Un uomo che dorme
Un uomo che dorme
 
Postfazione di Gianni Celati
Traduzione di Jean Talon

 

«Hai venticinque anni e ventinove denti, tre camicie e otto calzini, qualche libro che non leggi più e qualche disco che non ascolti più.
Sei seduto e vuoi soltanto aspettare».

Terzo romanzo di Georges Perec, Un uomo che dorme è la storia di uno studente che la mattina dell’esame, invece di alzarsi, lascia suonare la sveglia e richiude gli occhi.
Segue il racconto della sua vita ordinaria, in cui giorno dopo giorno si educa all’indifferenza per tutto: non voler più niente, vagare, dormire, perdere tempo; tenersi lontano da ogni progetto e da ogni smania; essere senza desideri, senza risentimenti, senza ribellione; leggere «le Monde» dall’inizio alla fine, senza saltare una riga, annunci matrimoniali e necrologi compresi.
Un uomo che dorme è un romanzo in cui chiunque, leggendolo, riconosce quell’oscuro desiderio di ritirarsi dal mondo senza scomparire del tutto; e fa spavento quanto sia facile e a portata di mano diventare indifferente a ogni cosa, un fantasma trasparente che, come il protagonista del libro, vaga per Parigi senza aprire bocca, senza desiderare più nulla, tra la folla dei Grands Boulevards, per i caffè, le panchine dei giardinetti, i lungosenna, i musei, i monumenti, sonnambulo turista in casa propria.

 

 

Recensioni 
Gianni Celati «La Stampa» 21-03-2009
Riccardo De Gennaro «l'Unità» 12-04-2009
Errico Buonanno «Il Riformista» 11-04-2009
Isabella Mattazzi «Il manifesto» 15-04-2009
Agnès Verlet «Internazionale» 15-04-2009
Tommy Cappellini «Il Giornale» 29-04-2009
Stefano Bucci «Corriere della Sera» 07-05-2009
Franco Marcoaldi «La Repubblica» 13-05-2009
Camilla Baresani «Il Sole 24 Ore» 24-05-2009
Stefano Bartezzaghi «Il Venerdì di Repubblica» 29-05-2009
Dori Agrosì «N.d.T. La Nota del Traduttore» 01-05-2009
Alessandro Beretta «Alias – Il Manifesto» 30-05-2009
Matteo Bianchi «Linus» 01-07-2009
Michele Barbolini «Pulp» 01-07-2009
Marilena Renda «Satisfiction» 04-06-2010
Francesco Guglieri «Rivista Studio» 31-07-2015
 
Perec passa il tempo tra cinema e bistrò
Gianni Celati «La Stampa» 21-03-2009

L’editore Quodlibet ripropone Un uomo che dorme di Georges Perec (trad. di Jean Talon, pp.176. € 12,50, in libreria dal 25 marzo). Anticipiamo qui alcuni passi della postfazione inedita di Gianni Celati. Il capolavoro di Perec La vita istruzioni per l’uso si trova nella Bur (pp.572, € 9,50). Su di lui, un numero della rivista Riga (Perec, Marcos y Marcos, pp.280, € 15).

Il primo libro di Georges Perec, Le cose (1965), è una cronaca degli Anni 60, quando si diffonde l'irresistibile passione degli acquisti, l’ossessionante desiderio dei prodotti di moda e del comfort d'ordinanza. Il libro inizia con la descrizione della casa ideale, formata da oggetti di tentazione, visti nei cataloghi d'arredamento o nelle vetrine di Parigi. 1 giovani protagonisti, Jérôme e Sylvie, sognano la bella casa come Madame Bovary sognava l'amore da romanzo. Il tutto raccontato con leggerezza ironica, senza trame di richiamo, quasi sempre col passo svelto d'un racconto quotidiano.
Più d'una volta Perec ha fatto notare che Le cose non vuol essere una condanna della passione per gli oggetti, ma il resoconto d'una sua esperienza fatta anni prima. È stato un modo di osservare il ruolo dominante che le cose hanno assunto nelle nostre vite, e di farne un uso letterario: «Le cose ci descrivono. Possiamo descrivere gli uomini attraverso gli oggetti, attraverso l'ambiente che li circonda e il modo in cui si spostano in questo ambiente» (intervista in Littérature, n.7, 1983).
Le cose prendono il posto della psicologia, ed è il segno d'una mutazione a largo raggio che negli stessi anni tocca filosofia, lettere, arti, cinema. Invece dell'interno dell'uomo, della sua interiorità o coscienza, viene in primo piano lo spazio esterno: l’esteriorità in cui si colloca, con la sua casa, i suoi rituali, la sua lingua, e i processi ambientali in cui è coinvolto, cominciando dal fenomeno dalla vita quotidiana...
 

L'uomo che aspetta di vivere
Riccardo De Gennaro «l'Unità» 12-04-2009
Storia di uno studente che la mattina dell’esame, invece di alzarsi, lascia suonare la sveglia e richiude gli occhi. Segue il racconto della sua vita ordinaria, in cui giorno dopo giorno si educa all'indifferenza.

