforza grazie ai commerci e alla tensione verso mondi lontani, e non quelli da cui proveniva, fa certamente pensare a New York. Manhattan e' staccata dalla terraferma da fiumi in certi tratti larghissimi e in altri strettissimi; ma spesso si ha la sensazione di essere in una zattera lontana in mezzo al mare. New York raccoglie, oltre ai tanti che come me arrivano dal resto del monto, tantissima gente che fugge dall'America stessa. In fuga e alla ricerca.

5. Ci parli, brevemente, della tua esperienza a New York... Come ci si trova un architetto?
Come dicevo sopra, io ora esiterei a definirmi un architetto. La mia esperienza e' stata limitata, e forse fuorviante, non so. Lavorare in un grande studio fa certamente bene, e soprattutto se le responsabilità - come nel mio caso - sono poi tante. Ma e' un'esperienza che ovatta un po' tutto il resto, si finisce per credere di essere in una specie di circolo di eletti e, in fondo, sono contento di essermene staccato. Ora vedo l'architettura (e gli architetti) un po' dal di fuori. Spesso provo nostalgia, ma soprattutto nei confronti dell'architettura, non degli architetti. Sento ancora rimbalzarmi in testa le parole di Volfango Frankl e dei suoi collaboratori (con cui lavorai alla mia tesi) che a fare l'architetto ci si arriva molto avanti nella vita, quando tutte le esperienze che ci portiamo dietro e dentro - sia di vita che professionali - finiscono in qualche modo per essere svuotate su un tavolo tutte insieme, come fanno i bimbi coi giochi. E così, piano piano, si comincia a scegliere, a ricomporre, a selezionare e a rimontare. Il lavoro dell'architetto. Io non ho idea quali forme prenderanno i miei giochi, ma attendo per ora pazientemente. E New York, la città di New York, la gente di New York, l'architettura a New York, offre tante, tantissime (forse alle volte troppe) esperienze; e' un luogo ideale per osservare e accumulare; mentre qui i più corrono.

6. So che sei stato a studio da Eisenman. Ci descrivi il personaggio e il suo ambiente di lavoro?
Purtroppo quella da Eisenman non e' stata un'esperienza importante per me o una che ricordo con piacere. Alle volte nella vita gli incontri sono solo coincidenze e non "incontranze" come le chiamava Ridolfi; mancano cioè quelle scintille che stanno a dimostrare che tra due persone sta accadendo ben di più di quanto si veda dal di fuori. Io ero affamato di architettura quando iniziai a lavorare da Eisenman, volevo imparare a mettere in piedi un progetto, volevo capire come si fa a costruire con sicurezza, forza ed esperienza. E finii al posto sbagliato. Non mi interessavano le elucubrazioni mentali o le teorie dietro questa o quella forma, visto che davanti alle teorie c'era comunque sempre una scelta formale. L'ambiente m'era parso dapprincipio ideale per me, ricordo che mi dicevo che era 'europeggiante'; ma mi accorsi subito (se non sbaglio già durante il primo giorno di lavoro, non pagato ovviamente) che non avrei imparato lì quello che volevo imparare. Ora sto cercando un riavvicinamento anche a questo tipo di architettura.

7. E anche a studio da Meier. Che ne pensi dei suoi ultimi progetti?
Quello che dei progetti di Richard Meier e', in generale, oggettivamente ineccepibile e' il controllo degli spazi, dei dettagli, e del rapporto tra le parti e il tutto. Poi, da un punto di vista estetico e formale e' una questione di gusti (io non vado matto per il continuo biancore abbagliante). Ma devo dire che sono sempre rimasto positivamente colpito, e veramente legato, alla Chiesa del Giubileo di Roma e alla sua forza e compattezza. A differenza di tanti altri suoi progetti, lì si vede prima un'idea forte, e poi tutto il resto segue.

8. Dacci tre ragioni per comperare il libro...
La prima: l'arancione della copertina e' bellissimo (non l'ho scelto io). La seconda: il libro pesa poco, non e' un mattone da portarsi in giro. E la terza: il costo e' più che ragionevole!

9. E uno per non comperarlo....Insomma: tira fuori un difetto, un errore che ti sei promesso di non rifare nel prossimo libro...
Ho incluso un disegno che secondo me stona, che non c'entra. Non lo includerei la prossima volta, ma non sarò certo io ora a dire qual è!

