Atlante della letteratura tedesca
Atlante della letteratura tedesca
A cura di Francesco Fiorentino e Giovanni Sampaolo

Un Atlante che conduce in numerosi viaggi di scoperta attraverso una vasta area europea, quella di lingua tedesca, raccontando in più di settanta voci un profilo dei luoghi più significativi per le sue letterature: città, fiumi, paesi, teatri e molto altro ancora. Ne scaturisce il panorama di un universo policentrico che ha vissuto vicende culturali di eccezionale portata, dalla Riforma luterana alla nascita del romanticismo che inaugura la modernità, dal fermento intellettuale nella Vienna di Freud e nella Berlino dell’espressionismo alle vicende legate agli opposti totalitarismi del Novecento, dalla caduta del Muro fino al fenomeno odierno di una vivace letteratura dei migranti nel melting pot berlinese.

Opera di oltre sessanta studiosi, questo Atlante ripensa la tradizione culturale e letteraria come rete di luoghi collegati da fili molteplici, realtà locali sempre ridefinite dall’immaginazione letteraria: la Weimar di Goethe e Schiller, la Lubecca di Thomas Mann, la Berlino di Günter Grass, fiumi densi di leggende come il Danubio riscoperto da Claudio Magris, teatri come il Berliner Ensemble di Brecht, ma anche tutto un Est che parlava yiddish e le tappe dell’esilio di tanti scrittori che fuggirono dalla barbarie nazista e dall’Olocausto. E al di là delle letterature di Austria, Germania e Svizzera di ieri e di oggi si spazia su quelle delle minoranze extraterritoriali di lingua tedesca, come ad esempio nella Praga di Kafka, in Romania o in Alto Adige, ma anche sulla visione di luoghi lontani, dall’America all’antica Grecia, da Parigi e Londra all’Italia e a molti paesi dell’Oriente: i confini apparenti delle letterature nazionali sono dissolti dall’inarrestabile mobilità dell’immaginario.
I testi, interconnessi in modo da favorire una vera e propria navigazione ipertestuale nella lettura, sono integrati da carte geografiche tematiche.
Il volume è dedicato a Marino Freschi.
 

«La vicenda di ciò che accade in tempi diversi, che è propriamente la storia, non è altro che una ininterrotta geografia, perciò è una delle più grandi manchevolezze storiche quando non si sa in quale luogo una cosa sia accaduta, o che cosa questo abbia comportato.»

Immanuel Kant
 
 
Alla stesura dell’opera hanno partecipato: Elena Agazzi (Le Alpi), Flavia Arzeni (Giappone), Roberta Ascarelli (Dresda; Kakania), Laura Auteri (Schilda/Abdera), Anna Rosa Azzone Zweifel (Seldwyla), Italo Michele Battafarano (L’Italia), Ursula Bavaj (Lipsia), Stefano Beretta (Sonnenallee/Kreuzberg/Mitte), Paola Bozzi (Banato e Transilvania), Franco Buono (Topografie dell’esilio), Rita Calabrese (Monaco nell’Otto-Novecento), Fabrizio Cambi (Lubecca), Giulia Cantarutti (Zurigo nel Settecento), Gabriella Catalano (Il duomo di Colonia), Giovanna Cermelli (Il Reno), Paolo Chiarini (Parigi), Anna Chiarloni (Berlino dopo il Muro), Michele Cometa (La Sicilia), Alessandro Costazza (Südtirol), Margherita Cottone (Giardini), Maria Enrica D’Agostini (India), Paolo D’Angelo (Königsberg/Kaliningrad), Matilde De Pasquale (Amburgo), Gabriella d’Onghia (Frisia), Alessandro Fambrini (L’America), Maria Fancelli (Strasburgo), Francesco Fiorentino (Zurigo nell’Ottocento; Zurigo nel Novecento), Maria Carolina Foi (Rütli; Trieste), Luigi Forte (Freie Bühne, Volksbühne, Berliner Ensemble), Matteo Galli (Heimat), Pasquale Gallo (La Berlino del Muro), Antonella Gargano (La Berlino dell’espressionismo), Ingrid Hennemann Barale (Jena), Andrea Landolfi (Venezia), Claudio Magris (Crno Selo), Giorgio Manacorda (Charenton), Guido Massino (Shtetl), Camilla Miglio (Persia), Lucia Mor (Egitto), Giampiero Moretti (Heldelberg), Domenico Mugnolo (La Marca di Brandeburgo), Stefan Nienhaus (Berlino nel Sette-Ottocento), Agnese Nobiloni Toschi (La Wartburg), Gianluca Paolucci (Il Danubio), Vanda Perretta (Svevia), Lucia Perrone Capano (Russendisko. La Berlino dei migranti), Maurizio Pirro (Salisburgo; Worpswede), Mauro Ponzi (Roma), Grazia Pulvirenti (Vienna 1900; Cina), Luigi Reitani (Topografie della Shoah), Marco Rispoli (Gottinga), Giovanni Sampaolo (Weimar), Stefania Sbarra (Herrnhut), Klaus R. Scherpe (La Staatsbibliothek di Berlino), Giulio Schiavoni (Bucovina), Isolde Schiffermüller (La Praga di Kafka), Heinz Schlaffer (Tubinga), Wendelin Schmidt-Dengler (Graz), Giovanni Scimonello (L’isola di Felsenburg; Marte), Claudia Sonino (Percorsi dell’ebraismo orientale), Wolfgang Storch (La Prussia), Rita Svandrlik (Il Burgtheater e i teatri viennesi), Giovanni Tateo (Slesia), Ute Weidenhiller (Augusta), Luciano Zagari (La Grecia), Luca Zenobi (Londra; Nationaltheater).

Francesco Fiorentino insegna Letteratura tedesca all’Università Roma Tre.

Giovanni Sampaolo insegna Lingua tedesca e Traduzione all’Università Roma Tre.
 
Recensioni 
redazionale «Tuttolibri - La Stampa» 28-03-2009
Andrea Casalegno «Il Sole 24 Ore» 29-03-2009
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 05-04-2009
Gherardo Ugolini «Giornale di Brescia» 16-06-2009
Alberto Corsani «Riforma» 10-07-2009
Stefano Velotti «VivaVerdi» 01-06-2009
Lauretta Colonnelli «Corriere della Sera» 23-11-2009
«Il Piccolo» 26-05-2009
Gabriele Pudullà «il manifesto» 28-10-2009
Franz Haas «L'indice dei libri del mese» 01-01-2010
Daniela Nelva «Osservatorio Critico della germanistica» 01-10-2009
Marino Freschi «Il Mattino» 24-02-2010
«Lo straniero, n. 118, aprile 2010» 01-04-2010
 
I paesaggi degli scrittori
redazionale «Tuttolibri - La Stampa» 28-03-2009
I grandi fiumi, Reno e Danubio in primis. Le piccole
capitali, da Tubinga e Lipsia a Jena , Dresda, Lubecca, ecc.
La metropoli Berlino e quelle altrui, Vienna, Parigi, Roma.
E poi ancora la MittelEuropa, le mete «mitiche» come
Italia, Grecia, Oriente. E’ l’Atlante della letteratura
tedesca
(Quodlibet, pp. 635, e 42), a cura di Francesco
Fiorentino e Giovanni Sampaolo. In occasione dei 65 anni
di un illustre germanista quale Marino Freschi. L’opera
accoglie i contributi di oltre sessanta studiosi, da Claudio
Magris a Luigi Forte, da Giampiero Moretti a Giulio
Schiavoni, da Anna Chiarloni a Elena Agazzi.
Dove risuona il tedesco
Andrea Casalegno «Il Sole 24 Ore» 29-03-2009

Un prezioso «Atlante» ripercorre luoghi e miti della Germania letteraria: dalla Weimar di Goethe alla Praga di Kafka

