Giù la piazza non c'è nessuno
Giù la piazza non c'è nessuno
 
A cura di Giorgio Zampa
Notizia sull'autrice e sul testo di Elena Frontaloni
 
Romanzo
 
Quarta edizione riveduta e corretta
 

«Sono nata sotto un tavolino. Mi ci ero nascosta perché il portone aveva sbattuto, dunque lo zio rientrava. Lo zio aveva detto: “Rimandala a sua madre, non vedi che ci muore in casa?”.
Ambiente non c’era intorno, visi neppure, solo quella voce. Madre, muore, nessun significato, ma rimandala sì, rimandala voleva dire mettila fuori della porta. Rimandala voleva dire mettermi fuori del portone e richiuderlo.»

– Dolores Prato

 

«Alla Ginzburg sono sempre stata, lo sono e continuerò ad esserlo, gratissima. […] Lei ha sempre amato questo libro, con quelle manomissioni voleva renderlo più accessibile. Io salto i verbi come se qualcuno mi corresse dietro; i miei passaggi sono ponti levatoi mai abbassati; lei riduceva più intellegibile il mio modo di scrivere; ma io preferivo tenermi i miei difetti. Avevamo ragione tutte e due». Sono alcune righe scritte da Dolores Prato nel 1980 al direttore dell’«Espresso», in risposta a un articolo in cui veniva definita «rabbiosa» nei confronti di Natalia Ginzburg. Alle spalle di questa precisazione c’è una vicenda editoriale divenuta pubblica: le oltre millecinquecento cartelle di Giù la piazza non c’è nessuno consegnate nel 1979, di fretta, dall’ottantenne Dolores Prato a Natalia Ginzburg, vennero ridotte, per esigenze editoriali, a sole trecento pagine, pubblicate da Einaudi nel giugno 1980. L’autrice, scontenta dell’edizione parziale, continuò a rivedere il testo e preparò un nuovo dattiloscritto, il quale venne pubblicato nel 1997 da Giorgio Zampa, nella versione integrale che qui riproduciamo.
Giù la piazza non c’è nessuno racconta di un’infanzia primonovecentesca trascorsa ai bordi d’Italia (tra case e volti di Treia, un borgo dell’entroterra marchigiano), insieme a una miriade di oggetti e parole disperse, a uno zio mezzo prete, mezzo pittore, mezzo alchimista e a una zia nubile dalle strane acconciature, sorpresa a leggere e rileggere Madame Bovary. La bambina che guida la penna della vegliarda non ha mai saputo, non sa perché ha una madre che non si comporta da madre, essendo tale funzione esercitata da una zia che all’ufficio materno mal s’adatta. Lo zio fa da padre, manifestando un amore quieto e misterioso per la piccola che gli cresce accanto scostante, chiusa, restia a chiedere come e perché venisse allevata da quasi estranei.
A base del lavoro sta una serie smisurata di appunti e brogliacci accumulati dall’autrice nel corso di tutta la vita. La forma prescelta è quella della «lassa» narrativa: una serie di tessere che mimano l’andamento divagante, occasionale degli appunti, ma s’incastrano l’un l’altra grazie a sottili riprese. La prosa così dimessa, feriale, aperta alle vivide suggestioni del parlato, è il risultato di una testarda disarticolazione delle strutture retoriche della tradizione italiana, quei «ponti levatoi mai abbassati», quei «miei difetti» a cui Dolores Prato non fu mai disposta a rinunciare.
Come leggere questo libro autenticamente fine secolo, questo capolavoro a rischio di oblio? Esso non è nato dal proposito di creare un organismo narrativo, di compiere «l’opera»; non è letteratura da azienda editoriale o da laboratorio universitario; meno che mai vuole riuscire gradito a chi guarda volentieri all’indietro o agli analisti del presente. Forse il modo appropriato per intenderlo, come annotava Giorgio Zampa, è considerarlo l’avvio di un’istruttoria contro ignoti. Nessuna commiserazione nei propri confronti, nei confronti di un’esistenza di reietta, di creatura venuta al mondo contro il volere del mondo, ma giudizi asciutti, magari duri, spesso ironici, su persone vicine; e dichiarazioni di amore illimitato. Se si volesse arrivare ad ogni costo a una definizione prossima alle motivazioni profonde della scrittrice, si potrebbe parlare di uno sterminato soliloquio, destinato a rimanere inascoltato.

 

 

Ascolta la puntata di "Un libro tira l'altro" su Radio24, alla riscoperta di Dolores Prato

Recensioni 
Cristina Taglietti «Corriere della Sera» 30-06-2009
«Il Riformista» 04-07-2009
Tiziano Scarpa «Tuttolibri - La Stampa» 11-07-2009
«l'Unita'» 12-07-2009
Luca Scarlini «Alias – Il Manifesto» 18-07-2009
Alessandra Iadicicco «Il Foglio» 01-08-2009
Elena Loewenthal «La Stampa» 25-08-2009
Andrea Cortellessa «Tuttolibri - La Stampa» 12-09-2009
Pasquale Di Palmo «Famiglia Cristiana» 11-10-2009
Cesare De Michelis «Il Sole 24 Ore. Domenica» 25-10-2009
Elena Loewenthal «Il Sole 24 Ore. Domenica» 06-12-2009
Daniela La Penna «L'indice» 01-10-2010
 
