Francesca Esposito «La Repubblica. Edizione di Parma.» 18-12-2008
Piero Di Domenico «Corriere della Sera. Edizione di Bologna» 04-11-2008
Silvia Pingitore «Il Venerdì di Repubblica» 14-11-2008
Camillo Langone «Il Foglio» 21-11-2008
Andrea Cortellessa «La Stampa - Tuttolibri» 20-12-2008
Alberto Sebastiani «La Repubblica - Bologna» 13-01-2009
Michele Barbolini «Pulp» 01-01-2009
Alessandro Beretta «Alias» 07-02-2009
Fabio Zinelli «L'indice dei libri del mese» 01-10-2009
Nori Paolo legge Paolo Nori al Caffè letterario
Francesca Esposito «La Repubblica. Edizione di Parma.» 18-12-2008
Intervista allo scrittore parmigiano Paolo Nori, che ha presentato ieri il suo ultimo libro "Pubblici Discorsi", edito dalla Quodlibet Compagnia Extra
Ieri sera, al Caffè Letterario di Parma lo scrittore parmigiano Paolo Nori ha presentato il suo ultimo libro "Pubblici Discorsi", edito dalla Quodlibet Compagnia Extra. In un incontro un po’ teatrale e un po’ fra pochi amici al bar, non a caso, Paolo Nori ha letto alcuni dei pezzi più divertenti. Fra risate, riflessioni e discorsi linguistici un invito alla lettura di casa nostra.
Un discorso pubblico su pubblici discorsi?
Non è proprio così. Sarebbe anche un discorso interessante, voglio dire, un discorso così sul discorso pubblico di pubblici discorsi, ma stasera faccio solo la presentazione di un libro che mette insieme discorsi fatti su commissione e siccome io non sono tanto capace di parlare in pubblico allora ho preferito scrivere prima.
Preferisci scrivere piuttosto che parlare, ma hai sempre avuto questa voglia di scrivere?
In realtà non è una vocazione. Ho iniziato a scrivere a 33 anni un po’ per disperazione. Non avevo altro da fare.
In questo libro non c'è una storia particolare, non ci sono protagonisti, non è un romanzo. Però viene fuori un Paolo Nori ironico, riflessivo. Insomma, ci sei tu dentro?
No. Diciamo che scrivo quello che secondo me vale la pena di scrivere. La mia vita non è nulla di queste cose, almeno non è così interessante.
In uno dei tuoi discorsi parli di Parma e ne fai un ritratto in cui appare tirona...
La trovi un po’ tirona?
Tu scrivi "per la Gazzetta di Parma, Zavattini, avendo vissuto un po' a Parma, lo considerano come se era di Parma. Non solo Zavattini, ma anche il Correggio e il Parmigianino, che il Parmigiaino si potrebbe pensare va nè lì c'è il nome, ma il Correggio, è difficile sbagliarsi, è di Correggio, solo che a Parma, per loro anche Stendhal, che come è noto è francese, per loro anche Stendhal sembra di Parma". a me un po' tirona sembra...
No. E’ Parmocentrica, direi, e questo è ridicolo. Anche se a me Parma piace molto, mi fa emozionare.
Nel tuo libro usi un linguaggio particolare, con influenze del parlato e del pensiero. Il tuo modo di scrivere è molto originale, sembra costruito.
In realtà qui scrivo nella mia lingua madre, cerco di far entrare nella lingua letteraria anche la lingua del bar dove andavo io a sedici anni, al bar Riviera. E una volta, mi ricordo, che una volta non c’era tanta gente che leggeva ed io ero andato alla festa dell’Unità e avevo comprato un libro di Sciascia La Sicilia come metafora, e l’avevo appoggiato sul bancone e uno riferito a me ha detto “ c’è della gente che vuole fare l’intellettuale”. Ecco lì, in quel bar lì, leggere libri era una cosa un po’ singolare. Così come a quelli che scrivono i bar non piacciono. A me quei mondi lì, quello dei libri e quello dei bar son sempre piaciuti molto. Allora ho fatto entrare la lingua del bar dentro ai miei libri.
A proposito di luoghi: ormai a casa c'è la tv, sul treno l'ipod, a scuola internet. Per i libri non c'è spazio. Esiste un luogo preciso dove leggere il tuo libro?