La letteratura è fatta di parole. Il poeta, il narratore, il traduttore, se è bravo, ci rivelano a noi stessi facendoci scoprire il valore della parola unica e insostituibile, chiave di volta di un mondo.
La letteratura è fatta di idee e di sentimenti. Impariamo che cosa sia l'amore da Guerra e pace prima di sperimentarlo noi stessi. Sono i libri di storia a dischiuderci il pathos inesauribile delle vicende umane, ma soltanto i grandi narratori e i grandi poeti sanno rappresentare l'uomo intero, farlo rivivere dentro di noi.
La letteratura è fatta di luoghi. Leggendo percorriamo città e campagne, spazi incontaminati e vicoli soffocanti, villaggi e strade ferrate, mercati e fortezze, valli, foreste, deserti, ghiacci, mari in tempesta e in bonaccia. Lo sguardo percorre il perimetro del focolare domestico o spazia verso l'estremo orizzonte. Marciamo nella neve con i resti della Grande Armée, diamo la caccia alla balena sul Pequod, scivoliamo sulla slitta nel wild, il selvaggio Nord, svoltiamo per una via di Lubecca fiancheggiata da austeri palazzi col tetto a punta. Ogni lettura è un viaggio.
L'evocazione e la descrizione dei luoghi, reali o immaginari, sono uno dei pilastri della narrazione. Il viaggio è l'essenza dell'Odissea come del Signore degli anelli. È raro però che i luoghi diventino il filo conduttore di un discorso critico sulla letteratura, tanto meno di una letteratura nazionale. Sono stati gli studi comparatistici a inventare l'«Atlante letterario»: un modo originale di scandagliare le pagine degli scrittori, che apre a ogni tappa prospettive nuove.
Questa visione è alla base del magnifico Atlante della letteratura tedesca che Francesco Fiorentino e Giovanni Sampaolo hanno pubblicato per l'editore Quodlibet di Macerata, curando anche la cartografia, insieme alla geografa Carla Masetti e con la collaborazione tecnica di Marco Lodi. Il volume si articola in 73 saggi di varia lunghezza, ed è dedicato a un valente germanista, Marino Freschi, in occasione del suo 65° compleanno: «pensando - scrivono i curatori - all'efficacia con cui egli da anni decifra lo  spazio letterario mitteleuropeo, a partire da epicentri della modernità come Vienna e Praga». Per letteratura "tedesca" s'intende qui "in lingua tedesca": quindi l'Austria, la Svizzera e anche la Praga intellettualmente segnata dalle opere e dalle discussioni di tanti ebrei geniali di cultura tedesca sono parte integrante della sua geografia. Il viaggio inizia sulle acque di due fiumi fatali alla storia europea, il Reno e il Danubio, e prosegue inventando un percorso inedito, che tocca non solo i luoghi di provenienza degli scrittori ma anche quelli che diventano materia delle loro opere, dal Mediterraneo all'Oriente alle terre d'Utopia.
Si comincia con «le piccole capitali» della cultura tedesca: Tubinga, Lipsia, la Zurigo settecentesca, la Berlino di Federico il Grande e della sfortunata opposizione alle armate napoleoniche, Gottinga, Jena, Heidelberg, Dresda, Monaco, Lubecca, Graz e Amburgo. Visitiamo quindi le «metropoli»: Parigi, Londra, Roma, Vienna, la Berlino dell'Espressionismo, la Berlino dopo la caduta del Muro (questo saggio è affidato a una grande esperta della letteratura tedesco-orientale, Anna Chiarloni). Originale è la scelta dei luoghi emblematici della «memoria nazionale», da Weimar, patria elettiva di Goethe, ai teatri di Vienna, focolare dell'identità culturale austriaca tra Otto e Novecento.
Gli «spazi di confine» vanno dalla Koenisberg di Kant al Sud Tirolo, terra di scrittori «senza patria e senza casa». Il viaggio tocca poi i «miti del Sud», dalla Grecia (il saggio è di Luciano Zagari) alla Sicilia, di cui ci parla Michele Cometa. Procedendo nel cammino incontriamo luoghi inaspettati: i «teutonismi» prussiani e luterani, il villaggio di Crno Selo, raccontato da Claudio Magris. E, finalmente, la Mitteleuropa: Trieste, Salisburgo, la Praga di Franz Kafka, la Kakania di Robert Musil, ovvero l'imperial-regia (kaiser-koeniglich) Austria-Ungheria inventata dall'Uomo senza qualità, entro la quale ci fa da guida Roberta Ascarelli. Non manca neppure lo shtetl, il villaggio del mondo ebraico orientale cancellato per sempre dall'eccidio nazista.
Si è data così solo un'idea parziale di questo viaggio. Abbiamo tralasciato «gli orienti», dall'Egitto al Giappone, «le utopie» e molti altri luoghi ancora. La parola tedesca, erede dello spirito d'avventura dei navigatori che toccarono per primi il Nuovo Mondo, ama le terre lontane.

Una, cento, mille Germanie
Alessandra Iadicicco «Il Giornale» 05-04-2009
Mappa fantastica, spazio reale dell’immaginazione, proiezione ortogonale di ricordi, l’Atlante della letteratura tedesca curato da Francesco Fiorentino e Giovanni Sampaolo per Quodlibet (pagg. 635, euro 42) è un catalogo di scoperte. È sulla linea mutevole dei suoi confini che si disegna la Germania letteraria. Divisa, riunita. Raccolta attorno a grandi capitali: la Weimar di Goethe, la Lubecca di Mann prima della Berlino di Grass. Frammentata in realtà distanti: Praga, Zurigo, Czernowitz, Bolzano, Trieste. Espansa da smanie imperiali o prolungata sulla linea di fuga degli esuli. Sfigurata nella Kakania, nelle maschere di Maghrebinia. Portata attraverso un labirinto di specchi da un filo teso verso Oriente: fino in Grecia, Persia, Giappone o su Marte.
Viaggiare sulle tracce di scrittori e poeti tedeschi
Gherardo Ugolini «Giornale di Brescia» 16-06-2009
Per tradizione siamo abituati a studiare e valutare la letteratura di un Paese nel suo farsi storico, attraverso le successive fasi cronologiche del suo sviluppo. Accanto a tale approccio storicistico ne sono però possibili anche altri, a volte capaci di schiudere possibilità di comprensione inaspettate e originali. Per il caso della letteratura di lingua tedesca pare assai calzante il metodo che potremmo definire «geografico» o meglio «topologico» che propone il recente «Atlante della Letteratura Tedesca», curato da Francesco Fiorentino e Giovanni Sampaolo, germanisti dell’università di Roma Tre, e pubblicato dalla casa editrice Quodlibet di Macerata.
La pubblicazione si articola in 70 capitoli, l’uno indipendente dall’altro, scritti da autori diversi tra i quali spiccano i nomi di studiosi del calibro di Claudio Magris e Paolo Chiarini. Ogni saggio tratta di un luogo - che può essere una città, una regione o anche un fiume o un monumento famoso - quasi sempre reale, ma alle volte anche immaginario, e ne ricostruisce le tracce lasciate nella produzione letteraria. La storia della letteratura di lingua tedesca è presentata qui come un universo policentrico in cui le biografie dei grandi autori e i movimenti culturali più significativi vengono raccontati attraverso una rete di luoghi tra loro collegati in una rete fittissima di rimandi e collegamenti.
C’è la Weimar del classicismo di Schiller e Goethe, c’è la Heidelberg capitale del romanticismo, la Tubinga di Hölderlin, la Lubecca di Thomas Mann, la Vienna di Freud e Schnitzler, la Berlino del Muro e quella del dopo Muro.
Oltre alle letterature di Germania, Austria e Svizzera c’è spazio per le minoranze extraterritoriali di lingua tedesca, come per esempio nella Praga di Kafka, in Romania o in Alto Adige. E poi ci sono luoghi non tedeschi che hanno esercitato un influsso costante e incisivo sulla letteratura germanica: è il caso della Grecia classica, di Roma o di Parigi.
A seguire gli itinerari proposti nel volume si capisce quanto avesse perfettamente ragione Immanuel Kant nel sostenere che «la vicenda di ciò che accade in tempi diversi, che è propriamente la storia, non è altro che un’ininterrotta geografia».
Naturalmente questo Atlante della letteratura tedesca non va letto dall’inizio alla fine come un romanzo. Si presenta piuttosto come un’enciclopedia, un repertorio di lemmi da affrontare seuendo il filo della curiosità o anche del caso. Per altro i saggi sono ben interconnessi tra loro così da favorire una vera e propria navigazione ipertestuale nella lettura, e sono integrati da carte geografiche tematiche.
Al limite l’opera può essere utilizzata come una raffinata guida per preparare viaggi da compiere in Germania o in Austria.
La letteratura tedesca attraverso la sua geografia. Un volume collettaneo che contiene utili indicazioni anche per i protestanti
Alberto Corsani «Riforma» 10-07-2009

Sempre stato tutt’altro che scontato, e anzi foriero di buoni risultati l’intreccio, almeno in letteratura, dei discorsi di natura storica con quelli a carattere geografico: non si può dimenticare il titolo della più rilevante raccolta di saggi dell'insigne Carlo Dionisotti (1908-1998): per l’appunto Geografia e storia della letteratura italiana (Torino, 1967). Così pure è da intendersi come un volume di storia della letteratura germanica il collettaneo e intrigante Atlante della letteratura tedesca curato da Francesco Fiorentino e Giovanni Sampaolo per Quodlibet.

