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Poesie ultime e prime
Poesie ultime e prime è il terzo volume di Michele Ranchetti (1925-2008) dopo La mente musicale (1988) e Verbale (2001). L'autore lo ha predisposto in dettaglio tra l'estate e l'autunno 2007, pochi mesi prima dell'improvvisa scomparsa, il 2 febbraio. "Tra il silenzio imminente e la parola che trema per la mia voce si distinguono voci diverse dalla mia secondo il tempo che le incrocia e le abbatte come forme prive di senso."
Recensioni
Paolo Di Stefano «Corriere della Sera» 17-05-2008
Luca Lenzini «"Il Ponte"» 01-09-2009
Ranchetti, il poeta dell'inquietudine nel segno di Freud
Paolo Di Stefano «Corriere della Sera» 17-05-2008
Michele Ranchetti è stato un intellettuale insolito se non unico. Ha spaziato in campi molto diversi: è stato storico della Chiesa (ha insegnato nell’Università di Firenze dopo essere stato assistente di Delio Cantimori), studioso di psicoanalisi, di filosofia, poeta, pittore, traduttore, consulente editoriale (per Feltrinelli, Adelphi e Boringhieri) dopo essere stato segretario di Adriano Olivetti tra il '49 e il ’52 e direttore delle Librerie Feltrinelli. I suoi interessi molteplici, il suo itinerario non convenzionale, le sue posizioni scomode (specie nei confronti della gerarchia ecclesiastica), il suo carattere per nulla accomodante l’hanno un pò relegato nelle zone d’ombra della cultura italiana. Ma lui non se ne preoccupava molto e aveva deciso di starsene appartato nella sua grande casa fiorentina, pur senza arrendersi alla circostante decadenza culturale, politica e del gusto. Ranchetti è morto, a 83 anni, nel febbraio scorso, ma ci ha lasciato una terza raccolta di versi (Poesie ultime e prime), che esce ora, postuma, nella collana Quodlibet, «Verbariurn», che lui stesso aveva pensato e diretto (dopo la raccolta di scritti di Renato Solmi, il progetto proseguirà con i testi che Banchetti aveva già messo in programma: le conversazioni di Ivan Illach su Vangelo e Occidente, i saggi e le conferenze di Stefano Mistura). Personalità proteiforme, non classificabile entro categorie disciplinari precostituite, ha curato edizioni di Wittgenstein, Celan, Rilke, Benjamin, e per i Meridiani ha diretto l’edizione della Bibbia di Diodati. Per Bollati Boringhieri negli ultimi anni Ranchetti si è occupato dei Testi e contesti di Freud, due volumi che gli hanno procurato qualche dispiacere, cui si è aggiunto il definitivo ritiro dal commercio, in seguito a una querelle legale con Renata Colorni, coordinatrice delle prime traduzioni italiane del padre della psicoanalisi. Il travaglio di quella vicenda è stato raccontato bene dall’amica Anna Ruchat sul «Diario», il quindicinale di Deaglio, cui ha risposto Renata Colorni. Se Ranchetti ha avuto il torto di rivedere senza avvertenza le traduzioni vulgate su cui si fondava, qualcuna avrebbe però dovuto riconoscergli di avere letto in una nuova luce le opere freudiane mettendole in relazione con vasti materiali di allievi, collaboratori, amici e nemici in modo da ricostruire movimenti e contesti contemporanei. Ranchetti ha condiviso il suo destino di isolato con uno dei suoi maestri, Felice Balbo, redattore dell’Einaudi al tempo di Pavese, di Pintor e di Leone Ginzburg. Filosofo cattolico del quale Ranchetti ha ammirato, sia pure rinunciando a una militanza vera e propria, l’idea di una convivenza tra cattolicesimo e comunismo. Ranchetti si definiva un poeta. Non perché il resto della sua attività gli sembrasse secondario, ma perché probabilmente sentiva che la poesia riassumeva in sé, distillandole, le varie componenti del suo spirito inquieto. Prima tra tutte l'insofferenza, da cristiano, verso