Distruzione del padre / Ricostruzione del padre
Distruzione del padre / Ricostruzione del padre
Scritti e interviste
 
A cura di Marie-Laure Bernadac e Hans-Ulrich Obrist
Traduzione di Giuseppe Lucchesini e Marcella Majnoni
 

 Il libro riunisce in successione cronologica la maggior parte degli scritti di Louise Bourgeois sulla propria vita e sul proprio lavoro: dal facsimile di alcune pagine preadolescenziali, tratte da un diario del 1923 smarrito da Louise in treno e recentemente ritrovato su una bancarella parigina, fino a una selezione di interviste e colloqui degli ultimi vent’anni. Tra questi due estremi cronologici figurano un consistente carteggio giovanile con la sua amica e artista Colette Richarme (illuminante sul periodo parigino), testi connessi ai suoi disegni e alle sue sculture (Distruzione del padre/Ricostruzione del padre, Il puritano, Svanì in completo silenzio), articoli di riflessione sull’arte (La genesi di un’opera d’arte, Sul processo creativo, L’arte è salute mentale, La passione per la scultura). Ma non è tutto. Nel corso della vita Louise Bourgeois ha incontrato e frequentato molti fra i principali protagonisti della scena letteraria e artistica contemporanea. Di tali frequentazioni questo volume registra commenti, aneddoti, ricordi di grande suggestione. Attraversano queste pagine, tra gli altri, André Breton e Marcel Duchamp («Breton e Duchamp mi rendevano violenta… il loro pontificare… Essendo un’esule, le figure paterne mi davano ai nervi»), Fernand Léger (suo «maestro»), Mark Rothko, Alberto Giacometti («Era un uomo difficile. Aveva una grande paura di uscire. Era paralizzato dalla paura. Tutti erano gentili con lui, ma era come un bimbo perduto»), Francis Bacon, a cui dedica uno scritto («Guardare i suoi quadri mi rende viva. È quasi come essere innamorati. La sua opera è uno dei più grandi omaggi alla donna»), Robert Mapplethorpe, autore del suo più celebre ritratto. Sono presenti, infine, lettere agli editori, commenti alle proprie opere, dichiarazioni ufficiali tenute in occasione di convegni e premiazioni, brani trascritti dai principali film e documentari a lei dedicati.
Che parli di trame elaborate da alcuni artisti per farsi strada, di Lacan o di Freud (I giocattoli di Freud, 1990), dell’esperienza giovanile nel laboratorio di restauro di tessuti dei suoi genitori – molto presente nella sua opera, anche in tempi recenti –, o del rapporto con il padre, i suoi fratelli e la sua istitutrice, si rimane colpiti dall’intensità delle sue affermazioni e commossi dalla franchezza delle sue risposte.
L’insieme di questi testi consente di completare e correggere la percezione della sua opera, restituendoci un ritratto assai dettagliato dell’artista e della sua personalità, oltre che uno scorcio, in presa diretta, della storia dell’arte del Novecento.

 

Ascolta la puntata di "Eccentriche" dedicata al libro ("Radio3 - Il terzo anello", 11 giugno, con Sonia Bergamasco ed Elena del Drago)

Recensioni 
«l'Unità» 14-06-2009
Mara Lo Sardo «Il Venerdì di Repubblica» 12-06-2009
Nadia Fusini «La Repubblica» 02-07-2009
Caterina Grimaldi «Pulp» 01-07-2009
Elena Del Drago «il manifesto» 27-09-2009
Alessia Muroni «Il giornale dell'arte» 01-10-2009
«Artkey. gennaio-febbreio 2010» 01-01-2010
Pierluigi Panza «Corriere della Sera» 01-06-2010
Maria Perosino «L'indice dei libri del mese» 01-02-2011
Eleonora Del Riccio «Rivista di psichiatria» 01-02-2014
 
Louise Bourgeois. Scolpisci con rabbia
«l'Unità» 14-06-2009

L'anticipazione. Esce finalmente anche in Italia il volume che raccoglie i diari e gli scritti della grande artista francese:«Se non si riesce ad abbandonare il passato allora bisogna ricrearlo. È quello che faccio da sempre».

