Erbe selvatiche
Erbe selvatiche
A cura di Edoarda Masi

Lu Xun (Zhou Shuren, 1881-1936), narratore e poeta, saggista e critico letterario, è considerato il padre della letteratura cinese moderna, il primo ad aver scritto un racconto (Il diario di un pazzo) in cinese moderno, attingendo largamente dalla lingua parlata. Erbe selvatiche (1924-1926) è una raccolta di brevi testi riconducibili ai sanwen ("scritture sparse", o "scritture libere"), uno dei numerosi sotto-generi della vastissima tradizione saggistica cinese. Al confine fra la prosa e la lirica, essi sono un condensato di sperimentazione stilistica e linguistica, da parte di un autore che aveva talmente assimilato la tradizione da potersene fare gioco senza falsarla – e che peraltro aveva piena dimestichezza con gli sviluppi anche più recenti delle letterature europee. Nella presente versione di Edoarda Masi, questi testi superano felicemente la loro prova più difficile: quella della traduzione. Se c'è perdita (il riferimento diretto, l'allusione, l'irrisione), essa sopravvive al passaggio da Oriente a Occidente in forma di ferita: e sul terreno della nostra lingua assistiamo al sorgere di un piccolo, nuovo capolavoro.

Indice: Introduzione - Notte d’autunno - Il commiato dell’ombra - Mendicanti - Il mio amore perduto - Rivincita - Rivincita (II) - Speranza - Neve - Aquiloni - Una buona storia - Il viandante - Fuoco morto - La ritorsione del cane - Il buon inferno perduto - Epitaffio - Vibrazioni di una corda spezzata - Esprimere un’opinione - Dopo la morte - Un simile combattente - L’uomo intelligente, lo stupido e il servo - Foglia secca - Fra macchie scolorite di sangue - Risveglio - Nota al testo di Edoarda Masi

 

Recensioni 
«Pickwick» 26-04-2003
«Il Domenicale» 05-07-2003
 
"I resti putrefatti della vita stanno sulla terra, non generano grandi alberi ma solo erbe selvatiche. E questa è la mia colpa"
«Pickwick» 26-04-2003
Erbe selvatiche, Lu Xun, Quodlibet

“Scrittura sparsa” (in cinese: sanwen) quella di Erbe selvatiche (a cura di Edoarda Masi, Qhodlibet, pp. 77, euro 11,00) in cui incerto è il confine tra poesia e prosa. Brevi saggi talvolta in forma di sogno, altre volte come storie, e altre ancora in amorosi versi. Pagine in cui il confine tra dentro e fuori non ha motivo di essere, o forse volutamente manca, o più semplicemente soltanto non è. Nessun dentro, nessun fuori, soltanto una sequenza di parole che non seguono altra etica che quella del dire quel che si vede. Un modo di scrivere quello di Lu Xun (Zhou Shuren, 1881-1936) che spiazza lì dove inserito in uno specifico contesto: la Cina degli anni Venti.

E’ a quel tempo che Lu Xun scrive le sue storie, infrangendo la regola cinese che vuole la scrittura così erudita e alta da essere inaccessibile ai molti. Lu Xun alla regola si ribella, e preferisce scrivere come i molti, inventando così il cinese moderno. E non a caso si trova tra le sue Erbe selvatiche una dissacrante imitazione dei versi del poeta Zhang Heng. “Su un antico modello nuovi versi in lingua parlata” scrive Lu Xun a monte della sua Il mio amore perduto, e poi comincia per amorosi versi a decantare, divertito e straziato, il suo mancato amore destinato a chiudersi con un quanto mai poetico/patetico: “Da allora volta il viso e non mi bada,/ Non capisco perché – che vada al diavolo”.

Ben più triste e altrettanto poetico Il commiato dell’ombra, gentile lamento di una graziosa e disperata ombra che cerca in tutti i modi di dire addio all’amato amico perché stanca di una vita inevitabilmente sospesa tra luce e tenebra, perché all’eterno errare preferirebbe un altrettanto eterno e solitario affondare nel buio. Vorrebbe il buio e il vuoto da lasciare all’amato al posto suo, incapace di gestire un destino da ombra. Vorrebbe, eppure – come in ogni storia d’amore puro – non ci riesce mai, limitandosi così a un commiato che accade solo nel sonno e che di credibile ha in sé soltanto il dolore di chi va “errando fra luce e tenebra, senza sapere se è il crepuscolo o l’alba”.
Lu Xun, deliziose scritture sparse nell'erba
«Il Domenicale» 05-07-2003
È il fascino e il mistero della letteratura d'Oriente, purtroppo poco conosciuta fuori dalla cerchia degli specialisti. Ed è un peccato, perché apre mondi meravigliosi. Come quello raccontato da Lu Xun (1881-1936), narratore e poeta considerato il padre della letteratura cinese moderna. Tra il 1924 e il 1926 (in pieno periodo di rivoluzione culturale e sperimentazione linguistica) scrisse l'operetta Erbe selvatiche, una raccolta di testi brevi riconducibili ai cosiddetti "sanwen" ("scritture sparse"), pagine in bilico tra prosa e poesia alla ricerca di un nuovo stile: quello di un autore perfettamente cosciente della tradizione culturale cui appartiene e insieme attentissimo a tutto ciò che di nuovo sta accadendo in quel momento in Europa. I racconti sono delicati e deliziosi, variano dall'ironico al sentenzioso, dalla parabola (si legga L'uomo intelligente, lo stupido e il servo) al teatrale (un bellissimo esempio: Il viandante), dal visionario (spesso la narrazione è un equilibrio tra veglia e sogno) alla prosa poetica, come l'introduzione che dà il senso a queste pagine («I resti putrefatti della vita stanno sulla terra, non generano grandi alberi ma solo erbe selvatiche»). Precisa la nota di Edoarda Masi, la traduttrice.
2003
In ottavo
145x210
ISBN 9788874620036
pp. 88
€ 11,00 (sconto 15%)
€ 9,35 (prezzo online)