Elena Loewenthal «La Stampa» 02-06-2005
Giulio Busi «Il Sole 24 ore» 10-07-2005
Il marrano Uriel, una vita per i «diversi»
Elena Loewenthal «La Stampa» 02-06-2005
Gli ebrei e le streghe: antichi fantasmi, ma fantasmi carichi di una sinistra concretezza. Perfidia, deformità, perversione: nei tratti fisici e in quelli morali. Gli ebrei e le streghe sono il corpo delle paure, delle ombre inafferrabili. Siamo all'indomani di quell'Umanesimo di cui Walter Benjamin avrebbe detto, come di altre epoche, che non esiste documento di cultura che non sia nello stesso tempo documento di barbarie.
A questa barbarie Ester Cohen dedica il suo Con il diavolo in corpo. Filosofi e streghe nel Rinascimento (con una postfazione di Enzo Traverso e la traduzione dall'originale in spagnolo di Lorena Francese, ombre corte edizioni - www.ombrecorte.it - pp. 165, e13,50). Ogni epoca ha, per l'appunto, i suoi fantasmi, ma alcuni di essi scavalcano disinvoltamente secoli e stagioni: questo libro ne esplora alcuni, nelle loro cangianti fattezze. Gli indios del Nuovo Mondo, i neri, gli omosessuali: un catalogo storico di outsider nel loro scontro frontale con la società normalizzata.
Outsider e fantasma era più che mai Uriel da Costa. Figura storica della fine del XVI, inizi del XVII secolo, ma anche simbolo. Marrano sfuggito all'Inquisizione nella penisola iberica, eretico ebreo scomunicato dalla sinagoga di Amsterdam, deista ma anche ateo, positivista ante litteram, infine suicida per troppe traversie. La sua vicenda era affidata sino a non molto tempo fa quasi esclusivamente a una presunta autobiografia, l'Exemplar humanae vitae («Un modello di vita umana») pubblicato per la prima volta nel 1687: questo testo si presenta infatti come la cronaca della vita di Uriel da Costa, ma anche come una succinta lezione al mondo. E sarà lo spunto di una ricca tradizione letteraria che, in un modo o nell'altro si rifà a questa figura quasi leggendaria, in cui non è difficile riconoscere tratti simili a quelli di un'altra parabola di vita e pensiero, che porta il nome di Baruch Spinoza.
Omero Proietti ha studiato a fondo questo testo, oltre che la temperie culturale dell'Europa settentrionale nella prima metà del XVII secolo. L'ha vista alla luce di un altro testo, pubblicato per la prima volta solo nel 1993 (è l'opera «più censurata della storia», ci spiega), l'Exame das tradiçoes phariseas, ben più autenticamente attribuibile al nostro personaggio. Offre così un'interpretazione più vasta e più complessa della vita di Uriel da Costa, ma anche di quella particolare temperie culturale: un mondo, insomma, in cui sono i «moderni “farisei” evangelici, i quali - pronti al linciaggio e alla lapidazione - compiono azioni vergognose».
Uriel prende di mira i pastori luterani che ad Amburgo nel 1617 vorrebbero bloccare il «contratto» che consentirebbe alla comunità portoghese di risiedere e praticare il giudaismo, e che consegnano i membri della piccola comunità al ludibrio e al linciaggio della folla.
L'Exemplar si rivela dunque non un racconto di vita in senso stretto, bensì un tracciato polemico che punta il dito con antichi e nuovi modelli, con archetipi comportamentali. Quelli pronti, insomma, a lapidare, umiliare, flagellare e costringere alla morte vittime che hanno la sola colpa di essere ciò che sono. Proietti disegna questa storia - la trattazione è piuttosto ardua ma vale la pena impegnare un poco di fatica - e poi presenta il testo nell'originale latino, con una traduzione italiana e un commento storico filologico.
Omero Proietti Uriel da Costa e l'Exemplar humanae vitae Quodlibet edizioni (www-quodlibet.it) pp. 287, € 22

Vita esemplare di un marrano. Uriel Da Costa, un libero pensatore in lotta con la sinagoga
Giulio Busi «Il Sole 24 ore» 10-07-2005
Eroe della ragione contro l’oscurantismo religioso, o addirittura martire dell’intolleranza. La figura di Uriel Da Costa, eretico perseguitato dalla comunità ebraica di Amsterdam, è stata avvolta per secoli da un alone agiografico. Da Bayle a Voltaire, da Herder a Feuerbach e sino ai racconti di Israel Zangwill, questo marrano miscredente ha impersonato il rifiuto della religione rivelata in nome di uno spirito cosmopolita e universale.