Un uomo che dorme di Georges Perec è un romanzo «disintossicante», che va probabilmente collocato in libreria accanto a Lo straniero di Camus e a Bartleby lo scrivano di Melville più che ai libri dell'Oulipo («Ouvroir de littérature potentielle») di cui lo scrittore francese (1936-1982) era, con Calvino e Queneau, uno dei massimi esponenti. Il protagonista del racconto - scritto in seconda persona come ad esempio La modificazione di Michel Butor - è uno studente che un bel giorno, ben sapendo di dover sostenere un esame all'università, lascia suonare la sveglia e continua a dormire (qui sta la disintossicazione: dal fare, dal dover decidere).
NON CI SARÁ LA LAUREA
Perché la decisione è presa: «Non prenderai mai la laurea, non comincerai mai la specializzazione. Non continuerai gli studi». Il mondo, che è assurdo, gli è indifferente. Come a Mersault, come a Bartleby. O meglio, «per dirla senza tanti giri di parole, tu non sai vivere e mai ne sarai capace».
L'uomo che dorme dormirà, farà una moltitudine di sogni, osserverà i suoi sei calzini, «sfatti pescecani», a mollo in una bacinella rosa, non leggerà più, non si muoverà quasi. Poi, così come i protagonisti dei racconti di Robert Walser vanno a zonzo per le montagne svizzere, lo studente di Perec deciderà di uscire e vagare senza meta per Parigi. Il suo obiettivo è radicale: «Non voler più niente, aspettare finché non ci sia più nulla da aspettare». Mentre cammina, ma anche mentre osserva da sdraiato le crepe nel soffitto o i disegni che si formano all'interno delle palpebre quando socchiude gli occhi, lo studente impara la solitudine, la pazienza, il silenzio, la trasparenza, l'inesistenza: ecco perché Un uomo che dorme, ripubblicato da Quodlibet Compagnia Extra con una bella postfazione di Gianni Celati, può essere letto anche come un romanzo di formazione, o meglio di rinnovata formazione. Il protagonista, che decide di trasferirsi fuori dalla routine, dall'abitudine, dall'assuefazione, impara a vedere e, come disse lo stesso Perec, «mette alla prova la sua cecità». Sa che la vita, in fin dei conti, non è altro che un far trascorrere il tempo: «La sola cosa che a te importa è che il tempo scorra e che nulla possa colpirti». La lettura del giornale è il quotidiano misurare come tutto (dal crollo della Borsa agli uragani alle nascite) gli sia indifferente. Sebbene respinga espressamente l'idea di ribellione, la sua è una ribellione contro il dover essere, contro l'imperativo dell'attività. L'uomo che dorme è un Robinson cittadino, che gode dello straniamento: «La tua stanza è la più bella delle isole deserte e Parigi è un deserto che nessuno ha mai attraversato». Per giorni e giorni si sente «l'anonimo padrone del mondo», su cui la storia non ha più presa. E libero, non deve rendere conto a nessuno dei suoi gesti, compiuti e mancati.
MENZOGNE
Quando tutto sembra però indicare il suo progressivo avvicinamento a uno stato di follia, l'uomo si «sveglia». Ma - qui sta la grandezza di Perec - non è impazzito, non è morto, non è diventato più saggio. Erano tutte menzogne, non c'era nessun labirinto, «il prigioniero era un finto prigioniero, la porta era aperta». Alla fine lo studente, che non ha dato il suo esame, non ha imparato niente, tranne che la solitudine non insegna niente, che l'indifferenza non insegna niente: «Eri solo, tutto qui».
Perec, il coraggio di rileggerlo
Errico Buonanno «Il Riformista» 11-04-2009
C'è un sentimento abbastanza confuso che in genere si prova incontrando, a vent'anni di distanza, una persona che sia stata il nostro amore dell'adolescenza. Da un lato la tenerezza, i ricordi, la gratitudine per aver contribuito a quel groviglio di pensieri e pathos che noi chiamiamo giovinezza; dall'altro sollievo, stupore, e quella frase sospesa nell'aria: «Dio, ma cos'è che ci trovavo?». Questo per dire innanzitutto che siamo grati alla Quodlibet, casa editrice raffinata che sta ristampando vecchi testi da tempo assenti dalle librerie, e che oggi ha voluto regalarci "Un uomo che dorme" di Georges Perec (centoquarantaquattro pagine di analisi accurata della giornata di un tale che decide di non fare nulla). E poi per ammettere che il nostro rincontro con Perec è stato qualcosa di traumatico, che ci ha portato a considerare una fortuna che, fuori dalla cerchia del famigerato Oulipo, la letteratura potenziale sia alla fin fine rimasta in potenza. Cos'era accaduto in quegli anni Sessanta, in cui si pensava che la distruzione sistematica del romanzo avrebbe portato alla salvezza? E perché mai noi tutti, cresciuti tra i fumi di Perec e Queneau, abbiamo conservato un ricordo felice di quelle sperimentazioni ma non abbiamo più avuto il coraggio di riprenderle in mano? Lo avessimo fatto, ci saremmo accorti della differenza che corre tra un romanziere e un teorico, di quanto il secondo invecchi in fretta e di quanto fallaci, benché emozionanti, possano essere i colpi di fulmine.
Un apologeta dell'indifferenza se ne va dalla vita e poi torna
Isabella Mattazzi «Il manifesto» 15-04-2009

