Architettura parassita
Architettura parassita
Strategie di riciclaggio per la città

 

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"Il parassita è un operatore differenziale del cambiamento. Egli eccita lo stato di un sistema:  il suo stato di equilibrio (omeostatico), lo stato presente dei suoi scambi e delle sue circolazioni, l’equilibrio della sua evoluzione,  il suo stato termico, il suo stato informazionale. Lo scarto prodotto è assai debole, e non lascia prevedere, in generale, una trasformazione, né quale trasformazione. L’eccitazione fluttua e così la determinazione." Michel Serres


L’emanazione in diversi Paesi europei di norme che limitano nuove edificazioni e incentivano la trasformazione dell’esistente ha innescato nel dibattito architettonico del XXI secolo la ricerca di strategie di riciclaggio degli spazi dati. Si assiste alla ri-proposizione di una pratica ‘progettuale’, in realtà antica, definita parassitaria, che vede l’immissione di corpi architettonici nuovi in edifici e strutture urbane preesistenti. L’organismo parassita risulta distinto dall’ospite sia formalmente sia spazialmente, ma legato a questo da uno stato di necessità (di suolo, di impianti, di significato, etc.). L’intrusione di nuove architetture nell’esistente si prospetta da un lato come possibile modello di crescita urbana, come soluzione alla domanda di densificazione; dall’altro come emersione di pratiche informali che chiedono traduzioni spaziali alle repentine modifiche dell’ordinario. Le sperimentazioni e le realizzazioni che adottano la relazione parassitaria si immettono nel disegno urbano come commento al disegno trovato, come critica alla mancanza di aree e servizi pubblici nel susseguirsi di confini che sanciscono la privatizzazione dei suoli, nelle aree di più recente espansione, e rappresentano un invito a ripensare alle ‘capacità’ del progetto e ai rapporti che questo intrattiene con le arti e le scienze. Riflessioni sulla città e sull’oggetto architettonico si incrociano nella riscoperta della strategia del parassita.

Recensioni 
Riccardo Melito «Stile.it» 19-04-2009
Michele Costanzo «(h)ortus. Rivista di architettura» 19-06-2009
Donatello De Mattia «newsletter Connecting Cultures» 07-07-2009
redazionale «Il Giornale dell'Architettura» 01-07-2009
Alessandra Iadicicco «La Stampa» 15-10-2009
Annalisa Bergo «Al » 01-10-2009
 