Il prete di Dolores Prato: don Camillo piu' Peppone
Cristina Taglietti «Corriere della Sera» 30-06-2009
Assomiglia a Don Camillo ma si chiama Don Pacì. E, a differenza del sanguigno prete con la faccia di Fernandel inventato da Giovannino Guareschi, ebbe scarsissima fortuna. Esattamente come il libro di cui è protagonista, Campane a Sangiocondo, primo romanzo di Dolores Prato che nel 1963 lo pubblicò a sue spese gravemente «manomesso» (come lei stessa annotò) dal curatore, Andrea Gaggero, al punto che le copie edite finirono in cantina e la scrittrice cominciò a distribuire ad amici e letterati la versione originale, dattiloscritta. II libro viene oggi pubblicato dall’editore Avagliano (pp. 310, € 15) con la cura e una nota introduttiva di Noemi Paolini Giachery che, oltre a ricostruirne la storia, lo contestualizza nel percorso culturale e umano di questa scrittrice che soltanto a novant’anni vide la pubblicazione del suo capolavoro Giù la piazza non c’è nessuno, anche questo brutalmente tagliato (da Natalia Ginzburg che lo curò per Einaudi), prima di vedere la luce nella versione completa, nel ’97, a cura di Giorgio Zampa, proprio in questi giorni riproposta da Quodilbet (con una nota di Elena Frontaloni).
Intessuto di autobiografia, Campane a San giocondo nasce come soggetto cinematografico e ruota attorno alla figura reale di don Pacifico Ciabocco, parroco di un paesino delle Marche, San Ginesio (che nel libro diventa Sangiocondo) con cui Dolores entrò in contatto quando insegnò nella scuola elementare del paese dal 1923 al ’25 (maestra, non a caso, è anche Letizia, la donna con cui Don Pacì condivide il fervore caritatevole). Del cinema il libro ha l’andamento che lo rende di lettura estremamente godibile, con dialoghi brillanti, personaggi minori forse un po’ macchiettisti ma delineati con poche, vivide pennellate: «Don Ascenzio era sacerdote, verissimo, però faceva il prete come avrebbe potuto fare il maniscalco»; la sorella di Don Pacì ha «una faccina da San Luigi: lunga, appuntita, gli occhi volti a terra»; sulla figura immensa di «Gigi delle campane» «si poteva attaccare un cartello: “materia grezza”». Don Pacì ha la stessa viva presenza di Don Camillo (il libro di Guareschi, ricorda la curatrice senza ulteriori commenti, fu pubblicato nel 1948, anno in cui quello di Dolores vince il premio Prato), con la differenza che riassume in sé anche Peppone. La sua idea di «trasformare Sangiocondo in una comunità cristiana» (che chiama «cellula» con un termine imparato da Zoccoli, il comunista del paese) partendo proprio dai preti che dovrebbero unirsi «non per isolarsi, ma per fondersi col popolo», l’indulgenza verso il «peccato della carne» che i preti stessi trasformano in protagonista del male terreno «lasciando nell’ombra l’avarizia, lo sfruttamento, la menzogna, l’ipocrisia, l’orgoglio», ne fanno un «prete socialista, ma cristiano» e lo porteranno durante la guerra a riunire nella Collegiata, insieme alla maestra Letizia, una popolazione eterogenea di fuggitivi e disperati a cui dà asilo, ma finirà vittima di una sorta di «guerra di religione» dell’epoca, quella delle confraternite per la posizione nella processione del Crocifisso.
Giu' la piazza un libro dettato
«Il Riformista» 04-07-2009

Dolores Prato rientra in quella categoria di narratori in cui la tensione lirica si manifesta spontanea.

La vicenda della stesura e della stampa di questo libro è singolare quanto singolare fu la vita della sua autrice, lunghissima, intensa, trascorsa in buona parte a Roma. Preparata nel corso di decenni, l'opera fu compiuta in un tempo relativamente breve, e vide la luce nel 1980, in una drastica riduzione; altrettanto energiche correzioni di ordine stilistico e lessicale vennero apportate senza consenso dell'autrice. Il titolo, tolto da un finale che, nell'infanzia, apponeva di suo a una canzoncina, rimase il medesimo: più pertinente di questo sarebbe stato impossibile inventare. La Prato rientra in quella categoria di narratori in cui la tensione lirica si manifesta spontanea, annullando ogni diversa soluzione. Il tema delle pagine di Giù la piazza è centrato sull'esistenza di una bambina che subisce, osserva, giudica i grandi, ignara e insieme consapevole di sé. Includere Giù la piazza nella categoria delle autobiografie vorrebbe dire relegarla nel generico, nell'ovvio. «Io credo che ogni scrittore», scriveva la Prato all'amica L.A.B. il 3 dicembre 1977, «è autobiografico, a meno che non sia politicamente o socialmente impegnato, benché è dubbio allora che sia scrittore e se lo è l'autobiografismo non esula neppure di lì. Persone sufficientemente poco sincere possono nascondere l'autobiografismo, non lo potranno mai gli schietti come te e come me...». Dolores dettò la maggior parte di Giù la piazza servendosi di appunti. La notizia, sul momento, mi sorprese, ma poi ricordai come Paolo Volponi mi raccontasse di avere dettato molte parti di Corporale a una dattilografa di Urbino. Ci sono autori in grado di fissare simultaneamente idea, emozione e parola, di generare poesia nell'istante in cui la parola si presenta. Il lettore di Giù la piazza nota già nelle prime pagine la scioltezza, la rapidità, la naturalezza e trasparenza del dettato, caratterizzato da movenze e colori della lingua non scritta. Nello stesso tempo sarà colpito dalla precisione, dalla levità di una lingua capace di restituire un parlato autentico, non di fabbricare un faux exprès; dalla nobiltà della materia, dalla natura di un controllatissimo e libero linguaggio, dalla conversione della lingua di comunicazione in parola inconsunta. (tratto dall'Introduzione di Giorgio Zampa)

In valigia. Gli anfibi di Mari, la piazza di Dolores e i consigli di Seneca
Tiziano Scarpa «Tuttolibri - La Stampa» 11-07-2009

