Le parole non sono di questo mondo
Le parole non sono di questo mondo
Lettere al guardiamarina E. K. 1892-1895
A cura e con un saggio di Marco Rispoli

Vai alla nuova edizione economica nella collana "Bis"

 

Tra i carteggi tenuti da Hugo von Hofmannsthal (1874-1929), le lettere scambiate in gioventù con Edgar Karg (1872-1905) occupano un posto d’eccellenza, tanto che lo stesso poeta pensò di pubblicarne un buon numero, in un’antologia che avrebbe dovuto raccogliere il meglio della sua produzione giovanile.
Mentre il suo precoce talento viene celebrato nei cenacoli letterari, Hofmannsthal cerca qui di avvicinare alla propria esistenza da “poeta” un amico che, impegnato nel servizio di marina in località spesso assai remote, non può condividere con lui la stessa ricchezza culturale. Non si trattava, però, di fare opera di vacua divulgazione, ma di strappare la poesia all’atmosfera artificiosa dei salotti e delle accademie, e di porla in relazione all’esistenza degli uomini. Temi e problemi che hanno un peso fondamentale nella sua opera e in molta poesia moderna, vengono allora affrontati in modo immediato, e di continuo vengono intrecciati a esperienze quotidiane e affetti comuni.
Da un lato i primi passi compiuti da Hofmannsthal lungo il “cammino verso la vita”, nel tentativo di infrangere, grazie a questa amicizia, l’isolamento dell’artista (egli stesso ricorda quegli anni come “il periodo più solitario” della sua esistenza). Dall’altro una limpida, inedita prospettiva sulla riflessione condotta da Hofmannsthal sulla letteratura, sul suo rapporto con la vita, e più in generale sull’amicizia e la formazione dell’individuo. Uno di quei rari casi in letteratura dove l’espressione congiunge felicemente immediatezza e profondità.

Recensioni 
Luigi Azzariti-Fumaroli «Letture» 30-04-2004
Paola Quadrelli «Studi Cattolici» 30-04-2005
Andrea Casalegno «Il Sole 24 ore» 11-04-2004
Enzo Golino «L'Espresso» 30-11-1999
Daniele Giglioli «Alias de Il Manifesto» 06-03-2004
Alessandra ladicicco «Il Giornale» 09-03-2004
«Il Foglio» 12-05-2004
Paola Sorge «La Repubblica» 23-02-2004
Paola Quadrelli «Led on line» 30-11-1999
Francesca Garofoli «Railibro» 30-11-1999
 
Caro amico, ti scrivo per chiarirmi le idee
Luigi Azzariti-Fumaroli «Letture» 30-04-2004
Hugo von Hofmannsthal, Le parole non sono di questo mondo. Lettere al guardiamarina E.K. 1892-1895, Quodlibet, 2004, pagg. 127, euro 12,00.

Hofmannsthal appartiene a quel novero di autori per i quali il tramonto del mito asburgico coincide con una sensazione di "vacuità", a cui non si può opporre alcun argine, se non quello che può offrire la scrittura, intesa come riflessione sull'essenza del linguaggio. Hofmannsthal, tuttavia, a differenza di Musil e di Broch, matura assai precocemente la propria poetica, come testimoniano le lettere giovanili inviate ad un guardiamarina, tale Edgar Karg, con il quale lo scrittore deve aver coltivato un’intensa amicizia.
Da queste lettere emerge il profilo di una personalità già matura, eppure intenzionata a dispensarsi dall'onere di distinguere fra realtà e letteratura. Quest'ultima non dovrà ritenersi il luogo di una rassicurazione, quasi che attraverso le rappresentazioni offerte dai libri si possa ottemperare a quell'incertezza di cui è vittima 1'animo dell'uomo moderno. Piuttosto, per Hofmannsthal, è necessario che le parole, nella loro autonomia, si contrappongano alla frammentazione di cui pare essere succube l'intero ordine delle cose. Lo spazio dell'indipendenza del linguaggio è, però, quello dell’impossibilità di «dire qualcosa proprio così come è», sicché solo la parola lirica potrebbe aspirare a dire l'eterno dell'esistente.
Il carteggio pubblicato si propone principalmente di definire tale funzione del poetico e, al contempo, di riflettere sulla vocazione a scrivere. Qui si coglie, tuttavia, il dissidio interiore che neppure con l'eta matura Hofmannsthal risolverà: il desiderio di narrare e il dubbio che tutte le
lettere non formino che un'assenza.
Arte & vita
Paola Quadrelli «Studi Cattolici» 30-04-2005
Hugo von Hofmannsthal, Le parole non sono di questo mondo (Lettere al guardiamarina E. K. 1892-1895), a cura di Marco Rispoli, Quodlibet, Macerata 2004, pp. l2,€ 12.