Per me lo puoi leggere anche in bagno. Anche se va letto tutto di seguito, un discorso anticipa quello successivo: c’è un unico filone.
Costa 14 euro, vale la pena fare l'investimento "Paolo Nori Pubblici discorsi"? Consiglieresti di comprarlo?
No. A me vien sempre da dire di no. Meglio andare a vedere una partita del Parma. Se uno vuole comprare il libro, allora non c’è bisogno che glielo dica io, mi sentirei molto in imbarazzo. Non è che uno diventa più intelligente se legge. I libri non servono a diventare più intelligenti

I «Pubblici discorsi» di Paolo Nori «Meglio metterli nero su bianco»
Piero Di Domenico «Corriere della Sera. Edizione di Bologna» 04-11-2008
«Fino a qualche anno fa, quando mi chiedevano di intervenire a un convegno, parlavo a braccio, ma spesso dopo aver finito mi ricordavo di una cosa che non avevo detto. E poi aprivo così tante parentesi che non mi ricordavo più da dove ero partito, e questo mi faceva star male, specie quando mi trovavo con decine di persone. Per questo gli interventi ho deciso di scrivermeli prima». È così che lo scrittore Paolo Nori spiega la genesi del suo nuovo libro, Pubblici discorsi (Quodlibet). Alla fine dell’anno scorso Nori si è ritrovato con tanti discorsi e con l’idea di poterli mettere insieme, uniti non tanto dagli argomenti quanto dal modo in cui erano scaturiti: «Forse come saggi non varrebbero niente, ma si tratta di saggi più detti che scritti – racconta l’autore di Mi compro una Gilera – in cui tratto temi come il romanzo italiano del Novecento o Anna Karenina, che durava ben 100 minuti. Ci sono anche discorsi che mi hanno commissionato, quello su Zavattini ad esempio. In quel caso avevo venti minuti di tempo, e quindi dieci cartelle da preparare molto velocemente, quando per prepararsi bene sull’argomento ci sarebbero voluti almeno una ventina di giorni». Eppure proprio questo dovere improrogabile, con tanto di scadenze prefissate, ha finito per suggestionare il quarantacinquenne scrittore nato a Parma: «Di solito, quando scrivo i miei romanzi non ho ritmi così serrati, invece in questo caso dovevo per forza mettere dentro qualcosa, tanto che ho usato vari stratagemmi con divagazioni ripetute, per le quali mi sono peraltro autodenunciato. Ma ho anche mantenuto alcune forme tipiche che rimandano immediatamente il lettore al contesto di discorsi pronunciati, come “mi sentite bene?” o “si capisce quello che sto dicendo?”. Non abbiano però timore i lettori che si accosteranno a questa pubblicazione, così anomala nel panorama editoriale italiano, perché Nori garantisce che non ci sono poi differenze così rilevanti con i suoi libri precedenti: «In fondo io cerco sempre di ricreare modalità tipiche del parlato usando la prima persona, che nella tradizione russa è consolidata nel cosiddetto skaz, termine che rimanda al verbo parlare, basti pensare a Gogol o a Memorie del sottosuolo di Dostoevskij. In Italia invece questo accade meno, probabilmente a causa dello stile della nostra lingua, anche se non mancano eccezioni come La coscienza di Zeno di Svevo o Parlamenti buffi di Gianni Celati». Pubblici discorsi è inserito nella collana Compagnia Extra, diretta da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon: «È una collana che mi piace – conclude Nori – perché ha dei libri singolari con una fisionomia piuttosto netta, così come mi piace che un editore che si occupa di filosofia metta in piedi una collana di letteratura difficilmente classificabile, che mette vicino Celati, Cornia e Puškin. Certo, sinora sono stati pubblicati solo sei libri, ed è un po’ presto per dirlo, ma mi ricorda un’altra esperienza, quella della collana di guide e finte guide Contromano di Laterza (per la quale Nori ha pubblicato Baltica 9, scritto insieme a Benati, ndr), che ha visto passare tutti gli scrittori contemporanei, e che considero come un tratto di spiaggia libera dove tutti possono andare».

Quando l’intelligenza brilla in pubblico
Silvia Pingitore «Il Venerdì di Repubblica» 14-11-2008
Lo scrittore Paolo Nori raccoglie i migliori discorsi pronunciati in occasione di convegni ed eventi culturali. Dall’idea che Leonardo Sciasca meritasse il premio Nobel «Solo per come metteva la punteggiatura» ai quesiti sulla prosa vanagloriosa dei letterati, questi preziosi scampoli di realtà brillano di talento narrativo.
