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Pervertimento del cristianesimo
Conversazioni con David Cayley su vangelo, chiesa, modernità A cura di Fabio Milana Traduzione di Aldo Serafini Questo volume presenta il testo di una trasmissione radiofonica realizzata da David Cayley per la canadese CBC sulla base delle conversazioni con Ivan Illich da lui registrate tra il 1997 e il 1999. Un montaggio sapiente, che alterna brani d'autore a interventi di chiarimento, di connessione, di contestualizzazione da parte del curatore, riaggrega i materiali di quelle conversazioni attorno ai temi della ricerca illiciana più recente (dalla storia del corpo a quella della tecnologia, a quella dei moderni concetti politici), e soprattutto li inquadra entro l'interrogazione di carattere radicalmente religioso cui essi traggono origine. Il testo delinea in tal modo, con tratto leggero e penetrante, il profilo di un pensatore straordinario, consegnandocene quello che Cayley definisce autorevolmente il suo «testamento». In questa sua estrema testimonianza, Illich compie la parabola del proprio pensiero indicando nel cristianesimo, ossia in una interpretazione normalizzante e sottilmente pervertita della libertà annunciata nel Vangelo, come amministrata dalla Chiesa nella sua millenaria evoluzione, l'origine di una alienazione dell'esperienza e dell'esistenza umane giunta oggi alle soglie di un necessario, apocalittico ribaltamento. Indice: Pervertimento del cristianesimo - Ivan Illich. Cronologia della vita - Postfazione di Fabio Milana
Recensioni
Lucetta Scaraffia «Avvenire» 22-07-2008
Goffredo Fofi «Lo straniero» 01-08-2008
Paolo Calabrò «www.filosofia.it» 01-11-2008
Alberto Ghidini «il manifesto» 21-08-2008
Federico Battistutta «La stella del mattino. Laboratorio per il dialogo religioso. anno VIII» 01-07-2008
Filippo La Porta «Left» 06-02-2009
Marco Scarnera «Centro studi Sereno Regis - portale della pace, nonviolenza e ambiente» 10-09-2009
Paolo Calabrò «l'altrapagina» 01-11-2009
Piero Stefani «Il Regno» 01-01-2008
Illich, domande al cristianesimo
Lucetta Scaraffia «Avvenire» 22-07-2008
Nell’ultimo libro-intervista del filosofo morto 5 anni fa il dialogo serrato col pensiero cattolico, cruciale per capire il postmoderno È stata tradotta da Quodlibet una delle ultime interviste a Ivan Illich, registrata per la radio canadese, dal titolo provocatorio (e un po’ eccessivo) Pervertimento del cristianesimo (Conversazioni con David Cayley su Vangelo, Chiesa, modernità) che conclude in una atmosfera apocalittica ma intrisa di speranza. Il volume comprende una accurata ricostruzione biografica, che offre informazioni utili per ricostruire il complesso percorso intellettuale e spirituale del filosofo e pedagogista scomparso nel 2002, confermando l’idea che sia stato uno degli intellettuali più fertili e innovativi del Novecento. La lucidità e la forza del suo pensiero critico sulla modernità, infatti, nasce da un percorso di vita intenso e originale, a cominciare dalla sua origine ebraico-croata, le sue esperienze di vita in varie parti del mondo, rese più interessanti dalle doti di poliglotta, gli incontri significativi con alcuni fra gli intellettuali più interessanti del tempo, da Maritain a Guardini, da Fromm a Foucault, Peter Berger, Paolo Prodi, nonché René Voillaume, iniziatore dei Piccoli Fratelli di Gesù. Ma anche dal suo essere stato sacerdote, e di esserlo rimasto, in fondo, sino alla fine della vita, nonostante avesse rinunciato allo stato sacerdotale dopo essere stato sottoposto a una inchiesta del Sant’Uffizio. Lo dimostra l’appassionata contrapposizione della fides alla religio che costituisce il senso profondo dell’intervista. Una contrapposizione ispirata alla forza rivoluzionaria del messaggio di Cristo, che ha accolto senza mediazioni, come prima di lui hanno fatto eretici e santi: rischio esistenziale contro sicurezze assistite, gesto d’amore personale e imprevedibile contro le agenzie di assistenza organizzate, anarchica rinuncia contro l’obbligo di soddisfare i 'bisogni'. Ma, a differenza di tanti eretici, Illich non ha mai cercato di radunare intorno a sé una Chiesa alternativa, ma solo un gruppo di intellettuali con i quali, in serena amicizia, discutere. La sua forza è stata nei libri coraggiosi, che hanno fatto riflettere le élites intellettuali di tutto il mondo. La sua funzione nei confronti della Chiesa, che ha continuato a guardare con rispetto, è stata di pungolo vivificatore, di sguardo critico che spinge a una costante verifica della sua funzione, del suo operato. Il suo pensiero si dipana sempre sul filo di un confronto storico e comparativistico, così da dissacrare i luoghi comuni in cui siamo immersi, e quindi ottenere la libertà di giudizio. La novità dei Vangeli, per lui, è la capacità di volgersi verso l’altro in modo spontaneo, non premeditato e disponibile a farsene sorprendere, come ha fatto il samaritano nei confronti del giudeo ferito nella parabola evangelica: «Qualcosa di cui Gesù ci ha parlato come di un modello della mia personale libertà di scegliere chi sarà l’altro per me, è stato trasformato nell’uso del potere e del denaro allo scopo di fornire un servizio». La trasformazione di questa teoria rivoluzionaria in un sistema giuridico da parte della Chiesa, secondo Illich, ha formato i presupposti che avrebbero creato la società moderna. In questa intervista, quindi, Illich riprende una per una tutte le critiche alla modernità che ha elaborato nel tempo, riallacciandole al principio base sul quale egli le ha misurate, cioè le parole di Cristo. Egli ritiene cioè il mondo moderno frutto di un tradimento del suo antecedente cristiano ed è convinto, quindi, che solo attraverso un attento studio del passato si possa arrivare a cogliere quanto strana e stonata sia la nostra società contemporanea. Così i cambiamenti nel modo di avvicinarsi all’immagine, non più una soglia verso l’altro mondo - come aveva sostenuto a Nicea Giovanni Damasceno - ma espediente didattico, fino ad arrivare al mondo virtuale di oggi, in cui l’immagine, nel suo essere senza tempo e senza spazio, ci si presenta come una sorta di eternità contraffatta. Qualcosa che secondo Illich «non avrebbe mai potuto esistere senza l’originale cristiano». Ma il suo non è un pensiero negativo e nostalgico del passato: Illich è infatti convinto che la perdita di credibilità delle moderne istituzioni ci ponga davanti al cristianesimo come mai era avvenuto prima d’ora, proprio perché oggi viviamo in un tempo apocalittico, quindi di rivelazione.