10. E, infine ,confessaci chi e' il disegnatore che più ami...
Su questo ho sempre meno dubbi: Saul Steinberg.
 
PresS/Tletter

Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design. Per cancellarsi e rimuovere il nominativo dal nostro indirizzario basta mandare una mail al mittente con scritto: remove. Per iscriversi basta farne richiesta. Ai sensi della Legge 675/1996, in relazione al D.Lgs 196/2003 La informiamo che il Suo indirizzo e-mail è stato reperito attraverso fonti di pubblico dominio o attraverso e-mail o adesioni da noi ricevute. Si informa inoltre che tali dati sono usati esclusivamente per l’invio della presS/Tletter e di presS/Tmagazine. Per avere ulteriori informazioni sui suoi dati, che di regola si limitano al solo indirizzo di e-mail accompagnato qualche volta dal nome e cognome ovvero dal nome della società, può contattare il responsabile, Luigi Prestinenza Puglisi, all’indirizzo l.prestinenza@libero.it. Tutti i destinatari della mail sono in copia nascosta (Privacy L.75/96). Abbiamo cura di evitare fastidiosi MULTIPLI INVII, ma laddove ciò avvenisse La preghiamo di segnalarcelo e ce ne scusiamo sin d'ora.
E' gradito ricevere notizie, le quali, dovranno essere comunicate via mail con almeno una settimana di anticipo e, comunque, entro il mercoledì che precede l’evento, con brevi comunicati stampa, di regola non superiori alle cinque righe. In questi dovrà essere chiaro giorno e luogo dell'evento, titolo, partecipanti, telefono, mail, sito web per approfondimenti. Le notizie, a giudizio insindacabile della redazione, sono divulgate quando se ne intravede un potenziale interesse. E' però cura di chi riceve la lettera verificarne attendibilità e esattezza. Pertanto esplicitamente si declina ogni responsabilità in proposito. La redazione si riserva il diritto di sintetizzare le lettere e gli interventi da pubblicare. Il materiale mandato in redazione, che e' anche il luogo dove sono custoditi i dati, viale Mazzini, 25, Roma, non verrà restituito.
In redazione: LPP, Lila Aras, Anna Baldini, Furio Barzon, Diego Barbarelli, Gianpaolo Buccino, Diego Caramma, Francesca Capobianco, Marcello del Campo, Emiliano Gandolfi, Gaia Girgenti, Luca Guido, Salvator-John Liotta, Claudia Pignatale, Ilenia Pizzico, Stefano Malpangotti, Santi Musmeci, Francesca Oddo, Paolo Raimondo, Federica Scarnati, Antonio Tursi, Monica Zerboni.
Ora i Pericoli stanno a Manhattan
Elena Porcelli «Panorama» 18-08-2005

Disegnatori Tullio e il figlio Matteo
Ora i Pericoli stanno a Manhattan
Li accomuna il tratto un po' sognante. Con il quale il giovane architetto ha ritratto la Grande Mela.


“Ricordo che quando ero piccolo mio padre Tullio prendeva spesso carta e matita per farmi dei disegni. Ma, soprattutto, ricordo che non appena la matita iniziava a muoversi e il primo filamento compariva dalla sua punta, veni- vo preso da una travolgente allegria che si trasformava in un irresistibile impulso a ridere”. Così scrive Matteo Pericoli, classe 1968, disegnatore come il padre Tullio, classe 1936, nell'introduzione del suo ultimo libro New York e altri disegni (Quodlibet), in uscita a settembre.
Pericoli jr nel 1995, appena laureato in architettura al Politecnico di Milano, è partito per New York, per lavorare nello studio del celebre architetto Richard Meier. Lontano dall'Italia, dove suo padre disegnava per i giornali più importanti. E a New York Matteo ha disegnato tutta Manhattan, edificio per edificio, così come si vede dalla Circle Line, il battello che percorre il fiume Hudson, su quattro pannelli, lunghi 12 metri ciascuno; così nel 2001 è nato il suo primo libro, Manhattan svelata (Leonardo International). Poi l'ha ridisegnata dal punto di vista di Central Park e nel 2003 ha pubblicato i disegni, piegati in lunghissime fisarmoniche, nel suo secondo libro, Il cuore di Manhattan (Bompiani). Lasciata l'architettura, è ormai un disegnatore a tempo pieno per giornali e riviste, come suo padre. I suoi lavori sono stati pubblicati, fra gli altri, sul New York Times e sul New Yorker. Sta preparando una serie di immagini di Manhattan vista dall'interno dei grattacieli.
“il disegno” racconta a Panorama “per me è stato sempre un linguaggio naturale”. Che l'abbia appreso in casa si vede da un tratto un po' sognante che accomuna le opere di padre e figlio. Ma è meglio non chiedere ai Pericoli se si rendono conto di assomigliarsi. Matteo cambia discorso. Tullio nega ma dice: “Comunque mi piacerebbe se fosse così, ne sarei orgoglioso”.