Quando gli edifici diventano parassiti
Riccardo Melito «Stile.it» 19-04-2009
Esce per la Quodlibet l’ultimo libro di Sara Marini dedicato all’architettura parassita, quella corrente che annovera tra le sue fila progettisti come Gianluca Milesi e Peter Cook e che si occupa di rinnovare spazi ed edifici abbandonati e fatiscenti. Il nostro mondo è in perenne cambiamento e la sua costante rivoluzione è sempre più accelerata. Tutto tende ad essere effimero e passeggero, pronto ad essere abbattuto e quindi sostituito dal nuovo. Non scampano ad un destino siffatto gli edifici che tendono ad essere soggetti più di altro alle intemperie ed al progresso tecnologico. Così con il passare degli anni le facciate si disgregano, i materiali da costruzione cambiano ed, in casi tragici come quello abruzzese, i cataclismi naturali ne hanno il sopravvento.
In realtà quando gli edifici cominciano a mostrare tracce di decadenza, o quando perdono la loro funzione e vengono abbandonati, non vuol dire che abbiano esaurito tutta la loro energia. Anzi i mattoni, i materiali, il lavoro di muratura (in senso alto, quasi massone) che c’è dietro, le persone che lo hanno attraversato e le attività che vi sono state svolte continuano a lasciare la loro traccia energetica in quei fabbricati che, ad uno sguardo superficiale, possono sembrare solo tetre vestigia di un passato ormai superato.
Per chi è in grado di ‘vedere’ questo potenziale, quegli stessi palazzi parlano ancora ed il loro potere non è esaurito. Così gli squat di tutta Europa sono edifici ormai abbandonati che vengono riportati alla vita, all’interno dei quali si praticano attività benefiche per la collettività, per l’ambiente e per i singoli. Ciò che sarebbe allora dovuto essere distrutto ed abbattuto, acquista nuova vita e, ancor di più, diventa promotore di attività positive, culturali e costruttive (è proprio il caso di dirlo). Ciò dal “basso”, mentre dall’ “alto”, cioè dall’Architettura, una corrente denominata architettura parassita, si occupa di progettare e realizzare nuove costruzioni annesse e connesse ad antichi stabili.
Proprio a tale corrente è dedicato l’ultimo libro di Sara Marini (architetto, dottore di ricerca e ricercatrice presso l’Università IUAV di Venezia) “Architettura parassita. Strategie di riciclaggio per la città”, edito per la raffinata casa editrice Quodlibet, specializzata in preziosi ed interessantissimi saggi.
L’emanazione in diversi paesi europei di norme che limitano nuove edificazioni e incentivano la trasformazione dell’esistente ha infatti innescato nel dibattito architettonico del XXI secolo la ricerca di strategie di riciclaggio degli spazi dati. Ma questo movimento non è altro che la riproposizione di una pratica umana antichissima ed al contempo moderna, come abbiamo visto nel caso degli squat tanto per citare l’esempio portato prima.
L’intrusione di nuove architetture nell’esistente si prospetta da un lato come possibile modello di crescita urbana, come soluzione alla crescente domanda di densificazione urbana; dall’altro come emersione di pratiche informali che chiedono traduzioni spaziali alle repentine modifiche dell’ordinario, che vedono cambiare velocemente le destinazioni d’uso dei fabbricati e dei luoghi in genere.
Le sperimentazioni e le realizzazioni che adottano la relazione parassitaria si immettono così nel disegno urbano come commento al disegno trovato, come critica alla mancanza di aree e servizi pubblici nel susseguirsi di confini che sanciscono l’inesorabile privatizzazione dei suoli. In un’epoca di consumismo sfrenato e dilagante, un po’ di riciclaggio architettonico sembra essere una soluzione più che adeguata.
Architettura parassita
Michele Costanzo «(h)ortus. Rivista di architettura» 19-06-2009
Il saggio di Sara Marini, Architettura parassita, è una riflessione su un genere di realtà in continua modificazione riguardante l’edilizia corrente che metaforicamente costituisce la trama e l’ordito del tessuto delle città.
Nel suo percorso concettuale, si scandisce in capitoli tematizzati e si arricchisce di numerosi esempi progettuali e d’interviste-dialogo con gli autori di alcune delle diverse forme di parassitismo, che sono dall’autore esaminate nelle loro strategie espressive e nei diversi riflessi in ambito costruttivo, politico, sociale.
Questo fenomeno di “innesto di un corpo in un altro corpo” è sempre avvenuto in architettura, ma ora tale pratica ha assunto un’accelerazione dovuta a nuove norme edilizie in campo nazionale ed europeo, che indirizzano la produzione verso la trasformazione dell’esistente. In tale operazione non c’è mimesi, ma piuttosto un’esplicita distinzione tra nuovo e preesistente, quando addirittura non è perseguita la strada del contrasto.
Tale approccio, che porta alla modificazione del paesaggio urbano ormai consolidato nella memoria collettiva, negli ultimi decenni ha riguardato anche importanti trasformazioni di edifici storici. Così, da un lato si può ricordare l’ampliamento della Tate Britain da parte di James Stirling a Londra (1986) e dall’altro, in tempi più recenti, l’ampliación di Rafael Moneo del Museo del Prado a Madrid (2007) o, ancora, il progetto di Herzog & de Meuron per il centro culturale/sociale CaixaForum a Madrid (2008), ma è chiaro che gli esempi che potrebbero essere fatti sono tantissimi.
La gamma delle così dette “superfetazioni” si è estesa enormemente e non si tratta più di quella prassi abituale, più o meno abusiva, di “ampliamento” degli edifici che si sviluppa nelle città, grandi o piccole poco importa, come una sistematica forma d’erosione dell’immagine e della spazialità consolidata che contraddistingue i diversi habitat. «A Roma ogni edificio è stato soprelevato [...] una o più volte quindi di per sé l’intervento ridolfiano» (1) di via Paisiello, ricorda nella prefazione Pippo Ciorra, non rappresenta un caso emblematico di “rottura di regole”, come altrimenti il concetto di parassitismo in sé rappresenta.
Il nodo della questione è riflettere sulle ragioni, sulle conseguenze o sulle valenze culturali (se ce ne sono) di questa sempre più estesa trasformazione del reale, su questa sorta d’instabilità permanente, dell’immagine urbana che si riflette sul senso del presente; ossia della città, degli edifici, delle cose che diventano altro, perdendo il loro significato originario, acquistandone uno nuovo, magari improprio rispetto alle ragioni intrinseche di ciascun oggetto architettonico, ma coerente con la vita che si muove attorno ad esso, nonché con le diverse esigenze che affiorano come una forma di “bradisismo” continuo, dilagante.
«Questo percorso di ricerca», osserva Marini nell’incipit del suo scritto, «parte dalla volontà di riflettere sulle modalità di crescita della città mettendo in dialogo le pratiche di trasformazione in corso nei territori con il ruolo del progetto architettonico» (2).

