Costumi degli italiani 1
Costumi degli italiani 1
Un eroe moderno

Con le avventure di Pucci e degli altri eroi pascolanti Celati ha ritrovato l'epoca eterna e dolorosa dei quindici anni. 

Costumi degli italiani. Una serie di racconti legati uno all'altro come nei telefilm a puntate, con personaggi e vicende che si intrecciano, in un arco di tempo che attraversa all'incirca gli anni del boom economico, quando tutti credevano di poter diventare ricchi e andare in paradiso sonza pagar pedaggio. Nel loro sviluppo a molte trame, questi racconti toccano gli aspetti più consueti dei costumi italiani: le vacanze marine, il calcio, le automobili, il fascismo, la famiglia piccolo-borghese, il sesso, la liceale che vuole che tutti siano innamorati di lei, la scuola per rampolli di buona famiglia, l'industriale Minosse detto «il Capitalista Eterno»; le raccomandazioni con cui le autorità chiesastiche si creano una clientela, le speculazioni edilizie, il riformista sostenuto dai preti contro i comunisti, la giovane Cornelia che scrive articoli di viaggi intorno al mondo senza essersi mai mossa dalla sua stanza, e il capo comunista Cianciughi, detto anche «Rapina». (Jean Talon)

Sommario: Vite di pascolanti; Un eroe moderno; Il bancario incanalato; Sogno della classe scolastica.

Recensioni 
Paolo Mauri «La Repubblica» 04-07-2008
Marco Belpoliti «L'Espresso» 10-07-2008
Andrea Cortellessa «La Stampa. TuttoLibri» 30-08-2008
 
Celati. Un mondo di strambi e di lunatici
Paolo Mauri «La Repubblica» 04-07-2008
Escono due volumi di racconti dedicati al «Costume degli italiani»: un viaggio nel tempo perduto dell’adolescenza con storie che si specchiano l’una nell’altra
 