Preghiera
Camillo Langone «Il Foglio» 21-11-2008
Proprietari di mono e bilocali delle città universitarie, padroni dalle mani adunche di Roma, Milano, Padova, Bologna, Parma, Firenze, Camerino, Urbino, vi prego di non abbassare gli affitti. Gli alti costi fortificano i giovani. Non per essere cattivi, anzi: chi non può pagare può tornarsene al paesello, farà contenta mamma e troverà spazio nell’agroalimentare. Lo dice anche Paolo Nori. Lui è un autarchico, lo scrittore più impermeabile alle parole d’ordine che abbia mai conosciuto. Nel suo ultimo libro, “Pubblici discorsi” (Quodlibet), scrive: “A Reggio Emilia non ci ho mai abitato. Non che non mi piaccia, solo le case costan troppo poco. Affitti troppo bassi, dopo spendo poco, devo lavorare meno, mi impigrisco, è finita”.
Il Novecento, che abbaglio
Andrea Cortellessa «La Stampa - Tuttolibri» 20-12-2008
Nei suoi cosiddetti «romanzi» Paolo Nori ha dato vita a un principio di digressione assoluta. Il contenitore-libro si può riempire di qualsiasi cosa: dai casi minutamente personali e «insignificanti» ( il «guardare la polvere» mutuato dal post-dadaista Daniil Charms) alle riflessioni di portata più generale. L’unità compositiva, in questo formalista Doc (non a caso di scuola russa), è data dal ritmo e dall’intonazione molto più che dalle quanto mai labili vicende narrate.
A dieci anni dall’esordio narrativo Nori s’è scoperto un talento, diciamo, saggistico. Fra i suoi ultimi libri spicca «Tre discorsi in anticipo e uno in ritardo» (DeriveApprodi), indimenticabile presa per il culo dell’arch-star Calatrava, del suo ponte, e degli amministratri di Reggio Emilia che tanto ne menano vanto. Nei suoi modi bislacchi Nori dice cose molto serie (e dunque discutibili) sull’architettura contemporanea, sui suoi fasti pubblicitari, sulla sua perdita di contatto coi contesti storici e sociali. Di questa vena «saggistica» ora «Pubblici discorsi» (Quodlibet Compagnia Extra, pp. 249, € 14) raccoglie gli esiti letterari. Nori dice la sua su questioni come la traduzione, le lingue immaginarie, il rapporto tra storia e letteratura, C’è una lettura di Anan karenina che, fra una boutade e un paradosso, finisce per assommare più di ottanta pagine. Se è «saggistica» lo è fra molte virgolette, certo: si tratta piuttosto di una caricatura della libertà divagatoria e «gestuale» della sagggistica classica. Comicamente Nori mette in scena la sua impreparazione, la sua calcolata naiveté; a volte truffa smaccatamente riempiendo intere pagine di nonsense. Soprattutto – come fa sempre – «scrive» i modi, i tic e i portamentim dell’oralità. Ma così facendo raggiunge verità notevoli. Per esempio, ragionando sul mirabile Europeana di Patrik Ourednik, conclude: «Il Novecento, con tutto quel che c’è stato dentro, sembra una grande storia degli abbagli».