Il genere epistolare, accanto ai pregi rappresentati dall'immediatezza e dalla naturalezza, presenta anche notevoli limiti per il lettore e in particolare per il critico letterario che legge il carteggio alla ricerca di dichiarazioni di poetica e di apercu nell'anima dello scrittore: l’immediatezza si tramuta talora in un autobiografismo pedante, la spontaneità  in irriflesso sentimentalismo e una pletora di dettagli marginali rischia spesso di offu-scare le linee principali del discorso intellettuale. Si aggiunga, poi, per i carteggi del fin-de-siècle, il prevalere di uno stile sentimentale ed enfatico, ormai desueto e poco consentaneo al nostro gusto di lettori moderni (si pensi a certi carteggi di Rilke). Rara è perciò l'occasione di incontrare un carteggio perfetto per spontaneità e luminosità stilistica, intelligente immediatezza dell'espressione, ricchezza umana e intellettuale: l'occasione ci viene ora offerta dalla traduzione in italiano dello scambio epistolare tra Hugo von Hofmannsthal(1874-1929) e l'amico guardiamarina Edgar Karg von Bebenburg(1872-1905). All'interno di questo importante carteggio (edito in Germania nel 1966) Marco Rispoli ha selezionato le lettere che risalgono ai primi anni di amicizia tra i due giovani (1892-1895) e le ha presentate in un'edizione esemplare per la qualità delle traduzioni e la ricchezza dei commenti. Le note e la postfazione inseriscono le riflessioni del carteggio all'interno dell'attività poetica e intellettuale del giovane Hofmannsthal e operano perciò interessanti rinvii ai drammi e ai saggi giovanili nonché alle opere dei grandi autori di età classico-romantica (Goethe, Novalis) che influenzarono in modo decisivo la formazione del poeta. Un rilievo  particolare è poi dedicato nelle note al pensiero di Nietzsche, un filosofo assai presente nel mondo speculativo di Hofmannsthal: da Nietzsche egli mutua, tra l'altro,il giudizio negativo sull'eclettismo e sul filisteismo culturale della Germania del secondo Reich, espresso in alcune lettere a Karg, e la concezione dell'arte come unica attività metafisica concessa all'uomo moderno. Nella lettura del carteggio spicca la disomogeneità tra le voci che dialogano: da un lato un giovane proveniente da una famiglia di ufficiali austriaci che scrive le lettere a bordo di una corvetta nell’ Oceano indiano; dall’altro un poeta dotato di un precocissimo talento e già noto nel mondo letterario viennese. L'ingenuità e la freschezza delle lettere di Karg, destinato a una morte precoce (nel 1905, di tubercolosi), richiamano alla memoria un celebre aforisma che Hofmannsthal raccolse nel Libro degli amici: «Un uomo che muore a trentacinque anni è in ciascun punto della sua vita un uomo che morrà a trentacinque anni. Questo è ciò che Goethe chiamava L'entelechia». Così, lo slancio di chi vuole capire la vita e viverla con la passione chi connota le lettere di Karg e l'irruenza un po' infantile delle domande che egli porge all'amico non possono che commuovere il lettore. Straordinarie, per maturità culturale, intelligenza, sensibilità, saggezza e nitore stilistico sono le risposte di Hofmannsthal che discute qui con spontaneità e autenticità dei temi esistenziali che esigono risposta nella mente di un giovane: la crescita umana e intellettuale, lo sviluppo di una personalità armoniosa, la partecipazione al dolore altrui. il rapporto tra Io e mondo, la giustizia, e poi - questioni importanti per un giovane poeta -- i limiti del linguaggio,l'autonomia del linguaggio poetico, il ruolo dell’arte e il suo rapporto con la vita. Per ciascuno di questi temi Hoffmansthal offre riflessioni decisive e pensieri memorabili. All'amico, che lamenta la noia della vita a bordo e gli stupidi soprusi dei superiori, Hoffmansthal risponde con frasi altissime, limpide e pacate in cui pare essersi decantata una saggezza antica: (Io credo che il significato più profondo di ciò che viene definito gentleman sia quello di essere migliori e più nobili della vita. La vita per tutti noi è indicibilmente difficile, minacciosa e malevola: tutto ciò che vi è di bello e prezioso consiste nel sopportare. E forse a qualcosa serve avere altri che ci sono e guardano alla tua sofferenza e sono abbastanza buoni da capire le tue difficoltà, e la loro partecipazione ha così un senso. Sarei molto felice se col tempo io potessi divenire per te una di queste persone».
Le riflessioni sull'arte e la condanna di una sterile erudizione avulsa dalla vita (lettera dei 17 settembre1894) chiariscono inoltre la natura dell'estetismo hofmannsthaliano. Hoffmannsthal non è un banale cultore dell’ art por  l 'art e non scinde la sfera etica da quella estetica: egli, come altri grandi poeti dell'estetismo austro-tedesco, da Rilke a Gottfried Benn, è esteta in quanto riconosce all'arte un ruolo supremo di conoscenza e di comprensione del mondo. Solo l'arte dà forma e senso al caos della vita, solo l'arte permette all'individuo un più alto grado di consapevolezza sulla propria esistenza e solo il grande artista può sbalzare eventi, depurare caratteri, stilizzare situazioni e offrire in tal modo un'interpretazione della vita (si veda in questo senso il bellissimo saggio su Eleonora Duse, non semplice attrice naturalista ma interprete della «filosofia della propria parte», in L'ignoto che appare. Scritti 1891-1914, Adelphi 1991). Così, la letteratura ha sempre un valore etico poiché deve interagire con il lettore e deve modificarne lo sguardo sulla vita e sugli altri: «A me i Karamazov hanno detto molto: ho camminato in modo diverso per le strade, e dopo quella lettura era per me un evento più importante guardare i volti della gente sul tram. Ho voluto più bene ai miei amici, ho sentito con maggior forza ciò che è bello e con maggior spavento quel che è spaventoso. [... ] È proprio il compito dei grandi artisti quello di creare bei libri, partendo dalla vita incolore, libri che sappiano eccitare e rasserenare», scrive Hoffmansthal all’amico nell'agosto 1895. Nell'ultima affermazione si scorge un'eco del saggio sulla Duse1892) ove il poeta, con immagini di sfolgorante ricchezza verbale e con un evidente ripresa di temi novalisiani e romantici, aveva alluso al potere magico dell'artista: «Gli artisti viventi passano attraverso la vita grigia, priva di senso, e ciò che toccano splende e vive. Ed è una stessa cosa se formulano con parole nuove segreti dell'anima o se attraverso armonie purificano il sordo mareggiare che è in noi, o se con parole effimere e gesti fugaci sollevano alla conoscenza ciò che in noi è inconsapevole e lo immergono in dionisiaca bellezza».
Amico, diffida dalle parole
Andrea Casalegno «Il Sole 24 ore» 11-04-2004
Grandi bambini «dagli occhi profondi» e «in eterno soli»: questo siamo per il diciottenne Loris, alias Hugo von Hofmannsthal (1874-1929). «Eppure dice assai chi dice "sera",/ parola da cui gronda profondità e tristezza,/ come dai favi vuoti un greve miele» (Ballata della vita esteriore). L'intellettuale della Vienna fin de siècle si sente «precocemente maturo e delicato e triste»; Loris (pseudonimo con cui Hofmannsthal firmava poesie e recensioni poiché allora a uno studente di liceo era vietato pubblicare) fu precocemente maturo a tal punto che Hermann Bahr — il critico letterario allora più autorevale, il quale nel 1892 scrisse che Loris apriva «il secondo periodo della modernità» — era convinto che lo sconosciuto poeta fosse un uomo «tra i quaranta e i cinquanta, nella piena maturità dello spirito».
E tuttavia per Loris raggiungere la sera della vita, della quale a diciotto anni aveva saputo intuire ed esprimere così magistralmente il significato, conquistare cioè una vita normale senza deludere le folgoranti promesse letterarie giovanili, poteva ben rivelarsi un'impresa impossibile. La sua vocazione era maturata in solitudine, si era nutrita di letture e devozione al passato (la propria infanzia, L'Austria Felix di Maria Teresa), non di esperienze concrete. La maturazione letteraria era già perfetta, ma non era affatto certo (anzi!) che ne seguisse una compiuta maturazione umana. Loris ne era pienamente consapevole; ed era al tempo stesso fermamente convinto — ben lontano perciò dal cliché dell'esteta che vive solo per la sua arte — che il poeta non ha il diritto di sacrificare la vita alla letteratura.