Note

(1) Pippo Ciorra, Prefazione, in: Sara Marini, Architettura parassita. Strategie di riciclaggio per la città, Quodlibet, Macerata 2008, p. 8.
(2) Sara Marini, Architettura parassita, op. cit., p. 19.
Un campo disciplinare trasversale
Donatello De Mattia «newsletter Connecting Cultures» 07-07-2009
In Architettura parassita viene raccontata una città contemporanea punteggiata di ‘zone bianche’, di spazi terzi, di edifici abbandonati in attesa di abbattimento o di trasformazione, di aree irrisolte e di scarti di territorio prodotti dal disegno rigido delle espansioni urbane. In questi luoghi potenziali, nelle pieghe di un tessuto urbano sottoposto a ritagli ossessivi che producono recinti e proprietà private, prendono forma le pratiche qui definite di ‘architettura parassita’. Tali pratiche - puntuali, informali, legali o illegali che siano - distribuite all’interno del fitto tessuto urbano, configurano un modus operandi determinante per la rigenerazione della città e per la risignificazione dei suoi spazi. Le pratiche parassite costruiscono vere e proprie parti di città, creando micro-architetture differenti a seconda del luogo e del tipo di relazione che il ‘parassita’ instaura con il suo ospite. Il testo di Sara Marini parte dall’analisi etimologica della parola parassita, ne spiega il significato da un punto di vista scientifico e applica la terminologia biologica al campo disciplinare dell’architettura. Si serve di un approccio storico-critico, in cui la costruzione di figure concettuali, la sistematizzazione e il racconto delle vicende legate ai casi studio formano una vera e propria teoria dell’architettura parassita. Stabilisce un metodo tassonomico per classificarne le pratiche, formulando un elenco di modi e approcci parassiti dell’architettura in grado di attivare trasformazioni sensibili a scala sociale e territoriale. Delinea un campo disciplinare trasversale, entro cui convivono e collaborano pratiche artistiche e pratiche architettoniche - spesso scambiandosi i ruoli - che mantengono come obiettivo comune la critica alle contraddizioni della città contemporanea e la ricerca di modalità innovative di intervento su di essa. La parola chiave diventa allora riciclaggio, termine fondativo di una nuova forma di cultura urbana che, lontana dalla pianificazione ex novo di stampo modernista, rigenera l’esistente con piccoli interventi puntuali di risignificazione. Queste pratiche parassite istituiscono un panorama interessante per la teorizzazione di una nuova idea di architettura, che si arricchisce del confronto con quelle esperienze artistiche già da tempo fuoriuscite dai luoghi deputati all’arte, per misurasi e crescere all’interno della realtà urbana contemporanea.
Quodlibet tra parassitismo e dismissione
redazionale «Il Giornale dell'Architettura» 01-07-2009
Che cosa succede quando un progetto è una porzione aggiunta di un edificio esistente, magari con una destinazione discordante rispetto al fabbricato in cui s’inserisce e/o su cui si appoggia, e/o a cui si appende? La risposta giusta, probabilmente, è che si tratta di un’architettura parassita. Se sul tema esiste un dibattito ormai consolidato, mancava un’analisi sistematica, ora offerta da «Quodlibet Studio», collana in collaborazione con la facoltà di Architettura di Ascoli Piceno giunta alla quarta uscita in poco più di un anno. Il testo di Sara Marini, intitolato proprio Architettura parassita. Strategie di riciclaggio per la città (2009, pp. 328, euro 25), nasce dalla tesi di dottorato dell’autrice presso la facoltà marchigiana, con relatore Pippo Ciorra, che firma l’approfondita introduzione. Mettendo in secondo piano le suggestioni formaliste, il criterio d’individuazione e classificazione dei parassiti architettonici è basato, nell’analisi di Marini, sul tipo di rapporto che il parassita instaura con la preesistenza, sia alla scala edilizia sia a quella urbana. Un testo imperdibile pensando all’aumento di cubature del vaticinato Piano Casa.
Come ti riciclo la città
Alessandra Iadicicco «La Stampa» 15-10-2009