un'istituzione cattolica che, diceva, era diventata totalitaria dall'ottocento, cioè invasiva anche sul piano etico e comportamentale. E rincarava la dose quando pensava alla Chiesa di oggi, dove vedeva «i segni più chiari della decadenza religiosa». Un'insofferenza illustrata in un saggio di esemplare chiarezza come Non c'è più religione (Garzanti, 2003), dove sosteneva tra l'altro che nella Chiesa visibile di Wojtyla (tutta portata a manifestazioni di consenso spettacolare) «l'unica virtù che può forse recuperare un senso religioso alla vita è la disobbedienza "cieca e assoluta"». Quelli che considerava gli «ultimi preti», come Turoldo, Camillo de Piaz o Balducci, hanno colto il «pervertimento» della Chiesa predicando contro i falsi valori, ma senza tracimare nella disobbedienza: testimoni di una fede vissuta dall’interno delle strutture più che fautori di una proposta alternativa. Gli interrogativi di Ranchetti sulla fede e sulla divinità religiosa lo hanno condotto, direttamente o meno, verso la filosofia (Wittgenstein) e la psicoanalisi (fu tra i primi a lavorare con Musatti alla traduzione di Freud): «La ricerca di Freud è il tentativo più radicalmente antireligioso che io abbia incontrato nella mia vita», ha detto in una bella intervista rilasciata a Ennio Abate. « E’ un’interrogazione precisa di tutti i presupposti religiosi nell’ipotesi di ricondurli ad altre fonti». Di questo complesso intreccio di esperienze intellettuali sono intessute le poesie, ma senza darlo a vedere troppo. Poche, per la verità, e di una coerenza assoluta nelle tre sole raccolte: La mente musicale (1988), Verbale (2001) e ora, appunto, Poesie ultime e prime. «Momenti di un giro a vuoto mentale», definiva Banchetti il primo sobrio fascio di componimenti, scritti nel corso di cinquant’anni. Formula che potrebbe funzionare anche per questa serie postuma, dove il senso della fine convive con quello dell’inizio fin dal titolo. E infatti l’io poetante trapassa di continuo dalla vita alla morte e viceversa («Credevi accompagnarmi da vita a morte / ora da morte a vita») come fossero due mondi interscambiabili: anzi l'aldilà contiene l'al di qua, il presente è già futuro: «presente fuori dal tempo delle membra», presente «senz'ombra di presente». E’ una poesia religiosa, ma di religioso inquieto, depurato di ogni confessione o fede riconoscibile (il me di Ranchetti è stato spesso accostato a quello di Clemente Rebora). Basta leggere versi come questi: «La vittoria ascesa / verso l' assenza / di ogni e ogni forma / di conoscenza per essere / solo di acceso / amore per la luce». Dove si avverte il paradosso di un intelletto che nel corso della sua esistenza ha aspirato alla conoscenza per conquistare infine l’accecante felicità del nulla (di conoscenza): perché in realtà «solo la morte interviene a conoscere». Poesia filosofica dista dai toni solenni della poesia filosofica, anzi con felicissimi squarci autobiografici, come nella bellissima: «Quanto, diceva mio padre, mi dovrete / rimpiangere, quando sarò morto. Non è stato così, ma è stata / una corsa a raggiungerlo / tra mio fratello e me (...)». I versi di Ranchetti, sostenuti da un tono colloquiale tenace e mai dimesso, ruminano pensieri, emozioni e visioni anche pittoriche («Tra le due ante il cielo»), illuminandosi di rime interne quasi impercettibili, che regalano però il sapore di una musicalità profonda. Una musicalità increspata da piccole vertigini sintattiche, da lievi contorsioni del senso che segnalano, in una pace interiore apparentemente raggiunta, un che di non pacificato una volta per tutte: «All'aprirsi del giorno non sai / se la luce più ti riguarda». Come il tremolio di una nostalgia di vita.

