La crocifissione di Cristo
La crocifissione di Cristo
seguito da La crocifissione di Aman di Edgar Wind
A cura di Andrea Damascelli

Racconta la Bibbia che Aman, primo ministro persiano, una volta appreso che il suo antagonista Mardocheo è ebreo, si adopera affinché, insieme a lui, siano sterminati tutti gli ebrei del regno. Le sorti però si rovesciano e Aman finisce sulla forca che lui stesso aveva fatto predisporre per Mardocheo. La vicenda, narrata nel Libro di Ester, è al centro della festa carnevalesca di Purim, in cui si ricorda la salvezza degli ebrei e la morte di Aman, il ministro che ne aveva progettato lo sterminio. Nella sua congettura, che si basa su un'originale quanto controversa interpretazione del Libro di Ester, Frazer ipotizza che Cristo sia stato ucciso nel corso di una sacra rappresentazione di Purim. Scartare l'ipotesi frazeriana come un esercizio di immaginazione sarebbe facile. Più interessante sarebbe seguire Frazer nella convinzione che all'interno della sua congettura su Cristo siano presenti, e possano quindi ricercarsi, «grani di verità». Questo volume introduce un sorprendente e fecondo nucleo problematico nello studio dell'intreccio-scontro tra cristianesimo ed ebraismo. Il testo di Frazer, qui presentato per la prima volta in italiano, è pressoché ignoto (perché non incluso nella versione ridotta del Ramo d'oro preparata dall'autore, tradotta in tutte le lingue). Alla Crocifissione di Cristo seguono alcune dense pagine di Edgard Wind, che studia, mettendola in relazione con la tesi di Frazer, la raffigurazione di Aman proposta da Michelangelo alla Cappella Sistina, dove Aman è rappresentato crocifisso.

Indice: Nota introduttiva – I Saturnali e le feste affini – La crocifissione di Cristo – Edgar Wind: Il dio-criminale – La crocifissione di Aman – di Andrea Damascelli: Purim e Passione. Note in margine ai testi di Frazer e di Wind

Recensioni 
Camillo Langone «Il Foglio» 08-11-2007
Oddone Camerana «L'Osservatore romano» 18-01-2008
Alessandro Zaccuri «Avvenire» 22-03-2008
Antonio Gnoli «La Repubblica» 09-11-2007
Andrea Piras «Bizantinistica» 02-02-2009
 
Preghiera
Camillo Langone «Il Foglio» 08-11-2007
Preghiera a Peter Glidewell, arbiter elegantiarum, che da Settimio al Pantheon mi ha domandato le ragioni del mio essere cristiano: Dà un’occhiata a “La crocifissione di Cristo”, testo del grande antropologo James G. Frazer pubblicato or ora da Quodlibet. Da Settimio ero distratto dalla cicoria ripassata e non ho saputo convincerti che il cristianesimo, oltre ad avere abolito la schiavitù, ha eliminato i sacrifici umani. Possibile che al tempo scettico e decadente dell’Impero si praticassero ancora? Eccome. “Fino al consolidamento del cristianesimo una vittima umana era uccisa ogni anno a Roma in onore di Giove Laziale”. Frazer lo ricava da Tertulliano, da Minucio Felice, da Lattanzio e anche dall’anticristiano Porfirio. Lo sventurato non veniva ucciso proprio a Roma ma sul Monte Cavo, nei Colli Albani. Da quando la località si chiama Rocca di Papa ci si fanno solo le scampagnate.
I supplizi pagani e la morte di Cristo. Non tutte le crocifissioni salvano il mondo
Oddone Camerana «L'Osservatore romano» 18-01-2008
La crocifissione di Cristo è un fatto originale? fu preceduta da altri supplizi delle stesso genere inflitti in ambienti pagani, romani, ebraici? che cosa e chi fa pensare all'esistenza di presunte "prove generali"? e, posto che il parallelismo regga, qual è la differenza tra il sacrificio di Cristo e quelli dei suoi eventuali predecessori? Sono queste alcune delle ipotesi esplorate dall'antropologo del secolo scorso James George Frazer e dallo studioso Edgar Wind, commentate da Andrea Damascelli, in La crocifissione di Cristo (Macerata, Quodlibet pagine 254 Euro 16,00). Ipotesi, lo anticipiamo subito, che non arrivano ad alcuna conclusione certa. Frazer per altro ha escluso il suo testo in materia dall'edizione più nota del suo famoso libro sulle religioni Il ramo d'oro. Quanto alla congettura indagata da Wind, resta sospesa, nonostante gli sforzi del suo commentatore di sviscerarne le fonti.