Gianni Celati ha dato corpo ad un’impresa epica, ma lo ha fatto con l’aria e la nonchalance di chi si accinge ad un semplice esercizio come tanti. Dunque ecco qui due libretti, appena usciti dalla defilata ed elegante editrice maceratese Quodlibet, che recano un sopratitolo comume, “Costumi degli italiani” e poi un titoli ciascuno: Un eroe moderno (pagg. 132, euro 12) e Il benessere arriva in casa Pucci (pagg. 119, euro 12). Se ne annuncia un terzo, Vacanze marine, che arriverà a suo tempo. Giriamo intorno ai libretti (all’extratesto avrebbe detto Genette) e scopriamo che fanno parte di una collana, diretta da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon, che si chiama Compagnia Extra.
C’è, almeno credo, un’intenzione dietro a tutto ciò: dare luce a quella che potremmo chiamare la corrente ariostesca della nostra letteratura. (Corrente illustre, geograficamente attestata in Emilia, che lambisce anche il cinema: non è forse un ariostesco Fellini? E infatti uno dei volumetti, il primo della collana, è dedicato proprio a lui e al progetto irrealizzato del Viaggio di G. Mastoma). Celati sceglie un punto di vista molto personale e insieme molto aperto, il mondo dei suoi quindici anni: una collettività che qui in gran parte coincide con la comunità scolastica di cui faceva parte Celati stesso, che qui riveste due ruoli, quello del narratore e quello del personaggio, però mai protagonista.
Ora, si sa, gli ariosteschi prediligono gli strambi e i lunatici: gente che persegue un proprio ideale o anche soltanto una propria fissazione mentre la vita gli scorre intorno. Nei racconti di Celati ne troviamo tin bel campionario: Pucci e Bordignoni, per esempio, li sorprendiamo a pascolare per le vie della città (pascolanti ll definisce l’autore), la loro fissazione adolescenziale è naturalmente il sesso (più per il più grosso Bordignoni che non per l’apatico Pucci). A Bordignoni piacciono le donne pettorute e medita di assaltare la Bernigotti, loro docente di inglese. Secondo lui bastava presentarsi a casa e chiedere di fare lezione di inglese ed era fatta oppure giocare a farle il solletico, stenderla sul letto e godersela. Un giorno, sempre Bordignoni, vede una donna che passa in bicicletta e seduta stante se ne innamora. Che sorpresa scoprire, andando a far visita all’amico Pucci che si trattava della ancor giovane madre di quest’ultimo.
Nel secondo libro (Il benessere arriva in casa Pucci) sarà proprio lei, ancora prestante ma con qualche filo bianco, a cercare di risolvere i problemi della famiglia andando a far visita ad un monsignore. Il marito faceva l’ambulante: vendeva merce di scarto, con guadagni quasi mesistenti. E’, la sua, una evidente seduzione alla quale il monsignore non si sottrae: e possiamo tranquillamente aggiungere che la seduzione è appannaggio, in questi racconti, delle madri più o meno giovani o delle giovani spose, come Urania. Sono loro a reggere le sorti delle famiglie, ad esercitare un matriarcato di fatto, mentre gli uomini appaiono come dei solitari votati alla loro missione.
L’impiegato di banca Bacchini ha la vocazione dello scrivere, anche se i suoi niezzi espressivi scarseggiano. E’ un dilettante filosofo che cerca di indagare il rapporto tra il dentro e il fuori, la sostanza e l’apparenza. I suoi interlocutori non sono diversi da lui, ma lo stanno a sentire volentieri perché eretti al rango di giudici, di maestri. Bacchini scrive e quasi non si accorge che intorno a lui (alla banca in cui lavora) corrono gli affari sorvegliati dal direttore Palanca «il ferreo, pelato e ignorantissimo Palanca». E’ stato il padre di Celati a traviare Bacchini facendogli conoscere «gli stralunati eroi di Ludovico Ariosto. Di fronte alle strabilianti imprese di eroi tipo Orlando o Rodomonte o AStolfo (quello che vola a cavallo dell’ippogrifo sulla luna), cosa potevano interessargli i prestiti bancari? In lui era nato il vizio che assorbe ogni pensiero..».
La dichiarazione di appartenenza alla scuola ariostesca è dunque esplicita. Dopo la seduzione del sesso c’è quella della scrittura ed è seduzione forte, ma Celati, a questo proposito, ha in serbo una sorpresa, lo scrittore Tritone, Virgilio Tritone. Costui vive in campagna e pubblica libri di successo, molto lodati dalla locale comunità di intellettuali, tra cui il preside del liceo. Ma quando un ragazzo avanza un dubbio sulla sua opera ecco che l’idillio finisce e lo scrittore entra in crisi. Potrebbe, rimugina tra sé, aver scritto solo porcherie e nessuno glielo ha mai detto.
(In molti casi l’opera di Celati, e non dico qui solo del saggista delle Finzioni occidentali, sottintende una riflessione, sul narrare e sullo scrivere con un centro ideale nei Narratori delle pianure.) Alla seduzione della scrittura si affianca quella della parola. Qui le storie sono sostanzialmente due: I giovani (ma non solo loro) che si riuniscono per discutere, anche litigando, i grandi temi della vita e i vecchi, i pensionati, che fanno circolo nella tabaccheria del giovane Zoffi: un filosofo mancato.
«Zoffi, figlio di una signora molto pratica di nome Giunone, aveva scoperto che siam separati dalle cose, dagli alberi, dal cosmo, oltre che da noi stessi e dagli altri che non la pensano come noi. Però, dopo che uno ha fatto una scoperta del genere e deve passare le giornate in una tabaccheria a vendere sigarette, fiammiferi, cartoline, ciondoli, saponette, cosa fa? Si incaponisce, vuol trovare una via di fuga, con la coscienza raziocinante che gli ronza notte e giorno in testa senza smettere». Confessa Celati d’essere stato tentato da un simile personaggio, di aver cercato di scrivere un romanzo incentrato su di lui, ma di non esserci mai riuscito. E’ lui l’eroe moderno che dà il titolo al primo volumetto: cerca una ragione nelle cose negli umani e non la trova, cerca un senso e scuote la testa. E’ lui che si innamora della cugina Urania (che era sposata col bancario Bacchini, quelIo dei racconti e della vita incanalata).
Le storie si intrecciano, ora emerge questo ora quel personaggio: sono vicende di un tempo ormai remoto, quelle che Celati resuscita. Poi aggiunge «lo vorrei sapere dove sono andati a finire tutti quanti, e se siamo davvero esistiti, se è proprio qiesta la vita. Oppure è  tutto un errore, solo lampi, brividi, non si sa». Siamo: anche l’autore dunque ha dei dubbi sulla propria esistenza, o meglio sul proprio passato.
Il narratore rende pubblica la memoria privata ed è come se consentisse al lettore di entrare nella sua testa e di condividere i «lampi e i brividi», ovvero la sensazione di vivere. Ma, il caso è esemplare, senza che in nessun niodo Celati calchi la mano, il giovane Pucci, che a scuola non faceva che ripetere, finisce in manicomio. Un’umanità desolata lo attende, preda della rutine ospedaliera. La visita dei medici è un passo di straziante comicità. Per Pucci a diciannove anni la vita si risolve ormai nell’ascoltare rumori. Gli era sempre piaciuto, ma in ospedale i rumori sono diversi, sono I rumori, anche sgradevoli, dei malati.
“I costumi degli italiani»: la rubrica sotto la quale sotto la quale sono ospitati questi due Iibri, poteva anche alIudere ad un «com’erano i costumi degli italiani», poiché il narratore ha fissato il proprio sguardo su un’epoca precisa, quella della propria adolescenza, e anche su una città innominata e forse anche un po’ trasfigurata (Bologna?) che fa da sfondo a tutte le azioni e situazioni. Un’indagine antropologica, ma condotta sul filo di quel tempo perduto, quando appunto l’Italia aveva ancora una certa identità, tra città e campagna, scuola e professioni e l’attesa adolescenziale che la stagione sessuale maturasse o addirittura esplodesse, mentre si facevano timide riverenze alle compagne di classe più belle.
Gianni CeIati ha vissuto molto in Inghilterra e questo suo riandare, oggi, agli anni della sua formazione mi ha fatto venire in mente l’esperienza parallela di luigi Meneghello. Anche lui se ne è andato molto giovane dall’ltalia per insegnare a Londra, però ha indagato per tutta la vita il Paese dei suoi anni giovanili, riassaporando ogni parola.
 
