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Lévi-Strauss. Fuori di sé
A cura di Marino Niola Testi di Giorgio Agamben, Marc Augé, Roland Barthes, Georges Bataille, James Clifford, Simone de Beauvoir, Jacques Derrida, Gérard Genette, Jacques Le Goff, Michel Leiris, Élisabeth Roudinesco, Susan Sontag, Pierre Vidal-Nacquet, Nathan Wachtel In occasione del centenario della nascita di Claude Lévi-Strauss, per onorare il grande maestro, Marino Niola offre una preziosa raccolta di saggi e articoli in cui alcune tra le principali voci della cultura del Novecento incontrano l’opera dell’antropologo che più ha inciso sul pensiero del secolo breve. Ne emerge un confronto serrato con diversi campi disciplinari – dalla filosofia alla sociologia, dalla storia alla critica letteraria, dalla linguistica alla psicoanalisi – a testimonianza di un pensiero da sempre fuori di sé, che travalica senza posa la sfera dell’antropologia; ulteriore attestazione dell’impossibile tracciabilità di confini fra i saperi, fra le culture. È il riconoscimento a un pensiero traboccante e quanto mai fecondo che ha scelto, con determinazione, di porsi in permanenza altrove, nel luogo proprio dell’etnologia, di questa conoscenza ai confini di ogni conoscenza che, come ha scritto Foucault, si offre programmaticamente come «perpetuo principio d’inquietudine, di problematizzazione, di critica e di contestazione»: una metodica dello spaesamento, una poetica dello sguardo da lontano. Claude Lévi-Strauss, nato a Bruxelles il 28 novembre 1908, è professore onorario al Collège de France. Dopo gli studi di diritto e di filosofia, si volge all’etnologia. Insegna per due anni nei licei, prima di essere nominato membro della missione universitaria francese in Brasile, dove diviene professore all’Università di São Paulo (1935-1938). I resoconti delle sue missioni confluiranno in Tristi tropici, il testo che lo ha reso celebre. Dal 1941 insegna alla New School for Social Research di New York, città dove fonda, con Focillon, Maritain e altri, l’École Libre des Hautes Études. Durante il periodo newyorkese si dedica alla tesi di dottorato, Le strutture elementari della parentela, che verrà pubblicata nel 1949. Richiamato in Francia dal ministero degli esteri, torna negli Stati Uniti come addetto culturale presso l’Ambasciata di Francia, dove resterà fino al 1949, quando lascerà l’incarico per dedicarsi al suo lavoro scientifico. Nello stesso anno è nominato vice-direttore del Musée de l’Homme e, nel 1950, entra all’École Pratique des Hautes Études, la cui VI sezione diventerà in seguito l’École des Hautes Études en Sciences Sociales. Su proposta di Maurice Merleau-Ponty viene eletto nel 1959 al Collège de France, dove tiene fino al 1982 la cattedra di Anthropologie sociale di cui dirige il laboratorio da lui creato nel 1960. Nel 1961 fonda, con Émile Benveniste, Pierre Gourou e Jean Pouillon, la rivista «L’Homme» destinata a diventare il simbolo di quel cantiere di saperi incrociati che costituisce la ragione profonda delle scienze umane.
Marino Niola è professore di Antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Napoli «Suor Orsola Benincasa».
Recensioni
«La Repubblica» 21-11-2008
Renato Minore «Il Messaggero» 27-11-2008
Marco Pacioni «Alias» 06-06-2009
Cosě lo celebra la Francia
«La Repubblica» 21-11-2008
La Francia porta in trionfo Claude Lévi-Strauss. A maggio la Plèiade gli ha dedicato un volume collocandolo nell' Olimpo dei classici. Il 28 novembre il Museo parigino del Quai Branly organizza un' intera giornata di festeggiamenti per il centesimo compleanno del più grande antropologo della storia. Un' autentica Expo-Lévi-Strauss: le sue preziose collezioni, le foto scattate tra i Nambikwara, i tanti film su di lui e, soprattutto, la lettura pubblica dei suoi libri. Cento grandi intellettuali francesi si daranno il cambio in un reading delle sue pagine più belle, da Julia Kristeva a Bernard-Henri Lévy, da Maurice Godelier a élisabeth Roudinesco. Il canale ARTE, il 27 novembre, gli rende omaggio dedicandogli l' intero palinsesto della giornata: Lévi-Strauss de midi a minuit. Anche l' Italia celebra il maestro francese con la pubblicazione di un volume intitolato Lévi-Strauss. Fuori di sé, in uscita da Quodlibet il 26 novembre, per la cura di Marino Niola, dal cui saggio introduttivo anticipiamo i brani pubblicati in questa pagina. I saggi raccolti nel volume sono firmati tra gli altri da Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Roland Barthes, Georges Bataille, Jacques Derrida, Giorgio Agamben, Marc Augé, Pierre Vidal Nacquet e Jacques Le Goff.