Un uomo che dorme è la storia di un commiato. Un commiato dal mondo, dai suoi oggetti, dalle persone che lo abitano. Un commiato da tutte le vie di Parigi, dalle fontane, dalle statue equestri, dai cinema, dalle case e da quello che contengono, dalle bacinelle rosa di plastica, dalle tazze di Nescafè appoggiate su una mensola, dai pacchetti di sigarette aperti, dalle mosche, dai lavandini, dalle crepe sui muri. Un commiato privo di violenza, quasi gentile. Nessun incidente, nessuna morte improvvisa. Soltanto una progressiva perdita di interesse per le cose. È bastato un minimo scarto nella vita piuttosto ordinaria del protagonista, la decisione un mattino di non alzarsi, di non prendere l'autobus per la Sorbona, di non sostenere la prima prova scritta dell'esame di Sociologia Generale, per mettere in moto il meccanismo, per avviare il ticchettio della macchina, per far sì che il suo corpo, la sua parola, la sua volontà di giovane venticinquenne squattrinato lentamente si allontanassero dal flusso indistinto del quotidiano. Da lì, da quel non-gesto, da quell'atto volutamente mancato, è cominciato tutto. Saltare sistematicamente gli appuntamenti con gli amici. Ascoltare, immobile, i loro passi nel corridoio, i timidi colpi bussati alla porta, il fruscio dei bigliettini fatti scivolare per terra e mai aperti. Non caricare più l'orologio. Non desiderare nulla, non sperare in nulla. Girovagare senza meta per i quartieri di Parigi, enumerando all'infinito i pomelli delle porte, le panchine di legno verde dei giardinetti, i cartelli stradali, non certo per ricordare, per farsi trapassare gli occhi dalla luce delle immagini, ma per azzerare tutto, per dimenticare,«ombra torbida, duro nocciolo di indifferenza, sguardo neutro che sfugge gli altrui sguardi».
Scritto nel 1967 da un Perec appena trentenne non ancora interamente catturato dal demone enigmistico dei palindromi e degli acrostici, Un uomo che dorme (riproposto oggi da Quodlibet nella traduzione di Jean Talon e con una bella postfazione di Gianni Celati) sembra essere il controcanto ipnotico, il risvolto nero della passione cumulativa, tipicamente perecchiana, per gli oggetti, per l'eterogeneità stipata del quotidiano. Pubblicato due anni dopo Le cose, Un uomo che dorme è ancora una volta un romanzo saturo di materiali, di luoghi, di tracce di realtà. È una Parigi insistentemente presente quella che si srotola sotto lo sguardo muto del protagonista, fatta di vetrine, ristoranti russi, fotografie, monetine e guanti persi in un rigagnolo. Una Parigi che avrebbe certamente fatto la gioia di Baudelaire o dei surrealisti, ma che in questo caso sembra essere del tutto inutile nella sua estenuante profferta di immagini. Nessuna bellezza nei passi senza meta dello studente (ex-studente) di Perec, nessuna «ebbrezza anamnestica», come avrebbe detto Benjamin, nel suo girovagare per le sale silenziose del Louvre. Nessun significato nascosto, nessun lampo improvviso intravisto tra le lettere mancanti di un vecchio cartellone pubblicitario, nessuna imperfezione del selciato di quelle che avrebbero fatto trasalire Breton o Apollinaire, nessuna passante chiusa nel piombo scuro del suo vestito a lutto, dolorosa e fiera tra la folla di un marciapiede stracolmo.
Il commiato, la dipartita di un uomo dalla vita che lo circonda e lo contiene, non ha nulla a che fare con la sparizione degli oggetti del mondo, ma con la loro indifferenziazione. Di fronte agli occhi appannati dal sonno della coscienza non esiste gradazione o gerarchia estetica; tutti i cibi hanno lo stesso sapore, tutti i vestiti sono uguali, tutte le notizie sulle pagine di «le Monde» vanno lette da cima a fondo compresi i necrologi, le previsioni del tempo, le quotazioni di borsa, le visite guidate, i programmi alla radio, le lauree, i ringraziamenti e la vendita di appartamenti di lusso.
Ritirarsi dalla vita non significa coprirsi il volto di fronte al reale, ma semplicemente non operare alcuna scelta. «L'indifferente non ignora il mondo, né nutre nei suoi confronti ostilità. Quello che ti proponi non è di riscoprire le sane gioie dell'analfabetismo, bensì di leggere senza dare alle tue letture nessuna importanza particolare. Quello che ti proponi non è di andare nudo, bensì di vestirti senza che ciò debba implicare ricercatezza o trascuratezza; quello che ti proponi non è di lasciarti morire di fame, bensì di unicamente nutrirti».
Da qui la lenta discesa agli inferi del silenzio, i giorni e le notti passate nella soffitta di rue Saint-Honoré aspettando che il tempo scorra, che la cosa finisca lì, che tutto si chiuda una volta per sempre. E gli incubi mostruosi e l'infelicità di estenuanti partite a flipper, intervallate dalla certezza febbrile di essere completamente libero, di non aver bisogno di nessuno, intoccabile e vittorioso come quei «vecchi istitutori che vorrebbero riformare l'ortografia, e i pensionati che credono di aver messo a punto un sistema infallibile per recuperare le cartacce».
Poi, improvvisamente, così come era cominciato tutto, la fine. Non una fine alla Bartleby, una lenta consunzione di fronte al muro di mattoni del proprio imperativo nevrotico. No, un improvviso riprendere dell'interesse per il mondo, misterioso e inaspettato nella sua venuta così come era stato un tempo misterioso e inaspettato il passo dell'indifferenza. Un progressivo riaffiorare degli oggetti e dei luoghi alla superficie dello sguardo. Una rinascita insomma.