L’ enfant prodige volle essere uomo e ci riuscì. Si sposò presto (1901), ebbe tre figli, si affermò come saggista, drammaturgo e come il principale punto di riferimento culturale nell'Austria del nuovo secolo, fondò il Festival di Salisburgo, mise il proprio talento di librettista al servizio del compositore Richard Strauss. Seppe diventare una figura umana e culturale a tutto tondo, anche se lo pagò a caro prezzo: la sua vena lirica precocemente inaridì. Ma negli anni cruciali tra 1892 e 1895- gli anni in cui scrisse i suoi capolavori, le liriche e i drammi brevi, da La morte di Tiziano a Il folle e la morte utilizzò il dialogo con un amico lontano per vedere più chiaro in se stesso.
Il diciottenne Hofmannsthal conobbe Edgar Karg von Bebenburg nell'agosto 1892, appena concluso il liceo, durante una vacanza su un lago. Terminata l'Accademia militare a Fiume, Edgar, figlio di ufficiali di carriera, stava per compiere vent'anni e per imbarcarsi, sulla corvetta «Saida», per un lungo viaggio che l'avrebbe portato in Asia orientale e in Australia. Il carteggio tra i due nuovi amici si apre con la lettera scritta da Hugo il 6 settembre 1892 dal Giura francese, dove sta continuando le vacanze, e si chiude con quella in cui, nel 1905, prega l’amico di rispedirgli per qualche giorno le lettere dei primi quattro anni, perché possa pubblicarle «in un libro in pochi esemplari e senza alcuna pretesa, più che altro un simbolo di una certa generazione»: conterrà «tutto ciò che ho fatto nella mia prima giovinezza, dal sedicesimo al ventesimo anno». Quel libro non sarà mai pubblicato, ma la richiesta dimostra quanto Hugo considerasse importanti quelle lettere. Edgar aderì all’invito, e morì un mese dopo di tubercolosi. Le loro lettere dal 1892 al 1895, intitolate Le parole non sono di questo mondo, vengono ora pubblicate dall’editore Quodlibet (via Matteo Ricci 108, 62100 Macerata) splendidamente tradotte e annotate da Marco Rispoli.
Lo scambio epistolare tra il giovane ufficiale e il giovane intellettuale, maestro non solo culturale ma anche morale («Penso che diecimila ore difficili non possono disfare ciò che viene intessuto in un’ora felice») svela, con una misura e una delicatezza d'animo che escludono qualunque effusione, un'amicizia virile di grande intensità. Al centro del dialogo c'è il grande compito della maturazione, che entrambi sentono impegnativo e rischioso: il difficile passaggio dalle promesse indistinte della giovinezza alla piena responsabilità dell'adulto, nel quale il guardiamarina è condotto per mano ma anche soffocato dall'istituzione militare, il poeta può seguire soltanto la guida sicura della propria mente.
Sono lettere straordinarie, in cui Hofmannsthal parla con totale libertà della vita e dell'arte («l'essenza dell'arte è l'immediatezza, la capacità di guardare l'esistenza senza timore, senza pigrizia e senza menzogna») a un animo partecipe e avido di apprendere. Il titolo italiano viene dalla stupenda lettera del 18 giugno 1895, in cui, traducendo in prosa la visione espressa nella Ballata della vita esteriore, Hugo scrive che «la gran parte degli uomini non vivono nella vita, ma in una pura apparenza dove nulla è e tutto soltanto significa». La vita «non si lascia riprodurre per mezzo delle parole, ma parla alle nostre anime». «Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé del tutto indipendente, come il mondo dei suoni» «Perciò vedi, io penso questo: non vi è nulla di scritto a cui si possa credere. Tutti i grandi libri...sono simili mondi di sogno». Siamo già alla Lettera di Lord Chandos all’umanista Bacone (1901), il celebre scritto di Hofmannsthal sulla perdita di senso delle parole.
Biblioteca. Caro amico ti scrivo
Enzo Golino «L'Espresso» 30-11-1999
Si erano conosciuti nell'agosto 1892, in vacanza. Un poeta diciottenne già salutato come un genio,
il viennese Hugo von Hofmannsthal (1:3741929). L'altro, appena più grande, si chiamava Edgar Karg von Bebenburg, guardiamarina. La sua morte precoce interruppe lo scambio epistolare ora pubblicato da Quodlibet a, cura di Marco Rispoli che ne ricostruisce e commenta la genesi (Hugo von Hofmannsthal, "Le parole non sono di questo mondo", pp. 128, € 12). Nel loro rapporto - «un'amicizia amorosa» che lambiva l'omosessualità, hanno detto - domina la voglia d’interrogarsi sulla dialettica tra vita interiore e vita esteriore. Edgar chiede lumi alla sapienza pedagogica di Hugo, stimolante e consolatoria, alla sua cultura. E così i più importanti temi dell'opera hofmannsthaliana trovano in questa sorta di piccolo romanzo di formazione una misura colloquiale, domestica, senza perdere d'intensità. La crisi del linguaggio, l'etica del comportamento, l'assillo della solitudine, e altro ancora, sono lo specchio di un'epoca in cui si riflettono fragilità e inquietudini dei due protagonisti.