    Positivista ed erudito, Frazer (1854-1949) non era certo un ateo come lo pensiamo oggi. Ognuno può constatare come le sue pagine sul dramma storico della morte imposta a Gesù quale re dei Giudei (104-105) non siano quelle di un indifferente, neanche al potere di una rivelazione. Ciononostante Frazer era stato affascinato dal ripetersi rituale nelle feste dei Saturnali romani delle uccisioni di finti re o di re nominati per l'occasione. Uccisioni vere o in effigie, presenti anche nei carnevali, le feste che una diversa collocazione di date nei calendari antichi faceva sì che il termine dell'anno e il suo inizio erano posti allora a fine febbrario - inizio marzo, epoca della semina e del ritorno alla vita della vegetazione. In questa vorticosa e prorompente stagione dell'anno la sensibilità arcaica - predisposta a riconoscere in una potenza superiore la capacità neutra rispetto al bene e al male di pilotare l'esito dei grandi cambiamenti non solo naturali - aveva affollato un calendario fitto di riti, di magie, di superstizioni e di cerimonie spesso sanguinarie, sfociate in episodi della storia e della cronaca. È il caso, raccontato da Frazer, del soldato romano Dasio che a Durostorum, nella bassa Mesia, era stato decapitato per essersi rifiutato di assumere la parte del dio pagano nei Saturnali di quell'anno. È il caso, riportato in ambiente biblico nel libro di Ester, in cui la liberazione degli ebrei dal pericolo di venire sterminati aveva dato vita a una festa nazionale ebraica in cui si celebrava il supplizio di Aman, lo smascherato governatore di Susa colpevole della persecuzione fallita ma celebrata nella festa detta di Purim, sacra rappresentazione annuale nel corso di una delle quali Frazer ha ipotizzato che Gesù potesse essere stato crocifisso. L'ipotesi sarebbe rimasta circoscritta ai fantasmi di Frazer se Wind non si fosse accorto che la vicenda di Aman era stata ripresa da Michelangelo e rappresentata in un angolo della Cappella Sistina. Un particolare, questo, non da poco, se non altro in quanto capace di rinfocolare il desiderio di scoprire altre ragioni degli accostamenti a Cristo di Purim, e soprattutto del suo principale protagonista Aman. Non solo, perché se è vero che un particolare attira l'altro, l'attenzione dimostrata da Wind infiamma tutta la materia in cui ribolliscono le ipotesi sui finti re, sui re criminali per un giorno o per una festa, sui re vittime in sostituzione di un altro colpevole, figure che infestano l'antichità arrivando ai nostri giorni attraverso il folklore e i carnevali, momenti in cui i falsi redentori venivano derisi, mentre oggi li vediamo esaltare le folle degli stadi o delle televisioni. Ad accorgersi dello spazio ingombrante preso dal personaggio Aman nel venire accostato a Cristo e dell'etnocentrismo limitativo della festa di Purim, sarà lo stesso Wind che, risalendo alle pagine di Deuteronomio e della lettera di Paolo ai Galati in cui si parla del "maledetto appeso al legno", si chiede se il richiamo di Paolo (e quindi di Michelangelo, suo lettore) a questi episodi non sia stato ispirato dal suo bisogno di dare ai primi cristiani un'identità distinta da quella imposta dalla legge e dall'ebraismo. Fatto sta che l'interrogativo posto da Frazer rimane senza risposta. Né può esserlo l'idea che i re di carnevale rappresentano una critica del potere e un modo di mostrarne il volto grottesco come ha proposto qualcuno. La risposta la può dare una linea di pensiero che ispirandosi a Girard ammette che in ogni crocifissione, in ogni supplizio c'è la rappresentazione del tentativo di un ritorno all'ordine sconvolto, rappresentazione che può manifestarsi in forma di parodia. Ma di quale ordine si parla? C'è quello pagano o neo pagano che traduce il punto di vista del persecutore e c'è quello secondo il punto di vista dell'innocenza. Il primo è l'ordine che fonda una cultura di morte, il secondo quello che fonda una cultura della vita. Ed è chiaro che le crocifissioni pagane e neo pagane sono del primo tipo, mentre quella di Cristo e i supplizi accettati in nome suo, sono del secondo tipo. Detto in altre parole, le crocifissioni pagane hanno la loro radice nel meccanismo dionisiaco del capro espiatorio, quella di Cristo ha la sua nella rivelazione e nella denuncia. Ciò che fa la differenza è l'interpretazione dello stesso fatto, interpretazione che legittima un accostamento prudente.