Stiamo partendo per le vacanze. Controlliamo: gas chiuso, frigo vuoto. Le finestre sono sbarrate, le stanze scure. Per un mese la nostra casa preserverà intatte queste cubature di buio. Siamo nell'ingresso, io e lei, la valigia in una mano e un mazzo di chiavi nell'altra. «Aspetta un attimo!», le dico. «Che cos'hai dimenticato?», sbuffa lei. «Una cosa». Accendo la luce, torno indietro. Mi metto davanti alla libreria.
«Ma ti sembra il momento?». Sì, all'ultimo momento è il momento giusto. Per scegliere i libri da mettere in valigia. Con la fretta che strizza. D'urgenza. D'impulso.
Il primo: qualcosa dove il linguaggio dichiari il suo smacco trionfando. Un grande scrittore alle prese con una misera cosa. Dismisura fra lessico ed esistenza. Oh quanto sarebbero vaste e catarifrangenti le nostre parole, e a cosa ci tocca applicarle: un anno di servizio militare!
Fetido, buffissimo, tignoso, nostalgico: «Filologia dell'anfibio» di Michele Mari (Laterza).
«È tardi!», mi incalza lei.
Il secondo. Il libro di una vita. Mettere dentro un unico romanzo tutto quanto c'era da dire sull'essere passati per questo mondo. Esordendo a novant'anni: Dolores Prato, «Giù la piazza non c'è nessuno» (Quodlibet).
«E allora!», protesta lei.
Ancora uno. Frasi che arrivano da lontanissimo. Provare a migliorare un po' quest'epoca ascoltando i consigli di un'altra: Seneca, «Lettere a Lucilio» (Garzanti).
«Forza! Perdiamo il treno!».

Dolores Prato. Nata sotto il tavolo
«l'Unita'» 12-07-2009
«Sono nata sotto un tavolino». Comincia così questo romanzo-«poesia» di Dolores Prato (1892-1983) scritto a ottant'anni, che subito divenne un caso letterario. La piazza era quella di Treia. Il mondo quello di una bambina abbandonata dai genitori che, dopo essere passata da un brefotrofio all'affido ad una famiglia di contadini in Ciociaria, a cinque anni fu affidata a lontani zii materni a Treia. Un vecchio zio prete e una vecchia zitella. Il romanzo, bellissimo e quasi ossessivo nella scelta e nel rispetto delle parole, uscì da Einaudi nel 1980. Nel '97 lo rispolverò Mondadori in versione integrale. Esattamente la stessa pubblicata ora da Quodlibet.
Nata sotto un tavolino. Due titoli per conoscere Dolores Prato (1892-1983)
Luca Scarlini «Alias – Il Manifesto» 18-07-2009

La ristampa di Campane a Sangiocondo e l'edizione critica dell'autobiografia Giù la piazza non c'è nessuno: una scrittrice segnata dalla marginalità, un lessico famigliare fatto di sbarre e cancelli

