Gianvittorio Randaccio «Il Re-Censore» 31-08-2008
Concita De Gregorio «La Repubblica» 03-04-2008
Sebastiano Triulzi «Alias-il manifesto» 24-05-2008
Giulia Borghese «Io donna del Corriere della Sera» 10-05-2008
GV «Internazionale» 20-06-2008
Paolo Pegoraro «Letture» 01-02-2009
Racconti di pensieri in pieno svolgimento
Gianvittorio Randaccio «Il Re-Censore» 31-08-2008
La scrittura che si sente nelle orecchie
Un romanzo è un po’ come una persona. Un persona tutta intera, nella sua totalità, con le braccia, le gambe, la testa, il cuore, i piedi e tutto il resto. È composto da tanti elementi, ognuno importante a modo suo, e mette in difficoltà chi lo scrive, perché non è facile mettersi lì e tirare fuori una persona perfetta, con tutte le parti del corpo belle affusolate, e che magari sia anche intelligente, simpatica e a modo. C’è sempre qualcosa che sfugge: che so, il sedere un po’ troppo grosso, il naso lungo, o magari un carattere un po’ nervoso, che allontana le persone se uno si fa prendere troppo la mano. Il romanzo è un’insieme di così tanti elementi che è facile che venga il mal di testa, sia a chi lo vuole scrivere, sia a chi lo vuole leggere.
Il racconto, invece, è una cosa più raccolta, definita. Non è per forza una persona tutta intera, può essere anche solo una parte ben precisa. Non che sia a priori più facile e tranquillo di un romanzo, ma sicuramente è più rilassante pensare di dover scrivere solo un braccio, o un piede, invece che una persona tutta intera. Puoi permetterti di fare un gomito bellissimo, senza pensare a tutto il resto del corpo, oppure due occhi da favola, senza essere distratto dal ginocchio o dalla caviglia. Il racconto è una cosa breve, concisa, e quando viene bene dà una tale soddisfazione che uno si chiede perché debba perdere del tempo a scrivere quattrocento pagine di romanzo, se ne basta anche solo qualcuna per essere così contento.
Sulle tristezze e i ragionamenti è un libro di Ugo Cornia. Esce per una collana bellissima e bianchissima della Quodlibet ed è un libro di racconti, di cose scritte qua e là e riunite per l’occasione. Cornia ha scritto anche dei romanzi, prima, anche se sono dei romanzi un po’ particolari perché hanno poco l’aria delle persone tutte intere, e più quella dei raccontoni, dei pezzi di corpo che si estendono a dismisura, come delle braccia gigantesche o dei capelli così lunghi che va a finire che ci inciampi dentro. I pezzi di corpo che sono qui dentro sono più piccoli del solito e arrivano dalle ispirazioni più diverse: si parla di denti, di trapianti di teste, di cinghiali, pescando in un’immaginario molto personale e raccontandoci le cose con il modo tipico tra cervello e pancia a cui Cornia ci ha abituato. Un cicalio continuo di pensieri e ipotesi, che parlano di cose strane e nello stesso tempo normalissime, che ti sembra di sentirle ronzare continuamente nelle orecchie, come una voce che legge piano nell’orecchio, in maniera lenta ma continua. Tanto che alla fine sembra quasi anche a te di parlare e di ragionare in questo modo strano e normalissimo contemporaneamente.
In Sulle tristezze e ragionamenti si vede proprio che Cornia non si è preoccupato nemmeno per un momento di pensare a un romanzo: per cui troviamo delle gran belle chiappe, delle orecchie disegnate perfettamente, delle gambe affusolate e snelle; dei gran pezzi di corpo che non hanno bisogno di perdersi in qualche persona un po’ sgraziata. Ogni tanto si vede qualche pancia un po’ gonfia o un piede piatto, o un’unghia incarnita, ma la cosa non dà molto fastidio: sentire questa voce che legge piano nell’orecchio è bello qualunque sia la parte del corpo che racconta.