Frazer, dal Carnevale al Venerd́ santo attraverso il «ramo d’oro»
Alessandro Zaccuri «Avvenire» 22-03-2008
Carnevale e Venerdì Santo potrebbero non essere così lontani. O almeno potrebbero non esserlo stati all’inizio, quando Gesù morì sulla Croce, forse al culmine di una rappresentazione rituale dai connotati in gran parte inquietanti. No, non è una trovata alla Dan Brown, ma un’ipotesi avanzata oltre un secolo fa da uno studioso dall’autorevolezza quasi leggendaria, James George Frazer (1854-1941). Collezionista di miti e pioniere della storia delle religioni, cultore dell’antichità classica e, più che altro, autore de
 Il ramo d’oro, un libro destinato a esercitare un’enorme e durevole influenza sulla cultura del Novecento. Proprio nell’edizione del Ramo d’oro pubblicata nell’anno 1900 Frazer si sofferma su una serie di coincidenze che parrebbero accomunare il racconto evangelico della Passione con la vicenda - narrata nel Libro di Ester - del visir Aman, messo a morte dal re persiano Assuero sulla forca che Aman stesso aveva predisposto per l’ebreo Mardocheo, suo avversario. Per Frazer il supplizio di Aman, ritualmente ripetuto ogni anno durante la festività di Purim (corrispettivo ebraico dei Saturnali latini, a loro volta antenati del nostro Carnevale), suggerirebbe uno scenario del tutto inatteso in cui collocare la Crocifissione di Cristo: Gesù potrebbe essere stato scelto infatti per impersonare Aman e quindi elevato al beffardo rango di re del sacrificio, ossia di vittima designata, capro espiatorio. Una congettura ripresa e ampliata da un altro importante studioso dei linguaggi simbolici, Edgar Wind, in un paio di scritti dei tardi anni Trenta ora riproposti da Andrea Damascelli insieme con il capitolo del Ramo d’oro che lo stesso Frazer volle espungere dalle successive edizioni del suo capolavoro. Wind, in particolare, sottolinea il parallelismo tra le figura di Cristo crocifisso e del supplizio di Aman negli affreschi della Cappella Sistina, per i quali Michelangelo avrebbe adoperato come fonte il passo del Purgatorio in cui Aman è definito da Dante «un crucifisso dispettoso e fiero», a conferma di una complessità di intrecci che lo stesso Damascelli ripercorre con estremo equilibrio nell’ampio saggio posto a suggello del volume. Una questione erudita, certo, che però investe direttamente il nucleo e, per così dire, lo stile della predicazione di Cristo. In fondo, il grande narratore delle parabole potrebbe benissimo aver accettato di ricoprire il ruolo della vittima nella finzione di Purim, trasformandola così nella più radicale e necessaria delle sofferenze, quella del Dio che si incarna, patisce e, in questo modo, compie il mistero della Redenzione.
Le maschere del potere. Quando si crocifigge un re
Antonio Gnoli «La Repubblica» 09-11-2007

Nei Saturnali della Roma antica si metteva a morte un finto sovrano giovane e bello

Tra quelle infime derive che la storia a volte crea, può accadere di imbattersi in una figura bizzarra.
È un curioso personaggio che si ammanta delle insegne regali e che è fatto oggetto di scherno e valutazione. È un re. O almeno così appare, o dice di essere. Di solito la sua sovranità lambisce la decadenza di un’epoca, ne ravviva le ombre. E sembra, allora, che giochi, come un bimbo, con il declino che tutto e tutti avvolge. La figura ridanciana si fa carico di un potere eccessivo, mostra il suo lato meno cupo, ma non per questo meno insidioso. Ogni volta ci sentiamo attratti da questa recita trasgressiva, scorgiamo la stessa stravaganza che Svetonio nella Vita dei Cesari ritrova in Nerone, in Caligola, in Eliogabalo. Ed è come se improvvisamente la sovranità porga il proprio orecchio all’altezza della voce di un popolo, ne ascolti (deliziata o irritata) i motteggi, gli insulti, la derisione, ma anche l’adulazione più sfacciata. Quel costrutto, minaccioso e ilare, non rinuncia tuttavia al suo mandato teologico, alla sua discendenza divina.