Eroi arcitaliani
Marco Belpoliti «L'Espresso» 10-07-2008
Pucci è un pluribocciato, magro e timido, Bordignoni è invece grasso e tonto, la Veratti è la prima della classe, mentre Zoffi, molto studioso, finisce a fare il tabaccaio; Bacchini, bancario, si scorpe scrittore: perderà moglie, lavoro e niente letteratura; poi c’è il sogno della classe scolastica, con i libri degli autori classici che galleggiano nella merda del cesso, e il preside Cece s’affanna, mentre gli scolari devono scrivere un tema in latino; e ancora lo scrittore Tritone, e Cornelia, sessantottina che scrive resoconti di viaggi.

Questi come altri sono i personaggi di due libretti editi da Gianni Celati con il titolo leopardiano di “Costumi degli italiani” ( “Un eroe moderno” pp. 132, Euro12 e “Il benessere arriva in casa Pucci”, pp.119, Euro 12 Quodlibet Compagnia Extra ). Si tratta di sette racconti che ricordano Zavattini e il Fellini di “Amarcord”, e che tuttavia contengono la voce inconfondibile di Celati, il maggior italiano narratore vivente, il più inclassificabile, capace a settantun’anni di sorprenderci con storie che sono una via di mezzo tra quelle comiche degli anni Settanta e quelle malinconiche degli anni Ottanta.

Celati fa film, e se ne sta mesi in Africa a girarne uno; poi pubblica fuori commercio un libretto, “Passa la vita a Diol Kadd”, che se fosse stampato in Gran Bretagna, sarebbe un caso per l’intelligenza, e la capacità di far letteratura con nulla, per la forza d’assorbire nel nulla di quel luogo una congerie così vasta di ragionamenti che ti lasciano quanto meno perplesso verso te stesso.

“Costumi degli italiani” è un’unica opera in due libretti: comici, commoventi.
Lo stile usato da Celati è nuovo: una via di mezzo tra il racconto orale e il serial televisivo. Si tratta, dice Jean Talon nella presentazione, di telefilm narrativi.
Così pascolano gli eroi di Celati
Andrea Cortellessa «La Stampa. TuttoLibri» 30-08-2008

Costumi d’Italia. Una carovana di rovinatimalinconici lungo le strade anonime e polverose della fertile provincia.