New York, ritratto di una cittą . Di profilo
Stefano Bucci «Il Corriere della Sera» 21-04-2005
A Fiesole la prima mostra dedicata al disegnatore-illustratore matteo pericoli

Una New York vista da vicino, da molto vicino. Una new York raccontata da un giovane architetto italiano che ha camminato, pedalato, navigato attraverso la Grande Mela per poi ricostruirla «nella sua completezza». Il risultato più evidente di questo viaggio è racchiuso in tre lunghi rotoli disegnati (due da dodici metri ciascuno, il terzo da quasi dieci) che ripetono per intero lo skyline della città: East Side, West Side più il cuore di Manhattan visto da Central Park. Tra lunghi rotoli dove sono ben visibili le «ferite» dell’11 settembre ma che proprio per questo assumono un valore quai terapeutico, testimoniando da una parte il valore della memoria e, dall’altra, il desiderio di guardare oltre. Non solo suo ma, forse, di tutta new York.
Questi rotoli dipinti sono il nucleo della prima mostra italiana dedicata a Matteo Pericoli che si inaugura sabato e che per tre mesi verrà ospitata nella Basilica di Sant’Alessandro a Fiesole: schizzi, disegni e oltre 1400 fotografie racchiusi per un ideale «volo a vista sull’architettura del Novecento e su una incredibile selva di palazzi e grattacieli» trasformati nel simbolo stesso della modernità e del potere, sia che si trattasse di art-déco o di decostruttivismo. E sia che si trattasse di Tribeca o di Battery Park, del Bronx o di Washington Heights, di Columbus Circle (qui sotto) o del ponte di Brooklyn, della Fifth Avenue. Il tutto ripreso rigorosamente di profilo, o forse sarebbe meglio dire di skyline.
Al visitatore, la scelta del mood ideale per avvicinarsi alla mostra New York e altri disegni, nata dall’impegno dell’Assessorato alla cultura del comune di Fiesole e che può contare su un suggestivo allestimento curato dalla Fondazione Michelucci oltre che su un piccolo libro-catalogo, dallo stesso titolo, edito da Quodlibet. Ma, al di là delle specifiche propensioni , resta il fatto che a Sant’Alessandro vada in scena anche buona parte della vicenda personale di Matteo pericoli, figli del celebre disegnatore Tullio, a sua volta disegnatore e illustratore (tra le testate con le quali regolarmente collabora la Stampa, New Yorker, New York Times). Nato a Milano nel 1968, Matteo incrocia la passione per il disegno sin da bambino: «Quand’ero piccolo mio padre prendeva spesso carta e matita per farmi dei disegni. Ricordo anche che da quel bastoncino di legno che lui teneva in mano usciva un filamento irregolare, ondulato, alle volte preciso e netto altre incerto e tremulo, che come per magia creava figure, animali, personaggi e paesaggi».
Sarà proprio la sua passione per il disegno a spingerlo ad iscriversi al Politecnico, dove si laurea in architettura con Volfago Frankl. Non prima di aver scoperto (nel 1995) la Grande Mela, «una città diversa da qualsiasi altra città avessi mai visto» e dove scegli immediatamente di vivere e di sposarsi (il nome della moglie, Holly, riporta immediatamente alla mente un altro mito, Holly Golithly protagonista di Colazione da Tiffany). Quella new York che matteo pericoli ha raccontato nei suoi rotoli disegnati (diventati due libri, Manhattan svelata e Il cuore di Manhattan pubblicati in Italia rispettivamente da Leonardo e Bompiani) comincia a fa capolino nella sua vita dalla finestra del suo studio dalle parti della 102esima e da quello dello studio di Richard meier seulla 36esima, dove entra nel 1997 per lavorare alla chiesa del Giubileo di Roma (ebbi la fortuna di lavorare fianco a fianco con un architetto che aveva passato anni a disegnare dettagli»).
E dettaglio dopo dettaglio spariva quella paura che idealmente accomunava Matteo a Saul Steinberg, illustratore-istituzione del New Yorker , che in un ‘intervista aveva detto: «Mi resi conto che non avrei mai fatto l’architetto quando comincia ad essere terrorizzato dall’idea che una delle mie linee potesse diventare realtà». ma la vita è fatta anche di altre contingenze, non necessariamente artistiche: «Ogni giorno che mi facevo un viaggio in bici per andare al lavoro, dalla 102esima strada giù fino alla 36esima strada cercando di trovare una chiave per capire la città». La chiave viene scoperta quasi per caso, nel maggio 1998: «Presi la Circle Line, un battello per turisti che circumnaviga l’isola di Manhattan, cinquanta chilometri in tre ore. Fu durante quel giro che mi venne voglia di disegnare tutta l’isola, e non solo un pezzo, come la si vede dal di fuori, dall’acqua, senza escludere nulla».
Dopo più di un anno «di righe notturne e filamenti tremuli», dopo aver abbandonato lo studio Meier ed aver iniziato a insegnare architettura alla St. Ann’s School di Brooklyn, prendeva corpo il primo dei due disegni da dodici metri di Manhattan (quello da dodici metri, quello del lato ovest). Poi sarebbero venute le strisce dedicate al lato est e alla città vista da Central Park. In una sorta di compendio di «anatomia urbana» dove tutto è ripreso nella propria interezza. Come visto dal suo confine più estremo . Il risultato? Un piccolo-grande sogno architettonico dove «quella paura di Steinberg che le linee possano diventare realtà» si mescola felicemente «con la memoria delle risate che mi facevo nel vedere i filamenti uscire dalla matita di mio padre».
Alberto Cellotto «Daemon» 28-02-2003