«Un uomo che dorme tiene intorno a sé in cerchio il filo delle ore, gli ordini degli anni e dei mondi» scriveva Proust nella Recherche, osservatore silenzioso del sonno di Marcel. Un uomo che dorme, un uomo che sogna, scrive Perec, non tiene intorno a sé che i fili aggrovigliati della propria illusione. «Non hai imparato niente, tranne che la solitudine non insegna niente, che l'indifferenza non insegna niente (...) No. Non sei più il padrone del mondo, quello su cui la storia non aveva presa, quello che non sentiva cadere la pioggia, che non vedeva venire la notte. Non sei più l'inaccessibile, il limpido, il trasparente. Hai paura e aspetti. Aspetti, in Place Clichy, che la pioggia cessi di cadere».
Un uomo che dorme
Agnès Verlet «Internazionale» 15-04-2009
Un uomo che dorme presenta i sintomi della depressione. Il personaggio del libro di Perec sente in un primo momento "una specie di stanchezza", "un disagio insidioso" che lo spinge a non svegliarsi, a non muoversi e a ridurre il suo universo alla contemplazione del soffitto. E lì, improvvisamente nota le crepe. Partendo da quella scoperta, l'uomo farà l'inventario di ciò che costituisce la sua vita. Scritto nel 1967, quando Perec aveva trent'anni, L'uomo che dorme non è né un romanzo né un'autobiografia, né un autoritratto né un'autofinzione: è tutte queste cose insieme.–Agnès Verlet, Magazine Littéraire
Un uomo che dorme
Tommy Cappellini «Il Giornale» 29-04-2009
Un rude inverno è un libro «in cui apparentemente non capitano molte cose, ma che pure si incammina piano piano verso l’inesauribile»: parola di Georges Perec, amico di Queneau e suo collega al Laboratorio di letteratura potenziale, l’Oulipo. Di Perec correte a leggere, appena pubblicato da Quodlibet, Un uomo che dorme (trad. di J. Talon, pagg. 176, euro 12.50).
la Lettura
Stefano Bucci «Corriere della Sera» 07-05-2009
Un uomo che dorme (Quodlibet, pp.176, € 12,50, traduzione di Jean Talon, postfazione di Gianni Celati) è il terzo, incredibile, romanzo di Georges Perec ed è la storia di un fantasma. Un fantasma, per scelta, che vuole solo sparire. Una storia oscura eppure bellissima, ma soprattutto raccontata con genialità (sb).
Perec e l'illusione di chiamarsi fuori
Franco Marcoaldi «La Repubblica» 13-05-2009
La sveglia suona a lungo, ma il protagonista di Un uomo che dorme di Georges Perec (nella nuova traduzione di Jean Talon, postfazione di Gianni Celati, Quodlibet, pagine 170, euro 12,50), non ha intenzione di alzarsi dal letto. Questo ragazzo di «venticinque anni e ventinove denti» dovrebbe sostenere la prova scritta di un esame. E invece quell'esame sarà il primo di una lunga serie di appuntamenti con la vita cui decide di mancare. D'ora in avanti vuole soltanto aspettare il niente che avanza, senza coltivare più né rancori né desideri di sorta. Trasformandosi in «un duro nocciolo d'indifferenza», in un impenetrabile «sguardo neutro» che nulla può scalfire.
Il libro di Perec è del 1967, ma come sempre accade con la vera letteratura ci parla con straordinaria puntualità del nostro presente. Ci racconta una tentazione quella di chiamarsi fuori, mai come oggi così diffusa. Soprattutto tra le nuove generazioni. Una tentazione che sarebbe riduttivo racchiudere sotto la formula della "depressione"; perché la fragilità psicologica, a volte, acuisce lo sguardo sulla tragica fatuità di un'affermazione sociale che finisce per trascurare il cuore segreto dell'esistenza.
Alle spalle di Un uomo che dorme di Perec c'è Bartleby, lo scrivano di Melville, che a ogni invito all'azione rispondeva immancabile: «I would prefer not to», preferirei di no. Come Bartleby, questo personaggio rifiuta l'ininterrotta chiamata ai diversi impegni volti alla propria realizzazione. Lui vuole - al contrario - azzerarsi, scomparire. Vuole trasformarsi in un'ombra, in un puro occhio che guarda: l'occhio neutro di un topo. Al pari di quello, non intende essere mosso da fantasie e preferenze. Vuole scivolare sopra le cose. Vuole diventare «l'anonimo padrone del mondo, quello su cui la storia non ha più presa, quello che non sente più la pioggia cadere, che non vede più venire la notte».
Le giornate, così, scorrono uguali le une alle altre, in un abulico distacco. Tra camminate senza meta nelle strade parigine, la lettura intensa quanto distratta dei giornali, il cibo ingerito due volte al giorno come mero nutrimento, reiterate serate al cinema senza alcuna attesa per le pellicole che si trova casualmente a vedere.
Eppure, proprio quando tale deriva si é ormai trasformata in routine, ecco la svolta repentina, imprevedibile. A prendere il centro della scena, ora, è una voce che ci svela quanto inane sia il tentativo di prendere le distanze dal tumulto della vita umana. No, l'occhio del ragazzo non potrà mai assomigliare a quello di un topo, perché a osservare e giudicare il suo comportamento c’è sempre e comunque un altro sguardo. Un occhio interiore perennemente vigile, cui non può sfuggire. E difatti: a differenza di ogni altra creatura animale, il Nostro si rigira a lungo nel letto prima di prendere sonno. Sovente si risveglia nella notte fradicio di sudore. Si morde le unghie finché non sanguinano. E quando gioca a flipper lo scuote l'imprevisto tilt che interrompe la partita. In breve, continua a essere un uomo. Con tutti i fantasmi, le attese e le paure, che contrassegnano l'esistenza degli uomini.
Lasciandosi naufragare nel flusso impersonale della realtà, credeva di potersi disfare del rompicapo del tempo, ma si trattava di una pia illusione. Perché il tempo decideva per lui; non lui del tempo. La strada imboccata è senza via d'uscita: il disincanto radicale verso un insensato «attivismo» - suggerisce Celati- si è convertito nel più pericoloso degli incanti: l'idea di bastare a se stesso.
L'uomo che dorme, che vagheggiava di essere «il padrone anonimo del mondo, quello su cui la storia non aveva presa», a questo punto dovrà risvegliarsi dal suo torpore, dal maldestro sogno di una presunta neutralità. Perché il mondo può essere indifferente a noi, ma mai viceversa.