Tracce di Ranchetti
Luca Lenzini «"Il Ponte"» 01-09-2009
In una bella intervista autobiografica[1] realizzata nel 2005, Michele Ranchetti (scomparso il 2 febbraio 2008) parla dei suoi scritti come di un insieme «senza capo né coda»; e poi, in chiusa, accennando alla sua produzione di poeta[2], ne mette in rilievo il carattere di esperimento privato, senza un alveo di riferimento, allotrio (e quasi spurio) rispetto al contesto in cui si trova e nel quale, perciò, è destinato a non lasciare traccia. Del resto, aggiunge Ranchetti, come può lasciare delle tracce «chi non è, lui stesso, una traccia?» In queste dichiarazioni si potrebbe soltanto leggere una forma di understatement, in linea con altre posture che occorrono nelle poche occasioni in cui questo intellettuale davvero poliedrico[3] parla di sé: un’attenuazione e un naturale riserbo che non sono solo dell’individuo, ma fanno parte di una cultura, della formazione propria di quel che un tempo si sarebbe definita la “classe” di appartenenza. Tuttavia, è un fatto che la posizione di outsider di Ranchetti trova riscontro in numerosi elementi della sua attività (in primis l’orizzonte cosmopolita di questa), e non meraviglia perciò il tratto ostile che è dato avvertire non tanto nelle repliche esplicite ai suoi lavori, quanto nel silenzio che più spesso li ha accolti, e in cui si manifesta un “fin de non recevoir” per le provocazioni di un dilettante, sorta d’incursore che invade i campi degli “addetti”, siano essi gli autorizzati esegeti della Chiesa e dei suoi testi, filosofi specializzati nell’ermeneutica di Wittgenstein o Heidegger, oppure il plotone dei freudiani autonominatisi ortodossi (questi ultimi tra i più ringhiosi, essendo casta non solo accademica ma professionale). Si sa che nella diffidenza e nel gesto che tiene a distanza, sprezzandolo, il “dilettante” è implicito il timore di vedere insidiata una auctoritas alla cui costruzione non è estranea l’autocensura né l’umiliazione propria di chi, per esercitare un qualche potere, ha dovuto a sua volta inchinarsi ai potenti: il che, per l’appunto, è quanto di più lontano si possa immaginare dalla personalità di Ranchetti. In conclusione allo scritto che introduce la raccolta di saggi Non c’è più religione (del 2003) si legge: «… Di fronte a queste autorità religiose e civili l’unica virtù che può forse recuperare un senso religioso alla vita, se mai un senso religioso fosse necessario, e non è affatto detto, è la disobbedienza “cieca e assoluta” perinde ac cadaver. Letteralmente.[4]». Letteralmente: infatti la disobbedienza di Ranchetti è stata radicale ed esercitata fino alla fine dei suoi giorni. Ma sarà vero che il suo lavoro è senza capo né coda, e destinato a non lasciar traccia? L’apparente disorganicità ed eterogeneità dell’opera di Ranchetti, il suo disperdersi per innumerevoli direttrici senza perseguire un termine di sintesi, hanno a che fare, da una parte, con un pensiero sempre in movimento, in cui tende a prevalere il momento demistificante nei confronti delle idées reçues e che privilegia come forma espressiva il frammento; dall’altra, e in prospettiva dialettica, con un atteggiamento intellettuale e critico che non evita affatto di confrontarsi con i grandi temi di fondo, anzi con i fondamenti stessi della cultura del proprio tempo. L’uno e l’altro aspetto del suo operare sono ben testimoniati dall’edizione degli Scritti diversi, curata da Fabio Milana e pubblicata tra il 1999 e il 2000[5]; ma se questi costituiscono l’espressione per così dire diretta della molteplice ricerca di Ranchetti, che preferisce intervenire con brevi sortite dall’ombra, e quasi a margine (non di rado