Verbarium - Pervertimento del cristianesimo
Goffredo Fofi «Lo straniero» 01-08-2008
Verbarium è la collana voluta e diretta da Michele Ranchetti, e questo ottavo volume ha visto la luce dopo la sua morte. Insieme a un’altra lunga intervista radiofonica di Cayley a Illich uscita in Italia per Eleuthera, questa del 1997-1999 è un’ottima introduzione alle idee di uno dei grandi pensatori del Novecento, scomparso nel 2002, autore di testi fondamentali per comprendere, per esempio, i guai della post-modernità, un autore che farebbero bene a leggere quei giovani italiani affascinati dalle saccenti profondità dei nostri filosofi alla moda. Il titolo può trarre in inganno: non vi si tratta soltanto di chiesa, e quando si parla di chiesa è anche per parlare del “sistema” in cui viviamo, e in cui – dice Illich – è la storia della chiesa ad averci introdotto dando vita a quelle istituzioni impersonali che hanno inteso prestare aiuto, codificare l’aiuto; e sono ben note le sue analisi dell’istruzione, della sanità, dello sviluppo economico, della tecnica e dei loro effetti negativi invece che positivi sul mondo in cui viviamo. Dice Cayley riassumendo Illich che il “peggio” è la “corruzione del meglio”: per Illich il “pervertimento” sta nella codificazione avviata dalla chiesa che ha tolto al cristianesimo il suo fondamento, “la conspiratio, il bacio con cui si metteva in comune il soffio dello spirito (…) categorizzando chi dovrebbe essere il mio prossimo” e facendone norma giuridica. Il mondo in cui viviamo è conseguenza di questo, ma “l’epoca che è stata dominata dalla chiesa e dai suoi discendenti laici”, interviene a dire Paul Kennedy, responsabile della trasmissione radiofonica, “sta lascando posto secondo Illich all’epoca dei sistemi”. Cayley precisa: “sistema nel senso che il termine è venuto acquistando nella nuova scienza della cibernetica: sistema come metafora complessiva del mondo dei computer, dell’ingegneria genetica e della rivoluzione informatica. L’emergere di questa nuova visione del mondo segna la fine di quella che Illich chiama l’epoca della “strumentalità”, l’epoca durante la quale il nostro rapporto con il mondo era fondamentalmente mediato dai nostri strumenti (…) Ciò che caratterizza uno strumento è il modo in cui esso rimane separato e distinto da chi lo usa”. In un sistema, dice Illich, questa distinzione viene meno. Illich addita anche una soluzione in una “moderna pratica di rinuncia”: con la rinuncia ci si apre alla “gratuità”, che produce “lode, godimento comune”: “il messaggio del cristianesimo è vivere insieme lodando il fatto che siamo dove siamo, e siamo quello che siamo, e il pentimento e il perdono sono parte di ciò che celebriamo dossologicamente”. Chiudono il volume una cronologia della vita e delle opere di Illich e una postfazione utilissima del curatore Fabio Milana.