Nulla si distrugge, tutto si trasforma nella metropoli che si apre ai “parassiti”

Nuova ondata di cementificazione o grossa chance di riflessione sullo
sviluppo delle città? Delle due prospettive sul Piano Casa - il rilancio dell’edilizia promosso dal governo per superare la crisi economica, un progetto di incentivazione che sarà vistosamente realizzato sul territorio - scegliamo per il momento la seconda. Optiamo per il punto di vista teorico, per mettere a fuoco la questione urbanistica attraverso lo sguardo degli architetti oggi sollecitati a studiare modalità di intervento e rinnovamento delle città.
Chiarisce bene i nodi del problema uno studio pubblicato dalla «University press» della Facoltà di Architettura Ascoli Piceno (edizioni AAP). Si intitola Architettura parassita. Strategie di riciclo per la città (pp. 328, e25) e lo ha scritto Sara Marini, giovanissima docente di Progettazione Urbana e Territoriale all’Università di Venezia.

Che significano le metafore enunciate nel titolo? La prima - biologica - evoca la figura del parassita: un corpo vivente ed estraneo innestato nell’organismo di un ospite che per sopravvivere dovrà adattarsi, evolversi, alzare il suo sistema immunitario e trovare un nuovo equilibrio. La seconda metafora - economica-ecologica - indica una strategia, il riciclaggio, adottata per il riutilizzo dei rifiuti da recuperare in un nuovo ciclo di vita.

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I parassiti conquistano le città
Annalisa Bergo «Al » 01-10-2009
La ricerca sullo stato della città contemporanea e la critica alle sue contraddizioni, formano il continuum sul quale l'autrice innesta il tema della sua indagine: il parassitismo come pratica architettonica. Muovendo dalla propria tesi di dottorato, la Marini costruisce un testo che prende la forma di una mappa concettuale incentrata sulla figura del parassita.
Il concetto di parassita si diffonde prepotentemente a seguito delle esperienze sperimentali olandesi che ne delineano i caratteri fondativi: si tratta di strutture temporanee, mobili, leggere ed adattabili, costruite sfruttando spazi interstiziali e dotandoli di un nuovo significato, per rispondere a necessità abitative singolari e urgenti. Alla base della strategia parassitaria c'è l'atteggiamento ecologico verso l'uso degli spazi:l'inserimento di corpi nuovi sopra, accanto o all'interno di preesistenze inutili e dimenticate risponde da un lato, all'esigenza di limitare la colonizzazione del suolo e dall'altro porta ad un recupero, vero e proprio ready-made duchampiano, di strutture in disuso, con le quali instaura un rapporto di dipendenza spaziale e strutturale, pur mantenendo sempre distinte le identità individuali. La pratica parassitaria nasce dalla sinergia tra arte e architettura, sfociata nelle installazioni artistiche temporanee come concretizzazione del rifiuto dell'arte, più sensibile ed esplicita nel mostrare i paradossi della società contemporanea, a rimanere vincolata all'interno degli spazi museali prestabiliti. Il concetto di parassita attraversa trasversalmente diverse discipline come un insieme fluido, instabile: arte, scienza e letteratura supportano e significano una nuova visione della progettazione architettonica in grado di influenzare la progettazione urbanistica rendendola permeabile ai cambiamenti. La ricerca della Marini muove da un'indagine etimologica del termine e, oscillando tra principi base, citazioni ed interviste, approda alla presentazione di diversi casi studio, selezionati attraverso una distinzione tassonomica basata sul rapporto parassita/ospite. Il testo non fornisce una risposta alle problematiche delle città contemporanee, ma apre ad un dibattito su possibili nuove strategie di intervento, sovvertendo un sistema di pensiero in piena logica parassitaria.
2009
Quodlibet Studio. Architettura Ascoli Piceno
165x190
ISBN 9788874622344
pp. 328
€ 40,00 (sconto 15%)
€ 34,00 (prezzo online)
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