polemicamente) ad altrui proposte, è forse nella sua attività di “editore” che si scorge meglio quell’orizzonte aperto, totalizzante, cosmopolita a cui accennavo ora. Mi riferisco, naturalmente, al contributo – decisivo ben più di quanto risulti “ufficialmente” – alle Opere di Freud edite da Boringhieri, all’attenzione costante per Wittgenstein, che pure mirava alla ricostruzione di una opera omnia svincolata dalle forzature degli allievi, nonché alla magistrale curatela (insieme a Gianfranco Bonola) di Sul concetto di storia di Walter Benjamin[6], forse il suo capolavoro in quest’ambito; ma anche ad altro. C’è un’altra impresa da ricordare (almeno), purtroppo interrotta dalla morte: la collana “Verbarium” (edita da Quodlibet), che tra il 2007 ed oggi ha visto la pubblicazione di nove titoli, tutti di primissimo ordine, per realizzare i quali Ranchetti aveva convocato i collaboratori (ed amici) più fidati. Ecco il catalogo: Ludwig Wittgenstein, Lecture on Ethics, eds. Edoardo Zamuner, E. Valentina Di Lascio, David Levy, with notes by Ilse Somavilla (2007); Terrore al servizio di dio. La Guida spirituale degli attentatori dell’11 settembre 2001, a cura di Hans G. Kippenberg e Tilman Seidensticker, ed. it. a cura di Pier Cesare Bori (2007); Marcello Massenzio, La Passione secondo l’Ebreo errante, prefazione di Michele Ranchetti (2007); Francesco Nappo, Poesie (1979-2007), introd. di Giorgio Agamben (2007); Renato Solmi, Autobiografia documentaria. Scritti 1950-2004 (2007); Michele Ranchetti, Poesie ultime e prime (2008); Stefano Mistura, La pazienza e l’imperfezione. Scritti 1969-2006 (2008); Ivan Illich, Pervertimento del Cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su vangelo, chiesa, modernità, a cura di Fabio Milana (2009); Step by Step. Contemporary Yiddish Poetry, eds. Elissa Bemporad e Margherita Pascucci (2009). Numerosi altri libri aveva programmato Ranchetti, ma già questa lista di uscite rende conto dello spessore della collana. Vi ritroviamo, come in una mappa e insieme una genealogia in atto, predilezioni, curiosità e orientamenti del curatore – la psicanalisi, la storia della religione, la poesia, la filosofia – e il segno di un’attenzione al presente che mobilita ingegni tanto rigorosi, quanto appartati: si colloca in questo quadro, di filologia ed ermeneutica applicate esemplarmente all’attualità, la versione italiana della Guida spirituale degli attentatori dell’11 settembre, che nelle mani di Pier Cesare Bori supera, per resa del testo e qualità complessiva, le corrispondenti edizioni tedesca e inglese. Ed accanto a Wittgenstein troviamo un altro libro straordinario: l’Autobiografia documentaria di Renato Solmi (compagno di scuola e amico per tutta la vita di Ranchetti), che restituisce la dimensione che spetta a questo intellettuale di assoluto spicco nel nostro Novecento, e non solo per il lavoro di traduttore e interprete di Benjamin, Adorno e Marcuse (e tanti altri), ma per le pagine dedicate ai movimenti pacifisti in America, ai problemi della scuola e dell’editoria. D’altro canto, per tornare al presente, la collana offre altresì l’occasione per scoprire un poeta autentico come Francesco Nappo; mentre è un vero testamento il libro che Cayley ha realizzato montando i brani di una sua lunga intervista a Ivan Illich, altro maestro il cui pensiero è in più punti solidale a quello di Ranchetti (in particolare nei confronti del ruolo negativo svolto dalla Chiesa nel “pervertimento”, come recita il titolo, del Cristianesimo). A chi passi in rassegna le collane dei sommi – si fa per dire - editori italiani, una che sappia stare all’altezza di “Verbarium” sarà difficile trovarla. Quest’impresa