Tutto il secolo di un maestro da rileggere sempre
Renato Minore «Il Messaggero» 27-11-2008
DOMANI compie cento anni Claude Lévi Strauss, l’ultimo dei maitre a penser, l’antropologo che ha fatto della sua disciplina uno dei grandi saperi del Novecento. Per il centenario, nella prefazione al recente volume della Plèiade, Vincenze Debaene invita a guardare alla sua opera come a una «tradizione antica in termini moderni», da leggere come si leggono oggi quelle dei naturalisti alla Buffon. Una eccezionale rappresentazione del mondo con forza letteraria e testimoniale pari a quella di Newton e Galileo. Presso Quodibet di Macerata esce Fuori di sé a cura di Marino Niola in cui alcuni protagonisti del Novecento (da Augé a Derrida da Barthes a Le Goff) incontrano l’opera dell’antropologo che più ha inciso sulle idee del “secolo breve”. Un confronto serrato con diversi campi disciplinari a testimonianza di un pensiero da sempre “fuori di sé”, che va oltre il territorio antropologico. Come traspare anche dal saggio, uscito su "Le Temps Modernes" e inedito nella nostra lingua, in cui Simone de Beauvoir, nel 1949 “legge” l’opera fondamentale di Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela Alla base di tutti i sistemi matrimoniali la proibizione dell' incesto, la quale impedisce l' endogamia: l' uso di una donna, vietato all' interno del gruppo parentale, diventa disponibile ad altri. Grazie a questo divieto, è reso possibile lo scambio di un “bene pregiato”, le donne, tra gruppi sociali e quindi lo stabilimento di forme di reciprocità e di solidarietà che garantiscono la sopravvivenza del gruppo.

Da Agamben a Wachtel in un campo di tensioni
Marco Pacioni «Alias» 06-06-2009
L’espressione «scienze umane» da un lato suscita la sensazione di una forzatura. L'idea di uno di quei fastidiosi ossimori che servono a esorcizzare le contraddizioni che i due termini accostati sprigionano. L'impressione che si stia tirando per i capelli qualcosa di sfuggente per assicurarlo a un metodo rigoroso, com'è appunto quello scientifico, che immobilizzi l'«umano» riducendolo a un oggetto di conoscenza qualsiasi. D'altro lato, a chi ha una certa familiarità con le «scienze umane», lo stridore dell'espressione rivela anche che tra una coppia di opposti (spirituale/materiale, umano/animale, ecc.) può esistere una zona indeterminata, una terra di nessuno che in qualche modo serve ai due ambiti che si oppongono per costituirsi. Osservate da questa seconda accezione, le contraddizioni delle «scienze umane» non rappresentano soltanto un limite, ma anche una via d'accesso a una dimensione ibrida nella quale il dato di fatto e l'interpretazione sono inestricabili. L'etnologia e l'antropologia di Claude Lévi-Strauss non hanno soltanto risolutamente testimoniato a favore di questo secondo modo di vedere l'antitesi «scienze umane» e con essa quella tra natura e cultura, ma hanno fatto esplodere a tal punto questo campo di ricerche che le ripercussioni si sono fatte sentire in molte altre discipline segnando indelebilmente molti aspetti della cultura umanistica e scientifica del secolo trascorso e di quello odierno. Della tensione centrifuga e delle ricadute interdisciplinari del pensiero dell'antropologo francese offre testimonianza, per il centenario della nascita, il volume Lévi-Strauss fuori di sé (a cura di Mario Niola, Quodlibet, pp. 265, € 24,00). È una raccolta di testi eterogenei scritti e pubblicati in tempi diversi dalla fine degli anni quaranta a oggi su alcune opere dello studioso, sull'applicazione di alcune sue idee e sulla sua personalità intellettuale. Già soltanto scorrendo i nomi degli autori - Agamben, Augé, Barthes, Bataille, Clifford, Le Goff, Leiris, Roudinesco, Sontag, Vidal-Nacquet e Wachtel - ci si può fare un'idea considerevole dell'impatto degli studi di Lévi-Strauss. Pur se in modi diversi, dai saggi emerge ripetutamente l'idea che la ricerca di