Pervertimento del cristianesimo
Paolo Calabrò «www.filosofia.it» 01-11-2008
Tra il 1997 e il 1999 David Cayley raccolse a più riprese una lunga intervista a Ivan Illich sul tema del “pervertimento del cristianesimo”; il testo dell’intervista venne montato a stralci, intervallando le considerazioni di Illich con i commenti di Cayley, dando luogo ad un “autoritratto a due voci” che fu mandato in onda all’inizio del 2000 dalla CBC, radio pubblica canadese. Dopo alcune edizioni a fascicoli negli Stati Uniti e in Europa, questo testo, Pervertimento del cristianesimo, è la prima edizione in volume della trascrizione integrale di quella trasmissione. Corruptio optimi pessima (non c’è niente di peggio che la corruzione del meglio) è la formula con la quale si può riassumere il pervertimento di cui parla Illich, tanto peggiore quanto migliore è l’intenzione più pura del cristianesimo. Tale pervertimento è quel fenomeno per il quale la Chiesa cattolica, a partire dal XII secolo, «ha cercato di costruire un ordine cristiano sulla terra, rafforzando la fede col potere, nel tentativo di regolare la carità, garantire la speranza e assicurare la salvezza. E questo tentativo [...] è stato il modello delle principali istituzioni della vita moderna. Tutte queste istituzioni – nel campo della medicina, del diritto, dell’istruzione, della politica e dell’economia – promettono una condizione di beatitudine, che può essere compresa solo se ci si rende conto che tale promessa fu originariamente sottoscritta dalla fede cristiana» (p. 87). La Chiesa è responsabile di aver supportato l’avanzata dei “valori” e della loro istituzionalizzazione laddove avrebbero dovuto invece esserci la spontaneità e l’empatia del cristiano verso il suo prossimo (Illich si diffonde sul senso della parabola evangelica del buon samaritano, in grado di agire per il meglio con naturalezza, al di là dell’etica “vigente” – e anzi apertamente contro di essa). Responsabile, sì, ma non colpevole: perché non è la malafede a caratterizzare il suo operato dal Medioevo ad oggi, bensì l’incapacità di valutare appieno la portata dell’affermazione di Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36). La Chiesa non è rea di aver voluto instaurare un potere umano sulla terra (e il più grande, in quanto esteso dalla più remota delle cose del mondo al più recesso angolo di ogni coscienza), ma di non aver saputo scorgere l’ambivalenza del dirompente messaggio cristiano, che entra nella vita dell’uomo colmo di doni ma al contempo irto di pericoli: «Credo [...] che col messaggio cristiano, col Nuovo Testamento, amare l’altro, amore, sguardo e conoscenza siano diventati possibili in un orizzonte completamente nuovo. Ma esiste anche un nuovo pericolo: il tentativo di gestire, di assicurare, di garantire questo amore con la sua istituzionalizzazione, sottomettendolo a legislazione, trasformandolo in legge, e proteggendolo mediante la criminalizzazione del suo contrario» (p. 17). Con l’esercizio del potere (a fin di bene e con le migliori intenzioni: Illich non mette in discussione questo) e l’instaurazione del diritto entrano però nel mondo l’uso della forza fino alla coercizione – dal punto di vista collettivo – e il tribunale interiore della coscienza – a livello individuale, con tutto il carico di nevrosi e perversioni del religioso che ciò comporta (problema che ha suscitato analisi parallele a questa di Illich, come ad esempio quella del filosofo francese Maurice Bellet, il quale indaga la perversione del cristianesimo sul versante del rapporto tra morale e psicanalisi). L’arricchimento della dottrina, della dogmatica, dell’istituzione in tutte le sue forme, sfocia in un impoverimento della spiritualità individuale; quell’amore che prima l’uomo poteva esprimere nella forma più ricca e creativa, sgorgante dalla coltivazione di una spiritualità basata sul rapporto personale con un Dio vivente, diventa appiattimento burocratico di un comportamento cui si richiede la mera conformità a una norma stabilita (detta “etica” o “morale cristiana”) e di conseguenza si snatura: «Se la carità fuori dell’ordinario del Samaritano viene trasformata in un dovere, in una linea di condotta, in una regola, allora non soltanto l’amore diventa legge, ma ogni fallimento, ogni inadempienza nell’esercizio della carità diventa, alla stessa stregua, un’infrazione di questa legge» (p. 22). Non è difficile rilevare la lampante fragilità di una simile impostazione: amare “per forza” non è possibile a nessuno. Chi vorrebbe essere amato da una persona che dicesse: “Ti amo, ma solo per carità cristiana”? Certamente nessuno. Perché, una volta trasformato in dovere, l’amore cessa di essere tale. Sul piano sociale, la perversione sfocia invece nella delega dell’esercizio della carità alle istituzioni pie che si prendono cura dei bisognosi, dove operano i “religiosi di professione”. In definitiva, Illich imputa alla Chiesa di aver commesso lo stesso peccato dell’attuale società postcartesiana: quello di voler tutto controllare con i mezzi umani. Ma per il pensatore austriaco non si tratta né di una coincidenza né di un “anticipo” della Chiesa sulla scienza moderna: si tratta piuttosto dell’unico (ancorché multiforme) risultato dell’unico tradimento originario: quello di aver ristretto all’osso l’ambito della fede, dello spirito del quale “non si sa da dove venga, né dove vada”, in favore di una soffocante razionalizzazione “per il bene dell’uomo” (e per questo, come tutti i totalitarismi, tanto più paurosa), tanto brillantemente ricapitolata nel brano dell’Inquisitore di Dostoevskij. Illich non addita dunque colpevoli, né propone soluzioni a buon mercato: egli si rifiuta di considerare chiuso il suo discorso, rifiuta anzi di considerare le stesse cose che dice come delle “risposte” (p. 104). Tenta solo di svelare l’origine e il funzionamento di un fenomeno che nemmeno riusciamo a percepire perché vi siamo immersi, e di una mutilazione che ci ritroviamo a vivere inconsapevolmente, perché immemori del passato. Il suo monito è indirizzato al recupero di un cristianesimo “al singolare”, di una dimensione filosofica (nel senso più ampio del termine) nella quale la ricerca della verità possa essere condotta “al tavolo da pranzo e non in una sala conferenze” (p. 93). Cioè tra amici, in comunione del sentire, non tra estranei che si scambiano informazioni intellettuali più o meno profonde o erudite, occupati in discorsi “che impegnano la lingua, ma non il cuore”, per dirla con il Socrate del Simposio. Perché la verità abita in quel “tra-noi” nel quale Gesù Cristo collocò niente di meno che il Regno di Dio (Lc 17,21); àmbito in cui risiede il “meglio” del cristianesimo. E niente è peggio della corruzione del meglio. Il libro, tradotto da Aldo Serafini e curato da Fabio Milana, si presenta in una edizione raffinata con sovraccoperta, piacevole alla lettura e perfino al tatto. Al testo dell’intervista si accodano la Cronologia della vita di Illich, una illuminante Postfazione di Milana ed una accurata bibliografia. Per chi ha a cuore il pensiero di Illich, ma anche la riflessione sullo sviluppo e l’attuale condizione del cristianesimo, questo è un libro che non può mancare.