solitaria vuole anche essere, infatti, una sfida, e insieme una risposta alla débâcle dell’editoria in quanto progetto culturale. Finanziata grazie al lascito di Peter Yankl Conzen[7], persino nella scelta della carta e dei caratteri si allontana, intenzionalmente, dagli standard correnti; ma soprattutto, essa si offre al lettore come una preziosa lezione di libertà intellettuale: è ancora possibile, tra passato e presente, disseminare tracce di un sapere (e di un tempo) diverso, non arreso al peggio che ci circonda. Nell’Introduzione al Benjamin di Sul concetto di storia c’è un passo che lascia affiorare il senso del lavoro di Ranchetti, di cui “Verbarium” è l’esempio estremo: egli qui scriveva che la riproposizione delle “tesi” dello scrittore tedesco si fondava, per lui, nel presupposto che esse «suggerissero ancora intatta la necessità di una presa di coscienza che dia un senso all’accadere o al precipitare degli eventi e sappia riconoscere quel segno che, come per Benjamin, può indicare la presenza di un significato.[8]» Non diversamente, le tracce che la sua collana interrotta ci consegna stanno a indicare, con sobria eleganza, una costellazione da non perdere di vista mentre c’inoltriamo, sempre più, «in tempi in cui l’accelerazione dei mutamenti storici sembra produrre una deriva incapace di ogni interrogazione su qualsiasi ragione presieda la vita dei singoli.[9]»
[1] Rifiuto d’ordine a profitto del contesto. Michele Ranchetti si racconta (Firenze, 23 ottobre 2005), a cura dell’Associazione Michele Ranchetti, 2009. Il dvd sarà diffuso in allegato a «una città» ed all’ultimo volume degli scritti di Ranchetti (Edizioni di storia e letteratura) nel secondo anniversario della morte (febbraio 2010). [2] Sono due le raccolte pubblicate in vita: La mente musicale, Milano, Garzanti, 1988, e Verbale (ivi, 2001); ed una postuma: Poesie ultime e prime, Macerata, Quodlibet, 2008. [3] Significativo al riguardo il Festschrift Anima e paura. Studi in onore di Michele Ranchetti raccolti da Bruna Bocchini Camaiani e Anna Scattigno, Macerata, Quodlibet, 1998. [4] M. Ranchetti, Non c’è più religione. Istituzione e verità nel cattolicesimo italiano del Novecento, Milano, Garzanti, 2003, p. 14. [5] M. Ranchetti, Scritti diversi. I Etica del testo, Roma Edizioni di storia e letteratura, 1999 (si veda qui la bella Presentazione di Milana); Id., Scritti diversi. II Chiesa cattolica ed esperienza religiosa, ivi, 1999; id., Scritti diversi. III Lo spettro della psicanalisi, ivi, 2000. In precedenza Ranchetti aveva pubblicato (curatele e traduzioni escluse) Cultura e riforma religiosa nella storia del modernismo, Torino, Einaudi, 1963 (trad. inglese Oxford University Press, 1968), e Gli “ultimi preti”. Figure del cattolicesimo contemporaneo, San Domenico di Fiesole, Edizioni Cultura della pace, 1997. Una bibliografia essenziale degli scritti a cura di F. Milana è alle pp. 445-448 di Anima e paura cit. (in attesa di quella integrale e aggiornata per le Edizioni di storia e letteratura, prevista per l’inizio del 2010). [6] W. Benjamin, Sul concetto di storia, a cura di Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti, Torino, Einaudi, 1997. [7] Informa la nota in appendice ai libri: «egli era un fotografo, un disegnatore e uno scrittore. Ha viaggiato per tutta la vita, ritraendo l’umanità nascosta e dimenticata. Era un grande conoscitore dell’ebraico e dello yiddish, in cui ha scritto un romanzo e alcune poesie.» [8] M. Ranchetti, Introduzione a W.Benjamin, Sul concetto di storia cit., p. X (e vedi Walter Benjamin prima della fine, in Scritti diversi. I cit., p. 240).

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