Il giovane Hugo von Hofmannsthal a un amico guardiamarina, lettere dall'altrove
Daniele Giglioli «Alias de Il Manifesto» 06-03-2004
Bisogna tenere nel cuore questo epistolario 1892-95, dove alle domande, ingenue e neces

Fino a non molti anni fa, furoreggiava un libricino Adelphi che tantissimi aspiranti poeti e scrittori tenevano, secondo quanto prefigurava e prescriveva astutamente il risvolto di copertina, come una sorta di breviario di vita prima ancora che di poesia. Si trattava delle Lettere a un giovane poeta di Rilke, e molti ricorderanno il fervore con cui si giurava sul passo più citato: «confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell'ora più silenziosa della notte: devo io scrivere?». Tradotto nel 1980, alle soglie di una ripresa di interesse per la lirica intesa nell'accezione più tradizionale e autoreferenziale del termine, quel libro fu un evento non soltanto editoriale. Se un evento del genere, con tutta la molteplicità dei fattori che vi presiedono, fosse non dico producibile ma almeno predicibile a piacere, sarebbe bello che a fornirgliene occasione fosse oggi un altro carteggio, quello intercorso tra il giovane Hugo von Hofmannsthal e il guardiamarina Edgar Karg (Le parole non sono di questo mondo Lettere al guardiamarina E. K. 1892-1895, Quodlibet, pp. 127, 12,00, a cura di Marco Rispoli). Vorrebbe dire che tante cose sono cambiate, e non in peggio. La prima differenza è che Edgar Karg non era un giovane poeta; la seconda che le sue lettere, a differenza di quelle del corrispondente di Rilke, è possibile leggerle a fianco di quelle di Hofmannsthal. Si tratta in altre parole di un dialogo vero, tra un ventenne di genio che ad altezza 1892 è già Loris, l'enfant prodige della letteratura austriaca autore di poesie e di saggi che fin dal loro apparire stupirono per la perfezione formale l'ambiente artistico viennese, e un coetaneo che al contrario non brilla affatto per intelligenza, maturità espressiva, acume intellettuale. Il poeta non parla qui a un altro poeta, ma a una persona comune che proprio in quanto tale gli pone però domande tutt'altro che comuni, più che per il loro contenuto, per l'ingenua fiducia di poter ottenere in cambio una risposta chiara, univoca e definitiva. Non le domande che un iniziato porgerebbe a un maestro, ma quelle che tutti noi in quanto lettori - compresi anche, si spera, i professionisti della lettura - poniamo agli scrittori che amiamo. Certo Hofmannsthal non si sottrae, spiega paziente, cerca e trova bellissime immagini chiarendo probabilmente anche a se stesso, nel momento in cui cerca di renderle chiare a un altro, le sue ragioni. A leggerle in filigrana, queste lettere costituiscono una vera miniera di corrispondenze e di luoghi paralleli con la poetica implicita ed esplicita delle altre sue opere. Mestiere da specialisti, cui è peraltro dedicato il monumentale ma utile apparato di note apposto al volume; mentre quello che più tocca, colpisce e commuove il lettore comune è vedere come quei temi e quei motivi reagiscano e si ridefiniscano nell'incontro con la parola tanto più fragile e indifesa e occasionale del suo predecessore Edgar Karg.Che cosa chiede Edgar al suo amico Hugo? Di tutto, tranne che come fare a diventare a sua volta un poeta. Gli chiede invece come vivere: che ragione ha la mia sofferenza? Come faccio ad affrontarla? Che cos'è un essere umano? Che libri devo leggere per capire queste cose? Se l'erudizione non serve a nulla, che significa essere colti? Cos'è questa socialdemocrazia di cui parlano tutti? E soprattutto, la più sprovveduta e la più fondamentale delle domande che si possono - che si devono - porre a uno scrittore: che cosa pensi di me? Che cosa posso vedere e comprendere di me attraverso te? «Ti chiedo molto, vero? Nelle tue lettere c'è però qualcosa che io avevo già pensato esattamente allo stesso modo e che tuttavia fino a quel momento non ero ancora riuscito a definire con precisione. C'è una qualche parola latina o greca per indicare questa capacità? Edgar non può sapere quanto abbia colto nel segno quando chiede se esista una parola estranea, lontana, straniera, in grado di dire quello che lui, con le risorse espressive della lingua comune, non è capace di mettere a fuoco. Non può sapere cioè che la risposta che tanta parte della teoria e della pratica artistica novecentesca avrebbe dato alla sua domanda sarebbe stata che quella parola straniera è appunto la parola dell'arte e della poesia: i bei libri, dirà Proust, sono scritti in una sorta di lingua straniera. Ed è questa, almeno in parte, la risposta che gli dà anche Hofmannsthal. Tra quella che Mallarmé chiamava la lingua della tribù e la lingua della poesia non c'è rapporto possibile, si tratta di due realtà incommensurabili, alienata e caduca e meramente strumentale luna, autentica e originaria e capace di scendere nelle più intime ragioni dell'essere l'altra: «Questa è infatti la radicale differenza che esiste tra le parole che servono alla comprensione, come accompagnamento e ausilio a un'azione, e quelle che invece compongono le poesie; perché queste ultime sono i simboli indistruttibili dell'eterna esistenza».Quanto Novecento è uscito da formule come questa; quante poetiche dell'intransitività, dell'autoreferenzialità, del rifiuto della comunicazione, elaborate sotto i cieli più diversi, dal formalismo russo allo strutturalismo francese, dall’ermetismo alla protesta avanguardistica che ne rovescia il segno lasciando però intatti i poli dell'opposizione - arte e vita, per formularla nei termini di quell'estetismo fin-de-siècle in cui si pose per la prima volta. Un Novecento cui proprio Hofmannsthal fornirà con la Lettera di Lord Chandos, testimonianza di una drammatica crisi del rapporto tra linguaggio e mondo, uno dei manifesti programmatici più radicali. Da una parte, la domanda ingenua e irriducibile di chi chiede allo scrittore di spiegargli la vita. Dall'altra, una risposta affidata a una lingua che con la lingua della vita proclama di non voler più avere a che fare. Come testimonianza di quel divorzio, le lettere di Edgar Karg possono stare degnamente accanto a quella dell'amico di Bacone.Ma in quel carteggio non c'è soltanto il segno di una crisi. C'è anche, almeno accennato, il suo possibile superamento. Come avrebbero potuto altrimenti Edgar e Hugo parlarsi, comprendersi, volersi bene? E forse è proprio perché si rivolge a chi si trova confinato nell'inerte inespressività del linguaggio quotidiano che Hofmannsthal estrae da sé la consapevolezza, insieme scettica e rincuorante (e oggi fin troppo vulgata ma allora paradossale e quasi impensabile), che non solo il linguaggio poetico ma ogni linguaggio è metaforico, ed è vincolato nella lotta per impadronirsi delle cose allo stesso rischio di mentire e alla stessa promessa di felicità: «ciò che è veramente poetico è soltanto l'espressione velata di una verità molto profonda, e se si penetra in profondità svanisce il carattere metaforico [...]; tutte le cose dell'esistenza (compresi gli uomini) sono da porre in relazione tra loro, sono addirittura uguali nella loro essenza, sono capaci di qualsiasi influsso le une sulle altre e stanno in una misteriosa relazione morale tra loro [...]: tutto questo è ciò che io chiamo all'incirca comprendere la vita». Perché la vera arte poetica altro non è, scrive in un'altra lettera, che «arte dell'interpretazione», lo sforzo «di un uomo che vuole venire a capo della vita e cerca di chiarirne il senso e interpretarla»; e cioè, esattamente, quello che fa e in cui chiede di essere aiutato Edgar.«Molti destini s'intessono accanto al mio, / Tutti li rimescola nel suo gioco l'Essere, / E la mia parte è qualcosa di più che la sottile fiamma / O la stretta lira di questa vita»; così scriverà Hofmannsthal nel 1896, a pochissima distanza da quelle lettere, in una delle sue poesie più belle. È così assurdo attribuire quella consapevolezza anche all'intrecciarsi del suo destino con quello di Edgar Karg, che dieci anni dopo, in punto di morte, è ancora capace di scrivergli frasi come queste: «se riesci a trovare un quarto d'ora libero, mi scrivi, per favore, quel che intendi per ‘cultura’; cultura di un uomo, di una città, di un paese»? La risposta non fece in tempo ad arrivare. E tuttavia Hofmannsthal stava già da tempo rispondendo non soltanto a Edgar ma a tutti, con le sue scelte letterarie, con il rifiuto di un'arte che parlasse solo a pochi, con la militanza teatrale, con la lunghissima collaborazione con Richard Strauss. Può darsi che non fosse la risposta giusta, fondata com'era da un'idea di civiltà e di Europa conservatrice e già sconfitta dagli eventi (anche se è difficile immaginare una più perfetta anticipazione del postmoderno del citazionistico teatro musicale elaborato con Strauss), e che quelle rotture cui Hofmannsthal si rifutò andassero compiute comunque; non è questo il punto né il luogo per discuterne. Rimane in ogni caso a sua gloria - da condividere ex aequo con l'impavido domandare del suo amico - l'aver sentito il dovere di rispondere, come non sono stati in molti a fare in un secolo letterario tanto innamorato delle proprie domande da non intendere quasi mai quelle degli altri.