L'amore somiglia a un attaccapanni
Concita De Gregorio «La Repubblica» 03-04-2008
Un curioso effetto collaterale dei libri di Ugo Cornia è che dopo averne finito di leggere uno ti viene voglia per un tempo che varia da persona a persona ma io direi almeno mezz’ora che non è né tanto né poco di parlare come lui, di scrivere come lui soprattutto di pensare come lui, in quel modo disarmante e ininterrotto infantile e disperato che alla fine ti sembra che non usi nemmeno le virgole invece le usa e c’è qualcosa insomma in questo modo di descrivere le cose che rende il racconto di uno che non trova il parcheggio in un ipermercato la verità filosofica più alta sulla nostra vita mai sentita da molto tempo in qua, proprio una verità definitiva anche se non sai bene ancora quale. Ci sono quelli che lo trovano irritante e quelli che dicono meraviglioso come succede a tutte le cose che non stanno a bagnomaria nel tiepido e anche a me leggendolo è successo di dire bè insomma e certe altre accidenti che genio specie quando si mette a parlare di tristezze che poi è il titolo del libro Sulle tristezze e i ragionamenti e dice che è una questione che andrebbe discussa a livello nazionale se uno ha il diritto di tenere le proprie tristezze per sé perché la propria tristezza va tutelata con amore che già c’è tutta quella luce d’estate che si infila dappertutto si infiltra nell’umore e addio tristezza.
Più di tutto però mi è piaciuto quando spiega che l’amore è come un attaccapanni che l’innamoramento per la persona da cui corri e ci scopi tre volte al giorno in realtà non è amore per quella persona che noi non sappiamo nemmeno chi è solo che la riempiamo con tutti i nostri desideri e quindi in realtà non siamo innamorati di lei ma dei nostri desideri. Invece la persona che ami che è magari la madre dei tuoi figli e ci sei abituato a volere il suo bene e magari entri in casa e non ti accorgi che c’è e se gli chiedi di farti tre pompini di fila ti dice sempre al massimo uno ma proprio se ti va di lusso ecco quella persona è come un attaccapanni che ti accorgi che non c’è se appendi il cappotto e ti casca per terra e dici oddio l’attaccapanni.

Sragionamenti emiliani
Sebastiano Triulzi «Alias-il manifesto» 24-05-2008
Ognuno dei diciotto pezzi che compongono “Sulle tristezze e i ragionamenti”, l’ultimo libro di Ugo Cornia (pp.128, € 12,00) pubblicato da Quodlibet in una nuova collana, “Compagnia Extra”, curata da Jean Talon e Ermanno Cavazzoni, sembra intento a declinare, chi più chi meno, il titolo stesso.
E’ infatti intorno alla questione della tristezza e al suo rapporto di fiducia e dipendenza con il pensiero, soprattutto con il pensiero creativo, che girano questi brevi lacerti, queste parti o frattaglie assolutamente disorganiche che sono come piccoli saggi della geografia culturale ed umana dell’autore. I brani partono spesso da aneddoti banali o più propriamente autobiografici – una gita al centro commerciale, l’incontro con un cinghiale addomesticato – per poi perdersi nelle volute, nelle acrobazie della riflessione, aiutati da inversioni sintattiche e ripetizioni, dall’uso del parlato e di residui dialettali.
Questi racconti sono come delle piccole nugae, delle bazzecole composte da un io che prende spunto da un evento e lo fa delirare, spingendolo fino al parossismo, che circumnaviga i propri territori, con una propensione per certi elementi periferici non solamente mentale. Come non sembra voler uscire dai propri ragionamenti, Cornia non oltrepassa mai i suoi luoghi natii, muovendosi lungo la via Emilia, inotnro alle frazioni di Modena e Ferrara, comunque non oltre la pedemontana, e riferendosi sempre a una comunità di parlanti locali.
Nei sui primi quattro libri - Sulla felicità a oltranza, Quasi amore, Roma e Pratiche del disgusto – tutti usciti per Sellerio, questo allievo di Cavazzoni e Celati (classe 1965) ha voluto tracciare i punti chiave dell’esistenza, affrontando di pari passo il tema della Morte, dell’Amore, del Lavoro, dell’Amicizia, sempre mediante una vena satirica a surreale, o come agli esponenti del filone emiliano piace definirla, del parlare stralunato, in grado di delegittimare la parola alta, letteraria, contrapponendogli una comicità leggera e un po’ ingenua.
Con Sulle tristezze e i ragionamenti il discorso di Cornia – tranne quando esula dal monologo interiore passando alla terza persona e finendo con l’apparire poco credibile – percorre, legandole tra loro, figure e immagini dell’endiadi tristezza/allegria: là dove la prima, col suo essere soggetta a incontri casuali e a cambiamenti continui, è qualcosa di molto ricco, come un varco in cui si può rivelare il pensiero, e dunque dar vita alla seconda.