Ivan Illich, un testamento
Alberto Ghidini «il manifesto» 21-08-2008
Ivan Illich, UN TESTAMENTO PASSAGGI PER DIRIMERE QUALCHE EQUIVOCO SUL NOSTRO PROSSIMO Alberto Ghidini
Una serie di interviste raccolte in un volume di Quodlibet evidenzia alcuni punti essenziali nel pensiero del filosofo e teologo austriaco, impegnato nella indagine dei concetti di «cittadinanza», potere, «responsabilità», «bisogni»
«Per un quarto di secolo ho cercato di evitare di usare il microfono... Mi rifiuto di trasformarmi in un altoparlante» disse Ivan Illich nel corso di un incontro pubblico nel 1990: era persuaso del fatto che fosse quantomai necessario salvaguardare il «luogo del parlare» dall'offensiva di una pratica amorfa e standardizzante della comunicazione di massa, alla quale si sentiva specialmente ostile per quella sua sciagurata capacità di sequestrare, codificare e normalizzare il discorso, compromettendo qualunque abbozzo di ricerca. Per questo, due anni prima, non aveva accolto di buon grado il progetto di un ostinato giornalista della Canadian Broadcasting Corporation di nome David Cayley, suo grande estimatore sin dalla fine degli anni '60, che si era messo in testa di «analizzare» il suo pensiero attraverso uno schema di interviste destinate alla radio. Interviste che, del tutto imprevedibilmente e improvvisamente, Illich arrivò ad accordargli con un «atto di obbedienza» che - per quanto «refrattario» - lasciava intendere un nascente senso di amicizia. I due, per la verità, diventarono amici proprio a partire da quella non facile «sperimentazione filosofica», cui seguì la messa in onda sulla Cbc Radio di cinque puntate della serie «Ideas», sotto il titolo, ispirato da un verso del poeta cileno Vicente Huidobro, Un po' luna, un po' commesso viaggiatore. Conversazioni con Ivan Illich, e, poco più tardi, l'uscita di Ivan Illich in Conversation, un libro magistralmente «assemblato» da Cayley utilizzando la trascrizione delle registrazioni del programma, apparso in Italia da Elèuthera nel 1994 e da poco riproposto dalla stessa editrice milanese (Conversazioni con Ivan Illich. Un archeologo della modernità, a cura di Franco La Cecla, traduzione di Stefano Stogl, nuova ed. 2008, pagine 220, euro 18). Dietro una spinta patologica Da allora, il legame tra Ivan Illich e David Cayley divenne sempre più stretto e «conviviale», tanto da portare Illich - che nel frattempo non aveva superato la sua avversione per i microfoni - ad accettare di registrare, tra il 1997 e il 1999, una nuova serie di interviste, anche queste trasmesse nei primi giorni del 2000 sulle frequenze della radio pubblica canadese, e la cui trascrizione viene ora pubblicata da Quodlibet nella collana «Verbarium», inaugurata nel 2007 per volontà di Michele Ranchetti, che prima della scomparsa predispose l'allestimento del volume intitolandolo Pervertimento del cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su vangelo, chiesa, modernità (a cura di Fabio Milana, traduzione di Aldo Serafini, pagine 155, euro 18). Già dal titolo si intuisce la radicalità della lettura proposta, che illustra l'idea secondo cui le società moderne tradiscono l'annuncio evangelico nella sua essenza. Anche in questo caso il «montaggio» di Cayley è impeccabile e getta una luce nuova sui temi più «classici» della ricerca di Illich, che qui vengono integrati dalla indagine sul nucleo religioso «perverso» delle istituzioni moderne: istituzioni che, applicando scrupolosamente il messaggio cristiano «distorto», non fanno che aumentare e aggravare, nella dimensione sociale, quella «spinta patologica» osservata anche da Gregory Bateson in un suo saggio del 1978 intitolato Sintomi, sindromi, sistemi (pubblicato nella raccolta Una sacra unità, trad. di Giuseppe Longo, Adelphi, 1997). Una spinta patologica che dovrebbe portarci, più che ad «accusare il sistema», a esaminarne e discuterne i presupposti epistemologici. Del resto Illich lo aveva già denunciato nei suoi precedenti lavori: la scuola invece di educare blocca l'apprendimento, gli ospedali invece di guarire fanno ammalare, la prigione e le misure repressive aggravano la criminalità, e così via. Nulla di più vicino alla realtà che ci riguarda, con il prepotente ritorno di tutte quelle idolatrie legate all'«istruzione», al «potere medico», alla «sicurezza». Un esempio cruciale dello «snaturamento» della virtù cristiana Illich lo individua nel millenario fraintendimento della parabola del buon Samaritano. La vicenda, narrata nel Vangelo di Luca, descrive perfettamente gli orizzonti imprevisti che Gesù sperava di schiudere ai suoi ascoltatori. «Chi è il mio prossimo?», viene chiesto a Gesù. E lui risponde raccontando la storia di un uomo che nel tragitto da Gerusalemme a Gerico viene spogliato, picchiato dai briganti, dunque lasciato mezzo morto sul ciglio della strada. Un sacerdote passa di lì, lo vede e tira dritto senza soccorrerlo, così anche un altro funzionario del tempio. A fermarsi per prestargli aiuto sarà uno straniero, un Samaritano, nemico del popolo d'Israele, che lo medica e lo trasporta in una locanda per farlo curare a sue spese. È un racconto, questo, capace - secondo Illich - di annunciare una libertà senza precedenti nel mondo antico, dove la morale si applicava soltanto all'interno di un ethnos, e cioè entro i confini di un determinato popolo, di un «noi» storicamente dato, in un determinato luogo, nell'ambito di una determinata tradizione. Tuttavia, e «tragicamente» secondo Illich, le interpretazioni di questo passo sono andate nella direzione di mostrare come ci si dovrebbe comportare nei confronti del prossimo, ribaltando il messaggio che Gesù intendeva trasmettere raccontando quella storia: che l'«altro», il «prossimo», non è determinato dai nostri «confini etnici», ma da noi stessi. Un concetto che si corrompe, dice Illich, quando viene definito come qualcosa che può essere «fatto molto meglio» da «istituzioni preposte» - in primis dalla Chiesa dei moderni «preti-funzionari» o «preti-manager» - anziché da gruppi di cristiani, movimenti e comunità di base fedeli a quello che Enzo Mazzi ha reso, in un bel libro appena pubblicato da manifestolibri, come il «carattere ribelle del primo cristianesimo» (Cristianesimo ribelle, pp. 190, euro 20). Corruptio optimi