 Si chiama «Compagnia Extra» la nuova collana che Quodlibet - editore severo e ricercato, amato per i suoi ponderosi tomi di filosofia - ha affidato, a sorpresa, a due mattocchi come Ermanno Cavazzoni e Jean Talon. Il bianco delle loro copertine si smalta di fresco, si spruzza di colori infantili: già a prenderli in mano, questi libretti, mettono allegria. Dopo un classico non-libro di Federico Fellini (il mai realizzato Viaggio di G. Mastorna) e il divertentissimo zibaldino del filosofo da camera modenese Ugo Cornia (Sulle tristezze e i ragionamenti), è la volta dello sciamano della Compagnia, Gianni Celati.
Davvero un «extra», lui: che, toccata la soglia dei settant'anni, resta il più «irregolare» dei nostri scrittori. Intanto perché se ne sta altrove, in giro. Ed è forse proprio la distanza (messa ormai vent'anni fa, tra sé e un' Italia che non gli piace) a dargli un tono straniato e stupefatto. Erudito com'è di tutte le tradizioni occidentali, potrebbe fare il Grande Autore Internazionale: uno di quegli Scrittori Sheraton che non la smettono mai di ammonirci Dove Stiamo Andando. Invece eccolo qui, tirare fuori dal sacco questa manciata di raccontini che non vanno proprio da nessuna parte. E che, sotto una sigla ironicamente leopardiana, disegnano un'Italia piccola piccola, da pensioncina vistamare (altro che Sheraton!), di quelle dove però le tagliatelle le fanno come si deve.
Sostiene Celati che la migliore narrativa sia quella di provincia. E lavora a ricostruire il corpus di uno dei suoi maestri più grandi e dimenticati, Antonio Delfini. L'Italia di questi Costumi un po' lo ricorda, Delfini: se non nella scrittura nell'ambientazione, soprattutto nello sguardo. Sono personaggi strambi e senza prospettive, taciturni o strologanti a vuoto; si trascinano in una città innominata, gretta e bottegaia, che farebbe volentieri a meno di loro. Si chiamino Fregatti, Pucci o Zoffi, come il malinconico e lunare «eroe moderno» di nessun eroismo, sono tutti personaggi «fuori squadra», sempre a «pascolare» per strade anonime e polverose, accendendosi di voglie per una morona dalla scollatura generosa, accarezzando progetti uno più strampalato dell'altro, fantasticando altre vite o altri mondi come Cornelia: che sceglie di «darsi assente» come il Bartleby di Melville. Molti finiscono i loro giorni di «rovinati melanconici», inutili a tutti, in sanatorio o in manicomio. E chi racconta è uno di loro, figlio di un impiegato ribelle con una passionaccia per i libri, il «signor Celati ». S'inseguono, a tratti s'incontrano e subito si discostano, senza progetto e senza costrutto: «tutto un fluttuare di gente che andava e veniva» in una grande casualità motoria che scivola sulla calma superficie del nulla (giustamente Paolo Mauri, su Repubblica, ha richiamato il modello ariostesco).
Sono storie che vengono da lontano. Chi le narra esita, sbanda, ci si mostra nell'atto di farle «venire su da una palude di cose dimenticate, portando a galla posti e persone che devono esserci stati da qualche parte sotto il cielo». Difficile dire quando le abbia scritte. Per certi versi l'umanità che ci mostrano è quella bruegheliana, tarantolata dal sesso e altri «spasimi del corpo matto», di romanzi come La banda dei sospiri (negli Anni Settanta, quando Celati descriveva la famiglia «come uno spettacolo di varietà» e parlava di un «racconto comune» che «nasce dalla casualità e dalla ripetitività quotidiana»). Ma lo sfumare nella nebbia di questi sbandati come sonnambuli, il loro perdersi nell'«inconsistente», nel «niente di niente di tutti i pensieri che non corrispondono a niente, nel vuoto del tempo infinito dove tutto si perde nel niente», ricorda invece la maniera di libri più recenti, come Narratori delle pianure o Cinema naturale. Forse provengono dal lungo e misterioso «silenzio» osservato da Celati a cavallo dell'80: quando uno sbandato era lui per primo. Certo è che - allora come oggi - è lui il più bravo a chiedersi, a chiederci «se è proprio questa la vita. Oppure è tutto un errore, solo dei lampi, brividi, non si sa».

2008
Compagnia Extra
12x19
ISBN 9788874621958
pp. 140
€ 12,00 (sconto 15%)
€ 10,20 (prezzo online)