Hofmannsthal. Prigioniero nel mondo delle parole
Alessandra ladicicco «Il Giornale» 09-03-2004
Una prova di fedeltà. Alle promesse che il giovane Loris, ancora minorenne e pseudonimo, aveva fatto alla Vienna letteraria stupefatta di leggere i prodigiosi poemetti dello sconosciuto ginnasiale prodige. E, letta a ritroso, alle intuizioni che l’artista non ancora trentenne – ma già überreif, troppo maturo: fino alla stanchezza – avrebbe espresso con la sua celeberrima dichiarazione di resa di fronte alla poesia. Ma poi fedeltà all’amico che – suo conterraneo, suo quasi coetaneo, eppure impegnato a condurre una vita così distante e diversa dalla sua – gli prestava un ascolto devoto. E, soprattutto, fedeltà a se stesso: alla vocazione precoce che il precoce successo non doveva distrarre con le seduzioni della mondanità.
     Aveva appena diciotto anni Hugo von Hofmannsthal (1874-1929) quando – già ben consapevole di sé e del compito che l’arte, insieme con una cospicua dote di talento, gli aveva assegnato – era chiamato a dimostrarsi fedele: di fronte alla propria coscienza d’autore e allo sguardo attento di un lettore esclusivo. Perciò il carteggio che lo scrittore intrattenne con Edgar Karg von Bebenburg, allora guardiamarina ventenne in viaggio per mari lontani, rappresenta una prova di autenticità più importante di quella di un documento biografico e storico, o di un campione – raccolto dal vero, dietro le quinte, fuori dalla scena – della scrittura spontanea di un grande.
«Grandi», nel senso di adulti, in quell’arco di tempo tra il 1899 e il 18l5, i due Briefpartner – i due pen-friens - non erano, né si sentivano ancora. Hugo, il poeta, a due anni dal suo debutto nella società delle belle lettere, si era appena impossessato, con la maggiore età e il diploma superiore, del proprio nome, mascherato ai tempi della scuola dietro a quello di Loris Melikow per ovviare al divieto di pubblicare imposto ai liceali. E se lo portava addosso con qualche imbarazzo: con il disagio di vedersi intrappolato nella propria geniale giovinezza, inchiodato a un ruolo (ancorché favoloso), paralizzato nella propria crescita. Edgar, il cadetto di marina, ancora fresco dell’addestramento dell’Accademia di Fiume, era subito salpato con la Marina absburgica a bordo della corvetta Saida per l’Asia orientale e, agli occhi dell’amico rimasto a terra, già faceva la vita di un uomo, di «un lupo di mare».
   «Tu vedi nuove terre e regioni, io leggo libri; tu provi i pericoli veri e belli e io, almeno talvolta, il piacere di un’eccitante confusione» gli scriveva Hugo nella prima delle sue lettere. Era la confessione di una punta d’invidia e un invito. A confessare che anche laggiù, al largo dell’Indonesia, «tra i tramonti color viola, le scimmie e le liane» la vita non era più eccitante o più virile che nella capitale dell’Impero. Il giovane marinaio ammetteva anzi l’opacità della coscienza e dei sensi cui condannavano le fatiche di bordo, descriveva l'estraneità con cui si offrivano agli ormeggi le più esotiche costiere, chiedeva al coltissimo corrispondente consigli di lettura con cui esplorare la vita per davvero.
    L'uno sognava dell’altro, insomma. L’uno fantasticava delle condizioni dell’altro. E il «pathos della distanza» tra le loro due nature, aumentato dalla reale distanza geografica che li separava, rendeva anche più appassionato il confronto tra i due ragazzi. Ma, attenzione: «In genere non mi piace il pathos, lo reputo un segno di cattiva educazione», avvertiva saggiamente von Hofmannsthal. E infatti a rendere appassionanti quelle loro lettere non sono (solo) le descrizioni dei bei mondi lontani – L’isola di Sumatra, L’arcipelago delle Molucche, la Dalmazia, l’Australia – e del bel mondo di ieri, fatto di partite a tennis e regate a vela, cavalcate e battute di caccia, party danzanti e dopocena galanti o, meglio: afterdinnerfiltrations, come li definiva il giovane nobiluomo austriaco e poliglotta. Questa non è che la verniciatura – autentica, sì, e preziosa – di superficie.
     Sotto le ammalianti avventure di Edgar, sotto le brillanti frequentazioni di Hugo si svela – nel tono palpitante della confidenza giovanile – il malessere di entrambi. Del navigatore in cerca di parole per le proprie esperienze. Del poeta in cerca dell’esperienza significativa che sfuggiva alle proprie parole. È il più classico (e il più Sublime) dei paradossi dell’arte: quel binomio vita/forme, scrittura/avventura, linguaggio /esistenza che, vissuto à deux e a due voci raccontato, perde quel tratto di tormentato solipsismo tipico dell’artista concentrato su se stesso.