Il profilo biografico tradizionale di Da Costa è basato su un libro, dal titolo oraziano Exemplar humanae vitae, che egli avrebbe composto poco tempo prima di morire, nel 1647. Nello scritto si narrano le traversie del giovane Uriel, cresciuto in Portogallo in una famiglia giudaica convertita a forza. Dopo aver studiato teologia, il protagonista decide di sfuggire alla soffocante società cattolica per rifugiarsi nei Paesi Bassi e riabbracciare la fede giudaica. Ma le sue speranze di aver finalmente trovato un ambiente libero s’infrangono ben presto contro «il costume e il maligno carattere (...) dei detestabili farisei». I rabbini di Amsterdam cominciano infatti a perseguitarlo per le sue idee indipendenti, costringendolo a un’abiura pubblica e disonorevole. Alla fine del rito Da Costa viene flagellato e poi costretto a stendersi davanti all’entrata della sinagoga così che tutta la comunità, uscendo, possa calpestarlo. Affranto per l’umiliazione, Uriel si sarebbe in seguito ucciso.
Questa singolare peripezia viene ripubblicata e tradotta dal latino da Omero Proietti. Ma l’esame filologico che accompagna l’edizione riserva non poche sorprese. Attraverso un confronto tra le fonti storiche e le notizie contenute nell’autobiografia, Proietti riesce infatti a dimostrare che il testo ha subito pesanti interpolazioni cristiane e che molto probabilmente il vero autore non è Da Costa ma il teologo protestante Philipp Limborch, che “scoprì” e diede alle stampe il libro nel 1687. Si tratterebbe, insomma, non dell’appassionata requisitoria di un libero pensatore in guerra contro la sinagoga ma di un falso malizioso, architettato da un cristiano per mettere in cattiva luce la comunità giudaica di Amsterdam.
Il Da Costa vero, quello storico, di cui Proietti segue la biografia tra Portogallo, Amburgo e Olanda, fu personaggio forse meno colorito ma certo più acuto e atipico di quello proposto dall’Exemplar. Lasciò probabilmente il Portogallo non per motivi religiosi ma per seguire gli interessi commerciali della propria famiglia e come un accorto mercante si comportò anche durante il suo soggiorno ad Amburgo, che risulta dai documenti ma è taciuto dall’Exemplar. Sia ad Amburgo sia ad Amsterdam, dove si trasferì più tardi, Uriel conciliò effettivamente la mercatura con una passione, intensa ed eversiva, per la critica biblica. In libelli implacabili, che suscitarono clamore tra gli ebrei del tempo, volle dimostrare che l’intera profezia di Daniele e altri passi della Scrittura erano tarde interpolazioni farisaiche, e che l’autentica tradizione ebraica non prevedeva alcuna dottrina della retribuzione ultraterrena né l’attesa di un Messia.
È vero che, per queste sue opinioni, Da Costa fu bandito con scomunica dapprima dalle comunità di Venezia e di Amburgo e poi con provvedimento di Amsterdam; non c’è prova, tuttavia, che si sia dovuto sottoporre al crudele rito di abiura descritto nell’Exemplar né che la sua fine sia stata un tragico suicidio. L’ultimo documento notarile che abbiamo su di lui, ce lo mostra infatti ad Amsterdam dotato di un buon patrimonio, e in grado di condurre una tranquilla vita borghese. Non un martire, dunque, ma un uomo capace di conciliare pragmatismo commerciale e inquietudine dello spirito. Del resto, più che la biografia è la forza di pensiero a fare la grandezza di Da Costa: quelle sue pagine taglienti sulla cronologia biblica di cui Baruch Spinoza avrebbe fatto tesoro per il suo Trattato teologico-politico.
OmeroProietti, «UrielDaCosta e l'Exemplar humanae vitae», Quodlibet, Macerata 2005, pagg,288,€ 22,00.