Fortini scrisse I cani del Sinai nel 1967 dopo la guerra lampo dei sei giorni tra Israele e paesi arabi. La Quodlibet di Macerata ci propone una riedizione dell'opera che usci per De Donato (1967) e poi per Einaudi (1979). Quello che po­trebbe configurarsi come instant book scritto a ridosso di un avvenimento di grande portata è in realtà un libro medi­tato e levigato, nel quale Fortini elabora aperta­mente questioni di stile e tono inerenti la propria scrittura. È questa una pista da seguire per chi volesse riprendere in mano oggi il testo.
In queste pagine fortemente autobiografiche Fortini mette in discussione il serpeggiante e dif­fuso disprezzo antiarabo, compie analisi sui riflessi storici, politici, etici e ideologici di un importante avvenimento militare sulla propria vicenda personale,senza analizzare cause o con­seguenze della "guerre dei sei giorni".
Questo testo (secondo le parole dell'autore "di apparente polemica immediata e di apparente autobiografia") può oggi essere avvicinato come una inedita opportunità di intendere 1'autobio­grafia stessa. Nella bibliografia fortiniana I cani del Sinai si colloca cronologicamente vicino a L'ospite ingrato (1966), altro libro in cui Fortini sperimentò una scrittura breve, ricca di note. Lontano dei rischi intrinseci che possono deriva­re dall'avvicinare scoria e vicenda personale, nei cani del Sinai Fortini ci ha messo davanti all'au­tobiografia come possibile indagine storica, denunciando, una volta per tutte, ciò che sta die­tro l'autobiografia stessa: «La forma autobiografi­ca, dovrebbe capirlo anche un critico di avan­guardia, non è che modestia astuzia retorica. Parlo anche dei casi miei perché certo solo miei non sono. Della mia "vita" non me ne importa quasi nulla.»
Nelle Ventiquattro voci per un dizionario di let­tere (1968, l'anno successivo all'uscita de I cani del Sinai), alla voce "Autobiografia", Fortini scri­verà: «Parlare di sé implica insomma le contrad­dizioni della "falsa coscienza", l'espressione subi­sce tutte le operazioni tattiche del subconscio e dovrebbe quindi essere letta, per principio, senza candore alcuno, come lo storico fa dei documen­ti. Non è, in quanto istituto letterario, né scienza né arte. E tanto ne fa un insostituibile strumento di conoscenza, irriducibile al tipo di esperienza che ci viene dalla lettura dei romanzi.»
I cani del Sinai è un po' tutto questo, è un testo che ha fatto spendere molte definizioni (pamplet, saggio, autobiografia, racconto) proprio per­ché difficilmente etichettabile. Si fa apprezzare per la rigorosa ricerca formale sottostante, per la chiarezza che l'ebreo Fortini tenta sulle proprie origini, per i molteplici spunti (storici, letterari) che offre.