Costruito secondo linee diacroniche – perché dire «atlante» significa delineare i vari assetti che il territorio di lingua tedesca si diede o si ritrovò nel corso dei secoli – esorbitando anche da quella che oggi è la Germania (con puntate, abbastanza intuibili, nella grande produzione dell’Impero asburgico, ma anche nella Svizzera di Frisch e Dürrenmatt, e pure – meno scontato – nell'Alto Adige e in zone della ex-Jugoslavia), l’Atlante è in realtà distribuito anche in «macroaree» concettuali: città, zone di confine (già da sole affascinanti: Strasburgo, Zurigo ottocentesca, la Bucovina del grandissimo Paul Celan, la Königsberg, oggi enclave russa con il nome di Kaliningrad, città natale nientemeno che di Kant), fiumi (e ci si limita, per così dire, a Reno e Danubio), addirittura metropoli interne al territorio di competenza, ma anche apparentemente estranee come Parigi, Londra e Roma. E la produttività dell’approccio geografico mostra tutto il suo pregio proprio quando svaria in località ora non più germanofone, ma intriganti: la Praga di Kafka su tutte, ma anche il caso certo meno noto, eppure affascinante, di Crno Selo, sui Monti Velèbiti della Croazia, su cui scrive Claudio Magris. E, addirittura oltreoceano, si parlerà di proiezioni («Utopie, eterotopie»), come l’America secondo Kafka stesso (ma anche, parallelamente, in negativo da parte di Joseph Roth, nel racconto lungo Giobbe, che stigmatizza la «scelta americana» da parte di alcuni ebrei che vi hanno visto una sorta di «Terra promessa» – p. 505).
Se poi, all’interno di sezioni e capitoli, si affrontano le singole voci (che si devono a uno stuolo di germanisti), il lettore non digiuno di storia del protestantesimo troverà ulteriori spunti di interesse e, magari, di curiosità, come nella Roma che spinse Goethe «alla sensualità come modo di approccio al bello naturale sulla base del modello della poesia erotica latina», svolta compiuta abbandonando le «passioni di stampo pietistico» (p. 164) – molto critico invece, sempre in un suo soggiorno romano, Herder, pastore protestante (1744-1803), teologo e filosofo, che «trovava insopportabile ogni sfarzo del cattolicesimo in Roma, ed era piuttosto freddo nei confronti dell'entusiasmo per la natura» (p. 165).
Altre notazioni, non tutte risapute: il contributo protestante allo sviluppo del teatro in lingua tedesca a Strasburgo fra Sei e Settecento; il peso dei protestanti nella crescita di alcune sedi universitarie: Tubinga, Halle, Gottinga («A Dio e alle Muse» era l’iscrizione che sormontava l'accesso al seminario protestante –Stift–, pp. 5859). Il fenomeno è tipicamente settecentesco: nei due secoli precedenti, la preoccupazione degli ambienti sconvolti dalla Riforma di Lutero era essenzialmente quella di formare i propri «dottori della fede», precludendosi la possibilità di eccellere in studi di altro genere (principalmente nelle lingue classiche), anche in caso di perdita delle vocazioni ministeriali. E ancora: la centralità di Berlino, che fra i soci della Académie Royale des Sciences et des Belles Lettres de Prusse conta anche Voltaire oltre a molti nomi di ugonotti, e che come città si apre ai contributi dell’ebraismo e anche dell’Islam (73-75), fino a una svolta di chiusura ai primi dell’Ottocento (81).
Grande centro del movimento luterano fu anche Jena, più aperta a spiritualità complesse Heidelberg, vero e proprio «laboratorio dì utopie» Dresda. Forse però per il nostro lettore riuscirà più familiare il discorso su Weimar, città della predicazione dì Lutero e della musica di Bach, dove Lucas Cranach realizzò le proprie pale d’altare (203): ma qui, appunto, siamo già in ambiti noti. La ricchezza del volume, dedicato a Marino Freschi, sta anche nel permettere di trovare motivi d'interesse nelle pieghe di un discorso strettamente letterario eppure intrecciato con quello politico e culturale; dove, appunto, non poco contò il rivolgimento avviato da Lutero.
 

la grande madre Germania
Stefano Velotti «VivaVerdi» 01-06-2009
Perché un Atlante della letteratura tedesca e non ancora una Storia? Se chi ha annunciato l’imminente o avvenuta “fine della storia” è sempre stato smentito dalla storia stessa, non c’è dubbio però che già il secolo scorso è stato spesso percepito come il secolo dello spazio, della simultaneità, della sovrapposizione, dell’affastellamento, dell’adiacenza. Forse è per questo che il principio del montaggio si è affermato in molti ambiti diversi, dal cinema alla letteratura, dalla filosofia alle arti visive. Oggi, però, nessuno più si azzarderebbe a pensare di rappresentare “l’avanguardia” del proprio tempo, di cavalcare l’onda della storia, di incarnare il movimento dello “spirito”. Tutto, o quasi tutto, è simultaneamente possibile. Se globalizzazione e localismi, omologazione e frammentazione sono forse tendenze oggi non contraddittorie ma complementari, è anche vero che dalle tragedie delle attuali migrazioni (est-ovest, sud-nord) potrebbero anche nascere nuove chances, nuove alleanze civili, nuove forme di vita. Siamo ormai consapevoli che la politica ha una dimensione geopolitica, che storia e geografia, tempo e spazio, non possono essere più disgiunti.
Dal punto di vista degli studi letterari se ne era accorto Dionisotti, il grande italianista emigrato in Inghilterra, quando propose nel 1970 una Storia e geografia della letteratura italiana. Questo Atlante si apre invece con un’affermazione di Kant (che nella sua università tenne anche corsi di geografia): “La vicenda di ciò che accade in tempi diversi, che è propriamente la storia, non è altro che una ininterrotta geografia, perciò è una delle più grandi manchevolezze storiche quando non si sa in quale luogo una cosa sia accaduta, o che cosa questo abbia comportato”. La storia geopolitica della sua città, Königsberg, (oggi ancora chiamata Kaliningrad, dal nome dell’eroe sovietico Kalinin) gli avrebbe dato amaramente ragione.
Una settantina di autori per altrettanti “voci” compongono un Atlante complesso e variegato, che ha rinunciato giustamente a una “copertura sistematica del territorio”, e presenta piuttosto incursioni saggistiche lungo i fiumi (Reno e Danubio), lungo i confini (dalla Russia al Südtirol alla Transilvania), nei territori della memoria e dell’immaginazione, nelle zone di lacerazione o delle utopie, nelle grandi metropoli o in un villaggio dimenticato, nella frammentazione delle piccole capitali di un tempo o nell’attuale Deutschland glob@l, nei miti e nelle “piccole patrie” o nella disseminazione forzata (600.000 ebrei tedeschi che emigrano negli anni Trenta). Come scrivono i curatori, “la contiguità spaziale di ciò che è distante sull’asse temporale illumina relazioni impreviste tra fenomeni ed eventi che sembravano chiusi in mondi distinti”. E si scopre così che la letteratura tedesca non è confinata alla Germania, all’Austria e a una parte della Svizzera, né ai suoi cento milioni attuali di madrelingua, ma si estende alla Grecia, all’Italia, agli Orienti (Egitto, Persia, India, Cina, Giappone). Per spingersi fino su Marte…
L'amore per Roma da Goethe a Mann
Lauretta Colonnelli «Corriere della Sera» 23-11-2009

«Dopo tanti anni si giunge alla conclusione che non è possibile conoscere Roma, giacché bisognerebbe avere dieci vite per conoscerla veramente». È una delle tante considerazioni sulla città, fatte dalla «poetessa pensatrice» Ingeborg Bachmann, che a Roma muore nel 1973 dopo avervi vissuto per una ventina di anni durante i quali l’aveva esplorata a fondo, camminando ore e ore per conoscere ogni vicolo. Queste considerazioni si aggiungono  a quelle di altri autori tedeschi che nel corso dei secoli hanno visitato la Città Eterna attratti dai monumenti della classicità ma anche dal modo di vivere dei suoi abitanti, tanto che la maggior parte vi sono rimasti a lungo e le storie del loro soggiorno sono poi confluite nei loro libri.

E Roma occupa un intero capitolo dell’imponente «Atlante della letteratura tedesca», edito in questi giorni da Quodlibet a cura di Francesco Fiorentino e Giovanni Sampaolo, dove oltre sessanta studiosi delineano in brevi saggi il profilo di città, fiumi, regioni, teatri e perfino paesi di fantasia descritti nelle opere degli autori d’oltralpe. Il capitolo su Roma, redatto da Mauro Ponzi, passa in rassegna gli scritti di Winckelmann: «Ritengo di essere venuto a Roma per aprire un po’ gli occhi a coloro che la vedranno dopo di me: parlo degli artisti, giacché tutti i cavalieri vengono qui da stolti e se ne tornano indietro somari». E quelli di Goethe: «Sì io posso dire che solamente a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere un uomo. Confrontando il mio stato d’animo di quando ero a Roma, non sono stato, da allora mai più felice». Fino a Thomas Mann che nel romanzo «L’eletto» prende le mosse dalle campane per fare una ricognizione aerea delle chiese della città, e a Marie Luise Kaschnitz che fa di Castel Sant’Angelo, il luogo più amato, l’allegoria del suo soggiorno romano, con il sole, il vento, il fiume, la luce del tramonto sul Gianicolo e lo sguardo dell’angelo che «sembra porre fine a tutte le guerre e gli orrori dell’epoca moderna».

Da Goethe a Magris la nuova geografia della letteratura tedesca
«Il Piccolo» 26-05-2009
Latitudini e punti cardinali di una geografia dell’anima, non solo confini e mappe di un paesaggio reale. Una bussola per orientarsi nella grammatica del girovagare entro l’Europa di lingua tedesca, e non solo. È «L’Atlante della letteratura tedesca», il volume appena pubblicato da Quodlibet, che verrà presentato oggi, alle 18, al Caffè Tommaseo di Trieste in un incontro a ingresso libero proposto dal Goethe Institut in collaborazione con il Dipartimento di Letterature straniere dell’Università di Trieste.