pessima, recita un antico detto che Illich era solito ripetere. Il «meglio» è l'incontro tra due uomini, un Samaritano e un giudeo, che cambia entrambi in profondità, facendoli uscire dal loro «io», plasmato dall'orientamento antropologico al quale ciascuno dei due, almeno fino a quel momento, prende parte. Il «peggio» è il risultato del processo di istituzionalizzazione di questo incontro, che attecchisce nel senso comune occidentale l'idea che gli esseri umani siano costituiti da bisogni e, di conseguenza, che sia necessario organizzare la società al fine di soddisfarli attraverso lo sviluppo di forme di potere che dovrebbero «gestire», «assicurare», «garantire» l'amore per il prossimo. In questa ottica, il giudeo abbandonato nel fosso rappresenta un «problema per la società», che soltanto una risposta programmata e pianificata «minuziosamente» da un'ingegneria sociale concepita per soddisfare «meccanicamente» il «bisogno dei bisognosi» dell'uomo occidentale moderno, può risolvere. Si potrebbe dire - estremizzando - che, iniquamente, nella modernità, quel moribondo abbandonato sulla strada è stato «commutato» in un Tamagochi, il giocattolo digitale giapponese fino a poco tempo fa molto popolare (non solo) tra i bambini che, come ha acutamente osservato il filosofo sloveno Slavoj Zizek, ci dice molto di più di tanti trattati accademici sullo «stato dell'amore per il prossimo» al giorno d'oggi. Del resto anche Illich, in un fulminante intervento (circolante in rete col titolo Il prossimo non è un'istituzione) tenuto a San Rossore il 18 luglio del 2001 durante un seminario promosso dalla Regione Toscana sui temi della globalizzazione e convocato in occasione di quel triste, per molti motivi, «supermarket di propostine» che fu il G8 di Genova, proprio riferendosi al meeting genovese, dichiarò: «là sono convinti, dentro e fuori - globofili e globofobi - che il mondo resta un mondo di bisognosi». In un certo senso Pervertimento del cristianesimo, autorevolmente definito da Cayley come il «testamento» di Illich, permette una rilettura dell'autore attraverso «nuovi occhiali», costituiti dai temi fondamentali che attraversano tutta la sua opera, offrendo una base molto solida da cui cominciare per contestare le aberrazioni delle istituzioni totali, ma anche le idee di «Stato», di «democrazia», lo «sviluppo» nei paesi terzi e le proposte di «rinnovamento sociale» in Occidente, il potere economico-politico delle corporations, fino al tentativo capitalista di rifare il mondo sulla base del principio edonista dell'infinita soddisfazione dei bisogni (falsi e artificiali) dei consumatori, i «nuovi fedeli» della «nuova «religione», il capitalismo (lo sostiene Peter Sloterdijk, e probabilmente Illich sarebbe d'accordo). «Fuori moda» - come ha fatto presente La Cecla nella sua prefazione alle Conversazioni - rispetto ad alcune delle più grandi figure a lui parallele (da Foucault a Baudrillard a Debord), Illich ha saputo rintracciare l'archeologia delle nostre dipendenze attraverso una raffinatissima indagine della «struttura» delle istituzioni moderne, delle loro architravi, rappresentate dai concetti di «cittadinanza», «responsabilità», «potere», «bisogni-rivendicazioni-diritti» eccetera. Aveva intravisto il declino di questi ideali, suggerendo di intenderlo non come una minaccia per la sopravvivenza dell'«ordine democratico», ma come la «fine di un'epoca» che apre un'inedita possibilità di accesso a un nuovo spazio, che lui definì il «mondo della conspiratio» o dell'«amore powerless», senza il potere. Un mondo che Illich scelse in prima persona come progetto di «pedagogia politica», non mettendosi al servizio degli ultimi, ma - scrive Milana nella sua densa postfazione al Pervertimento - «in fila tra loro», cercando di adottarne sempre il punto di vista e assumendo un atteggiamento powerlessness, manifestamente anti-istituzionale, sin dai primi anni di sacerdozio attivo, trascorsi tra una parrocchia portoricana di Manhattan, a New York, e il Centro Intercultural de Formación, poi divenuto de Documentación, da lui fondato a Cuernavaca, in Messico, sacerdozio al quale rinunciò definitivamente nel 1969, dopo un aspro confronto con l'autorità ecclesiastica della Congregazione per la Dottrina della Fede (erede moderna dell'Inquisizione). Un intellettuale extra-vagante Aveva settantasei anni, Illich, quando morì a Brema, nel suo studio in Kreftlingstrasse, il 2 dicembre 2002: stava preparando - come testimoniato da Barbara Duden e Silja Samerski - il seminario sulla corruptio optimi, che si era deciso a tenere, nonostante le incertezze e i dolori invalidanti della malattia che da anni sopportava stoicamente e che gli aveva sfigurato il volto, a ragione definito «uno dei più belli del pianeta». Mai come oggi ci manca un intellettuale di questo tipo, «extra-vagante», in continuo movimento fuori dalle piste battute, «programmaticamente» staccato da schemi di pensiero e riferimenti dati. Al convegno in memoriam, che si svolse a Lucca nel giugno del 2003 Samar Farage ha ricordato Illich raccontando come una volta - lui che negli anni giovanili studiò mineralogia e cristallografia a Firenze - si descrisse come uno «xenocristallo», un cristallo di natura estranea rispetto alla roccia nella quale è incorporato. La «roccia» nella quale era incluso fu il suo tempo (il nostro tempo), con cui Illich mantenne un dialogo costante e al quale guardò sempre con «partecipazione», ma anche con quel «distacco necessario» per coglierlo e interrogarlo nella sua realtà storica. Se, come pare abbia detto una volta Karl Wallenda, leggendario funambolo statunitense di origini tedesche, «stare sul filo è vivere», prima di morire Ivan Illich - che a Los Angeles, nel marzo del 1996, davanti a una platea di filosofi cattolici, affermò di essere stato costretto, nella sua esperienza di docente, a fare «molti numeri di equilibrismo» - avrebbe certamente potuto «confessare di aver vissuto». E la sua vita, come pure la sua opera sono corse «sul filo», prendendosi tutti i rischi del caso, e evitando di finire nello scatolone politically correct del «pensiero ecologico» o, peggio ancora, in quello degli «stili di vita new age» - come, invece, purtroppo, è toccato, totalmente o almeno in parte, ad altri «equilibristi».