Ciascun sragionamento conserva un fondo di malinconia, riflesso su uno specchio autenticamente emiliano, e più che pesare come un macigno, la tristezza vive in stretta relazione con l’allegria – chiaro è qui il tentativo di allegorizzare queste due facce “perfettamente incollabili”, come dice Cornia. E’ dunque nell’andamento digressivo, nei deliri sbalestrati e manganelliani che è possibile per Cornia la presa diretta con un io insolito e singolare, resistente, la registrazione di una vita un po’ traballante, cioè di “questa cosa che sta in bilico alla meglio perché c’è dentro un po’ di tutto, e che a un certo punto diventa uno sfacelo e si rompe (…) e ci sembra abbia una sua armonia incredibile”.

"Sulle tristezze e i ragionamenti". Scelto da G. Borghese
Giulia Borghese «Io donna del Corriere della Sera» 10-05-2008
Lo scrittore modenese con queste sue pagine di grande divertimento sulla nostra vita quotidiana inaugura la nuova collana di narrativa Compagnia Extra.
Singolare il risvolto di copertina firmato da Ermanno Cavazzoni che traccia un ritrattino irresistibile dell’autore. I racconti di questa raccolta sono divagazioni: da un tentativo di parcheggio davanti al “giga mega supermercato” di periferia dove si dice che si vandano i Levi’s con lo sconto, al dentista maniaco che ordina sei lavaggi al giorno, allo strano sogno di un trapianto di testa e alle sue pazzesche conseguenze…UNA RISATA VI RISOLLEVERA’
Narrativa. Sulle tristeze e i ragionamenti
GV «Internazionale» 20-06-2008
Una quindicina di prose brevi dove “si racconta e si sragiona”, in bilico tra la confessione, il bozzetto autobiografico, il racconto filosofico, il personal essay, il trattatello di moralità “minima”.
L’inclassificabile libretto del filosofo modenese Ugo Cornia contiene divagazioni surreali sui trapianti di testa, sull’illogicità della riproduzione sessuata, sulla fenomenologia dei baci con lo schiocco e sulla storia del cinghiale.
Un inventario dall’apparenza delirante, tenuto assieme e reso quasi plausibile da uno sguardo penetrante e singolarissimo sul mondo.
Vita, morte e altri miracoli
Paolo Pegoraro «Letture» 01-02-2009
Dopo tre titoli con Sellerio, Ugo Cornia presenta un interessante zibaldoncino comico-surreale per Quodlibet e, per Feltrinelli, un'antologia di episodi altrettanto particolari ripescati dalla propria mitologia familiare. Pagine di fatalismo sorridente, strampalate e stralunate, dove tornano con sorprendente insistenza i temi della morte e dell'aldilà. Non a caso Sulle tristezze si apre con la programmatica citazione: «Soffrirò... morirò... ma intanto sole, vento, vino, trallallà». Ed è proprio l'idea della vita come grande divagazione - una parentesi dentro a niente - a forgiare prima di tutto lo stile: un saltabeccare da un episodio all'altro, fiutando sensazioni, imboccando sentieri e scorciatoie, scivolando da un argomento all'altro. Cornia si diverte a sragionare, a ingigantire dettagli, a dubitare delle cose più quotidiane (le abitudini) e a dare per scontatele grandi questioni (è «ovvio» che l'esistente è venuto su alla buona; che tutto si decompone e sparisce; che Dio abbia una «giusta ripugnanza» per i corpi). Ed è da questo sfasamento che nasce il suo tono sconcerto e spaesato, un permanente sguardo perplesso su un mondo che, nonostante la sua "ragionevole" ovvietà, contiene un numero spropositato di stranezze che pungolano lo scrittore: superstizioni che si avverano, storie che hanno una morale incomprensibile, miracoli poco visibili...
A cosa credere? E soprattutto: cosa attende, in conclusione, questo strano esperimento chiamato vita? Sulle tristezze torna per ben quattro volte a immaginare l'aldilà: e descrive situazioni limbiche, veri sheol dove la consunzione eterna rende le persone ombre inaridite dalla noia; situazioni che possono benissimo verificarsi già prima dell'estremo trapasso. Ma che ne è del sole, del vento, del vino, dei trallallà? Uno sbuffo di polvere senza memoria. Forse, allora, bisogna amare molto di più la vita per poter desiderare che essa duri per sempre. E perché la propria immaginazione possa ampliarsi oltre l'immaginabile, ospitando entro i propri confini la speranza dell’infinito.