Come è possibile dunque che un potere, intangibile e remoto, legato alla ritualità del sacro, si nutra di una sostanza così greve? C’è un saggio di James Gorge Frazer dedicato ai Saturnali e alla crocifissione del Cristo – che ora appare per la prima volta in italiano (La crocifissione del Cristo, pagg. 254, euro 16, curato ottimamente da Andrea Damascelli, edizioni Quodlibet) – nel quale si abbozza una risposta, in larga parte involontaria.
Nel 1890 – in uno di quei momenti in cui la storia si immagina felicemente in marcia – uscì Il ramo d’oro di James Gorge Frazer. Era un’opera di intensa ingegneria spirituale nella quale agivano le forze razionali il cui compito era di spiegare su quale base il mondo umano aveva costruito le proprie civiltà. Frazer – figlio di un farmacista e del positivismo ottocentesco – andò a stanare il rapporto che l’umanità aveva da sempre avuto con la credenza, le superstizioni e naturalmente le religioni.
Tra quelle migliaia di pagine, che esordivano accostando un quadro di Turner a un bosco sacro dell’Italia arcaica, Frazer aveva inserito un capitolo dai tratti culturali espolsivi. Egli amava spesso divagare. Con la frenesia dell’accumulatore compilava lunghe annotazioni. Ma rispetto alle vaste comparazioni fin lì condotte quel capitolo, dedicato alla crocifissione di Cristo, sembrava una deviazione troppo netta. Una stranezza. Un’escrescenza. La provocazione che un ateo (almeno tale era stato considerato) lanciava contro il cristianesimo e le sue origini. La tesi, ancorché fragile nello sviluppo, era affascinante. Frazer – come in un gioco di scatole cinesi – immaginò che la passione e poi la crocifissione del Cristo per larghi tratti si poteva ricondurre al Purim, una festa ebraica che mostrava degli evidenti legami con le Sacee babilonesi e i Saturnali romani.
Frazer – colpito dal fatto che durante i saturnali c’era l’usanza di mettere a morte un finto re – descrive il modo in cui i soldati celebravano ogni anno quel rito cruento e pagano: «Trenta giorni prima della festa sceglievano tra loro, sorteggiandolo, un uomo giovane e bello, che veniva vestito con abiti regali perché assomigliasse a Saturno. Così ornato e scortato da uno stuolo di soldati, questi andava in giro in pubblico, autorizzato a dare libero sfogo a tutte le passioni e a gustare ogni piacere, per quanto vile e ignominioso». Allo scadere dei trenta giorni – durante il quale il falso re si permetteva qualunque licenza – l’impostore si dava o trovava la morte tagliandosi la gola. Era, il suo, un regno breve, gioioso ed efferato: burlesco come saranno in seguito certi Carnevali italiani, ma anche sommamente tragico come dimostra l’anonima cronaca del martirio di San Dasio. Soldato romano, convertito al cristianesimo, e di stanza sul Danubio, Dasio viene prescelto per svolgere la parte del finto re. Il suo rifiuto lo condurrà al martirio e poi alla morte. Ma cosa c’entra tutto questo con la festa di Purim? Nel Libro di Ester si narra della festa che venne istituita per commemorare la liberazione degli ebrei dal pericolo di cadere sotto il giogo persiano durante il regno di Serse. I contenuti di quel rituale liberatorio e gioioso richiamano, secondo Frazer, i tratti fondamentali delle Sacee babilonesi che sfociavano come è noto in un frenetico baccanale. In quell’occasione c’era l’usanza di mascherare uno schiavo da re. Quel sovrano provvisorio alla fine del suo “mandato” moriva sulla forca, o a volte, sulla croce. Anche nel Libro di Ester c’è un finale cruento e lieto. Fra intrighi di corte e complotti contro il re Assuero, si svolge la vicenda di Aman, visir del regno di Assuero e di Mardocheo, un ebreo influente e giusto che si rifiuta di onorare la carica di Aman e per questo è accusato dallo stesso Aman di congiurare contro il re. La pena richiesta prevede lo sterminio degli ebrei e l’impiccagione (o crocifissione) di Mardocheo. Ester, sposa di Assuero, implora il re di risparmiare il suo popolo, e svela che a capo della congiura c’è Aman che a quel punto il re fa giustiziare. Quanto a Mardocheo, che aveva fatto fallire il complotto, viene portato in trionfo. Aman, nella tradizione festosa del Purim, subirà, dice Frazer, una trasformazione parodica, diventando egli stesso un finto re, oggetto di scherno.