[Pervertimento del cristianesimo]
Federico Battistutta «La stella del mattino. Laboratorio per il dialogo religioso. anno VIII» 01-07-2008
Il libro che presentiamo ha una forma insolita: si tratta della trascrizione del testo di una conversazione con Ivan Illich, registrata tra il 1997 e il 1999, e successivamente trasmessa da una radio canadese. Il testo viene altresì presentato come il testamento di Illich stesso. E vi sono ragioni per avvalorare simile affermazione. L'autore in questione, assai noto per la sua analisi critica concernente il funzionamento di alcune istituzioni fondamentali della nostra società, come la scuola e l'ospedale, ritorna in queste conversazioni, dopo tanti anni, a compiere una riflessione sul cristianesimo e sulla Chiesa. E' bene ricordare che Illich aveva effettuato gli studi presso la Pontificia Università Gregoriana ed era stato ordinato sacerdote sotto il pontificato di Pio XII. In seguito era stato anche vicerettore dell'Università Cattolica di Porto Rico e contemporaneamente uno dei più giovani monsignori della Chiesa del tempo. Più tardi, a causa di alcuni provvedimenti nei suoi confronti istruiti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, Illich aveva maturato in modo unilaterale la decisione di sospendere la celebrazione della messa, la pubblicazione di articoli in materia teologica, così come di tenere conferenze sul medesimo tema, dichiarando di non poter esercitare tali incarichi, venendogli a mancare la piena fiducia della Chiesa nei suoi confronti. Nel volume in questione vediamo Illich ritornare su quei temi che gli stavano tanto a cuore e su cui aveva per molti anni taciuto; in questo senso il presente Pervertimento del cristianesimo può costituire una sorta di messaggio estremo, di testamento da lui lasciatoci. Il centro della riflessione religiosa illicciana sta nella percezione dell'insegnamento di Gesù come un invito a volgersi verso l'altro in piena libertà, e di conseguenza in una maniera disponibile e spontanea, sino al punto di accettare di farsi sorprendere dalla presenza dell'altro, proprio come fa lo sconosciuto "che bussa alla porta e chiede ospitalità". Questo annuncio ha finito con l'essere corrotto, a partire dal momento in cui ciò che doveva essere un gesto libero e un dono ha finito per essere istituzionalizzato, sottomesso a una legislazione, protetto attraverso la criminalizzazione del suo contrario. Fra gli esempi citati da Illich nel volume ne riportiamo un paio. Il primo si riferisce all'esperienza della peccabilità: da dimensione tutta intima di un'offesa personale arrecata ad un'altra persona, viene trasformata in qualcosa di giuridico, organizzato su un modello rigorosamente gerarchico, subordinando così il perdono a un atto di assoluzione formale. Il secondo esempio riguarda il matrimonio che, da libera scelta di unione tra un uomo e una donna - non più quindi un affare stipulato fra famiglie - viene legalizzato, divenendo una realtà giuridica, un contratto fra due individui con Dio posto come testimone. In sintesi: se da un lato col messaggio cristiano si è resa possibile una capacità interamente nuova di donare, di rapportarsi nei confronti della vita in piena apertura, al contempo si è ben presto reso possibile l'esercizio di un nuovo potere, quello di coloro che organizzano il cristianesimo, coloro che rivendicano "la loro superiorità come istituzione e organizzazione sociale". "Il mio regno non è di questo mondo", recita il vangelo (Gv 18,36), ma commenta Illich: "dal Medioevo in poi, la Chiesa ha cercato di costruire un ordine cristiano sulla terra, rafforzando la fede col potere, nel tentativo di regolare la carità, garantire la speranza e assicurare la salvezza". Corruptio optimi pessima, "la corruzione del migliore è la peggiore". In questo nucleo sta per Illich il mysterium iniquitatis: la Chiesa, a partire dall'epoca costantiniana, per passare a quella gregoriana, sino all'età tridentina, per giungere alla più recente Chiesa pre- e post-conciliare ha pervertito un annuncio unico, un dono di grazia. La natura del potere, sembra dire Illich, è intimamente demoniaca, sempre, anche quando agisce per nobili obiettivi; poiché il potere si preoccupa in primis di sé stesso, della sua sopravvivenza e accrescimento, finendo inevitabilmente per entrare presto o tardi in collisione con quei fini per i quali doveva farsi umile strumento. (Ricordiamo che in uno scritto, risalente all'epoca in cui era ancora un sacerdote nell'esercizio del suo ministero il titolo italiano è La scomparsa del clero -, Illich era giunto a proporre l'abolizione del clero professionale, e la sua sostituzione con un ministro laico del culto). Appare allora chiaro che per Illich - contrariamente a una chiave interpretativa