Dolores Prato (1892 1983) torna all'attenzione, nel suo destino «postumo», di cui ella stessa parlava apertamente a Elena De Angeli, poco prima dell'esordio nel 1980, sull'orlo dei novant'anni, con Giù la piazza non c'è nessuno da Einaudi, nella versione editata da Natalia Ginzburg. Tutto in quella edizione dimezzata sembrava voler riportare a un altro «lessico famigliare» l'oltranza di questo testo, inclusa la copertina, che recava una solare piazza di Telemaco Signorini, lontanissima dai luoghi marchigiani e dal gusto visivo dell'autrice, che amava le immagini scabre di Arnaldo Ciarrocchi. Malgrado i premi e i riconoscimenti, in vita all'autrice toccò un destino amaro di autoedizioni e di marginalità, interrotta dalla collaborazione a riviste di cultura, con il leitmotiv della passione dantesca, a cui tornò nel corso di tutta la sua esistenza, in cui agì a lungo come insegnante.
Oggi due editori mandano in libreria opere, quasi in contemporanea. Avagliano propone la prima ristampa attuale di Campane a Sangiocondo (a cura di Noemi Paolini Giachery, pp. 309, € 15,00) e Quodlibet l'edizione critica di Giù la piazza non c'è nessuno (a cura di Giorgio Zampa, notizia di Elena Frontaloni, pp. 701, € 28,00). Una doppia occasione per affrontare una prosa ricca, basata su una scelta radicale, che fa coincidere la lingua con l'esistenza di chi scrive. Il tutto nello scavo ossessivo, maniacale dell'autobiografia, scritta a moltissimi anni di distanza dai fatti, articolata in sequenze di rifiuto e acquisizione di identità.
Così recita l'incipit del romanzo maggiore, opportunamente riportato sulla quarta di copertina del volume: «sono nata sotto un tavolino. Mi ci ero nascosta perché il portone aveva sbattuto, dunque lo zio rientrava. Lo zio aveva detto: "rimandala a sua madre, non vedi che ci muore in casa?" Ambiente non c'era intorno, visi neppure, solo quella voce. Madre, muore, nessun significato, ma rimandala sì, rimandala voleva dire mettila fuori della porta. Rimandala voleva dire mettermi fuori del portone e richiuderlo». Molte sono le immagini di porte, cancelli, sbarre della memoria, che tornano per raccontare l'infanzia a Treia, cittadina marchigiana (che da tempo dedica alla Prato occasioni di memoria, tra l'altro pubblicando per i tipi del comune le due sillogi di inediti Le mura di Treia e altri frammenti, 1992 e Interno Esterno Interno, 1996), nel suo rispetto per le forme portato all'estremo, mentre l'identità parlante si trova di fronte a un muro di esclusione. Restano incise nella memoria le pagine in cui si narra dell'impossibilità di avere un abbraccio o una carezza, in una società che accettava con fatica l'esistenza di una bambina senza padre e senza madre. Come in Scottature (edito a suo tempo sempre da Quodlibet a cura di Alejandro Marcaccio nel 1999 e tradotto poi in francese da Monique Baccelli, nonché portato a teatro nella rigorosa versione di Maria Paiato), anche qui la grazia arriva insieme all'onta. In quel caso una gita al mare si trasforma per brama di prendere il sole, mai prima disponibile, in una dolorosa ustione del corpo e dell'anima, e qui il tocco di una balia prezzolata (o meglio di una «facchina», a esprimere il totale disamore nell'atto) le produce dei porri sul viso che devono poi essere tolti con la pietra del diavolo, in una operazione dai tratti horror.
Eccezione in questo tempo fermo, la zia Ernesta, scandalosa e amatissima nella sua breve visita, cui si deve il titolo, tratto da una filastrocca: «staccia minaccia, buttiamola giù la piazza». Nel sllenzio della dimora condivisa con la zia e Zizì, il parente prete, risuonano solo, come pausa all'assenza di comunicazione, le «scantafavole» raccontate dalla vecchia Scolastica, narratrice bisbetica, che a lungo si fa pregare, prima di svelare i propri tesori. Il resto è un continuo movimento nel tentativo di scoprire sensi e significati celati: «tutti quelli che incontravamo per le scale, o per i corridoi, scoppiavano a piangere, soffocavano strida, le parole più accennate, che dette, tutte umide». L'osservazione quindi si fa minuta, come nella prosa nitida di un amato autore trecentesco, incisa di visioni e epifanie, in cui gli elementi del quotidiano sono sempre leggibili in modo diverso. L'alternanza offerta da questo irto itinerario di conoscenza è tra «riti» e «cose» e, come viene dichiarato nella descrizione di una cucina, i primi valgono più delle seconde. I fantasmi del passato intessono queste pagine e divengono apparenze d'ectoplasma nel momento in cui un trasferimento di casa del sacerdote porta a una dimora in cui «ci si vede e ci si sente», dove accadono cioè fenomeni misteriosi collegati con il soprannaturale. L'ultima pagina del libro stabilisce come «in conclusi» tutti i personaggi della accidentata saga familiare, mentre gli anni dell'infanzia precipitano verso l'internamento del severissimo collegio religioso per damine di buona famiglia, in cui trascorrerà gli anni seguenti e di cui dà conto nel notevolissimo Le ore, analitica «cronaca della vita apparente» uscita da Scheiwiller nel 1986 e da Adelphi nel 1994.
Se questo libro, riedito in una versione più completa da Mondadori nel 1997, è stato analizzato a più riprese, diverso è il caso del meno noto Campane a Sangiocondo. Anche questo volume ha avuto una storia editoriale accidentatissima; nel 1948, più volte manipolato nel corso del tempo, con il titolo Nel paese delle campane ebbe un riconoscimento al Premio Prato, guidato da una giuria di cui facevano parte Alberto Moravia e Pietro Pancrazi. Questo non produsse una pubblicazione immediata e solo per volontà dell'autrice il volume vide la luce presso Campana nel 1963, in una edizione scorretta, che Dolores Prato preferiva sostituire con il proprio dattiloscritto (sotto il nome di Rosa muscosa), in una girandola di possibilità testuali. Al centro del libro, che torna per scorcio a paesaggi noti, c'è la figura di Don Pacifico, sacerdote vivacissimo, che deve affrontare il furto del tesoro della Madonna, nel racconto brillante di una Italia piccola, che ha qualche rimando con il mondo di Guareschi (anche se, come la curatrice nota, il primo volume della saga di Don Camillo non ha esercitato influenze). In questo caso, pur tornando a luoghi e paesaggi già noti, maggiore è il peso dell'intreccio, più distesa la narrazione, mentre permane la relazione fortissima, eppure sempre complessa, col dialetto, lingua di appartenenza e di rigetto.
Dopo i pionieristici interventi del germanista Giorgio Zampa (1928 2008), che fu a lungo paladino dell'autrice, molteplici sono ormai le voci critiche disponibili, come anche le ricerche sulla biografia. Stefania Severi, già autrice di una biografia (L'essenza della solitudine, Roma, Sovera, 2002), ha da poco pubblicato i carteggi sotto il titolo Voce fuori coro (Lavoro editoriale, 2007); Angela Paparella ha ricostruito la vicenda di Giù la piazza non c'è nessuno (Aracne, 2007); la stessa Noemi Paolini Giachery ha firmato la monografia Le mani tese di Dolores Prato (Graphio, 2008); Monica Farnetti infine ha dedicato un bel capitolo a Treia ne Il centro della cattedrale. I ricordi di infanzia nella letteratura femminile (Tre Lune, 2002). Ora torna la possibilità di un confronto con una delle voci peculiari del panorama novecentesco italiano, in piena luce nella mole del suo libro autobiografico, eppure sempre sospesa tra una spietata ricerca di chiarezza e la coscienza di uno scacco.

La collina incantata
Alessandra Iadicicco «Il Foglio» 01-08-2009

Una decina d’anni dopo Einaudi, Mondadori nel ’97, ripubblicò “Giù la piazza non c’è nessuno” nella sua originale integrità. Da allora, potenza demistificante dell’editoria italiana, il gran librone inesauribile è andato esaurito: venduto, finito, sparito. Smagati siamo rimasti a lungo, tanto più che non veniva ristampato. Finché è intervenuta l’editrice marchigiana Quodlibet. Per ridare la luce e la voce a questo singolare classico del Novecento (la nuova edizione, completa della vecchia prefazione di Zampa e di una ben documentata nota di Elena Frontaloni costa 28 euro). Per restituire a nuovi lettori i solidi contorni di un miraggio, un canto di sirena di accenti inauditi: poesia pura in prosa discorsiva e colloquiale, lirica modulata in modo minore, polifonia amplificata dalle risonanze dialettali della strada, voce profonda di ottuagenaria insonne che fa vibrare in toni cristallini il sogno dell’infanzia (pensava a questa gravità soave, a questa leggerezza grave Zampa quando parlava di un portentoso “peso specifico”?). Per rendere insomma disponibile, con una puntuale ristampa, la sostanza di un arcano insondabile e la formula di un incantesimo infrangibile. Non potremmo dirlo in un altro modo. Questo è il romanzo: meraviglia e mistero.