All’incontro odierno interverranno i curatori del volume Francesco Fiorentino e Giovanni Sampaolo, germanisti dell’Università di Roma 3, il giornalista del «Sole 24Ore» Andrea Casalegno, lo scrittore Veit Heinichen e, per l’Università di Trieste, Maria Cristina Benussi e Maria Carolina Foi, che introdurrà gli ospiti (lei stessa è autrice, all’interno del volume, delle pagine intitolate «Il Rütli» e «Trieste»).

Strumento di ricerca destinato non solo allo studente ma a chiunque sia interessato alla cultura di lingua tedesca, l’opera a più voci è dedicata a Marino Freschi, «un protagonista della germanistica italiana», per il suo 65esimo compleanno.

Oltre sessanta studiosi hanno ricostruito attraverso i loro brevi saggi, integrati da carte geografiche tematiche, una «rete di luoghi collegati da fili molteplici: la Weimar di Goethe e Schiller, la Lubecca di Thomas Mann, la Berlino di Günther Grass, fiumi densi di leggende come il Danubio riscoperto da Claudio Magris, teatri come il Berliner Ensamble di Brecht, ma anche tutto un Est che parlava yiddish e le tappe dell’esilio di tanti scrittori che fuggirono dalla barbarie nazista e dall’Olocausto».

Si sorvolano l’Austria, la Germania, la Svizzera, le terre delle minoranze di lingua tedesca quali la Praga di Kafka, la Romania e l’Alto Adige, ma anche l’America, l’antica Grecia, Parigi, Londra, la Cina, il Giappone, l’India, l’Egitto e la Persia.

Nell’anno in cui si festeggiano i 20 anni della caduta del Muro di Berlino, il saggio di Pasquale Gallo introduce la coordinata interiore della «Ostalgie», una sorta di malinconia, di nostalgia dell’Est che «permea senza grandi rimpianti e recriminazioni la rivisitazione dei luoghi e momenti del passato, che nei più giovani prende le forme di una mordente ironia».

Esercizi critici per costruire mappe di luoghi immaginari
Gabriele Pudullà «il manifesto» 28-10-2009

Il sapere storico e quello spaziale dialogano in due opere recenti: L'Atante delle letteratura tedesca, curato per Quodlibet da Francesco Fiorentino e Giovanni Sampaolo e Leggere il tempo nello spazio. Saggi di storia e geopolitica di Kurt Schlögel per Bruno Mondadori

Tra le discipline umanistiche sorge, di tanto in tanto, un sapere privilegiato, dal quale ci si attendono risposte speciali e che sembra porsi, per un tempo più o meno lungo, alla testa delle ricerche nei settori più svariati. La linguistica ha ricoperto questo ruolo per una ventina di anni, all'incirca tra il 1960 e il 1980, quando pareva che attraverso nozioni come quelle di lingua e parola, diacronia e sincronia, sintagma e paradigma potesse spiegarsi la più grande quantità di fenomeni. Da qualche tempo, invece, si moltiplicano i segnali di un'irresistibile (e fino a qualche anno fa del tutto imprevedibile) ascesa della geografia. Una delle spiegazioni che sono state offerte di questo fenomeno è il rapido tracollo dello storicismo novecentesco e dell'idea di progresso dopo gli eventi del 1989. Entrata in crisi l'idea che le vicende umane puntino in una direzione precisa e che posseggano un senso chiaramente intelleggibile, caduta ogni tensione verso un mutamento radicale della società, il pensiero geografico offrirebbe l'illusione di poter descrivere il passato come territorio chiuso, separato una volta per tutte dal presente e soprattutto dal futuro, con le sue tensioni utopiche e la speranza che un giorno si celebri un processo di appello contro i vincitori di ieri e di oggi. Secondo questa lettura, la vittoria del sapere geografico sarebbe dunque la principale incarnazione dello spirito del nostro tempo e sancirebbe la trasformazione dei battaglieri intellettuali novecenteschi in un esercito di diligenti catalogatori del mondo che fu.

Il dialogo con la storia
Ci sono molti buoni motivi per respingere questa interpretazione. Il primo e forse il più importante è che la svolta del pensiero in chiave spaziale ha caratterizzato gran parte del marxismo del secondo Novecento, da Althusser a Jameson, dai situazionisti a Kevin Lynch, con la sua teorizzazione del cognitive mapping proprio come tentativo di reagire a una paralisi della percezione legata alle nuove realtà spazio-temporali del mondo contemporaneo. Le ragioni del ritorno al sapere geografico dipendono anzi, probabilmente, proprio da questa necessità di ritrovare una bussola nel momento stesso in cui alcune certezze tradizionali sono messe in crisi dagli sviluppi più recenti della tecnologia (dove è esattemente il cyberspazio?). Inoltre, in una cultura sempre più dominata dagli elementi visuali come la nostra non è inverosimile che il sapere geografico si avvantaggi della forza - concettuale ma anche mnemonica - della cartografia e della capacità di una buona mappa di organizzare un gran numero di dati in forma sintetica e coerente.
Non è necessario però immaginare la geografia slegata dalla dimensione temporale. Si direbbe anzi che il sapere spaziale dia il meglio di sé quando riesce a dialogare con la storia, come avviene in due opere recenti e altamente meritorie: l'Atlante della letteratura tedesca curato da Francesco Fiorentino e Giovanni Sampaolo (Quodlibet, pp. 634, euro 42,00) e Leggere il tempo nello spazio. Saggi di storia e geopolitica di Kurt Schlögel (Bruno Mondadori, pp. 308, euro 24,00). Si tratta di due volumi diversissimi, ma legati da alcuni elementi in comune: il primo, realizzato dal meglio della germanistica nostrana, ricostruisce una storia della cultura tedesca attraverso una serie di località, reali, trasfigurate letterariamente o del tutto immaginarie (le voci vanno da Shtel a Statsbibliothek e da Weimar a Marte); mentre il secondo offre una serie di assaggi dei modi con cui uno storico della cultura può lavorare con lo spazio, dall'impiego di alcune fonti speciali (stradari, elenchi del telefono, cartine...) alle domande che nascono dall'analisi del rapporto degli individui con un particolare ambiente (il lager, la biblioteca, la camera da letto...).
Il primo elemento da prendere in considerazione è la matrice tedesca dei due lavori. Da Braudel e Fevre in poi, nel Novecento il nesso tra storia e geografia è stato caratteristico della scuola storica francese, con la sua vocazione a privilegiare il territorio persino nella sua immobilità secolare rispetto alla grande variabilità degli eventi che superficialmente lo hanno attraversato e che, spesso, non sarebbero anzi che una sua diretta conseguenza. Lo spostamento della più avanzata riflessione geografica verso la Germania non è però casuale e si spiega con ogni probabilità con l'influsso della figura di Walter Benjamin, che, con le sue riflessioni sul flâneur, sulla Berlino della sua infanzia e sulla Parigi capitale del XIX secolo, occupa in tutti e due i libri il posto di nume tutelare, offrendo la legittimazione di una geografia discontinua e spesso non oggettiva, aperta ai territori del desiderio e della memoria, in linea con una concezione frammentaria dello spazio del tutto analoga a quella teorizzata per il tempo nelle Tesi di filosofia della storia.

Lungo le strade dell'anima
Questa lezione benjaminia può essere declinata però in modi molto diversi. Forse, oggi, la grande questione negli studi che si ispirano alla geografia ruota attorno alla possibilità (e all'eventuale utilità) di mappare, magari anche con l'ausilio di cartine, non solo gli spazi reali nei quali si sono mossi scrittori, filosofi e uomini comuni ma anche i mondi di fantasia e le regioni dello spirito. Lungo questa strada, ovviamente, il rischio è quello di partire con Alexander von Humbolt e di ritrovarsi con la carte du tendre di Madame de Scudery (ma c'è anche chi ha rivendicato questa scelta, come Giuliana Bruno nel suo ambiziosissimo e probabilmente irrisolto Atlante delle emozioni). Anche per questo, forse, sia Schölegel sia Fiorentino e Sampaolo sembrano aver preferito una soluzione più prudente, che nel caso di questi ultimi vuol dire sostanzialmente limitare alla parte scritta i saggi sulla geografia immaginaria, riservando agli spazi reali la graficizzazione cartografica.
Siamo dunque sul versante opposto di quello a suo tempo praticato da Franco Moretti, forse lo studioso che negli ultimi anni ha scommesso di più sulla possibilità di rifondare gli studi letterari sull'incontro con la geografia, in una serie di libri di grande successo ma anche vivamente contestati come L'Atlante del romanzo europeo e La letteratura vista da lontano. Il procedimento di seguire gli spostamenti dei personaggi dei libri di finzione con l'ausilio di cartine e diagrammi non è nuovo ma nessuno se ne è mai servito con altrettanta sistematicità. Anche volendo prescindere dal caso in tutti i sensi eccezionale della Commedia dantesca, gli esempi non mancano, dalla mappa dell'immaginario Wessex di Thomas Hardy, pubblicato all'inizio del secolo scorso da un amico del romanziere inglese, Bertram Windle, alla minuziosa cartina della casa del dottor Jeckyll su cui Nabokov ha fondato per intero la propria interpretazione del libro di Stevenson.Moretti si inscrive in questa tradizione prestigiosa, ma collocando i diversi personaggi negli spazi reali dove i grandi romanzieri (realisti) dell'Ottocento ambientano le loro storie, a differenza di coloro che ricostruivano lo spazio della Commedia o le peregrinazioni di Tess dei d'Urbervilles unicamente dai dati interni al testo, non esita a incrociare due serie di dati che si somigliano ma che non necessariamente coincidono, con il rischio di commettere un'indebita contaminazione.