del tempo presente oggi consolidata, secondo cui la nostra società occidentale altro sarebbe se non un'evoluzione secolarizzata di categorie cristiane -, ciò che si è realizzato è il rovesciamento del messaggio cristiano, proprio a partire dalla parabola dello stesso cristianesimo storico. Le radici storiche dell'Europa, su cui tanto ci si accapiglia, risiederebbero non nel cristianesimo ma nel suo pervertimento. Convinto di non avere risposte bell'e pronte da fornire ("Spero che nessuno consideri le cose che ho detto come delle risposte", è l'ultima affermazione che compare nel libro), quali tracce di percorso lascia intravedere Illich per il presente? Nella consapevolezza che "il tempo della profezia è ormai trascorso", una possibilità da percorrere è quella di perseguire fino in fondo una vocazione di amìcizia, chiedendo costantemente a sé stessi quello che possiamo fare per l'altro ("che cosa posso fare io, in questo preciso momento, in questo hic et nunc assolutamente unico"), anziché sforzarsi dì umanizzare questa o quella istituzione. Parallelamente vi è l'invito a scoprire per sé quelle piccole ma essenziali pratiche di rinuncia che possono divenire un'abitudine necessaria per una pratica di libertà effettiva ("la certezza di potercela fare senza è uno dei modi più efficaci per convincerci di essere liberi"), per la riscoperta di un sé "al di sopra delle costrizioni del mondo".

Carità pelosa. Il gesto verso l’altro e le ipocrisie della Chiesa. Una riflessione di Ivan Illich
Filippo La Porta «Left» 06-02-2009
La Chiesa cattolica, e anzi la modernità stessa (impregnata di cristianesimo) ha tradito il messaggio evangelico perché ha preteso di istituzionalizzarlo, di tradurlo in una legge, in una prescrizione, in un obbligo morale. Non ho mai letto un attacco così radicale alla Chiesa come in questo libro che raccoglie le conversazioni di Ivan Illich alla tv canadese nel 1999, tre anni prima di morire (Pervertimento del cristianesimo, Quodlibet, postfazione di Fabio Milana). Illich, figura luminosa di educatore e “santo laico”, ha indossato la tonaca fino al ’68, poi ha abbandonato il sacerdozio dopo innumerevoli censure e minacce di scomunica. Da allora, attraverso pamphlet, conferenze, azioni di disobbedienza civile, è stato il paladino dei senza potere, di tutti i poveri di spirito intimiditi da esperti e burocrati. Ma in cosa consiste secondo lui questa corruzione della Chiesa primitiva, che poi ha contaminato le strutture dello Stato moderno? Nel tentativo di trasformare - magari con le migliori intenzioni - la carità cristiana, l’amore verso il prossimo da gesto gratuito, imprevedibile, assolutamente libero, in qualcosa di garantito, in servizi pianificati istituzionalmente. Se infatti pensiamo di «regolare la carità, garantire la speranza e assicurare la salvezza» faremo sparire ogni spontaneità dell’esperienza, e poi le singole persone, uniche, irripetibili, con il loro corpo, con la loro gioia e la loro sofferenza. Il buon samaritano decide - liberamente e spontaneamente - di riconoscere il giudeo percosso e ferito sul ciglio della strada, e di prendersene cura (al contrario dei sacerdoti del tempio). Cosa che non avrebbe dovuto fare perché quello apparteneva a un’altra cultura, a un’altra etnia, a un’altra lingua. La morale nel mondo antico infatti si applicava solo entro i confini di un determinato popolo. L’etica è fondata dunque sull’amicizia, sulla scelta libera di prendermi cura dell’altro, di riconoscere tra me e lui una reciprocità, una nuova “proporzionalità”. Se dalla parabola evangelica si elimina questa esperienza fisica, corporea, dell’incontro, «avrai una bella fantasia liberal, che è qualcosa di orrendo». Personalmente non seguo Illich in tutte le sue formulazioni estremiste. Non so se davvero l’idea cristiana della resurrezione, della incarnazione ha generato un nuovo rispetto per il corpo. E poi Illich parla in nome di una sostanziale unità del cosmo, del kosmos, di una giusta proporzionalità e corrispondenza fra tutte le cose, che appartiene alle grandi tradizioni religiose e metafisiche. Unità che si è frantumata nella modernità, come tra l’altro mostra una celebre pagina di Shakespeare nel Troilo e Cressida (1602) in cui Ulisse descrive il venir meno di ogni gerarchia nell’universo, l’irruzione del caos («tutto si risolve nel potere, il potere in egoismo…»). Eppure credo che l’idea di fondo sia giusta. Dove si vuole “garantire” qualcosa la si svuota, l’amore è dono gratuito di sé e nessuno può assicurarlo o “gestirlo”, né la Chiesa né lo Stato (qui c’è una originale critica agli eccessi del welfare, fatta però non in nome del neoliberismo). Soltanto se mi volgo verso l’altro in modo spontaneo sarò anche disponibile a «farmene sorprendere».