"Giù la piazza" il tempo ritrovato di Dolores Prato. Riscoperta di un romanzo bellissimo e strabiliante
Elena Loewenthal «La Stampa» 25-08-2009
Ci sono vite spericolate e altre all’insegna della prevedibilità. Ci sono vite tragiche e vite comiche. Ci sono anche le vite misteriose, cui resta difficile dare una qualsivoglia definizione. Quella di Dolores Prato, scrittrice italiana nata a Roma il 12 aprile 1892 e morta ad Anzio il 13 luglio 1983, lo è, inafferrabile, in un modo tutto suo. Tanto è vero che, nella riedizione del suo grandioso romanzo Giù la piazza non c’è nessuno, uscita di recente per Quodlibet a cura di Giorgio Zampa e con una notizia di Elena Frontaloni (pp. XXXVI-702 , euro 8), di questa vita sono fornite due versioni.
La nota del testo ci dice che la Prato, nata da una relazione della madre vedova con un avvocato calabrese, venne messa a balia a Sezze e quando aveva un anno affidata a due zii residenti a Treia, una cittadina del Maceratese. Il risvolto di copertina parla invece di abbandono da parte della madre, e di un approdo a Treia quando la piccola aveva cinque anni. E si dice ancora che dovette lasciare l’insegnamento; ma «con la promulgazione delle leggi razziali» (risvolto), oppure per «questioni burocratiche e di sua avversione al regime fascista» ancor prima del 1927 (nota)?
In fondo il mistero è parte di questa storia, perché non potrebbe essere altrimenti. C’è una qualche coerenza nel contrasto fra dati biografici che si affastellano intorno a questa scrittrice frammentaria e onirica, e la ricca messe di vita vissuta che invece si raccoglie da questo romanzo. Bellissimo e strabiliante. Natalia Ginzburg lo pubblicò per Einaudi nel 1980, ma tagliato di circa due terzi. Operazione drastica e dolorosa, tuttavia la Prato si dichiarò «gratissima» alla scrittrice torinese, che «ha sempre amato questo libro \. Io salto i verbi come se qualcuno mi corresse dietro, i miei passaggi sono ponti levatoi mai abbassati». Si deve a Giorgio Zampa, scomparso di recente, l’affettuosa cura e l’impegno a ripubblicare in edizione integrale questo libro. E quanto lo merita, davvero. La Prato, che fu scrittrice dalla vocazione inconclusa, «tessitrice di infiniti brogliacci mai editi in vita» (ma l’editore Quodlibet sta a quanto pare provvedendo), in Giù la piazza non c’è nessuno regala un romanzo monumentale, dall’architettura complessa – nonostante le apparenze.
Di che cosa parla, infatti? Della vita di una bambina, cioè lei. Di Treia nelle Marche. Della cucina di casa, dei mobili, delle strade, dei nomi della gente. Degli zii, di cui la piccola Dolores sa poco o nulla, se non che sono troppo vecchi per una bambina: lui è un prete un po’ alchimista e lei una donna dal passato insondabile, di cui non s’osa domandare. Dolores Prato inizia a scriverlo intorno al 1973. Nel 1975 s’avvia la vera e propria collazione degli appunti – una miriade. E non affatto a caso, fu Stefano D’Arrigo a dare il la a quest’opera. Che è una sorta di corrispettivo femminile di Horcynus Orca: la memoria come mito. È indubbiamente una poetica comune, la loro, con esiti di grandezza non dissimili.
Prato racconta la sua Treia, salta di palo in frasca passando per le parole e il loro senso più profondo, si sofferma sui dettagli più minuti, raffigura quel mondo suo lontano (a lei e a noi) con una intensità presente. È strabiliante il suo rapporto con il tempo – che la forza della scrittura trasmette immediatamente al lettore: «Una volta, non so proprio come fu, passando avanti a un chincagliere fui tanto presa da una cucinetta economica per bambole, tre fornelli, canna fumaria, sportelli, colori rosso e blu». O ancora, insieme a lei, nel negozio di stoffe della signora Eloisa, a Macerata: «Non si deve pensare che le stoffe fossero arrotolate, no, erano avvolte attorno a un grosso cartone rettangolare. Quando la signora Eloisa ne svolgeva qualche metro perché la zia la tastasse, la vedesse bene nei suoi riflessi, la pezza ribaltava sul bancone con un tonfo legato per sempre a lei».
Il romanzo si snoda tutto così, nei fluviali ricordi, nella rivisitazione viva di quel luogo dell’infanzia. Treia non perde realtà, attraverso la memoria. Anzi. Diventa un po’ la Macondo dei Cent’anni di solitudine un po’ la madeleine della Recherche, o forse nulla di tutto ciò. Qualcosa d’altro, di unico. Difficile, se non impossibile, raccontarlo, tentare un sunto della trama: è un racconto d’infanzia. Forse la solitudine, la condizione equivoca di questa bambina frutto di una relazione illegittima, un po’ ripudiata e un po’ no, l’ha dotata di un particolare spirito di osservazione. Ma non basta, attingere ai ricordi lontani: Dolores Prato non fa soltanto questo. Nell’evocare crea il suo piccolo grande universo. Certo che Giù la piazza non c’è nessuno è un libro di una bellezza che fa male. A «scoprirlo» ci si sente in colpa, per non essersene accorti prima.
Giù la piazza c'è Dolores. L'opus magnum della Prato prima delle forbici di Natalia Ginzburg
Andrea Cortellessa «Tuttolibri - La Stampa» 12-09-2009