Una inedita centralità
Una ventina di anni fa Umberto Eco ha costruito la sua teoria del lettore ideale - vale a dire del lettore in vista del quale un testo viene composto - mostrando gli errori topografici di Alexandre Dumas ed evidenziando come, ai fini della lettura, essi non creassero alcun problema, dal momento che per rendersene conto era necessario disporre di conoscenze specialistiche sui nomi delle strade di Parigi nel Seicento, conoscenze che il pubblico dei Tre moschettieri di sicuro non possedeva. Il romanzo, anche quello che cerca di offrire al lettore il più compiuto «effetto di realtà», costruisce uno spazio che coincide sempre solo in parte con quello del nostro mondo. C'è il pericolo insomma che, a voler collocare Fréderic Moreau nella Parigi del 1848 o Renzo Tramaglino su una pianta della Milano del XVII secolo, si finisca per confondere - illegittimamente - il piano della finzione con il piano della realtà. Ci sono buone ragioni per credere che la scelta dell'Atlante di Fiorentino e Sampaolo risulti non solo meno azzardata ma anche più condivisibile. E tuttavia le divergenze tra gli studiosi sui diversi modi di servirsi della geografia e della cartografia sono solo una ulteriore conferma della sorprendente centralità che queste discipline stanno occupando nella riflessione contemporanea.

Saggistica letteraria: Atlante della letteratura tedesca
Franz Haas «L'indice dei libri del mese» 01-01-2010
Questo ponderoso Atlante procede secondo un metodo caro al dedicatario, il germanista Marino Freschi: l’esplorazione della letteratura non soltanto lungo l’asse cronologica delle epoche, ma anche nella sua dimensione geografica. I luoghi della letteratura tedesca, come è noto, non si trovano solo all’interno dei confini della Germania, dell’Austria e della Svizzera tedesca, ma comprendono anche territori e isole linguistiche come la Praga di Franz Kafka, la Cernowitz di Paul Celan o il Banato di Herta Müller. Queste regioni culturali sono state analizzate anche da altri studiosi come Ladislao Mittner e Claudio Magris, ma mai in modo così sistematico come in questo nuovo Atlante, curato con una sapiente regia.
Il risultato è un impressionante panorama della letteratura di lingua tedesca in più di settanta brevi saggi, organizzati non solo in coordinate temporali, ma anche spaziali come città, regioni, luogi letterari, o in alcuni casi anche solo concettuali. Un raffinato sistema di rimandi permette di “navigare” in questo volume, come in  un ipertesto, saltando da un “link” all’altro, grazie alle freccette che indicano un collegamento con un ulteriore “spazio virtuale” nell’immenso regno della carta e delle lettere tedesche. Per esempio: “La Praga di Kafka” oppure “Berlino dopo il muro”. Nasce così una dettagliata mappa del territorio spirituale di lingua tedesca in più di seicento pagine, letteralmente “un mattone” che potrebbe essere la prima pietra per una futura letteratura europea o mondiale.
Oggi la geografia e i suoi derivati sono quasi una moda, la “geopolitica” è sulla bocca di tutti, di recente è stata pubblicata persino una Geografia della democrazia (di Eugenio Somani, il Mulino, 2009). Nella cultura tedesca dell’ultimo mezzo secolo invece questo tema era quasi un tabù, perché il nazionalsocialismo aveva abusato anche del rapporto fra geografia e letteratura. Un enorme danno è stato fatto in particolare dalla Literaturgeschichte der deutschen Stämme und Landschaften (“Storia letteraria delle stirpi e dei paesaggi tedeschi”, uscita a partire dal 1912, ma palesemente filonazista nelle edizioni 1938-41) del germanista austriaco Josef  Nadler, poiché in questo popolare manuale la parola stirpe odorava sempre di razza, e i paesaggi avevano il sapore del “sangue e zolla” dei territori rivendicati. Doveva passare quasi mezzo secolo prima che in Germania potessero uscire studi come Deutsche Erinnerungsorte (“Luoghi di memoria tedeschi”, 2001) di Hagen Shulze e Etienne François. In Italia, con notevole anticipo, si affermò Carlo Dionisotti con la Geografia e storia della letteratura italiana (1967), contemporaneamente agli studi di Mittner, già molto attenti all’aspetto storico-geografico della letteratura tedesca.
Il nuovo Atlante comincia con due capitoli sugli spazi mentali lungo i fiumi simbolo, il Reno e il Danubio, quest’ultimo già ampiamente esplorato da Magris. Seguono una serie di contributi sulle “piccole capitali” come Lipsia, Gottinga, Heidelberg e su quella Dresda “meridionale” che aveva tanto affascinato il prussiano Kleist. Molto rilievo viene dato anche agli “spazi di confine”, Königsberg, Strasburgo, la Bucovina, il Banato, la Transilvania e il Sudtirolo. Spiccano per competenza e slancio i saggi dei curatori: Francesco Fiorentino, che presenta la Zurigo dell’Ottocento e del Novecento, e Giovanni Sampaolo, che invece ci prende sottobraccio e con spiegazioni brillanti ci porta a spasso nella Weimar classica – Goethe qua e Schiller là – facendoci sentire “quasi in pellegrinaggio”, come il giovane Kafka quando visitò quel luogo sacro, l’indiscusso epicentro nella geografia della letteratura tedesca.
Osservatorio Critico sull'Atlante della letteratura tedesca
Daniela Nelva «Osservatorio Critico della germanistica» 01-10-2009


Francesco Fiorentino e Giovanni Sampaolo (a cura di), Atlante della letteratura tedesca, Macerata, Quodlibet, 2009, pp. 635, € 42


