Stile tardo
Stile tardo
Poeti del Novecento italiano
Ha scritto René Char: «Abbiamo una sola risorsa con la morte: fare arte prima di lei». Ci sono artisti – pittori, poeti, musicisti – che nelle loro opere ultime han trovato la forza per rinnovarsi e indagare territori sconosciuti e sorprendenti, aprendo strade inedite per chi è venuto dopo di loro. Così facendo, non di rado essi sono entrati in contraddizione non solo con i canoni correnti alla loro epoca, ma anche con la propria opera precedente, beffandosi della critica e ribellandosi al giudizio dei loro stessi ammiratori. Una sfida di questo genere, realizzata in modi diversi ma sempre spregiudicati nel rivendicare la libertà dell’arte dagli schemi precostituiti, si può ravvisare in una serie di poeti del Novecento che appartengono alla più alta tradizione della poesia italiana moderna: Ungaretti, Saba, Montale, Palazzeschi, Betocchi, Caproni; ma anche in Moretti, Valeri, Bassani, Parronchi, Cattafi, Fortini, autori troppo spesso letti secondo formule stereotipe o frequentati più volentieri per la produzione non lirica. In ognuno di essi l’autore ha indagato lo «stile tardo» di cui Adorno ha parlato per la musica dell’ultimo Beethoven, in una ricerca che mette in luce la tensione utopica e lo spirito anticonformista connaturati alla grande arte novecentesca.
Recensioni 
Daniele Balicco «Alias» 17-01-2009
Amedeo Anelli «Il Cittadino» 11-06-2009
Enzo Golino «L'espresso» 12-02-2010
 
Evasioni e cliché, i poeti "anziani" di Luca Lenzini
Daniele Balicco «Alias» 17-01-2009
Nella storia dell'arte le opere tarde sono catastrofi. Così ammonisce Adorno pensando in particolare al Beethoven più sconvolgente e sperimentale, quello degli ultimi Quartetti. Ma il caso del compositore tedesco è solo esemplare, non unico, né tantomeno raro. Si può parlare, infatti, di stile tardo - ed è una posizione estetica e insieme esistenziale - pensando a moltissimi autori: per esempio a Michelangelo o a Tiziano; sicuramente al Bach dell'Arte della fuga, all'ultimo Goya, alle poesie tarde di William Butler Yeats. Ma l'elenco potrebbe continuare all'infinito. Lo stile tardo accomuna risultati estetici anche molto diversi perchè descrive una situazione estrema e banale: nel divenire anziani, la percezione precisa, anzitutto corporea, del proprio essere mortali. Potenziare al massimo questa consapevolezza può atterrire; o invece liberare, come nel nostro caso, nuove energie espressive. Di questa pista di ricerca adorniana, il bel libro che Luca Lenzini ha da poco licenziato per le edizioni Quodlibet (Stile tardo Poeti del Novecento italiano, pp. 260, € 20,00) è un severo ed elegante approfondimento. Lenzini è uno dei massimi studiosi italiani di Franco Fortini, di cui per altro è stato allievo e a cui dedica, in chiusura del libro, un lungo capitolo simpatetico. Tuttavia, se nel suo sguardo diagnostico è ben riconoscibile la lezione del maestro, ma anche quella del miglior Pasolini critico, il suo stile asciutto e piano si differenzia con nettezza dalle oblique mosse fortiniane: vira piuttosto verso una precisione e un'eleganza quasi anglosassone, forse più vicina alla prosa critica di un altro autore caro a Lenzini: Vittorio Sereni. Il volume, dopo una densa introduzione filosofica, analizza lo stile tardo di alcuni fra i massimi poeti italiani del Novecento: tra gli altri, Ungaretti, Saba, Montale, Moretti, Betocchi, Caproni, Fortini. C'è chi, per esempio come Marino Moretti, torna a scrivere poesie ormai anziano, dopo un intervallo di oltre cinquant'anni. E proprio mentre Mondadori sta per pubblicarne l'opera omnia. Nel suo Diario senza le date (1966, poi 1974), a ottant'anni suonati, ripete in forma epigrammatica: «sii a te stesso infedele», quasi autosabotando la propria immagine di mite poeta crepuscolare. L'insoddisfazione verso la canonizzazione è infatti una delle mosse tipiche dello stile tardo. Il suo carattere erratico e
anarchico, «allergico ad ogni irrigidimento» rivendica come proprio diritto « l'evasione dal clichè, l'autoironia ed il gioco» (p. 91): e se si pensa all'ultimo Montale, che torna a scrivere poesie da anziano, dopo oltre vent'anni di silenzio poetico e di corrispettiva consacrazione sociale, è fuori dubbio che da Satura in poi la sua poesia cada, per l'energia disgregante e iconoclasta che sprigiona, precisamente sotto i poteri dello stile tardo. Certo, la sua curvatura può essere di tutt'altro tipo: per esempio apocalittica, come in Composita Salvantur di Fortini o nell'ultimo Ungaretti, da Terra promessa In poi. Oppure, più vicina a una strategia di autodissolvimento: come per esempio in Saba, che nella sua ultima poesia arriverà a scrivere: «mai appartenni a qualcosa o a qualcuno».