Pervertimento del cristianesimo
Marco Scarnera «Centro studi Sereno Regis - portale della pace, nonviolenza e ambiente» 10-09-2009
Le analisi di Illich accreditano la tesi che il cristianesimo costituisca un fenomeno dirompente nella storia delle religioni. Infatti i misteri dell’incarnazione, della risurrezione e dell’ascensione permettono di accostarsi a Dio nella carne, in particolare nel corpo di Cristo, ossia la Chiesa. Nel cuore del Nuovo Testamento pulsa la compassione del Samaritano (v. la celebre parabola in Luca 10, 25-37), attraverso la quale si accede alla possibilità di oltrepassare le convenzioni morali e legali del proprio popolo. Grazie ad essa la fiducia in ciò che il prossimo rivela di sé, sopravanza la virtù che poggia sull’autosufficiente comprensione dell’altro. Si tratta della risposta ad una persona, non dell’obbedienza ad un precetto; il cui rinnegamento consiste nel tradimento di un rapporto singolare, non nell’infrazione di una norma generale. Pertanto il fine ultimo della nostra esistenza si manifesta nella misericordia reciproca. http://www.cssr-pas.org/portal/2009/09/novita-libri-ivan-illich-pervertimento-del-cristianesimo/

Corruptio optimi pessima
Paolo Calabrò «l'altrapagina» 01-11-2009
Corruptio optimi pessima (San Gregorio Magno) Corruptio optimi pessima (non c’è niente di peggio che la corruzione del meglio) è la formula con la quale si può riassumere il pervertimento del cristianesimo di cui parla Illich, tanto peggiore quanto migliore è l’intenzione più pura del cristianesimo. Tale pervertimento è quel fenomeno per il quale la Chiesa cattolica, a partire dal XII secolo, «ha cercato di costruire un ordine cristiano sulla terra, rafforzando la fede col potere, nel tentativo di regolare la carità, garantire la speranza e assicurare la salvezza» (p. 87). La Chiesa è responsabile di aver supportato l’avanzata dei “valori” e della loro istituzionalizzazione laddove avrebbero dovuto invece esserci la spontaneità e l’empatia del cristiano verso il suo prossimo (Illich si diffonde sul senso della parabola evangelica del buon samaritano, in grado di agire per il meglio con naturalezza, al di là dell’etica “vigente” – e anzi apertamente contro di essa). Responsabile, sì, ma non colpevole: perché non è la malafede a caratterizzare il suo operato dal Medioevo a oggi, bensì l’incapacità di valutare appieno la portata dell’affermazione di Gesù: «il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36). La Chiesa non è rea di aver voluto instaurare un potere umano sulla terra (e il più grande, in quanto esteso dalla più remota delle cose del mondo al più recesso angolo di ogni coscienza), ma di non aver saputo scorgere l’ambivalenza del dirompente messaggio cristiano, che entra nella vita dell’uomo colmo di doni ma al contempo irto di pericoli: «credo [...] che col messaggio cristiano, col Nuovo Testamento, amare l’altro, amore, sguardo e conoscenza siano diventati possibili in un orizzonte completamente nuovo. Ma esiste anche un nuovo pericolo: il tentativo di gestire, di assicurare, di garantire questo amore con la sua istituzionalizzazione, sottomettendolo a legislazione, trasformandolo in legge, e proteggendolo mediante la criminalizzazione del suo contrario» (p. 17). Con l’esercizio del potere (a fin di bene e con le migliori intenzioni: Illich non mette in discussione questo) e l’instaurazione del diritto entrano però nel mondo l’uso della forza fino alla coercizione – dal punto di vista collettivo – e il tribunale interiore della coscienza – a livello individuale, con tutto il carico di nevrosi e perversioni del religioso che ciò comporta (cfr. al riguardo Invito al pensiero di Maurice Bellet/8. Il Dio perverso, «l’Altrapagina», marzo 2009). L’arricchimento della dottrina, della dogmatica, dell’istituzione in tutte le sue forme, sfocia in un impoverimento della spiritualità individuale; quell’amore che prima l’uomo poteva esprimere nella forma più ricca e creativa, sgorgante dalla coltivazione di una spiritualità basata sul rapporto personale con un Dio vivente, diventa appiattimento burocratico di un comportamento cui si richiede la mera conformità a una norma stabilita (detta “etica” o “morale cristiana”) e di conseguenza si snatura. Sul piano sociale, la perversione sfocia invece nella delega dell’esercizio della carità alle istituzioni pie che si prendono cura dei bisognosi, dove operano i “religiosi di professione”. Illich non addita dunque colpevoli, né propone soluzioni a buon mercato: egli si rifiuta di considerare chiuso il suo discorso, rifiuta anzi di considerare le stesse cose che dice come delle “risposte” (p. 104). Tenta solo di svelare l’origine e il funzionamento di un fenomeno che nemmeno riusciamo a percepire perché vi siamo immersi, e di una mutilazione che ci ritroviamo a vivere inconsapevolmente, perché immemori del passato. Il suo monito è indirizzato al recupero di un cristianesimo “al singolare”; perché la verità abita in quel “tra noi” nel quale Gesù Cristo collocò niente di meno che il Regno di Dio (Lc 17,21); àmbito in cui risiede il “meglio” del cristianesimo. E niente è peggio della corruzione del meglio.

Corruptio optimi pessima. Il cristianesimo e il mistero del male. La scommessa di Illich
Piero Stefani «Il Regno» 01-01-2008
Un detto proverbiale recita che il meglio è nemico del bene. Si tratta di una frase che attiene al versante progettuale: quando si intraprende un’attività, non di rado, il perfezionismo si tramuta in danno. Altro è il crinale che trova la propria cifra della corruptio optimi pessima: qui si è di fronte non a un disegno che attiene a quanto già esiste. La cifra più significativa di questo antico detto è che la corruzione attiene all’ottimo, non al bene. Esso non coinvolge una situazione di equilibrio, di «giusto mezzo». ( segue)
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