L’Atlante della letteratura tedesca, dedicato a Marino Freschi, si offre come ricco, suggestivo viaggio lungo le topografie geopolitiche e culturali dell’‘Europa di lingua tedesca’, i cui epicentri più o meno estesi, aperti o chiusi quali fiumi, regioni, città, teatri costituiscono lo scenario delle vicende intellettuali che hanno plasmato l’ampio contesto della letteratura tedesca con tutto il suo immaginario poetico. La scelta originale di fare dello spazio il principio organizzatore del volume ha per i curatori ragioni profonde: in nessun’altra area come in questa esso ha intrattenuto con la storia – in un arco di tempo che va dalla Kleinstaaterei dell’Impero germanico alle tragedie del Novecento fino alla riunificazione della Germania – un rapporto tanto pregnante. L’ambito interessato è ben più ampio della superficie degli stati in cui il tedesco è oggi lingua ufficiale e chiama in causa altri luoghi che, in diversi momenti storici, hanno fatto parte di quel mondo o, per vie diverse, sono entrati in contatto con esso.
Ne deriva una mappa variegata, tracciata da oltre settanta contributi organizzati in sezioni tematiche: «Due fiumi», «Le piccole capitali», «Le metropoli», «Tre luoghi della memoria nazionale», «Spazi di confine», «Miti del Sud», «Teutonismi», «Mitteleuropa», «Un villaggio», «Lacerazioni», «Le piccole patrie», «Gli Orienti», «Paesaggi di parole», «Utopie, eterotopie», «Deutschland glob@l». Arricchiscono il volume alcune carte geografico-culturali e i numerosi richiami tra i contributi, che alludono a ulteriori intrecci di discorsi e funzionano da inviti al lettore a seguire itinerari propri.
La prima sezione apre alle zone attraversate dal Reno e dal Danubio, realtà sovranazionali di scambio. Ai paesaggi dei due fiumi s’intreccia una trama letteraria radicata da un lato in una differenziata mitologizzazione fluviale – è il caso del Reno – dall’altro nel crogiolo di possibilità antropologiche, etniche e culturali proprio del mondo asburgico e mitteleuropeo. L’uno cifra di un patriottismo contaminato nel tempo da toni nazionalistici, l’altro simbolo del congedo dal ‘mondo di ieri’, testimone dell’‘altra’ Europa celata dietro la cortina di ferro, i due fiumi adombrano i drammi del secolo scorso e costituiscono il trait d’union di alcuni discorsi affrontati nell’Atlante, inerenti i concetti di natura e civiltà, storia e identità, ‘centro’ e ‘periferia’. Già queste prime letture invitano a percorsi alternativi all’ordine testuale. Per quanto concerne l’ambiente renano, esso conduce il lettore alle Alpi («Paesaggi di parole»), luogo del sublime di Kant e di Schiller, teatro del Bergkristall di Stifler e dello Zauberberg di Thomas Mann, e da qui al Rütli («Tre luoghi della memoria nazionale»), il prato dove secondo la tradizione elvetica, corroborata dal Wilhelm Tell di Schiller, venne siglato il patto di nascita della Confederazione.
I contributi dedicati alle piccole capitali ricostruiscono innanzitutto, accanto ai volti architettonici, i dibattiti politico-culturali nati, perlopiù nelle sedi universitarie, tra il XVIII e il XIX secolo e diffusi da una stampa molto attiva. È allora la volta di Tubinga col prestigioso Stift, dove studiano Hegel, Schelling e Hölderlin, e di Gottinga, città di Lichtenberg, avamposto di un pensiero improntato all’illuminismo e sensibile ai processi dell’emancipazione femminile. Un legame particolare unisce la Lipsia – «città del libro» – di Gottsched, fautore di un teatro didattico che guarda alla Francia classicista, alla Zurigo settecentesca di Bodmer, mediatore culturale nonché sostenitore, in polemica con il collega, di un illuminismo volto all’emozionale. Legate tra loro sono anche Jena, fulcro dell’idealismo tedesco e della Frühromantik, e Dresda, la ‘città delle arti’ nella cui pinacoteca Wackenroder è abbagliato da Raffaello. Parlare di Jena significa d’altronde anche sconfinare in quel ‘luogo della memoria nazionale’ che è la Weimar di Goethe e di Schiller, culla ideale della Bildung, a cui corrisponde sul piano politico l’utopico progetto di una fusione fra spirito borghese e aristocrazia illuminata quale alternativa alla Rivoluzione francese.
I percorsi della topografia letteraria obbligano a scarti temporali. Il volume introduce così alla Monaco nell’Otto-Novecento dove 1’antifilisteismo di Wedekind e la critica sociale del «Simplicissimus» si affiancano al cenacolo di George, mentre nelle arti spicca l’avanguardia dello Jugendstil e del gruppo “Der blaue Reiter”, fondatore insieme a “Die Brücke” di Dresda dell’espressionismo pittorico. E la dolente storia del secolo scorso a segnare, oltre a Dresda, la città di Amburgo, dove la memoria di Neuengamme e dei cantieri navali convive col ricordo dei sabotaggi ad opera della resistenza operaia. Con i suoi quartieri alternativi e multietnici Amburgo testimonia nel presente la differenziata identità moderna e il disagio sociale, temi cari a Siegfried Lenz. Un discorso a parte spetta a Lubecca e Heidelberg, spazi letterari eletti a dimensione esistenziale. La prima è teatro dei Buddenbrooks di Thomas Mann, romanzo in cui l’atmosfera della città si traduce in «habitus estetico-morale», mentre la seconda è luogo celebrato da Hölderlin, che nell’ode a lei dedicata la eleva a «geografia spirituale». Anche il contributo su Graz richiede una riflessione di ordine diverso, inerente l’affermazione dell’avanguardia letteraria del “Forum Stadtpark” e della “Grazer Gruppe” come reazione al provincialismo culturale della letteratura austriaca degli anni Cinquanta.
I contributi su Parigi e Londra («Le metropoli») focalizzano aspetti politico-culturali differenti, così come essi sono stati recepiti in ambito tedesco. La capitale francese è innanzitutto il «laboratorio politico» sulla cui filigrana si misura la ‘miseria tedesca’, si valutano il fenomeno della rivoluzione e l’ammissibilità della violenza, si riflette sulla dominazione napoleonica e sulla Restaurazione. Se già Parigi appare ambivalente paradigma della modernità, a maggior ragione lo è la metropoli inglese descritta nei resoconti di Lichtenberg, Moritz, Heine, nonché nell’opera di Brecht. Centro dell’internazionale comunista, Londra diviene durante il nazionalsocialismo una delle mete degli esuli tedeschi, uno per tutti Canetti.
Un ruolo particolare compete, nell’Atlante, alla Vienna del primo Novecento, somma interprete della crisi dei valori che investe l’Europa alla svolta del secolo e centro di sperimentazione nelle arti e nelle scienze. È questa eterogeneità che l’ha resa fulcro dell'immaginaria Kakania musiliana, topos poetico del mondo imperial-regio destinato a scomparire, ora teatro del più bieco patemalismo (Kraus) ora spazio cangiante del multiculturale mitteleuropeo. Multiculturale è qui il termine appropriato, se si pensa a Trieste, città di aspri e fecondi confronti identitari, frontiera politico-ideologica tra Est e Ovest. Alla ‘periferia’ della Kakania si situa la Praga di Kafka, dove mito e leggenda medievale aprono all’‘aldilà’. Qui l’elemento ebraico-tedesco si affaccia sul mondo dell’ebraismo orientale con la sua ortodossia religiosa raccolta nello shtetl, la comunità rurale alla quale molti ebrei assimilati guarderanno con l’interesse – è il caso, tra gli altri, di Kafka, Roth, Buber – di chi si interroga sulla propria identità. A toccare il tema del declino dell’Impero, inscritto nella più ampia visione di un mondo colpito da un’inarrestabile decadenza, è il contributo dedicato a Salisburgo, luogo d’origine di Trakl, nei cui versi la topografia cittadina assume connotazioni angosciose. Sulle tracce dello scomparso Impero si pone d’altronde anche la vicenda umana e letteraria di Antonio-Tonko Ljeto (1919-1994) – scrittore italo-croato di sentimenti austriaci, originario del villaggio di Crno Selo – il cui romanzo incompiuto Beeren condensa i destini disgregati dalla storia. Completa infine la panoramica sul mondo asburgico il contributo dedicato al Burgtheater e ai teatri viennesi («Tre luoghi della memoria nazionale»), che ricostruisce la scena sette-ottocentesca della capitale seguendo lo sviluppo dei diversi generi teatrali, tra cui l’opera, il teatro di prosa di Grillparzer, il Volksstück di Raimund e Nestroy, l’operetta. Nel secondo dopoguerra sono Vienna e Salisburgo, con il suo festival, a catalizzare il dibattito intorno a un teatro che si vuole smarcato dai retaggi del nazismo e non provinciale.
Un percorso di lettura trasversale ha per protagonista, nel volume, Berlino in quattro momenti della sua storia. Capitale prussiana di Federico II (Berlino nel Sette-Ottocento), sede dell’illuminismo di Lessing e Nicolai nonché dei primi passi della travagliata emancipazione ebraica guidata da Moses Mendelssohn, Berlino si presenta all’inizio del XX secolo come rete dell’espressionismo, con i suoi molteplici punti d’incontro e il suo immaginario letterario e pittorico, che ne polarizza i diversi aspetti. Ma Berlino è anche coagulo della storia del Novecento. La Berlino del Muro («Lacerazioni») restituisce i traumi originatisi da quella barriera attraverso le opere di Schneider, Johnson, Christa Wolf, Plenzdorf, gettando uno sguardo anche sulla capitalistica Berlino ovest, testimone di eventi cruciali come la rivolta studentesca e il terrorismo della Raf. Le questioni annunciate a conclusione del contributo – la riunificazione tedesca come cancellazione dell’identità orientale e il conseguente senso di spaesamento negli intellettuali della Rdt sono al centro della Berlino dopo il Muro in cui sul filo di Was bleibt della Wolf si affronta il naufragio del progetto socialista condensato nell’immagine di una «città senza nome». Con Ein weites Feld di Günter Grass il discorso si apre invece alla problematica della nazione unita, che l’autore occidentale, alla luce della tragedia tedesca, vuole fondata su una cultura comune aliena da ogni pathos nazionale.
Topografie dell’esilio e Topografie della Shoah ripercorrono le lacerazioni provocate dal nazismo. Il primo contributo ricostruisce i percorsi dell’emigrazione intellettuale tedesca attraverso le dolorose vicende di Anna Seghers, Brecht, Benjamin e riflette sul ruolo della letteratura in un momento di emergenza politica e ideologica. Topografie della Shoah affronta invece il dibattito poetologico, avviato da Adorno e tuttora attuale, intorno alla possibilità di una rappresentazione estetica di Auschwitz – inteso come luogo simbolo dello sterminio – e focalizza le voci interpreti di questa tragedia nella poesia (Celan e Nelly Sachs), nella prosa (Apitz), nella letteratura documentaria (Weiss, Heissenbüttel, Backer) o ancora nella riflessione saggistica (Améry). Al tema dell’esilio e della Shoah si lega anche la riflessione intorno al concetto di Heimat che, compromesso dal nazismo sull’onda dell’ideologia del Blut und Boden, diviene pressoché sinonimo di Vaterland. Sul processo di riabilitazione di questo complesso tematico e sulle diverse valenze da esso assunte nel dopoguerra fa il punto l’omonimo contributo, toccando alcuni momenti essenziali della sua rielaborazione, dal Prinzip Hoffnung di Bloch, alla tetralogia Jahrestage di Johnson, alla serie cinematografica Heimat di Reiz.