Franco Fortini, I cani del Sinai, Quodlibet, 2002, € 8,50
NEW YORK
Manuel Orazi «Il Foglio» 31-07-2004
Sedersi su una panchina e disegnare Central Park come fosse una Piazza del Popolo

Per capire una città il punto di vista migliore è senz?altro quello del forestiero: Montaigne o anche un Bruno Barilli qualsiasi, forti del loro disinganno hanno potuto descrivere territori altrui con più profondità e distacco degli osservatori indigeni, ma c?è un solo modo per impadronirsi completamente di un luogo specie se urbano: disegnarlo. Amedeo Modigliani, con grazia tutta livornese, ripeteva che disegnare è possedere, un atto di conoscenza e di possesso più profondo e concreto del coito. L’architetto Matteo Pericoli sembra avergli voluto obbedire, in due atti. Dapprima, in ?Manhattan svelata? (2001) si era azzardato a srotolare lo skyline di New York così come si lo si può vedere dalla Circle Line, il battello che circumnaviga l?isola in tre ore. Quindi, non pago delle parole di Le Corbusier secondo cui per capire una città è sufficiente osservarne il profilo dal mare, Pericoli si è voluto tuffare nel centro vuoto, nel parco, che è l’altro grande spazio aperto da cui osservarla e capirla in silenzio, appunto «Il cuore di Manhattan», uscito di recente da Bompiani.
E come se non straniandosi è possibile guardare la belva metropolitana e misurarne correttamente i volumi senza venire sopraffatti dai suoi rumori e dai suoi ritmi ingombranti? Anche per questo ha ragione Paul Goldberger, critico del New Yorker, nel dire che Pericoli disegna Nuova York come fosse Ascoli Piceno, sua città d’ascendenza famigliare, come se Central Park fosse una Piazza del Popolo pavimentata in erba e il cui colonnato constasse di alberi anziché di pilastri in travertino ascolano. In effetti New York è l’unica metropoli ad avere un centro/baricentro completamente vuoto, uno sterminato giardino concepito nella tradizione del pittoresco inglese, pianificato come scena continuamente variabile, luogo di riequilibrio metropolitano; aperto nel 1862 su progetto di Frederick Law Olmsted e dopo grandi battaglie di riforma urbana ispirate dalla filosofia trascendentalista americana degli Emerson e dei Thoreau, il parco divenne da subito il simbolo di una collettività ritrovata nell’uso sociale del tempo libero. Per i nuovayorkesi Central Park è quindi qualcosa di più di un mero giardino pubblico, quasi uno spazio
mentale, tanto che gli è stata perfino dedicata una sinfonia, «Central Park in the Dark», piccolo capolavoro in cui Charles Ives evocava i suoni che si potevano ascoltare stando seduti su una panchina nel 1906.
Matteo Pericoli non ha fatto altro che sedersi su quella panchina disegnando tutti gli edifici che affacciano sul parco, allineandoli su di un rotolo di carta lungo dieci metri. Il breve diario che ne ha ricavato è parte integrante del suo lavoro su Manhattan: l’esperienza sensoriale del disegno si è trasformata in esperienza intellettuale: «A New York quasi ogni edificio parla un proprio linguaggio. E nel parco, dal parco, questa relazione « il dialogo fra i nostri sensi e le migliaia di linguaggi della città » è sorprendentemente chiara. E? chiara perché siamo lontani quanto basta per sentire tutte quelle voci fondersi in una sola?.
Lo skyline interiore L’astrazione permea l?intero dispiegarsi di questo skyline interiore, grazie anche alla scelta di colori acidi, innaturali. Sarà allora inutile sfogliare
«Il cuore di Manhattan» alla ricerca dei dettagli del Guggenheim, del Majestic, del Metropolitan o di qualunque altro edificio in particolare perché ogni skyline non è la somma degli edifici che lo compongono contro il cielo: è qualcosa al di là e oltre » avverte ancora Matteo Pericoli « qualcosa che trascende gli edifici e vive di vita propria. In ogni caso per afferrarlo pienamente occorre uno sguardo acuto, lo sguardo di un artista: «Invariabilmente trovavo un istante di pace assoluta nel correre a sud attraverso il Central Park al buio, nella direzione in cui la facciata della 50a strada getta le sue luci sugli alberi. Là c’era ancora una volta la mia città perduta, avvolta strettamente nel suo mistero e nella
sua promessa» (Francis Scott Fitzgerald, «L’età del jazz»).
2005
Fuori Collana
ISBN 9788874620425
pp. 80
€ 18,00 (sconto 15%)
€ 15,30 (prezzo online)