    «Le parole non sono di questo mondo» scriveva nel ’95 von Hofmannsthal all’amico sperduto in mondi lontani: con la bella espressione ripresa nel titolo dell’epistolario ora per la prima volta – e amorosamente – tradotto e curato da Marco Rispoli per le edizioni Quodlibet (pagg. 128, 12 euro). «Sono un mondo a se stante, un mondo del tutto indipendente». E aggiungeva: «Non si potrà mai dire qualcosa proprio così com’è»: presagendo quello «sterile struggimento» che l’avrebbe indotto, pochi anni dopo, con la famosissima Lettera di Lord Chandos del 1902, ad annunciare la propria rinuncia a ogni forma di letteratura. Non è un caso che anche quella volta scegliesse di scriverlo in una lettera. Poi però, come anche prima, dopo la lettera di Chandos come dopo le lettere a Karg, Hofmannsthal avrebbe continuato a soggiornare nel mondo delle parole, per tutta la vita. Fedele a se stesso. Epistolografo insincero...

   Un conservatore    rivoluzionario
    Pronunciata da un poeta l'espressione – una contraddizione per la logica, un ossimoro per la retorica - suona sintetica e pluralmente significativa come il frammento di un verso. Il fatto è che a quella «Rivoluzione Conservatrice» che percorse l'Europa entre deux guerres avendo come centro propulsore la Germania della Repubblica di Weimar, molti furono gli artisti che presero parte. Da Mann a Benn, da Von Salomon, ai fratelli Jünger. Negli ultimi anni della sua vita, negli anni Venti, anche von Hofmannsthal si schierò (im)politicamente-altra espressione contraddittoria e ossimorica formulata dal Mann neoconservatore - con quel movimento che, se ebbe un potente effetto di «rivoluzionario»
engagement- antiliberale, antiparlamentare, antiprogressista - pure faceva capo a un ideale squisitamente intellettuale. «Pensata» nei termini universali dell'arte, dell'aristocrazia dello spirito e della Kultur etica ed estetica che Nietzsche prima di Spengler aveva contrapposto alla moderna Zivilisation, quella battaglia contro la modernità fu combattuta dal poeta su molte pubblicazioni, non ultima la Rivista europea del Principe Karl Anton Rohan. Fa impressione leggere, nel volume Marsilio con i suoi interventi di allora (La rivoluzione conservatrice europea, pagg. 108, euro 10,50) il tardo Hofmannsthal che parla del vortice dissacrante della razionalità scientifica, della degenerazione di quel tratto commerciale- mercantile che sfigura il potere umanizzante del lavoro, della «catastrofe elementare» cui conduce il dominio della tecnica se sfugge di mano.
Hugo von Hofmannstahl
«Il Foglio» 12-05-2004
Hugo von Hofmannstahl Le parole non sono di questo mondo
128 pp. Quodlibet, euro 12

Temperie generazionale di fine Ottocento, certo, bagliori superomistici nicciani compresi. Ma come attutita dall’aria rarefatta dell’Austria felix. È lo sfondo del carteggio tra Hugo von Hofmannstahl, appena salutato come fanciullo prodigio dalla repubblica delle belle lettere, e il suo amico del cuore, il guardiamarina Edgar Karg von Bebenburg, a zonzo per i sette mari a bordo della corvetta Saida dell’Imperial regia marina. Un epistolario talmente singolare, che fu lo stesso von Hoffmannstahl a pensare di pubblicarne una selezione già nel 1905, all’interno di un libro che avrebbe dovuto rappresentare “il simbolo di una certa generazione”. Del resto, sin dalla prima lettera a Edgar, dichiarava: “Le cose importanti che vivremo non potremo raccontarcele, poiché non ci accorgiamo di esse.  Credo però che talvolta potremo scrivere su un pezzo di carta il frammento di una sensazione soggettiva, di un umore, e da questo potrà venirne fuori un carteggio come nel secolo scorso, quando la gente scriveva in modo molto più grazioso, più elegante e più nobile di ora – probabilmente perché le lettere ci mettevano un mese ad andare da un paesino all’altro della Germania”.
Tra il 1892 e il 1896, i due ventenni rappresentano, l’uno per l’altro, la faccia opposta di una stessa medaglia. Hoffmanstahl, sulle prime, sembra invidiare la vita avventurosa (“tu vedi nuove terre e regioni, io leggo libri”) e sana dell’amico (che però morirà nel 1905, stroncato dalla tubercolosi), e preferirla al suo saltabeccare da un salotto a una cavalcata nel Prater. Ma presto, le lamentele per una vita esteriore “incolore” lasciano spazio alla riflessione sull’arte. Certo, il dislivello tra i due sodali, in materia, è evidente. Alle domande un poco scarne del guardiamarina, lettore vorace e curioso, ma non certo un intellettuale, von Hofmannstahl si sforza di rispondere in maniera semplice ma tutt’altro che semplicistica. Così, le considerazioni sul rapporto tra arte e realtà, sul contatto con le persone e con la natura, si snodano senza affettazioni. In particolare, il poeta ragiona intorno al termine “vita”, parola chiave, come mostra nella sua postfazione Marco Rispoli. La possibilità di essere “migliore e più nobile della vita” è esemplata dal tipo del gentleman. Un modello in grado di conservare stile ed equilibrio, sovranità sui conflitti interiori, che però la modernità sottopone a tensioni continue, nell’economia del denaro, nella continua influenza di nuove idee, di nuovi popoli. Vivere fino in fondo.
Così Hofmannsthal scriveva all'amico del cuore
Paola Sorge «La Repubblica» 23-02-2004
Vorrebbe diventare «molto famoso», saper andare bene a cavallo, parlare bene l'italiano, camminare e parlare in modo elegante, da vero gentleman: queste le aspirazioni di un giovanissimo e già noto poeta, espresse in modo semplice, un po' puerile, al suo «amico del cuore». Hugo von Hofmannsthal scrive al guardiamarina Edgar Karg von Bebenburg aprendogli il suo animo senza riserve: gli confida le sue gioie, le sue sofferenze e insofferenze – come quella per lo studio della giurisprudenza –, le sue sensazioni; ed è proprio questa schiettezza e l'immediatezza dello stile a rendere preziose queste lettere scritte a Edgar Karg negli anni 1892-1895 e ora tradotte in Italia, che danno un ritratto inedito, «dal vivo», del grande poeta.