Nori tra l'oralità e la letteratura
Alberto Sebastiani «La Repubblica - Bologna» 13-01-2009
Paolo Nori ama le digressioni, gli aneddoti, le associazioni di pensieri, anche non immediatamente comprensibili. Le sue narrazioni ne sono un esempio lampante, ed è il ritmo della sua scrittura, ormai comunemente definita dell' oralità, che riesce a tenere insieme ogni cosa, a conquistare il lettore e a farlo proseguire, pagina dopo pagina, in un territorio dove ogni cosa sembra abbia cittadinanza. Racconti in cui tutto si tiene, si intreccia, si mescola, si accavalla, dalle riflessioni sulla lingua e la letteratura alla cronaca della quotidianità. Un magma in cui spesso non esiste una vera e propria trama in senso tradizionale, con un inizio, uno svolgimento, una fine secondo un percorso lineare. In uno dei suoi primi romanzi, lo stesso Nori racconta ironicamente che secondo un suo lettore nei libri "normali" uno volta pagina per scoprire cosa succede, in quelli di Nori per scoprire se succede qualcosa. Eppure di lettori lo scrittore parmigiano ne ha conquistati molti. Che lo seguono anche tra letture pubbliche e spettacoli con accompagnamenti musicali. E, a volte, anche "interventi pubblici". Sono proprio dieci interventi pubblici quelli raccolti in Pubblici discorsi, pubblicato da Quodlibet nella collana "Compagnia Extra", diretta da Jean Talon ed Ermanno Cavazzoni. Una collana che ha già ospitato altri celebri autori emiliano romagnoli: Gianni Celati, Federico Fellini, Ugo Cornia. I dieci "pubblici discorsi" sono stati tenuti da Nori tra il 2002 e il 2008, in giro per l' Italia, in occasione di convegni, conferenze, presentazioni di volumi. Affrontano testi letterari, questioni di letteratura, linguistica, traduzione. Tutto, ovviamente, nello stile consueto dei suoi scritti, lontano da quello saggistico tradizionale, soprattutto accademico. I lettori di Nori ritroveranno in alcuni di questi interventi anche brani dei suoi romanzi, in certi casi come citazioni esplicite, in altri no. Ad esempio, il primo discorso, Le agenzie ippiche, «pronunciato a Imola in un mese e un giorno imprecisati del 2002, in occasione del convegno La biblioteca e l' immaginario», è poi apparso nel 2003 integralmente in Storia della Russia e dell' Italia, il romanzo epistolare scritto con l' amico Marco Raffaini, primo volume della collana LdM, ideata da Nori stesso per la casa editrice Fernandel. Questi "pubblici discorsi" sono fondamentali per avvicinarsi all' idea di scrittura e di letteratura dello scrittore parmigiano. Parlando di letteratura, di romanzi russi (come nei due lunghi interventi su Anna Karenina, a Correggio, nel gennaio 2008, in vista della data nella cittadina reggiana dello spettacolo di Nekrosius tratto dal romanzo di Tolstoj) e delle loro traduzioni, Nori parla di quella che definisce la lingua "inventata" per eccellenza: l' italiano, quello standard, che si impara a scuola, che si incontra nella letteratura tradizionale (e anche in quella contemporanea), e che, nella sua "letterarietà", dimostra la propria falsità, tanto da essere considerata «un' astrazione che assomiglia a un fantasma, non a una lingua». Un italiano a cui Nori si oppone, e al quale contrappone la sua ricerca stilistica: una lingua parlata, viva, quotidiana.

Pubblici discorsi
Michele Barbolini «Pulp» 01-01-2009
È ormai prassi che appena un libro fa parlar di sé, l’autore, viene reclutato dal mercato culturale con le richieste più bizzarre: rubriche di ogni tipo su giornali, radio e tv, prefazioni, antologie, sceneggiature, conferenze, festival e quant’altro. Questa malsana vulgata secondo la quale scritto un libro si diviene tout court intellettuali a tutto campo, ha fortunatamente le sue felici eccezioni. Soprattutto se l’autore in questione è uno come Paolo Nori che di romanzi ne ha scritti parecchi. I dieci testi che compongono Pubblici discorsi sono nati da singole occasioni in cui l’autore emiliano è stato chiamato a esprimersi pubblicamente su temi quanto mai eterogenei: da un Discorso sulla storia e sulla letteratura già presente in Mi compro una Gilera a un Discorso sulla traduzione fino al più complesso discorso in due puntate su Anna Karenina.
La propensione alla digressione di Nori, trova in questi discorsi la sua vera e propria realizzazione, con gli annessi pregi e difetti. Se ci sembra difficile credere che il pubblico sia riuscito a seguire il filo di alcuni ragionamenti, per chi legge i continui allontanamenti dal tema preso in esame risultano invece punto di forza di un’ argomentazione costruita per immagini e divagazioni che nel respiro dell’intero intervento si assestano come tasselli di un puzzle che, una volta terminato, lascia con quel senso di stupore di chi ha compreso il quadro generale tutto d’un colpo.
Così come aveva messo in crisi la prosa narrativa, Nori scardina anche la formalità dell’intervento critico, della prosa che si usa definire “scientifica” e qui invece valica irrimediabilmente i confini che gli sono propri e si fonde con la narrazione.