A ventisei anni dalla morte, si può dire finalmente compiuta la restituzione di Dolores Prato alla nostra letteratura. Con essa, in vita, l'autrice marchigiana (ma per caso nata a Roma nel 1892) non ebbe commerci semplici; il suo esordio cadde infatti, a ottantotto anni!, solo nel 1980, da Einaudi: con la versione dell'opus magnum, Giù la piazza non c'è nessuno, assai ridotta da un editor d'eccezione quale Natalia Ginzburg.
Seguì una piccola leggenda nera: l'anziana scrittrice fece sapere che i tagli (equivalenti a quasi due terzi del testo) avevano gravemente snaturato la sua opera. Ogni lettore poté farsi un'idea quando nel '97 Giorgio Zampa (dopo aver curato da Adelphi l'edizione di un più breve «seguito» di Giù la piazza, Le Ore) riuscì a pubblicare, da Mondadori, il dattiloscritto completo.
A mia volta, lettore finora solo parziale dell'opera, m'ero fatto del lavoro della Ginzburg una pessima opinione; ma, reduce ora da un'impegnativa lettura integrale, mi sento di almeno in parte rivalutarlo. L'opportunità di ridurre il corpo di Giù la piazza, nell'ipotesi (poi scarsamente concretizzatasi) di raggiungere un pubblico relativamente ampio, appare infatti evidente; così come sacrosanta quella di consentire, poi, una lettura integrale di quello che resta uno dei capolavori della prosa italiana del Novecento. Lettura che solo ora torna possibile: grazie all'iniziativa di Quodlibet, che ha scelto di riprodurre il testo fissato da Zampa (nel frattempo, l'anno scorso, scomparso a sua volta).
Considerazioni più sottili, semmai, vanno fatte sul come vennero operati i tagli. Il che ci introduce al più spinoso dei problemi: che cos'è, in effetti, Giù la piazza non c'è nessuno? In copertina c'è infatti scritto «romanzo», e proprio questa fu l'ipotesi di lavoro (e la scommessa persa) della Ginzburg: ricondurre il più possibile al canone narrativo tradizionale un testo che vi si ribellava, invece, alla radice.
La più acuta lettrice della Prato, Monica Farnetti, ha sottolineato un aspetto fondamentale (da ultimo in uno dei saggi compresi nel suo bel volume Tutte signore di mio gusto. Profili di scrittrici contemporanee, La Tartaruga, pp. 332, e 17): se materia specifica della narrativa è il tempo, nel testo della Prato trionfa invece la categoria dello spazio. Più che come romanzo o autobiografia, Giù la piazza non c'è nessuno va allora letto come «Atlante delle emozioni» (per dirla con Giuliana Bruno): dettagliatissima cartografia sentimentale di un luogo «mitico», la cittadina di Treja, dove Dolores, abbandonata dai genitori e cresciuta da una zia anaffettiva e da un ingegnosissimo zio prete, crebbe nei suoi primi dodici anni.
Di Treja la scrittrice vuole «ritrovare», nella memoria, tutto. Ogni strada, ogni bottega, ogni casa sono trasfigurate in capitoli di stupefacente virtuosismo descrittivo, che interdicono ogni reale sviluppo narrativo; il tempo è un eterno imperfetto che sospende ogni sensazione in un'aura di microscopica, dorata eternità. L'unica «storia» che si sviluppa, o meglio che si trova già dall'inizio dispiegata in Giù la piazza, è la travagliata presa di parola (una parola nutrita, sin dal titolo, da fervidi succhi popolari) da parte dell'autrice-protagonista. Evidente a questo punto il debito con Proust, così come l'apparente vicinanza a una proustiana di lungo corso quale la Ginzburg (che dovette ispirare l'idea di affidarle l'editing) nonché, da essa, la sua effettiva distanza (che quell'editing orientò in direzione incongrua). Esemplare il confronto tra gli incipit di Giù la piazza, «Sono nata sotto un tavolino», e del testo «parallelo», Lessico famigliare: «Nella mia casa famigliare». Tanto il luogo che il linguaggio sono nella Prato all'insegna dell'estraneità e dell'inappartenenza, laddove la Ginzburg ne rivendica fieramente il possesso.
Ciò che rende affascinante quanto stremante la lettura di Giù la piazza è la densità parossistica delle «epifanie». È come se campanili e madeleines, nella Recherche, ricorressero ad ogni pagina: non solo non è possibile la narrazione lineare, ma neppure quella musicalmente organizzata che Proust ha insegnato al Novecento. Per capire in quale direzione avesse lavorato la Prato è illuminante la lettura, per il resto non molto più che un gradevole intrattenimento, del primo suo libro, scritto nel 1948 ma pubblicato, a pagamento, solo nel '63; e che viene pubblicato ora, per la prima volta nella ne varietur dell'autrice, da Avagliano. Si tratta infatti di un «vero e proprio romanzo» (come lo definisce, con opinabile soddisfazione, la curatrice): nel quale sono bensì presenti, ma solo in nuce, gli elementi che faranno l'unicità dell'opera maggiore (la stasi di esistenze coartate nell'attesa di eventi impossibili, la passione ossessiva per il loro luogo di reclusione, l'estasi sensoriale che quelle esistenze riscatta); e nel quale gli elementi simbolici-chiave (che intitolano fra l'altro le sue due versioni, La rosa muscosa e appunto Campane a Sangiocondo) sono ripresi pari pari dall'opera, e dall'aneddotica, proustiane; così come scolastica appare la conduzione per leitmotiv. Si pensi a cosa era stato invece capace di fare, con l'icona delle campane e del loro suono, un proustiano sui generis come il Gadda della Cognizione del dolore
È possibile che in tempi comei nostri, di soffocante conformismo neoromanzesco, arrida maggiore successo alla Prato «tradizionale», l'apprendista di Campane a Sangiocondo, che a quella audace e «impossibile» di Giù la piazza non c'è nessuno. Ma è una buona notizia che ciascun lettore - come a suo tempo, con eroica intransigenza, l'autrice - possa oggi, tra le due, fare la propria scelta.