La corrispondenza con l'amico è per lui motivo di riflessione sul rapporto fra arte e vita, sulla funzione delle parole «che sono un mondo a sé stante», sulla sua stessa natura di poeta: è poeta perché sente il bisogno di «abbellire e interpretare poeticamente ciò che altrimenti è scialbo e volgare», scrive Hugo appena diciottenne all'amico. Con Edgar, così affine a lui ma anche così diverso per natura e scelta di vita, egli ha un rapporto autentico che lo aiuta a uscire dal suo isolamento. I due giovani si erano conosciuti in villeggiatura, al Wolfgangsee, nell'agosto del 1892: da allora rimasero in corrispondenza fino alla morte prematura di Edgar, nel 1905 .
Paola Quadrelli «Led on line» 30-11-1999
Hugo von Hofmannsthal, Le parole non sono di questo mondo. Lettere al guardiamarina E.K. 1892-1895,
a cura di Marco Rispoli, Quodlibet, Macerata 2004, pp. 127, € 12,00

Il genere epistolare, accanto ai pregi rappresentati dall'immediatezza e dalla naturalezza, presenta anche notevoli limiti per il lettore e in particolare per il critico letterario che legge il carteggio alla ricerca di dichiarazioni di poetica e di apercu nell'anima dello scrittore: l’immediatezza si tramuta talora in un autobiografismo pedante, la spontaneità  in irriflesso sentimentalismo e una pletora di dettagli marginali rischia spesso di offu-scare le linee principali del discorso intellettuale. Si aggiunga, poi, per i carteggi del fin-de-siècle, il prevalere di uno stile sentimentale ed enfatico, ormai desueto e poco consentaneo al nostro gusto di lettori moderni (si pensi a certi carteggi di Rilke). Rara è perciò l'occasione di incontrare un carteggio perfetto per spontaneità e luminosità stilistica, intelligente immediatezza dell'espressione, ricchezza umana e intellettuale: l'occasione ci viene ora offerta dalla traduzione in italiano dello scambio epistolare tra Hugo von Hofmannsthal(1874-1929) e l'amico guardiamarina Edgar Karg von Bebenburg(1872-1905). All'interno di questo importante carteggio (edito in Germania nel 1966) Marco Rispoli ha selezionato le lettere che risalgono ai primi anni di amicizia tra i due giovani (1892-1895) e le ha presentate in un'edizione esemplare per la qualità delle traduzioni e la ricchezza dei commenti. Le note e la postfazione inseriscono le riflessioni del carteggio all'interno dell'attività poetica e intellettuale del giovane Hofmannsthal e operano perciò interessanti rinvii ai drammi e ai saggi giovanili nonché alle opere dei grandi autori di età classico-romantica (Goethe, Novalis) che influenzarono in modo decisivo la formazione del poeta. Un rilievo  particolare è poi dedicato nelle note al pensiero di Nietzsche, un filosofo assai presente nel mondo speculativo di Hofmannsthal: da Nietzsche egli mutua, tra l'altro,il giudizio negativo sull'eclettismo e sul filisteismo culturale della Germania del secondo Reich, espresso in alcune lettere a Karg, e la concezione dell'arte come unica attività metafisica concessa all'uomo moderno. Nella lettura del carteggio spicca la disomogeneità tra le voci che dialogano: da un lato un giovane proveniente da una famiglia di ufficiali austriaci che scrive le lettere a bordo di una corvetta nell’ Oceano indiano; dall’altro un poeta dotato di un precocissimo talento e già noto nel mondo letterario viennese. L'ingenuità e la freschezza delle lettere di Karg, destinato a una morte precoce (nel 1905, di tubercolosi), richiamano alla memoria un celebre aforisma che Hofmannsthal raccolse nel Libro degli amici: «Un uomo che muore a trentacinque anni è in ciascun punto della sua vita un uomo che morrà a trentacinque anni. Questo è ciò che Goethe chiamava L'entelechia». Così, lo slancio di chi vuole capire la vita e viverla con la passione chi connota le lettere di Karg e l'irruenza un po' infantile delle domande che egli porge all'amico non possono che commuovere il lettore. Straordinarie, per maturità culturale, intelligenza, sensibilità, saggezza e nitore stilistico sono le risposte di Hofmannsthal che discute qui con spontaneità e autenticità dei temi esistenziali che esigono risposta nella mente di un giovane: la crescita umana e intellettuale, lo sviluppo di una personalità armoniosa, la partecipazione al dolore altrui. il rapporto tra Io e mondo, la giustizia, e poi - questioni importanti per un giovane poeta -- i limiti del linguaggio,l'autonomia del linguaggio poetico, il ruolo dell’arte e il suo rapporto con la vita. Per ciascuno di questi temi Hoffmansthal offre riflessioni decisive e pensieri memorabili. All'amico, che lamenta la noia della vita a bordo e gli stupidi soprusi dei superiori, Hoffmansthal risponde con frasi altissime, limpide e pacate in cui pare essersi decantata una saggezza antica: (Io credo che il significato più profondo di ciò che viene definito gentleman sia quello di essere migliori e più nobili della vita. La vita per tutti noi è indicibilmente difficile, minacciosa e malevola: tutto ciò che vi è di bello e prezioso consiste nel sopportare. E forse a qualcosa serve avere altri che ci sono e guardano alla tua sofferenza e sono abbastanza buoni da capire le tue difficoltà, e la loro partecipazione ha così un senso. Sarei molto felice se col tempo io potessi divenire per te una di queste persone».