La sezione «Spazi di confine» si volge alle zone di frontiera fervide di interazioni culturali e traccia un reticolo di spazi oggi non più appartenenti alla geopolitica tedesca. Il lettore è introdotto così nell’alsaziana Strasburgo, patria dello “Sturm und Drang” ma francese dal 1861, incrocio di due lingue, due culture, due organizzazioni politiche quella feudale tedesca e quella centralista francese. Se già la Zurigo settecentesca è «terra letteraria di margine», lo è ancor più la Zurigo dell’Ottocento e del Novecento, la prima polo congeniale per gli autori del Vormärz che si allontanano dalla repressiva Confederazione Germanica, la seconda crocevia dei movimenti rivoluzionari europei, luogo della prossimità – e del mancato incontro – tra l’avanguardia politica di Lenin e quella culturale del Dada. È ancora Zurigo, alle soglie della Seconda guerra mondiale, ad accogliere molti intellettuali in fuga dalla Germania nazista.
Dei drammi del Novecento parlano d’altronde anche i confini mutati. È il caso di Konigsberg, centro del ducato di Prussia scelto da Kant a domicilio perenne, inglobata col nome di Kaliningrad nell’Unione sovietica, che nel 1948 decide l’espulsione della popolazione tedesca, o della Bucovina, fertile terreno della cultura ebraico-tedesca prima occupato dai nazisti poi dai sovietici, Heimat scomparsa per Celan e Rose Ausländer. Ancora diverso è il tema della Heimat nelle pagine del premio Nobel Herta Müller, esponente della minoranza tedesca stanziata nel Banato e nella Transilvania, passata nella Rft a metà degli anni Ottanta. I motivi legati alla realtà rumena – l’angusta vita agreste e il giogo della dittatura – si intrecciano qui alla difficoltà di una piena integrazione in Germania. L’essere «senza casa» è anche nucleo del contributo dedicato al paesaggio identitario del Sudtirol, così come esso emerge, in particolare, nei romanzi di Zoderer, al cui centro è la problematica della doppia estraneità di chi, abbandonata la ristretta realtà locale per la città, finisce vittima di un duplice spaesamento.
Altri spazi si uniscono nell’ampio contesto tedesco a quelli nazionali, a testimonianza di una cultura continuamente ‘deterritorializzata’ e stimolata dal’‘alterità’. La Grecia, l’Italia con la sua capitale Roma («Le metropoli»), e la Sicilia costituiscono i «miti del Sud» che da Winckelmann in poi fungono da luoghi reali o ideali intorno ai quali si anima il confronto con l’antico. «Mito di valenza archetipica» è la Grecia, nei diversi significati che essa assume, oltre che nelle riflessioni di Schiller sui concetti di ‘ingenuo’ e ‘sentimentale’, nell’opera di Goethe, Hölderlin, Novalis, Kleist. Meta privilegiata del viaggio di formazione tra Sette e Ottocento, l’Italia è innanzitutto la Roma di Goethe, vissuta tra finzione e realtà come esperienza conoscitiva e sensuale. A essa si affiancano i paesaggi rinascimentali di Wackenroder, la natura meridionale di Jean Paul, l’Italia popolare, noncurante e arretrata, ma detentrice di una spontaneità antitetica alla funzionalità tedesca. Concreto materiale di studio archeologico e architettonico è invece la Sicilia visitata e ritratta da von Klenze, Schinkel, Hittorff alla ricerca dell’humus fondante per le utopie progettuali del neoclassicismo tedesco.
La sezione dedicata agli «Orienti» ripercorre la curiosità del mondo tedesco per l’Egitto, l’India, la Persia, la Cina e il Giappone. È l’interesse filologico per le lingue antiche, la ricerca di pedagogie alternative a quella umanistica, l’indagine di una possibile fusione tra culture lontane a spingere gli intellettuali, a partire dalla fine del XVIII secolo, al confronto con l’esotico. In questo contesto si colloca il fascino per i geroglifici egizi, interpretati come iconografia razionale o sistema arcano, o lo studio del sanscrito e del mito indiano, attraverso i quali Friedrich Schlegel cerca l’origine della lingua tedesca e fonda una mitologia comparata. L’attenzione di Goethe per il ghazal persiano, attinto dall’opera di Hàfez, o in epoca più recente di Rilke per lo haiku giapponese e di Brecht per il teatro nö attesta le contaminazioni poetiche volte al superamento dei modelli estetici dominanti. Più ambigua è l’immagine della Cina, riconosciuta depositaria di un sapere della natura esente dalle storture della modernità – come in Döblin – oppure stigmatizzata a emblema di quella stessa modernità (Brecht), metafora di un potere assurdo (Kafka e Frisch).
È talvolta la letteratura a restituire l’immagine di città, regioni, terre altrimenti conosciute, come evidenziano i contributi dedicati ai «paesaggi di parole». È il caso della Marca di Brandeburgo di Fontane e di de Bruyn, colta negli ambienti in cui la sua storia fa capolino e della Slesia, scenario del romanzo pastorale di Opitz e teatro per Hauptmann di un naturalismo non scevro da componenti mistiche. Al mondo slavo-tedesco dell’Alta Slesia guarda invece Horst Bienek. Mentre la Svevia si materializza attraverso i viaggi compiuti negli anni Cinquanta e Sessanta da Bonaventura Tecchi sulle orme dei filosofi e poeti – Hölderlin, Hegel, Hesse – che lì hanno vissuto, la Frisia, terra divorata dal mare, riemerge tra scenari reali e irreali nella scrittura di Storm, e la città di Augusta rivive attraverso il duplice sentimento, ora polemico ora nostalgico, del suo «figliastro» Brecht, così come nell’apprezzamento riservatole da Thomas Mann, che nel passato della libera città dell’impero ritrova una parte della sua Lubecca. A completare la mappa dei paesaggi di parole, sono «le piccole patrie» Schilda e Seldwyla, la prima cittadina dalla fisionomia incerta sia nella geografia reale sia in quella letteraria, identificata da Wieland nella greca Abdera poi ripresa da Dürrenmatt, la seconda luogo inventato da Keller, entrambe designate a emblema, tra ironia e tragedia, della stoltezza umana. Una deviazione di lettura conduce a questo punto sulle tracce della Prussia («Teutonismi») della Minna von Barnhelm di Lessing e del Prinz Friedrich von Homburg di Kleist, riflessione sulle dinamiche interne a un stato fondato sull’onore e sulla subordinazione nel quale pur si tenta conciliazione tra necessità e libertà.
I contributi della sezione «Utopie, eterotopie» rintracciano, come vuole Foucault, quegli spazi «privi di un luogo reale» in cui la società appare perfezionata o rovesciata, o quei «contro-luoghi» realmente esistenti sorta di utopie realizzate. Non è casuale che il primo contributo sia dedicato all’America, ovvero agli Stati Uniti, raffigurati sin dalla fine del Seicento ora come potenziale scenario di una società libera ed emancipata, ora – è il momento della disillusione – come emblema della degenerazione dei modelli occidentali. Sono d’altronde arrivate anche in America le comunità pietistiche seguaci di Zinzendorf, fondatore nel 1722 della colonia di Herrnhut, in cui si propugna un cristianesimo rispettoso di tutte le confessioni. L’importanza del pietismo nella cultura tedesca settecentesca è altresì testimoniata da quella località dell’immaginario che è l’isola di Felsenburg, teatro dell’omonimo romanzo di Schnabel, incentrato sullo sviluppo di una società familiare il cui perno è il luteranesimo in forma pietistica. Alle utopie sociali si affiancano quelle artistiche. Così la colonia di pittori operante a Worpswede, presso Brema, negli anni tra Otto e Novecento, i cui esponenti sostengono una visione antinaturalistica del paesaggio con esiti che preannunciano il tratto espressionista. Altri contesti tra loro eterogenei si aggiungono a quelli già nominati. Ad esempio il giardino all’inglese del XVIII secolo, come il Garten Reich Dessau-Wörlitz, confluito nella letteratura dell’epoca - si pensi alle Wahlverwandtschaften di Goethe e da questa a sua volta ridisegnato; o la Staatsbibliothek di Berlino, eletta nel film di Wenders Der Himmel über Berlin a universo in cui si odono «la voce dei libri e poi il groviglio di voci di cui è fatto il mondo». Luogo dell’ambiguo e dell’ingannevole, dimensione del connubio di eros e thanatos, mito decadente per eccellenza è invece la Venezia che si profila da Schiller e von Platen fino a Wagner, Thomas Mann e Visconti. Utopia progettuale è, infine, il Duomo di Colonia, la cui costruzione in stile gotico, ripresa nel 1842 circa seicento anni dopo la posa della prima pietra, risponde alla ricerca di simboli identitari comuni. Una valenza affine si rintraccia anche nella Wartburg («Teutonismi»), l’imponente complesso architettonico situato presso Eisenach, sede di una leggendaria tenzone poetica nel XIII secolo, rifugio di Martin Lutero, che qui traduce il Nuovo Testamento, e teatro nel 1817 del Teutsches Siegesfest organizzato dagli studenti della Burschenschaft di Jena.
Un discorso particolare è da riservare qui allo sviluppo del teatro tedesco. A essere ripercorsa nel volume è, innanzitutto, la nascita del Nationaltheater, inteso come istituzione portavoce, nel contesto di una Germania ancora frammentata, della moderna coscienza borghese, nonché di uno spirito nazionale fondato sull’idea di una cultura condivisa. La breve esperienza del teatro di Amburgo, dove è attivo Lessing, quella del teatro di Mannheim e, infine, del teatro di Bayreuth fondato da Wagner ne costituiscono i momenti principali. Il contributo Freie Bühne, Volksbühne, Berliner Ensemble ricostruisce invece il panorama teatrale berlinese dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, focalizzandone le esperienze e le figure più significative tra i registi e gli autori – da Brahm e Reinhardt a Piscator, fino a Brecht, Besson, Heiner Müller, Peymann.
Negazione di ogni utopia è invece l’ospedale-manicomio Charenton, ricovero non solo di pazzi ma anche di ‘irregolari’ e ‘dissenzienti’, in cui Weiss ambienta il suo Marat/Sade, riconoscendo in esso i prodromi di un’istituzione – quella dell’internamento – la cui funesta degenerazione condurrà ad Auschwitz. Chiude la sezione un contributo dedicato al romanzo Auf zwei Planeten di Lasswitz. Al centro dell’opera è Marte, su cui si è realizzata l’utopia di una società improntata alla libertà e alla pace, salvo che l’esportazione del modello marziano sulla terra comporta l’uso della violenza, frutto di una ragione e di una tecnologia che si rovesciano nel loro contrario. Una rivolta terrestre riequilibra i rapporti di forza: un monito affinché i più alti valori umani si affermino al di là di ogni azione coercitiva.
L’Atlante si conclude con «Deutschland glob@l», sezione dedicata ai volti della Berlino degli ultimi vent’anni. Muovendo dai romanzi di Brussig, ironico interprete del disincanto di una generazione ormai lontana dallo slancio ideologico di una Christa Wolf, il contributo Sonnenallee/Kreuzberg/Mitte si sofferma sulla letteratura e sulla filmografia di una città in bilico tra l’incalzante globalizzazione e la difesa delle peculiarità identitarie risalenti al periodo della divisione. È la Berlino dei migranti, multiculturale e interculturale di Kaminer, Emine Özdamar, Yoko Tawada a siglare le topografie della letteratura tedesca, come testimonianza di una cultura che oggi sa far «entrare l’estraneo» nei propri confini nazionali.




