L'ateismo
L'ateismo
A cura di Elettra Stimilli e Marco Filoni
Traduzione di Claudia Zonghetti

Scritto in russo nel 1931 – ma pubblicato per la prima volta nel 1998, tre decenni dopo la morte dell’autore, e solo in traduzione francese –, L’ateismo è rimasto sino ad oggi un testo quasi inesplorato, nonostante la fama di cui Kojève ha goduto, e non solo in ambito filosofico. Molteplici sono stati negli ultimi anni gli interventi, di varia provenienza, sul tema. Il dibattito appare tuttavia ancora insufficiente, soprattutto se l’ateismo risulta – come per Kojève – un problema filosofico e non soltanto una risposta laica all’istanza religiosa, reale o presunta, che oggi attraversa un po’ ovunque una fase di inattesa reviviscenza. La presente traduzione, condotta sul manoscritto originale russo e differente in alcuni punti essenziali dall’edizione francese, restituisce il testo di Kojève in tutta la sua attualità.
La negazione dell’esistenza di Dio non apre, qui, alla condizione pacificante di chi pensa di aver messo a tacere il problema religioso. Se l’uomo è ciò che resta dalla negazione di Dio, il problema filosofico dell’ateismo è quello della natura dell’uomo, o meglio della possibilità costitutiva e paradossale dell’essere umano di cogliere la presenza di ciò che è assente: la «datità di ciò che non è dato», la «datità del nulla». A questa possibilità Kojève – in particolare nel suo celebre confronto con Hegel, di pochi anni successivo – dà il nome di desiderio, e legge la Fenomenologia dello Spirito come la più appassionata narrazione moderna sull’origine dell’uomo, un’«antropologia atea». Nel giovanile Ateismo – in cui fra l’altro riscontriamo i chiari influssi della teologia ereditata dai filosofi russi e dagli studi orientali – sono presenti già in embrione le idee e il metodo che rendono ancora oggi viva l’attenzione dei lettori e degli studiosi sul filosofo della «fine della storia» e della «fine dello stato».

Indice: Prefazione di Marco Filoni; L'ateismo; Il paradosso dell'ateo, o il negativo dell'antropogenesi di Elettra Stimilli; Indice tematico; Indice dei nomi. 

Di Alexandre Kojève (Mosca 1902-Bruxelles 1968) Quodlibet ha pubblicato Kandinsky (2005). Fra le sue altre opere presenti in italiano segnaliamo: Introduzione alla lettura di Hegel (Adelphi, 1996), Il silenzio della tirannide (Adelphi, 2004), Introduzione al Sistema del Sapere. Il Concetto e il Tempo (Neri Pozza, 2005).
Recensioni 
Antonio Gnoli «La Repubblica» 16-06-2008
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 25-05-2008
Roberto Ciccarelli «Il Manifesto» 03-08-2008
 