Esistere, desistere o resistere?
Camilla Baresani «Il Sole 24 Ore» 24-05-2009
Uno studente abita a Parigi, in rue Saint-Honoré, in una misera camera d'affitto nel sottotetto di un palazzo. Una mattina, d'improvviso, s'inceppa: dovrebbe alzarsi per andare all'università e sostenere un esame, ma non si alza. «Non è un gesto premeditato, d'altronde non è neanche un gesto, bensì un'assenza di gesto». Smette di darsi da fare, smette di avere un ruolo, smette di essere in gioco. Fissa le crepe sul muro, fissa il proprio volto nello specchio incrinato, non si fa trovare dagli amici. Inizia da quel momento il rifiuto della vita del «dover essere, dover fare»; inizia un'esistenza di solitudine, di interminabili passeggiate per Parigi, di preciso, meticoloso, lasciarsi andare mantenendosi in vita. Mangiare, camminare, tacere. «Tu non hai più voglia di proseguire, né di difenderti, né di attaccare».
Un uomo che dorme, terzo romanzo di Georges Perec, pubblicato nel '62, torna in libreria con una nuova bella traduzione di Jean Talon. La descrizione di un'esistenza che si trasforma in una sopravvivenza è condotta in seconda persona, con quello stesso "tu" intimo e coinvolgente di La modificazione di Michel Butor, altro romanzo di quegli anni che parimenti racconta un mancato svolgimento. Il protagonista di Un uomo che dorme mostra i sintomi di quella che oggi chiameremmo depressione, e che oltre a una sorta di atarassia includono momenti di esaltazione quando pensa di aver raggiunto il traguardo dell'indifferenza più radicale, e con ciò esser divenuto «un anonimo padrone del mondo». Salvo poi tornare a sentirsi in trappola. La scrittura di Perec si tiene ben lontana da ogni psicologismo e ci trascina nell'esistenza dello studente mostrandoci quello che i suoi occhi registrano, cioè l'infra-ordinario (definizione perecchiana) che di solito scorre trasparente sotto il nostro naso. È un'iperdescrittività che va a segno, sostenuta da una scrittura magistrale, tesa e tersa, carica di dettagli interessanti ma senza fronzoli. Troviamo elenchi affascinanti e al contempo angoscianti: l'inventario di osservazioni fatte dal protagonista nel suo girovagare per la campagna e il catalogo di "mostri" che incrocia nel suo girare per le strade di Parigi. Per qualche pagina siamo quasi portati a invidiare quel venticinquenne che si permette un gran rifiuto, come se lui ce l'avesse fatta e noi no. Salvo poi riconoscere nel suo paranoico avvitarsi non una prova d'eroismo bensì i sintomi di una malattia dell'animo, di un autocompiacimento affascinante ma anche disgustoso. Chiuso il libro, viene voglia di riprenderlo in mano, come un moderno breviario per le nostre esistenze aggrovigliate tra opposte spinte di competizione e contemplazione.
Un uomo in fuga in un capolavoro firmato Perec
Stefano Bartezzaghi «Il Venerdì di Repubblica» 29-05-2009
Non presentarsi a un esame universitario. Non aver nulla da fare. Non vedere
più nessuno. Stare a casa tutto il giorno, uscire solo la notte. Non parlare
più. Perec non spiega perché il protagnoista di questo suo romanzo giovanile
decida di «uscire dalla storia» per affrontare disarmato la quotidianità e
la banalità del mondo. Un capolavoro, ora in un'ottima traduzione italiana,
con postfazione di Gianni Celati.
Georges Perec e la letteratura combinatoria
Dori Agrosì «N.d.T. La Nota del Traduttore» 01-05-2009
Per chi non conosce la genialità di Georges Perec e non ha ancora letto il suo libro maggiore, La vita istruzioni per l’uso (1978), magari Un uomo che dorme, può sembrare un romanzo assurdo.
Un homme qui dort esce per la prima volta in Francia nel 1967 presso l’editore Gallimard. L’autore, Georges Perec, già noto al lettore francese come cruciverbista, è un caso d’eccezione poiché in Europa gli autori di cruciverba sono inizialmente anonimi. Per Perec, firmare un cruciverba non è affatto indecoroso, né tantomeno ritiene les mots-croisés cose frivole, piuttosto degli affascinanti esercizi di scrittura, esplorazioni infralinguistiche in oscillazione perenne tra la presenza e l’assenza di senso nella sua personale ricerca di combinazioni il più possibile argute, al punto da condurlo successivamente verso la notorietà anche come scrittore. L’arte di Perec per il cruciverba è inoltre strettamente legata all’interesse per la psicanalisi e Un uomo che dorme potrebbe essere interpretato come una minuziosa analisi psicoanalitica del protagonista, uno studente che si educa progressivamente e senza rimorsi, alla solitudine e all’indifferenza. Una mattina si sveglia presto per sostenere un esame e non solo a quell’esame non si presenterà mai, ma addirittura non si alza, rimane disteso sul letto. A partire da quel giorno si distacca completamente dalla vita attiva, diventa inerte al punto da poter essere paragonato non più a un uomo ma a un vegetale. La scelta del narratore di non dare un nome al personaggio ma di rivolgersi al protagonista nella seconda persona singolare, “tu”, assume il tono di un rimprovero, i lunghi e minuziosi dettagli dell’involuzione del protagonista suonano tutti invece, dall’inizio alla fine, come un avvertimento per il lettore, un’esortazione a tenersi lontano da simili comportamenti facendo trasparire che la vita va assolutamente vissuta in tutt’altro modo, esattamente al contrario, con l’orgoglio di (ri)alzarsi ogni volta, con la voglia di ritrovarsi in mezzo agli altri, con l’esuberanza del fare e del dire.