C’è di tutto nelle pagine di questi Pubblici discorsi; si riflette sulle tendenze della narrativa contemporanea nel nostro Paese e ci si misura con grandi autori del passato come Tolstoj e Gogol’, ci si chiede perché un traduttore italiano per dire “stavo male” usa l’espressione “avevo una tarantola di inquietudini nel petto”, si spiega perché l’italiano è una lingua immaginaria e perché l’anarchia “nel suo significato più intimo […] di unica soluzione possibile, bellissima, miracolosa è destinata a fallire”.

Dieci interventi disorganizzati
Alessandro Beretta «Alias» 07-02-2009
Chi non ama l’emiliano Paolo Nori gli fa alcune critiche: scrive troppi libri, scrive sempre delle stesse cose, di fatti personali filtrati dall'alter-ego Learco Ferrari, e la lingua, questi periodi lunghissimi, pieni di ripetizioni, con una sintassi che è un bricolage, che vanno non si sa bene dove. I motivi elencati, crediamo, insieme a certa posizione nel mondo - Learco esordì così: «Io sono quello che non ce la faccio» -, sono poi gli stessi per amare Noti. Ne aggiungiamo uno: ascoltarlo dal vivo quando legge è un’esperienza che fa far la pace con la pagina scritta.
Questo nesso con la condivisione del testo con gli ascoltatori - e non è performance perché si fa da secoli - è anche il fatto principale di cui tener conto davanti a Pubblici discorsi (Quodlibet, pp. 246, €14,00). Il volume raccoglie dieci interventi letti in diverse occasioni, senza editing o aggiustamenti, con un effetto di continua ridondanza dato dalle ripetizioni interne. Nori riprende in diverse situazioni gli stessi aneddoti, offre moduli-pagina che ribattono i concetti chiave: exempla che deviano dall'argomento principale ma che infine, all’improvviso, vi rimandano in modo legante.
Tra episodi personali e citazioni - senza virgolette - di scrittori amati come i russi Chlebnikov e Charms – amuleti per l’umorismo paradossale - e gli italiani Cesare Zavattini e Raffello Baldini, Nori divaga su argomenti come la traduzione (Sputare negli stivali) e le lingue inventate (Comandano loro), ma costruisce. Esemplari, in questo senso, gli excursus spesi nel «Primo discorso su Anna Karenina» Come mai questo titolo (L’antimateria, gli stivali e la cera) dove l'ascoltatore prova una qualità altrimenti poco comunicabile: una dinamica delle attese simile a quella costruita da Tolstoj. Se, infatti, Anna Karenina nel romanzo appare solo al XVIII capitolo, nel discorso di Nori arriverà solo alla fine.
Domina, in questi scritti, una felice disorganizzazione progettuale che segue nell'esposizione un istinto ritmico, più che una classica argomentazione. Se si sta al gioco, dunque, ci si diverte, incontrando anche la posizione dell'autore sulla lingua letteraria e sulla traduzione. L'autore, che traduce dal russo, cita a più riprese un incipit di Beckett: I was feeling awful un semplice «Stavo male», che venne tradotto con «Avevo una tarantola di inquietudini in petto». Noti dunque scrive: «Ecco, io mi chiedo: Cosa avrà pensato, quel traduttore li? Beckett ha preso il Nobel, avrà pensato, non può mica scrivere Stavo male». Lo stesso problema affligge gli scrittori con il risultato che: «L'italiano letterario (...) è un posto stranissimo, un posto dove non si scopa, si fa sesso, un posto dove non tira il vento, si alza un mite grecale». Un eccesso di culto verbale, mentre Nori cerca «una lingua concreta» che non va «verso il riconoscimento letterario» ma verso la «creazione di immagini» che a loro volta finiscono per rompere ogni trama.
A un Nori narratore, ormai, si può affiancare un Nori teorico. A chi ne chieda ancora ragione, rispondiamo come fa l’autore: «Dopo ne parliamo».