Da Saba a Ungaretti, poeti e poesie del '900
Amedeo Anelli «Il Cittadino» 11-06-2009
Partendo da un'intuizione di T.W. Adorno sullo Spätstil negli ultimi Quartetti di Beethoven in cui «vi è come una tendenza alla dissociazione, alla disgregazione, alla dissoluzione» Lenzini analizza lo stile tardo in un buon gruppo di poeti italiani soprattutto della prima metà del Novecento. Ricapitolazione, non aderenza rispetto agli stereotipi critici e allo stile precedente, quindi apertura sul futuro e stile inconciliato rispetto all'esistente, sono alcuni dei tratti che sono analizzati in poeti quali Ungaretti, Saba, Montale, Betocchi, Moretti, Palazzeschi, Valeri, Bassani, Parronchi, Cattafi, Caproni, Fortini. Lenzini è come sempre filologicamente agguerrito, con documentazione di prima mano, mette in campo una vita di studi e di frequentazioni, anche se non mancano forse alcune forzature dovute all'applicazione del "modello", però il quadro che ne esce è di primordine e la "carne al fuoco" molta.
A chi scrive una certa "felicità" provoca la ripresa del Bassani poeta, oltre che per la qualità dei testi, perché è ora di valutare gli autori nella loro totalità di là dagli stereotipi critici e merceologici che tendono a racchiuderli in un genere in un target.
Bisognerà pensare alla eterodossa e vivente complessità degli autori, soprattutto della loro attitudine "mondana" in cui etica ed estetica, azione responsabile e mondi, sono in tensione. Per il resto ben venga il diluvio.
Geni tardivi
Enzo Golino «L'espresso» 12-02-2010
Quando arrivò a Percoto (Udine), vincitore del Premio Internazionale Nonino 1996, durante una conversazione raccontò - forse per un riflesso autobiografico, minato com'era dalla malattia - che progettava uno studio sulle opere ultime di scrittori, compositori, artisti. Palestinese di nascita, americano di adozione, Edward W. Said (1935-2003), intellettuale e accademico prestigioso raffigurato in un murale all'Università di San Francisco, fautore di uno Stato israelo-palestinese, disseminava in conferenze e scritti quell'argomento che gli stava a cuore, stimolato da un saggio di T. W. Adorno sullo 'Spätstil' (lo stile tardo) di Beethoven... La "tardività" può testimoniare anche tensione disarmonica e inconciliata, anacronistico sussulto di vitalità "contro il proprio tempo" e l'"invecchiamento borghese". Sono i casi preferiti da Said, come appunto Adorno/Beethoven, Arnold Schönberg, Richard Strauss, W. A. Mozart, Jean Genet, Tomasi di Lampedusa e 'Il Gattopardo', amatissimo pure nella versione filmica di Luchino Visconti, regista del manniano 'Morte a Venezia' messo in musica da Benjamin Britten, il virtuoso Glenn Gould, Konstantinos Kavafis e altri "tardivi". Coincidenza curiosa, Luca Lenzini ha sviluppato con acume personale lo stesso tema (cita l'edizione americana del libro ancora non tradotto) in 'Stile tardo. Poeti del Novecento italiano' (Quodlibet, pp.257, euro 20). La vecchitudine avanza: l'arte, in ogni sua espressione, aiuta a capirla meglio.
2008
Quodlibet Studio. Lettere
140x215
ISBN 9788874622214
pp. 264
€ 20,00 (sconto 15%)
€ 17,00 (prezzo online)