Molti studiosi hanno rilevato le forzature, l’approssimazione con cui l’antropologo accostava vicende storiche e letterarie molto diverse. In soccorso, almeno parziale, alle sue tesi, venne Edgar Wind, studiosi d’arte legato alla scuola di Warburg che nel 1938 rianalizzò la morte di Aman riconducendola ad un affresco di Micheleangelo, e ad alcuni versi di Dante. In quell’affresco, un dettaglio della Cappela Sistina, l’esecuzione del Visir raffigura un uomo crocifisso. Aman come il Cristo? L’idea che la morte di Gesù fosse accostabile a quella di Aman, quantunque suggestiva aprirebbe una questione delicatissima.
Può il cristianesimo fondarsi su una parodia? Frazer si tenne alla larga da una simile conclusione (tanto vero che espunse il capitolo sulla crocifissione da Il ramo d’oro e lo stesso Wind, ove avesse accolto pienamente una simile lettura, avrebbe visto sfigurarsi il volto stesso della storia. Sia Frazer che Wind non furono del tutto indenni alla suggestione che la passione del Cristo, pur nella sua tragedia, ricalcasse il paradigma del finto re: la corona di spine, lo scherno dei soldati, le grida della folla tumultuante erano indizi a carico di quella versione. Che il Cristo fosse una variante di quel modello parodico è stata in seguito respinta e smontata da gran parte degli studiosi.
Resta una questione che Frazer e Wind lasciano sullo sfondo: chi è il re? Vi è un potere che aspira alla regalità, all’unto, alla non contraddizione. Esso si serve di quel retroterra sovrannaturale, grazie alla quale cerca di infondere ai propri gesti una natura divina. Al tempo stesso quel potere si può mostrare buffonesco, logorroico, impertinente. Esso ci appare come un mero scherzo, una maschera comica, segnata da una corona sbilenca e instabile sempre sul punto di rovinare miseramente al suolo. Di norma, quei finti re, scherzosi, gaudenti, che venivano eletti nel corso di una baldoria, avevano vita breve. Duravano il tempo di una festa. Sufficiente tuttavia per mostrare il lato nascosto della sovranità.
Nella folle Ninive, racconta Frazer, si poteva incontrare un antico Ercole persiano dalle accentuate movenze femminee. Incedeva tra la folla come un re. A volte era un re, irriconoscibile: la biacca sul viso pallido, le ciglia annerite dal bistro, carico di anelli, catene e orecchini, con l’ascia in una mano e la coppa di vino nell’altra.
Chi vedesse in queste insegne ridicole il puro aspetto licenzioso e stravagante, perderebbe di vista quel bisogno che il potere a volte ha di mostrare il suo volto indegno. Il potere grottesco – che con il potere criminale condivide l’arbitrio assoluto – non è semplice rappresentazione teatrale, e non si esaurisce nell’acclamazione in vista di un riconoscimento. Il potere grottesco è l’altra faccia del carisma. La sua nudità. Che il sovrano, a volte, riveste di infamia.

Recensioni
Andrea Piras «Bizantinistica» 02-02-2009
Viene qui pubblicato in una adeguata sede editoriale un testo di Frazer, uscito nel 1900, in cui si affrontano comparazioni suggestive tra la festa ebraica del Purim e la crocifissione di Cristo: inizialmente comparso ne Il ramo d’oro (The Golden Bough), venne inserito come nota nel volume The Scapegoat (1913), relegato come appendice e non incluso nella versione ridotta di The Golden Bough preparata da Frazer nel 1922 (la versione madre nota a Wittgenstein, tradotta in italiano e in altre lingue). Si tratta quindi di un testo ignoto al lettore italiano di Frazer, una nota fortemente congetturale ma che – come lui stesso avverte – potrebbe contenere molti “grani di verità”.
La vicenda della sua pubblicazione, in veste defilata, la rende quindi un documento interessante, specie se presentata in accordo con altre testimonianze di personalità del ‘900 quali Edgar Wind: da ciò il valore complessivo di questo avvincente trittico di contributi (Frazer, Wind, Damascelli) che affronta temi e problematiche di storia culturale e religiosa; ma con uno sguardo ai risvolti di attualità inevitabilmente connessi a quanto di storico non è mai passato e trascorso ma è anzi perennemente (e talvolta drammaticamente) quotidiano (estratto).
2007
Quodlibet
120x180
ISBN 9788874621545
pp. 260
€ 16,00 (sconto 15%)
€ 13,60 (prezzo online)