Il mondo perduto di Dolores
Pasquale Di Palmo «Famiglia Cristiana» 11-10-2009
La vicenda di Dolores Prato è quanto mai singolare. Nata a Roma nel 1892, fu affidata dalla madre a un ingegnoso zio sacerdote e alla sorella di quest'ultimo, in quel di Treia (Macerata). L'educazione atipica ricevuta e il particolare ambiente in cui crebbe costituiscono lo sfondo del romanzo che, nel 1980, la scrittrice licenziò per Einaudi e che divenne un caso letterario: Giù la piazza non c' nessuno. La figura di questa scrittrice irregolare, che esordiva a novant'anni rievocando le vicissitudini della propria infanzia con un linguaggio ricco e variegato, in cui confluiscono vocaboli filtrati dal dialetto locale e in cui appare evidente il tentativo di rivelare un mondo perduto attraverso il ricorso a una narrazione di tipo proustiano, suscitò curiosità e interesse. L'autrice cominciò la stesura del libro nel 1973, a 82 anni, protraendola febbrilmente fino al ‘79, quando affidò il lavoro a un editor d'eccezione come Natalia Ginzburg, la quale operò parecchi tagli e interventi riducendo sensibilmente l'impianto del romanzo: l'edizione einaudiana consta di 300 pagine contro le oltre mille cartelle del dattiloscritto originario. La Prato, contrariata, predispose allora una nuova redazione dell'opera che venne infine pubblicata postuma (la scrittrice era morta nel 1983), a cura di Giorgio Zampa, per Mondadori nel 1997, e che ora le edizioni Quodlibet ripropongono meritoriamente.
Ecco la Prato
Cesare De Michelis «Il Sole 24 Ore. Domenica» 25-10-2009
Curioso destino quello di Dolores Prato che oramai da quasi trent’anni si propone come un “caso” letterario destinato a suscitare scalpore, proposta di volta in volta da “padrini” autorevoli e ogni volta rapidamente archiviata tra autorevoli giudizi, se non osannanti, certo lusinghieri e positivi. L’autrice scoprì tardi la propria vocazione letteraria, comunque dopo i cinquant’anni vissuti in un isolamento umano e sociale patito con autentica sofferenza.

La Prato, infatti, figlia adulterina solo tardivamente riconosciuta dalla madre, nacque nel 1892 e fu allevata da due zii, uno dei quali sacerdote, che, pur generosi, non riuscirono a darle il calore degli affetti familiari. Lei, comunque, compì studi regolari fino alla laurea al Magistero di Roma e poi divenne insegnante durante gli anni Venti, fino a quando, ribelle al fascismo, si trasferì a Milano intrecciando una relazione con un avvocato militante comunista clandestino.

Solo nel dopoguerra si ha notizia di una produzione narrativa che si arricchisce negli anni conquistando segnalazioni e successi in qualche premio letterario, tuttavia senza seguito editoriale, salvo qualche pubblicazione a proprie spese rimasta ovviamente senza eco. Solo nell’80, dopo una lunga gestazione editoriale, uscirà da Einuadi con l’autrice quasi novantenne, una versione drasticamente ridotta dalle forbici di Natalia Ginzburg di Giù la piazza non c’è nessuno, che ancora oggi è considerato il suo capolavoro e verrà ripubblicato integrale (760 pagine), a cura du Giorgio Zampa, da Mondadori nel 1997. Dopo alcune plaquettes di Vanni Scheiwiller, nel ’94 sarà Adelphi a pubblicare Le ore, ideale seguito del primo e maggiore racconto autobiografico. La critica si esprimerà con entusiasmo, che non basterà ad accendere la curiosità dei lettori: Lalla Romano e Giovanni Raboni, Ermanno Paccagnini – su questo «Domenicale» – e Angelo Guglielmi, Carlo Bo e Alfredo Giuliani segnaleranno autorevolmente la scoperta di un’audace scrittrice ossessivamente autobiografica, dotata di un insolito linguaggio, ricco di espressività “dialettale”, capace di evocare l’universo perduto della provincia a fine Ottocento.

Quest’anno, dopo alcuni solidi studi di Angela Paparella, Stefania Severi, Monica Farnetti e Noemi Paolini Giachery, che ne hanno pazientemente ricostruito la vicenda biografica e i rapporti epistolari offrendo anche analitiche interpretazioni dei testi conosciuti, sono apparsi contemporaneamente l’edizione integrale del romanzo Campane a San Giocondo, primissima testimonianza della sua vena narrativa, e una nuova edizione di Giù la piazza non c’è nessuno, già ristampata dopo pochi mesi, che hanno costretto i  lettori a un confronto meno frettoloso con un’opera davvero insolita nel panorama novecentesco.

Per un verso si è convenuto con Zampa sulla natura lirico-evocativa di una prosa renitente all’intreccio e invece «vivida, filante, aderente ai fatti» e alle cose, che appunto sembrano frutto delle stesse parole capaci di far vivere la realtà del piccolo centro provinciale in tutta la sua complessa evidenza.

Mistero della sorte è arrivato finalmente il tempo di Dolores Prato. Certo il disagio crescente di fronte al panorama novecentesco come viene proposto dal canone intanto affermatosi allarga smisuratamente l’attenzione per ogni sorta di eccentrici e irregolari, e la Prato tra questi si distingue con una personalità non prevedibile.