Lévi-Strauss si dispiega sempre attraverso coppie che si compongono o si respingono e che comunque sono refrattarie ad assumere un unico termine. Continui «con» o «contro» che fanno dell'autore delle Strutture elementari della parentela uno dei più fieri decostruttori dell'autonomia del soggetto e della dimensione culturale che gli è più propria cioè l'umanismo. Lévi-Strauss non ricerca tanto origini nelle quali già spesso mascherata una finalità, ma legami oppositivi che si sono stretti a causa della necessità. Luoghi che non si disegnano con un pieno o un vuoto, ma come un campo di tensioni che si reggono per il loro stesso opporsi. Come sottolinea l'intervento di Bataille, soprattutto attraverso lo studio dell'enigma dell’incesto Lévi-Strauss insegna che se non si lasciano perdere le chimere dell'«inizio» e della «fine» si rischia dì perdere tutto quello che c'è nel mezzo. Seguendo un forte suggerimento che gli viene dall'arte surrealista, Lévi-Strauss si rivolge principalmente ad accostare oggetti che a prima vista sembrano non avere niente in comune, a dislocarne altri in insiemi diversi da quelli di provenienza, a ricombinarne altri ancora in bricolage tanto audaci quanto suggestivi. Oppure, assecondando la pur forte affinità alla pittura dell'astrattismo geometrico disegna schemi e combinazioni capaci di rivelare parentele inaspettate. Più in generale, prendendo spunto dalla linguistica strutturale di Saussure, Lévi-Strauss procede in modo tale da considerare i segni prima dei significati, le forme prima dei contenuti. Per lo studioso, se il contenuto venisse prima della forma forse non ci sarebbero le culture, giacché non ci sarebbe bisogno di costruire congegni che producono senso. Dunque il senso non sta all'origine. Anzi, l'origine stessa viene sempre ricercata a giochi fatti, a ritroso, indietreggiando fino ad accorgersi di non potersi mai veramente fermare - tanto da pensare che l'origine propriamente detta non ci sia neppure. Dopo Hegel e nel clima culturale dell'espansionismo occidentale, ma anche dell'inizio della critica all'eurocentrismo, la filosofia si è sforzata di trovare modi di conoscenza che si congedassero da se stessa. Nonostante ciò, la maggior parte di questi sforzi è stata riassorbita nella speculazione e non è riuscita ad andare oltre la critica alla metafisica. Marx, Nietzsche, Freud, Wittgenstein e lo stesso Heidegger che ne sembra più consapevole di altri hanno riconfermato la metafisica proprio a partire dal tentativo di negarla. Nel saggio di Derrida - forse uno dei più significativi del volume per capire la capacità d'influenza dell'opera di Lévi-Strauss al di là del suo ambito disciplinare - tutto ciò viene discusso e messo in relazione ad una sola eccezione: l'etnologia. Essa non costituirebbe soltanto un controcanto, ma finalmente un percorso alternativo alla metafisica. La capacità dell'etnologia di essere «fuori di sé» non le dà soltanto la possibilità di rimanere indipendente, ma anche di reinterrogare dall'esterno la filosofia e con essa il sapere in modo tale da costringerli a una passività mal veramente sperimentata che ha il suo analogo nella relativizzazione della cultura occidentale al cospetto delle altre culture. E tuttavia, pur se in modi diversi dal discorso filosofico, anche l'antropologia di Lévi-Strauss mira a rinvenire delle strutture universali. In esse lo studioso non ha mai visto dispiegarsi valori da proteggere, ma ferree necessità, rapporti di forza che non dovrebbero lasciare spazio alla saudade della sua spedizione brasiliana o alla tristezza che sin dal titolo intride il suo capolavoro Tristi tropici. Nonostante ciò, come mostra il saggio di Wachtel, tale dimensione malinconica è presente nella sua opera e forse sta li a indicare che compiuto il distacco dal soggetto e dalla metafisica rimane difficile eliminarne anche la nostalgia.

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