Alexandre Kojčve un ateo alla corte di Dio
Antonio Gnoli «La Repubblica» 16-06-2008
Durante una delle rare conferenze, che con piglio snobistico amava ancora tenere, malgrado gli impegni da alto funzionario dello Stato francese, Alexandre Kojève fu colto da una crisi cardiaca. Era il 1968. Morì nel pieno della contestazione studentesca, alla quale aveva guardato con somma ironia. Morì a Bruxelles, ai primi di giugno. Morì, come muore un enigma. Alcuni infatti si chiesero chi fosse stato veramente quell’uomo ricco di sottigliezza e di humour, refrattario alle luci della ribalta e da qualcuno rimpianto come una delle grandi teste filosofiche del Novecento. Pochi allora seppero fornire una risposta decente o semplicemente adeguata. In vita non aveva pubblicato quasi nulla e su quel leggendario seminario tenuto all'École pratique des Haute Études tra i1933 e il 1939, da tempo era sceso il silenzio. Chi ricordava più quel russo dall'aria dolcemente tagliente mentre affilava il pensiero sul metallo della Fenomenologia di Hegel? Certo Georges Bataille e Raymond Queneau conservavano di lui l'idea che fosse la loro guida spirituale. Indiscutibilmente Aron lo considerava un genio della parola. Leo Strauss si divertiva a spedire i suoi allievi americani a far conoscenza a Parigi di questo strano intellettuale, che andando via da Mosca, dove era nato nel 1902, aveva scelto la Francia come patria di elezione. Ma per il resto, solo l'alta burocrazia francese, nella quale era entrato dal 1945, poteva delibare la versatilità e l’acribia spirituale di questo insolito dotto. Altrove, negli ambienti dell'esistenzialismo e dell'impegno, c'era stata la rimozione. Quasi che la statura del personaggio fosse troppo ingombrante e, in definitiva, provocatoria per essere assimilata a qualche docile parrocchia, magari dall’odore sartiano.
Da quei quarant’anni dalla sua scomparsa il fantasma Kojève ha preso forma e colore sorprendenti. Si pubblicano i suoi libri (molti dei quali postumi), l'ultimo in ordine di apparizione è dedicato all'ateismo e su di lui escono saggi, e ricostruzioni a metà strada tra il profilo intellettuale e biografico. Bella e documentatissima quella che Marco Filoni gli ha dedicato (II filosofo della domenica, edito da Bollati Boringhieri, pagg. 259, euro 19). Sia de L'ateismo (curato da Elettra Stimilli e Marco Filoni, tradotto dal russo da Claudia Zonghetti, edizioni Quodlibet, pagg. 182, euro 22) che de Il filosofo della domenica, ne parleranno stasera alle 18 nella libreria romana di Bibli Roberto Esposito, Giacomo Marramao, insieme ai curatori.
Per tutta la vita quest'uomo raffinato e oziosamente determinato a convincere i suoi uditori che davanti avevano semplicemente la reincarnazione dell'ultimo grande hegeliano, cercò nella paradossalità la forma più efficace del suo pensiero. Qualunque gesto, ipotesi, scelta, ossessione, risultato marciava sotto le insegne del paradosso. Paradossale, infatti, che si paragonasse a Dio, che considerava, come ci ricorda Filoni, un collega. Paradossale che da quel grande incantatore filosofico di serpenti che si era dimostrato, avesse chiuso con le Università, le Écoles, i Collèges, le Accademie e si fosse dato alla grigia arte del funzionariato statale. Paradossale che egli fosse uno stalinista al servizio della democrazia. Paradossale che avesse scritto di fisica quantistica per parlare dì religione. Paradossale che avesse sentenziato che la storia (quell'impasto di violenza e politica, di nazione e impero) era finita. Paradossale che un uomo mondanamente raffinato - come poteva esserlo un russo della buona borghesia postzarista - avesse preferito vivere nel sobborgo di Vanves piuttosto che nella scintillante Parigi. Ma questo era Kojève: uno che se ne infischiava delle conclusioni comuni. Un sofista allenatissimo a smontare le ovvietà del pensiero.
C'è una foto che risale alla metà degli anni Venti e che lo ritrae come parte di un singolare e affascinante terzetto. Kojève è seduto a una tavola imbandita insieme all'amante, Cecile Leonidovda Soutak e allo zio, il pittore Vasilij Kandinskij. Sopra alla tovaglia bianca si vedono tra l'altro bicchieri, piatti, una bottiglia di Champagne. Cecile è protesa verso l'aristocratica figura di Kandinskij che sembra intenzionato ad accogliere le confidenze della donna, la quale trattiene un braccio sulle spalle di Kojève che, leggermente chino, sta bevendo, forse della birra. La mano che gli sfiora la nuca è in quel momento il solo serio legame tra il filosofo e gli altri due. Per il resto, concentrato com'è sulla coppa, appare estraneo alla conversazione e agli sguardi incrociati della donna e dello zio. Non è solo una scena colma di artificio cinematografico. Nella quale ci si poteva imbattere nella Berlino del 1925. Non è solo un perfetto fotogramma di un possibile Harold Lloyd mentre prepara la gag dello Champagne versandoselo sulla camicia. È che quella foto ci mostra esattamente il modo di Kojève di stare contemporaneamente dentro e fuori dalla piena vita. Ne è ai margini per meglio conoscerne i segreti del centro.