La lettura di questo libro incontra inevitabilmente le traiettorie oulipiane della letteratura combinatoria. Appena se ne intuisce lo schema narrativo la tentazione è di trovare il modo di staccarsi dalla fastidiosa sensazione di ipnotismo, amplificato dalla negatività e dalla soffusa descrizione di rumori. Un tentativo di soluzione è quello di capovolgere la narrazione per leggere il romanzo al contrario, non nel senso di leggerlo dalla fine all’inizio ma di leggerlo dal negativo al positivo, trasponendo tutta l’aggettivazione e tutta l’azione al contrario. Un esercizio curioso, attraverso cui si approda alla lettura di una storia perfettamente opposta, quella di “un uomo che non dorme”, ma ambizioso, con una quotidianità esasperatamente scandita da regole e orari. Letto in questo verso o al contrario, si ritrova comunque la poetica della contrainte (costrizione) di Georges Perec: la convinzione secondo cui bisogna darsi delle regole per poter essere davvero liberi. Un autore che può ricordare altri autori oulipiani e oplepiani esponenti della letteratura potenziale, ad esempio Italo Calvino con la griglia di percorsi obbligati in Se una notte d’inverno un viaggiatore, dove la griglia è l’impalcatura che costituisce la macchina generativa del libro. Una letteratura in cui ogni romanzo è una sfida come potrebbe esserlo la composizione di una griglia dentro cui far quadrare non solo le parole ma anche il linguaggio e il senso.
Un Perec d'annata sulla scia di Bartleby
Alessandro Beretta «Alias – Il Manifesto» 30-05-2009
Uno studente di 25 anni lascia suonare la sveglia e non si presenta a un esame. Questo semplice «scarto» dal ruolo apre una nuova strada: «scopri senza sorpresa che c'è qualcosa che non va, che, per dirla senza tanti giri di parole, tu non sai vivere e mai ne sarai capace». Lo studente inizia allora un altro paradossale corso di studi il cui programma è «perdere tempo. Tenersi lontano da ogni progetto, da ogni smania. Essere senza desideri, senza risentimenti, senza ribellione. Davanti a te, nel corso del tempo, una vita immobile, senza crisi e senza disordine...» no ad arrivare a una «vita azzera: È il progetto estremo che spinge protagonista di un uomo che dorme (Quodlibet, pp. 176, € 12,50), terzo romanzo di Georges Perec che torna dopo quaso trent'anni nella nuova traduzione di Jean Talon (la precedente, di Maria Pia Tosti Croce, era per Guanda nel 1980). Un'occasione felice per incontrare Perec, membro prolifico dell'Oulipo, scomparso a 45 anni nel 1982, e celebrato per un libro pienamente sperimentale come La vita istruzioni per l’uso (1978), perché questo romanzo del ’67 – come spiega nella postfazione Gianni Celati – segna un passaggio di poetica per l’autore, che «abbandona le forme narrative lineari e omogenee» e si sposta verso «una sociologia del quotidiano e dell'ordinario». Segnato dal tu rivolto al protagonista, che per ambiguità parla al lettore, il libro racconta il tentativo di distaccarsi completamente dalla vita e di arrivare al'indifferenza. Lo fa raccontando un vivere ipnotico, fatto di solitari con le carte, di immagini che appaio nel dormiveglia, di lunghe e dettagliate passeggiate per Parigi. Una varietà fatta di quasi nulla, che l'autore tiene viva continuando ad alternare l'attenzione, così che lo studente una volta sogna di essere una nave, un'altra un occhio; una volta va ai giardini del Luxembourg e un'altra nei «caffè aperti tutta la notte». La forza elencatoria, che satura di oggetti la pagina fino a rendere il vuoto, la prosa ritmica e ripetitiva che accompagna la serie dei gesti altrettanto identici, la pagina rotta in paragrafi e il romanzo in brevi capitoli, danno ordine a questo moto continuo apparentemente infinito («Ora vivi nell'inesauribile»). Il romanzo gioca anche su piani attuali: si pensi agli hikkikomori, i reclusi adolescenti giapponesi, o a certe manifestazioni della depressione segnate dalla ripetitività difensiva degli stessi minimi gesti, ma si può anche tornare a quegli anni, sentire traccia del vagabondare urbano di Debord (le derive psicogeografiche) o dei giovani che giocano a flipper in Questa è la mia vita di Godard... Appoggi offerti da un testo che rientra in un immaginario con poche fondamentali frequentazioni (Borges, Beckett, Deleuze, Agamben): quello aperto dallo scrivano Bartelbly di Melville, il personaggio che arriva direttamente nel libro di Perec verso la fine, come una tavola a sé che svela l'archetipo e cambia marcia al finale. II «Flâneur minuzioso» di Perec non riesce a diventare uno stoico della vita metropolitana, non sfugge al proprio corpo, impossibile distaccarsi da una dimensione: «Il tempo, che su tutto veglia, ha trovato tuo malgrado la soluzione».
Un uomo che dorme
Matteo Bianchi «Linus» 01-07-2009