Le riflessioni sull'arte e la condanna di una sterile erudizione avulsa dalla vita (lettera dei 17 settembre1894) chiariscono inoltre la natura dell'estetismo hofmannsthaliano. Hoffmannsthal non è un banale cultore dell’ art por  l 'art e non scinde la sfera etica da quella estetica: egli, come altri grandi poeti dell'estetismo austro-tedesco, da Rilke a Gottfried Benn, è esteta in quanto riconosce all'arte un ruolo supremo di conoscenza e di comprensione del mondo. Solo l'arte dà forma e senso al caos della vita, solo l'arte permette all'individuo un più alto grado di consapevolezza sulla propria esistenza e solo il grande artista può sbalzare eventi, depurare caratteri, stilizzare situazioni e offrire in tal modo un'interpretazione della vita (si veda in questo senso il bellissimo saggio su Eleonora Duse, non semplice attrice naturalista ma interprete della «filosofia della propria parte», in L'ignoto che appare. Scritti 1891-1914, Adelphi 1991). Così, la letteratura ha sempre un valore etico poiché deve interagire con il lettore e deve modificarne lo sguardo sulla vita e sugli altri: «A me i Karamazov hanno detto molto: ho camminato in modo diverso per le strade, e dopo quella lettura era per me un evento più importante guardare i volti della gente sul tram. Ho voluto più bene ai miei amici, ho sentito con maggior forza ciò che è bello e con maggior spavento quel che è spaventoso. [... ] È proprio il compito dei grandi artisti quello di creare bei libri, partendo dalla vita incolore, libri che sappiano eccitare e rasserenare», scrive Hoffmansthal all’amico nell'agosto 1895. Nell'ultima affermazione si scorge un'eco del saggio sulla Duse1892) ove il poeta, con immagini di sfolgorante ricchezza verbale e con un evidente ripresa di temi novalisiani e romantici, aveva alluso al potere magico dell'artista: «Gli artisti viventi passano attraverso la vita grigia, priva di senso, e ciò che toccano splende e vive. Ed è una stessa cosa se formulano con parole nuove segreti dell'anima o se attraverso armonie purificano il sordo mareggiare che è in noi, o se con parole effimere e gesti fugaci sollevano alla conoscenza ciò che in noi è inconsapevole e lo immergono in dionisiaca bellezza».
Le parole non sono di questo mondo
Francesca Garofoli «Railibro» 30-11-1999
“Le cose importanti che vivremo non potremo raccontarcele, perché non ci accorgeremo di esse. Credo però che talvolta potremo scrivere su di un pezzo di carta il frammento di una sensazione soggettiva, di un umore, e da questo potrà venirne fuori un carteggio come nel secolo scorso, quando la gente scriveva in modo molto più grazioso, più elegante e più nobile di ora – probabilmente perché le lettere ci mettevano un mese ad andare da un paesino all’altro”.

Fin da questo proposito, di scrivere come si scriveva in altri tempi, appare chiaro che il diciottenne Hugo von Hofmannsthal non ha voglia di trastullarsi in giovanili vaghezze. E il suo interlocutore – il guardiamarina Edgar Karg, amico di un’estate e insperata anima gemella – non è da meno. Si parla di vita, di dolore, di amore e di affanno, della ricerca insistente e mai paga di un senso, della realtà delle cose e di “qualcosa che non sia inutile finzione”.
Tra i due nasce un’immediata sintonia: “Credo che non mi sia mai piovuta giù dal cielo una gioia così inattesa come la tua amicizia. Altrimenti si deve sempre cercare a lungo e andare a tentoni e provare a spiegarsi; alla fine però non funziona lo stesso e il dialogo rimane in verità un monologo. Noi invece ci siamo venuti incontro a metà strada in modo così bello. Non ci spacciamo per geni incompresi e non parleremo mai di un legame di anime”. Qualcuno ha vagheggiato implicazioni omoerotiche, al fondo di questa amicizia, ma riteniamo siano soltanto i torbidi sospetti degli increduli, di coloro che non sanno arrendersi alla Bellezza.
Di sicuro, deve essere sembrato un miracolo, al giovane Hofmannsthal, il poter parlare in piena libertà con un suo coetaneo. Lui abituato fin dai sedici anni – età del suo primo componimento, pubblicato a nome di Loris – a non vedersi riconosciuta la propria gioventù. Lui che a diciassette anni era già considerato l’esponente più illustre e maggiormente dotato della moderna letteratura viennese. Lui che, varcando la soglia del Caffè Griensteidl di Vienna, in pantaloncini corti come si confà a un liceale, lascerà intenerito il già maturo Arthur Schnitzler che – avendo letto i suoi racconti – si aspettava d’incontrare un uomo sulla quarantina. Lui che, negli ultimi anni della sua vita, confidò a Thomas Mann il rammarico di non esser morto a venticinque anni, quando aveva una biografia ormai compiuta.
Sì, perché Hugo von Hofmannsthal è stato dapprima enfant prodige e poi autore postumo al proprio talento. I critici si accanirono nel dire che le sue opere più mature – tra le quali non possiamo fare a meno di citare almeno i due magnifici poemi musicati da Strass: Arianna a Naxos e Il cavaliere della rosa – non reggevano il confronto con la grazia, l’armonia e la compiutezza dei suoi capolavori giovanili, firmando così per una condanna “a morte prematura”.
Ebbene questo ragazzo tormentato da domande più grandi di lui, e soprattutto dalla consapevolezza di sapervi rispondere nonostante la sua giovane età, trova in Edgar Karg von Bebenburg un’anima davanti alla quale non deve fingersi altro da sé.
L’epistolario, stilato tra il 1892 e il 1895, è pieno di continui e dolorosi rimandi alla sua condizione di giovane prigioniero del pensiero e della scrittura. “Tu vedi nuove terre e regioni, io leggo libri; tu provi i pericoli veri e belli e io, almeno talvolta, il piacere di un’eccitante confusione”. Prigionia sofferta e al tempo stesso agognata.
Domina su tutto una tonalità algida – “in genere non mi piace il pathos, lo reputo un segno di cattiva educazione” – com’era consuetudine tra giovani di nobile nascita, ma soprattutto com’altro non poteva essere quando al centro della scena non sono gli interlocutori, ma la parola stessa.
“Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé stante, un mondo del tutto indipendente, come il mondo dei suoni. Si può dire tutto quello che c’è… ma non si potrà mai dire qualcosa proprio così come è… In noi è radicata la convinzione – certo la fanciullesca convinzione – che se solo riuscissimo a trovare le parole giuste potremmo raccontare la vita, allo stesso modo in cui si mettono da parte, una sull’altra, delle monetine”.
Eppure, nonostante la consapevolezza di dover lasciare fuori dalle parole l’essenziale, ovvero la vita, Hofmannsthal continuerà a inseguire – nella perfezione e nell’armonia della forma – quella parola “densa” che sola può cogliere nel segno: “La parola nasce dall’attimo e per l’attimo, e colpisce nel segno oppure va a vuoto e poi cade a terra”.
Hugo von Hofmannsthal
Le parole non sono di questo mondo (Trad. di Marco Rispoli), Quodlibet, 2004, pp. 135, euro 12,00
2004
In ottavo
145x210
ISBN 9788874620159
pp. 136
€ 12,00 (sconto 15%)
€ 10,20 (prezzo online)
il volume è temporaneamente non disponibile