Prose a credito
Fabio Zinelli «L'indice dei libri del mese» 01-10-2009
Learco Ferrari, l’alter ego protagonista dei primi romanzi di Nori, faceva il magazziniere e il traduttore: traduzioni tecniche, dal russo. Il conteggio delle pagine tradotte in relazione a bollette e spese domestiche ricordava l’ossessività degli stessi calcoli fatti in la Vita Agra da Luciano Bianciardi, intellettuale ‘non organico’, salde radici nell’anarchia. L’autore di questi Pubblici discorsi ha fatto un passo avanti: adesso deve riempire le pagine fissate dagli organizzatori per prolusioni su temi molto ufficiali come il rapporto tra storia e letteratura, la traduzione, la letteratura italiana contemporanea. Cronicamente impreparato, l’oratore preferisce le vie traverse: digressioni, aneddoti («c’era un mio amico»), lunghe citazioni parola per parola di passi di Malerba, Danijl Charms (già proposto da Nori nei panni di slavista in un’edizione einaudiana) con altri russi fuori dal canone, ma anche dei propri libri. Per fare carta servono anche un’aria di Metastasio, liste di nomi, conteggi (quanta gente lascia la sala durante la lettura), le continue gags («Zavattini, come Correggio non era di Parma, era di Luzzara. Il Luzzara, l’avrebbero chiamato probabilmente se fosse nato nel sedicesimo secolo»). Regna la legge del minimo sforzo, Oblomov con però una vena di anarchia. Si tratta di riempire pagine a credito per il proprio sostentamento ai minimi termini di natura, fine urgente dell’intellettuale ‘non specializzato’ e non particolarmente in carriera (sembra, per scelta), non investito di compiti particolari se non quello di tenere questi strampalati discorsi. Il tutto con un disordinato amore del prossimo nei panni del lettore/ascoltatore avvolto da una teatrale empatia e sollecitato da un impasto allocutivo stralunato che ha attirato a Nori una serie di critiche riassunte così: «ogni tanto c’è della gente che quando escono i miei libri scrive che io sono una persona coltissima che fa finta di esser un semicolto». Naturalmente «si sbagliano», come dice Nori rivendicando la propria ignoranza, ma bisogna essere più espliciti considerando questa per quello che è secondo i canoni del mestiere. La letteratura italiana contemporanea è infatti piena di tentativi variamente riusciti di risolvere il problema del punto di vista mettendo al centro del racconto personaggi ‘non sapienti’: i bambini ambiguamente innocenti di Ammaniti, Scurati, Vasta, Vinci, ma anche i ‘deficienti’ postmoderni di Aldo Nove e Tommaso Pincio. Nori, monologando, lo fa servendosi della maschera celatiana dell’idiota, il Celati sulle orme di Céline e studioso del tipo folklorico e letterario del fool. È una linea che ha conosciuto un successo regionale emiliano (Cavazzoni, Benati) e che rinasce in Nori con nuove energie. Il conferenziere indossa i vestiti di scena del fool e diventa l’emblema stesso dell’intellettuale ‘non specializzato’, non trasmette opinioni ma esperienze. Emblematico in tal senso è il rapporto con la letteratura russa fatto di lunghi soggiorni in una Russia in transizione (ne esce, per esempio, una bella rilettura di Anna Karenina). Sul piano della lingua, secondo il dettame celatiano, si pesca nell’oralità portando sulla pagina strafalcioni di ortografia: «ciò» (‘c’ho’), «mammano» (‘mano a mano’), ma anche di lessico: «mia nonna quando parlava in italiano certe parole strane come boiler, per dire, lei lo chiamava il bolide, o certe espressioni, quando passava un’ambulanza lei diceva che era passata un’ambulanza a sirene spietate». Non si crederà solo a una spinta naturalistica («la vera lingua inventata, è l’italiano letterario, che è un posto stranissimo, un posto dove non si scopa, si fa sesso, un posto dove non tira il vento, si alza un mite grecale»). Il repertorio del banale è invece esplorato per moltiplicare gli effetti di eccentricità: «penso che Charms sia uno degli autori che mi ha influenzato di più, come si dice con un’espressione forse abusata ma mai abusata come l’espressione Espressione forse abusata». Che non sia un uso ‘guitto’ della prosa è provato da come il triviale vada insieme a figure di bravura: una serie di proverbi rifritti si accompagna ad un uso a incastro del discorso indiretto («La vita è fatta a scale c’è chi scende c’è chi sale, come dice Spinoza, diceva il protagonista»), tipico, questo, di un Thomas Bernhard. L’aderenza di scritto e parlato è tutto e la prosa un insieme di voci per il romanzo, «una valigia piena di trucchi, come dice Brodskij», dice Nori.