Uno studente universitario una mattina decide di non alzarsi dal letto e di non presentarsi a un esame. Da quel momento in poi inizia il suo consapevole ritiro dalla vita sociale: smette di frequentare amici, di studiare, di avere progetti. Sceglie di dormire, chiuso nella sua stanzetta, coltivando l'indifferenza verso il mondo. Pubblicato più di quarant'anni fa in Francia e ora disponibile in questa nuova traduzione italiana, il terzo romanzo del grande Georges Perec affascina soprattutto per la magistrale capacità di catalogazione del reale. Che si tratti di un albero, di una piazza parigina o dei contenuti di un giornale, il mondo si trasforma agli occhi del protagonista come un mero elenco di particolari, una semplice somma di cose.

E' attraverso questa perdita di magia nei confronti della realtà che l'uomo persegue il mito del distacco completo. Salvo poi scoprire che anche questo obiettivo è, a sua volta, un'illusione.

Georges Perec. Un uomo che dorme
Michele Barbolini «Pulp» 01-07-2009
Torna con una nuova traduzione uno dei libri più sorprendenti di Georges Perec. L’autore de La scomparsa e de La vita istruzioni per l’uso, membro dell’Oulipo e teorico dell’infra–ordinario, nel 1967, alla vigilia del maggio francese, compone questo libro straordinario, parente stretto di testi memorabili come il Bartleby di Melville e l’Oblomov di Goncarov. Il testo di Perec, scritto alla seconda persona singolare, appare come una sorta di diario in cui il protagonista parla a se stesso. La vicenda è quella di uno studente parigino che abita un sottotetto in cui a malapena si incastrano un letto e il necessario per vivere. La mattina lo attende l’esame di sociologia generale, ma invece di alzarsi decide di rimanere dormire. Inizia da quel giorno una vita a metà tra sogno e dormiveglia, un’esperienza sempre più radicale di sottrazione in cui il protagonista diviene mero osservatore del mondo che lo circonda, pedina silenziosa di una quotidianità (quell’ordinario così caro a Perec) nella quale cerca di fondersi e confondersi con tutto se stesso. È facile leggere un attacco frontale all’attivismo tipico dell’Occidente che impone ritmi di vita basati sull’azione continua, imposta carriere da costruire e flussi oltre i quali non c'è che la solitudine. Ed è proprio questa scelta solitaria ad apparentare il protagonista di Un uomo che dorme a figure esemplari come quella di Bartleby, lo scrivano di Melville, citato nel testo dallo stesso Perec, come padre adottivo di questo studente parigino.
Quella che dovrebbe essere un’esperienza di pura sottrazione subisce tuttavia nel finale un brusco contraccolpo. Come ha notato Gianni Celati nella postfazione al volume, “il libro sembra la storia di una liberazione fallita”, laddove il protagonista ribalta questo suo estraniarsi come conquista e vittoria su un mondo che ora non può più sfiorano per cui si proclama “un anonimo padrone del mondo”. Ma nel finale sta lo scacco dell’Uomo che dorme, condannato a osservare la schiera di chi popola il mondo, i fenomeni esterni dell'universo, senza poterli dominare, senza potersene realmente sottrarre. In una perenne – kafkiana – attesa che la pioggia cessi di cadere.
Un uomo che dorme
Marilena Renda «Satisfiction» 04-06-2010