E anche questo in fondo era uno dei tanti paradossi che amava interpretare: essere invisibile, come del resto era Dio.
Per questo russo cresciuto con il pane dell'apocalisse (assai efficace la ricostruzione che ne fa Filoni), Dio diventò un'ossessione talmente forte da rovesciarsi paradossalmente nel suo contrario, cioè in una forma di radicale ateismo. Al tema in questione Kojève dedicò un testo del 1931. La posizione del giovane filosofo, che da qualche anno si era trasferito a Parigi, è netta: «Per l'ateo non esiste nulla al di fuori del mondo». Per il teista, figura che si contrappone in un certo senso all'ateo, «Dio è solamente un qualcosa, ma è un qualcosa "d'altro" dall'“uomo nel mondo”». Il guaio, osserva Kojève, è che il teista non riesce a dimostrare che cosa sia questo “altro” senza in qualche modo riportarlo alla datità del nostro mondo. L'ateo, insomma, avrebbe la meglio se non fosse che anche nel suo ragionamento si nasconde il paradosso. Se non esiste nulla al di fuori del mondo è in quel "nulla" che si dovrebbe collocare Dio. «E il nulla non può essere dato, ma noi ne parliamo, foss'anche solo per dire che non se ne può parlare». Questo paradosso non è specifico del ragionamento dell'ateo. Tanto è vero, che in un testo del 1929 di Heidegger, Che cos'è la metafisica, che Kojève ha letto e apprezzato, viene posta la questione filosofica fondamentale (come rileva opportunamente Elettra Stimilli nella postfazione) del problema del negativo, ovvero della creazione del nulla.
Non è il caso qui di addentrarci in sottigliezze concettuali. Il testo sull’ ateismo precede dl due anni il corso sulla Fenomenologia dello Spirito di Hegel dove verrà riaffermata con forza l'idea che l'intero sistema filosofico messo in piedi da Hegel è ateo. Sono molti i punti di contatto fra lo scritto del 1931 e l'Introduction à la lecture de Hegel, che vedrà la luce grazie alla cura dì Queneau nel 1947. Basti pensare alla ripresa dei temi dell'angoscia e della paura della morte per coglierne la continuità di pensiero. Ma è soprattutto nella declinazione del concetto di "desiderio" non già o non semplicemente come desiderio di qualcosa ma soprattutto come “desiderio del desiderio" che si individua lo stretto nesso tra il desiderio come assenza e il nulla da cui esso ha origine.
Kojève immaginò che l'ateismo non fosse la pura e semplice banalizzazione della questione divina, ma la sua più complessa realizzazione filosofica. Non parlava da laico, ma da teologo senza Dio. E tuttavia ossessionato dal suo fantasma. Ma se fosse stata solo l'ossessione a guidarne il pensiero ci troveremmo davanti a un caso di rilevanza psichiatrica La verità, è che nella testa di questo filosofo, che finì col preferire le geishe alle signore parigine, c'era l'ambizione di ricollocare l'uomo nel mondo senza più quelle scissioni, tragedie, lacerazioni che l'idea stessa di Dio gli provocava. Ambiva a una “vita piena", che oggi, con qualche azzardo, chiameremmo "post-umana", dove il dolore e la pesantezza sono soppiantati dall'ironia e dalla saggezza.
Anche l'ateismo ci conduce a Dio
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 25-05-2008
Con Dio dalla sua parte, seduto fianco a fianco al suo tavolo di lavoro in qualità di «collega», Alexandre Kojève aveva analizzato le pagine di Hegel con scrupolo di un’interpretazione religiosa. Aveva letto i teologi russi attratto dal loro fervido spiritualismo. O retto proficuamente il confronto con i pensatori gesuiti e cattolici. L’ateismo che, 29enne, nel 1931 aveva indicato all’uomo quale via per raggiungere il primo posto nel mondo e il ruolo di protagonista del pensiero, non corrisponde a una liquidazione dell’istanza religiosa. Uscito nel ’98, trent’anni dopo la morte dell’autore, brillantemente curato ora da Marco Filoni ed Elettra Stimilli per Quodlibet (pagg. 182, euro 22) lo scritto attesta che l’uomo kojèviano, moderno, laico e libero, è inammissibile senza ammettere l’esistenza di Dio.
L'esperienza vissuta della libertŕ nell’assenza di Dio
Roberto Ciccarelli «Il Manifesto» 03-08-2008