Il libro dell'anno
Elena Loewenthal «Il Sole 24 Ore. Domenica» 06-12-2009

Il Domenicale del "Sole 24 Ore" ha chiesto ad alcune personalità della cultura, dell'economia, della letteratura di scegliere "il libro dell'anno". Elena Loewenthal ha scelto Giù la piazza non c'è nessuno di Dolores Prato:

"Giù la piazza non c'è nessuno pubblicato quest'anno nella sua edizione integrale da Quodlibet, è uno dei libri più belli che io abbia mai letto.
L'ha scritto una figura misteriosa, dai tratti biografici contraddittori. Dolores Prato nacque nel 1892 e morì nel luglio del 1983. Le settecento pagine del suo romanzo non hanno altra trama che la vita. Dolores racconta la propria di bambina in uno sperduto borgo marchigiano che ricorda un pò Macondo un pò la Sicilia di Verga. E' un libro pieno di cose, nomi, parole, sensazioni che ti catturano"

L'esperienza del margine
Daniela La Penna «L'indice» 01-10-2010
L’edizione Quodlibet della versione integrale del romanzo più noto di Dolores Prato rappresenta il culmine di un processo restaurativo della macchina romanzesca e autobiografica che si contiene nelle pagine di Giù la piazza non c’è nessuno, processo che ha gradualmente accentuato il peso degli elementi linguistici e culturali legati a Treja, cittadina delle Marche teatro della traiettoria esistenziale al centro della narrazione. La marchigiana Quodlibet ripubblica a distanza di anni la versione integrale del romanzo ricomposta dall’opera di restauro filologico di Giorgio Zampa (originariamente licenziata nel 1997 da Mondadori) insieme a una nota di Elena Frontaloni. Questa nuova edizione sigilla una complessa strategia di progressiva riconciliazione dell’opera di Dolores Prato con le Marche: il romanzo infatti narra la vicenda interiore di Dolores che, bambina, viene condotta a Treja dopo una nascita illegittima a Roma nel 1892, alcuni giorni di orfanotrofio e un paio di anni presso una famiglia contadina dell’agro romano. A Treja, Dolores verrà affidata a parenti della madre e lì additata a figlia della colpa, avvolta nella vergogna prodotta dall’ostracismo sociale comune nell’Italia provinciale all’inizio del Novecento.
La narrazione incomincia col primissimo ricordo verbalizzato dalla piccola di tre anni che, nascostasi sotto il tavolo della sua nuova casa, viene minacciata subito con l’espulsione. Il tema della mancata integrazione, di un’esistenza segnata dal rifiuto, e la continua riflessione linguistica che accompagna lo sguardo infantile e allucinato della voce narrante sono tutti riconoscibili nel titolo, verso di una filastrocca popolare ricreato dalla memoria dell’autrice.
Pubblicato nel 1980 da Einaudi in versione ridotta e curata da Natalia Ginzburg, Giù la piazza non c’è nessuno si impose alla critica come caso letterario, alla cui eccezionalità sembrò contribuire più l’età avanzata dell’autrice che i caratteri innovativi della costruzione della voce autobiografica. La versione curata da Ginzburg aveva compresso le millecinquecento pagine dei brogliacci manoscritti in un racconto essenziale dal punto di vista diegetico (ridotte furono le numerosissime epifanie poi reintegrate nell’edizione di Zampa).
Ma notevoli furono anche gli interventi stilistici: la lingua di Prato fu sottoposta a uno sfrondamento sintattico e lessicale, con la perdita di gemme dialettali che testimoniavano non solo la presa realistica dello sguardo della giovane protagonista, ma anche l’uso espressivo a cui la voce autobiografica le recuperava. Come negli scritti di Meneghello, era possibile rinvenire anche nella scrittura di Prato e di quei pochissimi reperti sopravvissuti al setaccio (segni linguistici di un luogo vituperato per le umiliazioni subite, ma anche profondamente amato) una dimensione insieme affettiva e antropologica, che il programma di toscanizzazione progressiva alla base delle revisioni di Ginzburg non aveva soffocato del tutto. La polemica che insorse una volta resa nota la dimensione dell’intervento di Ginzburg sul testo originale accese la curiosità attorno al manoscritto e alla figura dell’autrice, che vantava consuetudine con Stefano D’Arrigo e Adriano Tilgher.
A quest’opera di restauro filologico si accinse Giorgio Zampa, illustre germanista e curatore delle opere di Montale. Le origini marchigiane di Zampa furono determinanti per il desiderio di avvicinare e ricomporre il romanzo su Treia, ma ugualmente determinante per riconoscere il potenziale anarchico dell’opera della Prato fu la sua familiarità con il progetto di “letteratura minore” che Deleuze e Guattari identificarono in Franz Kafka. Il senso di estraneità impostole da una società matrigna riemerge nell’attenzione linguistica con cui Dolores legge e ricompone la realtà che la circonda e la lingua in cui questa esperienza le viene restituita. È nelle sue osservazioni minute sul senso di inadeguatezza linguistica dei parlanti più poveri dell’italiano, sulle inesauribili risorse espressive del dialetto, come anche sulla maniera in cui lingua e dialetto possano piegarsi all’offesa esplicita e all’eufemismo ingiurioso, che Dolores ci restituisce intatta la dimensione asfittica dei rapporti viziati dal pregiudizio. Capolavoro «minore», ma in più sensi, questo Giù la piazza non c’è nessuno: nel senso di rivalsa attraverso la parola contro la comunità che, pur avendola accolta, l’aveva costretta ad abitarne i margini, di riscatto della propria esperienza del margine insieme a chi quel margine aveva condiviso, e nel senso di culmine di una vita vissuta nella parola solo per narrarsi. La legittimazione inseguita per tutta una vita e che si riflesse sulla storia editoriale del romanzo rende davvero unico questo testo di Dolores Prato nel suo legare vita e arte, in una maniera che forse il Tilgher, critico di Pirandello, avrebbe potuto forse più di altri apprezzare.
2016
In ottavo grande
150x230
ISBN 9788874628322
pp. XXXVIIII-634
€ 26,00 (sconto 15%)
€ 22,10 (prezzo online)