Un uomo che dorme, terzo romanzo di Georges Perec, è il racconto dell'improvvisa retraite dal mondo di uno studente che una mattina decide di non presentarsi a un esame. Da quel momento in poi la sua avventura umana è tutta un'educazione all'indifferenza e all'inazione, le giornate un catalogo di gesti risibili, sempre uguali: alzarsi, leggere «le Monde», mangiare, perimetrare palmo a palmo le strade di Parigi, lasciarsi vivere. Per descrivere questa formazione all'incontrario la scrittura di Perec si fa puntiforme, mai lineare, tutta concentrata sui dati fenomenologici dell'esistenza, muovendosi su due piani, ovvero i ritmi della veglia (i modi in cui lo studente impiega il suo tempo) e del sonno (le visioni in dormiveglia, che lo scrittore registrava su un quaderno sempre a portata di mano), ma soprattutto registrando con precisione estrema i movimenti del corpo e i modi in cui lo studente arriva a dismettere ogni aspettativa e a sottrarre peso e materiale al proprio stare al mondo. Sintonica in questo con la poetica della sparizione e della sottrazione tipica di Perec, e in linea con una lunga genealogia di eroi della rinuncia e della retraite esplicitamente o meno citati nel testo (Bartleby, Malte Laurids Brigge). Fino al colpo di coda finale, quando l'atarassia si rovescia di nuovo in prossimità, e una presa sul mondo sembra di nuovo possibile.
Un libro per l'estate
Francesco Guglieri «Rivista Studio» 31-07-2015
Georges Perec, Un uomo che dorme (Quodlibet)
Per molto tempo ho dato per scontato l'estate. Come molti di quelli nati in città di mare, ho sempre considerato tutto il complesso militar-turistico-vacanziero un peso da sopportare più che qualcosa di cui godere. Non sapevo che ero solo privilegiato. Forse per questo i primi anni a Torino ho imparato ad apprezzare il fascino discreto delle estati cittadine, la malinconia dei dehors abbandonati, lo smarrimento delle serrande abbassate, l'amarezza delle amicizie interrotte. La noia malmostosa, i giri a vuoto, le birre da solo ai bar dei cinesi. C'è un libro che descrive benissimo questo sentimento, questo tipo di estate di camminate e solitudine, ed è uno dei più bei libri che abbia mai letto. L'ha scritto Georges Perec nel 1967 e si intitola Un uomo che dorme (in italiano si può leggere tradotto da Jean Talon per Quodlibet).
Hai venticinque anni e una mattina di inizio estate dovresti andare a sostenere un esame. E invece: niente. Smetti di fare qualsiasi cosa, di studiare, di essere figlio, amico, fidanzato, lavoratore, di essere un membro produttivo della società. Inizi a camminare per la città, Parigi, per ore, a caso, ti infili nei cinema a guardare film che non ti interessano, prendi un espresso o un bicchiere di rosso ai banconi di zinco dei café, torni nella tua stanza da fuorisede, dormi. Un'educazione sentimentale alla solitudine e all'indifferenza. Così per tutta lestate. Sì, potrebbe sembrare il manifesto del normcore radicale, ma in realtà è la storia di una depressione. La cosa bella è che verso la fine del libro c'è una specie di inversione a U, di illuminazione diresti, se solo non avesse il carattere dolce e graduale della guarigione. Capisci che quell'atteggiamento, che ti sembrava tanto nobile e saggio, non fa altro che farti sprofondare ancora di più nell'inautentico: «Non hai imparato niente, tranne che la solitudine non insegna niente, che l'indifferenza non insegna niente: era un'impostura, una fascinosa e ingannevole illusione. Eri solo, tutto qui, e volevi proteggerti; volevi tagliare per sempre i ponti tra te e il mondo. Ma tu sei così poca cosa, e il mondo un tal parolone: alla fine, il tuo non è stato altro che un errare in una grande città e costeggiare chilometri di facciate, vetrine, parchi e lungofiume». E sai una cosa? «Non sei morto e non sei diventato più saggio». Che poi è quello che succede sempre alla fine di ogni estate. C'ho messo un po' ma alla fine l'ho capito anche io.
2009
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874622429
pp. 176
€ 12,50 (sconto 15%)
€ 10,63 (prezzo online)