«Questo libro è solo l’abbozzo di una mia fantasia, non è definitivo e per questo non va pubblicato». Posizionata in una nota alla fine di un’opera che avrebbe dovuto essere il primo capitolo di un’opera mai più sviluppata, questa avvertenza di Alexandre Kojève a L’Ateismo avrebbe potuto scoraggiare ogni operazione editoriale. Così non è stato, come accade per i lasciti ingenti di filosofi, spesso e volentieri più ampi delle opere pubblicate in vita. Pensatore di ambizioni sistematiche, al punto da aspirare al sogno impossibile di un «sistema del sapere» sul modello delle grandi filosofie da Platone a Hegel, Kojève ha affidato a questo testo giovanile, scritto a ventinove anni nel 1931, e già pubblicato in Francia una decina d’anni fa, molti dei temi di quella che diventerà, nel corso degli anni successivi, la sua proposta di «religione atea». A ragione, Marco Filoni e Elettra Stimilli, i curatori di questa edizione italiana, hanno riproposto il flusso magmatico del testo così come è stato redatto dal suo autore, senza capitoli né paragrafi, per sottolinearne la duplice importanza.

Da un lato, l’ateismo pone le basi dell’antropologia kojèviana: l’uomo è cosciente che dopo la sua morte non ci sarà più niente e quindi è libero di vivere la propria vita. Dall’altro lato, questa posizione rivela un paradosso: se al di là del mondo c’è il «nulla», allora questo «nulla» esiste, in altre parole è un «fatto»: insomma l’uomo fa esperienza di quel «nulla» che è pur sempre il Dio che vuole negare. Non è dunque un caso che il giovane Kojève abbia abbozzato una «religione atea», essendo partito dall’idea che tutti gli uomini fanno esperienza della religione, anche se non tutti identificano tale esperienza nel culto di una divinità. È piuttosto la certezza di un’assenza, quella di Dio, a permettere loro di essere «uomini», e vivere di conseguenza, liberamente.

L’ateismo diventa così l’esperienza antropologica fondamentale a partire dalla quale l’uomo si distingue dall’animale. Letta così, questa prova kojèviana è paragonabile alle più mature riflessioni sul tema che Martin Heidegger aveva sviluppato nel 1929 nella sua celebre conferenza Che cos’è metafisica? La formula, suggestiva, di una «antropologia atea» verrà in seguito applicata da Kojève anche alla sua interpretazione della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, a partire dalla quale, tra il 1933 e il 1939, ha tenuto una serie di seminari che hanno influenzato un’intera generazione intellettuale, da Sartre a Lacan. Al termine di questo grande affresco, c’è da chiedersi se L’ateismo non ponga questioni anche a chi non condivide i dettami della teologia secolarizzata di Hegel, della quale Kojève è l’araldo.

Oggi, infatti, il problema di Dio non è più filosoficamente rilevante, se affrontato a partire dalla domanda sulla sua esistenza. In questo, non c’è dubbio che Kojève abbia incarnato lo spirito filosofico contemporaneo. Solo che la sua idea «paradossale» di ateismo, che associa l’esercizio della libertà alla meditazione sulla mortalità dell’uomo, altro non fa che depotenziare la libertà che tuttavia invoca, vincolandola ad un destino che sancisce la neutralizzazione della vita umana nei dispositivi di uno stato globalizzato, inquietante e totalitario.

Perorando la «fattualità» del nulla, questo ateismo sancisce anche l’insuperabile nullità dell’esistenza. Piuttosto che annichilire la vita con questa cieca, quanto forse inconsapevole, determinazione, al pensiero toccherebbe invece potenziarla. Il Novecento non è stato solo il secolo di aspiranti teologi. Forse sarebbe il caso di ricordarlo.

2008
Quaderni Quodlibet
160x225
ISBN 9788874621705
pp. 192
€ 22,00 (sconto 15%)
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