Ecco l'Atlante per viaggiare intorno alla cultura tedesca
Marino Freschi «Il Mattino» 24-02-2010
Per secoli l’approccio alla letteratura era prevalentemente storico con opere di immenso valore, sollecitate da intellettuali di straordinaria levatura culturale come Benedetto Croce. Ora il pendolo della critica si sta spostamento verso la geografia. Già anni fa in uno studio pionieristico, Geografia e storia della letteratura italiana, Carlo Dionisotti aveva richiamato la nostra attenzione sull’incidenza dell’ambiente socio-culturale, stabilendo almeno una par condicio tra le due discipline alla radice dell’ermeneutica letteraria. Anche nella più recente tradizione della critica letteraria italiana tale filone ha confermato la validità dell’assunto interpretativo, rinnovando gli studi, rendendoli anche più intriganti proprio in virtù delle continue contaminazioni e incroci «meticci» tra discipline, prospettazioni e letture assai diversificati, in cui geografia, ma anche visual arts, iconografia, gli studi sociologici, nonché gli esiti dell’antropologia e dell’etnografia, come pure la psicoanalisi hanno fornito le più svariate chiavi per avvicinarci alle molteplici serrature dello scrigno poetico. In ambito germanistica vede, ora, la luce l’Atlante della letteratura tedesca (Quodlibet, pagine 635, ? 42) a cura di Francesco Fiorentino e di Giovanni Sampaolo, presentato oggi alle 17, a cura del Suor Orsola Benincasa, al Goethe-Institut da Giuseppe Galasso, Emma Giammattei, Paola Paumgardhen, dai due curatori e da chi scrive. Si tratta di una monografia veramente epocale, che si inserisce nella scia delle grandi opere, alla luce degli orizzonti dell’ermeneutica dischiusi nel 1964 dalla Storia della Letteratura Tedesca di Ladislao Mittner, nonché dalle monografie geniali di Claudio Magris. All’Atlante hanno partecipato una settantina di germanisti di varie età e formazione intorno alla proposta di leggere la letteratura partendo da Vienna, Berlino, Amburgo, Augusta, Monaco, Lipsia, Heidelberg, Gottinga, Jena, Lubecca, Tubinga, Salisburgo, Graz, Zurigo, Praga, Königsberg/Kaliningrad, Trieste, Parigi, Roma, Venezia, Londra, la Grecia, il Reno, il Danubio, lo shtetl yiiddish, il villaggio balcanico, oppure regioni e luoghi deputati dell’anima come la Bucovina, il Banato, la Translvania, il mitico Rütli, il Südtirol, le Alpi, la Frisia, la Slesia, la Marca di Brandenburgo, la Prussia, la Svevia, la Wartburg luterana e rivoluzionaria, per approdare a lande letterarie sacre all’ironia - la Kakania musiliana - alla struggente nostalgia come lo shtetl e per dilatarsi all’India romantica, alla Persia goethiana, all’Egitto mozartiano, alla Cina e al Giappone, patrie dell’esotismo tedesco, o alle speranze utopiche come l’America o l’illuministica isola di Felsenburg. I percorsi talvolta tornano, con interventi diacronici, su Vienna, Berlino, Zurigo fino a sfiorare l’attualità con la Berlino dopo il Muro oppure con la filmografia tedesca, da «Heimat» a «Sonnenalle» per approdare nella Berlino delle discoteche della mafia russa. All’interno della geografia dei luoghi creativi di cultura non poteva mancare la mitica Biblioteca Statale di Berlino, meta di studiosi di tutto il mondo. In un paese e in una cultura come quella di lingua tedesca, materiata di sanguinarie lacerazioni, l’attenzione si solleva anche ai luoghi più drammatici come quelli raffigurati dalle topografie dell’esilio e della Shoah e dai percorsi tragici dell’ebraismo orientale. Insomma, come si vede, l’Atlante stabilisce un nuovo canone della critica letteraria non solo germanistica e rappresenta un invito intrigante a uno stupendo viaggio culturale.
Atlante della letteratura tedesca
«Lo straniero, n. 118, aprile 2010» 01-04-2010
Questo massiccio volume di 636 pagine è stato pensato per i 65 anni di Marino Freschi, uno dei maggiori germanisti italiani, e raccoglie i contributi di più di cinquanta studiosi perlopiù nostrani, vecchi e giovani, e quali famosi come Magris, Forte, Manacorda eccetera, e quali no, però ugualmente impegnati in un'opera di alta sintesi. Secondo i due curatori l'opera deve dar ragione di una frantumazione di spazi e di tendenze, di un allargamento geografico ed etnico, che a partire dalle voci sui due fiumi (Reno e Danubio) narri "un territorio che è fatto di mille province mutevoli che si sovrappongono, connesse da mille storie che si incastrano, si compenetrano, e ci chiamano a raccogliere la sfida di un'Europa germanofona da sempre 'meticcia', partitura di luoghi che risuona di un'ibrida polifonia". Non stupisce dunque trovare tra le voci "Roma" o "Cina", "Percorsi dell'ebraismo orientale" o "Venezia", "Zurigo" o "l'America". E naturalmente hanno posto in questo atlante la letteratura degli immigrati e i suoi effetti su quella indigena, i percorsi della separazione e poi della riunificazione tra una Germania dell'Est e una dell'Ovest, e vi si avverte il peso della storia più di quello della geografia. Si sogna un lavoro simile per la letteratura italiana (Dossena lo aveva iniziato, ma si era fermato al Nord, ed era da solo), che sarebbe ben più necessario delle ridondanti e ripetitive sintesi einaudiane, la più fiacca e inutile quella asorrosiana che pretendeva a una storia europea della letteratura italiana e si rivelava infine più provinciale di tante altre. Opera di verifica e di scoperta, quest'Atlante ci ricorda, in definitiva, quanto pesino, sulla storia di tutti, i "cuori" veri dell'Europa, anche dell'Europa di oggi, dove è ancora la Germania con la Francia a determinare le linee dello sviluppo e ad avere il polso della situazione nel bene e nel male, a scorno di ogni illusione mediterranea, e naturalmente di ogni nostra illusione sull'importanza della nostra nazione, ridotta con Bossi e Berlusconi a miserabile farsa.
2009
Quaderni Quodlibet
160x225
ISBN 9788874622184
pp. 640
€ 42,00 (sconto 15%)
€ 35,70 (prezzo online)