Lei:  Louise Bourgeois (Parigi, 25 dicembre 1911) è una delle più importanti artiste del nostro tempo. Si è formata come scultrice alla École des Beaux-Arts di Parigi, per poi approdare a New York City nel 1938. La sua popolarità è cresciuta con la partecipazione a Documenta nel 1983 ed alla Biennale di Venezia nel 1993. I suoi scritti: «Distruzione del padre/Ricostruzione del padre» contiene i diari, i carteggi, le interviste, i commenti e gli aneddoti sugli artisti che ha conosciuto e scritti vari di Louise Bourgeois, mai usciti in Italia fino a oggi.

Louise Bourgeois, l'artista del dolore
Mara Lo Sardo «Il Venerdì di Repubblica» 12-06-2009
Dalle pagine di un diario ritrovato su una bancarella parigina fino alla trascrizione di una serie di interviste rilasciate negli ultimi venti anni, il libro curato da Marie-Laure Bernadac e Hans-Ulrich Obrist delinea il ritratto completo di Louise Bourgeois (Parigi, 25 dicembre 1911), scultrice e artista francese fra le più significative della nostra epoca. Un viaggio, dunque, nel suo intenso mondo creativo, compiuto da Parigi a New York, ma anche una testimonianza del passato di colei che attraverso la sua arte canta il dolore e la lacerazione dell’abbandono. A osservare i suoi disegni, o «pensieri-piume», su cui coglie al volo fugaci impressioni, così come le sue sculture intrise di erotismo o le sue installazioni, si scopre un unico Leitmotiv: la voce del ricordo e la consapevolezza di affidare alla creatività il proprio tormento, nell’assunto che l’arte è sublimazione e insieme affermazione della propria identità di donna e di artista. La traduzione è di Marcella Majnoni e Giuseppe Lucchesini.
Lo sguardo estremo. Quando creare ci espone al salto nel buio
Nadia Fusini «La Repubblica» 02-07-2009
Il titolo – Anime estreme – mi attira. In più in copertina c’è il volto della mia amata Virginia Woolf. Apro il libro di Manuela Maddamma (Vallecchi, pagg. 140, euro 13) con curiosità. A volte i libri mi vengono incontro così, per imprevedibili itinerari. A volte capita, per via di mistiche congiunzioni astrali, che finisca sul mio tavolo un libro che non ho cercato e ora è lì. E si impone. Questo definisco “mistico” – la scoperta che segretamente quel libro si intona e si accompagna con l'altro che sto leggendo, e ho cercato. E in un certo senso me ne dà la chiave. E mi aiuta a dipanare il pensiero che io quel preciso momento mi domina. Succede.
Stavo leggendo Louise Bourgeois, gli scritti e interviste che Marie-Laure Bernadac e Hans-Ulrich Obrist hanno con amorevole cura raccolto in volume, e Marcella Majnoni e Giuseppe Lucchesini con grande perizia tradotto per Quodlibet (pagg. 442, euro 32). Anche in questo caso, lo confesso, mi aveva affascinato il titolo che recita: Distruzione del padre. Ricostruzione del padre, Scritti e Interviste 1923-2000.
Non che Manuela Maddamma parli di lei, di quella grande artista che è Louise Bourgeois, ma potrebbe averlo fatto, chissà forse in futuro lo farà. Perché Louise Bourgeois ha senz’altro un’anima, ed è senz’altro estrema. “Estrema” è un aggettivo che mi piace, un aggettivo che dona al sostantivo a cui si lega una particolare intensità. Perfino lo sport, se estremo, acquista una carica eroica. E in questa tonalità che lo riprende Manuela Maddamma, quando riflette sugli aspetti mistici e religiosi dell'opera della beneamata Cristina Campo; o quando legge l’adorata Virginia Woolf, insieme con la sublime Anne Sexton e la più giovane Sarah Kane – tre donne artiste assai diverse, ma senz’altro unite da un fervore speciale, da uno slancio creativo che le rende acrobate capaci del salto estremo, se così si può definire il suicidio: un salto verso l’aldilà a venire, quasi una fame le spingesse a conoscere anzitempo quell’ignoto. Slancio estremo, ripeto, in cui si esprime il loro proprio élan vital.
Naturalmente, v’è un che di romantico nel fascino che si prova davanti a vite estreme. Ma a me non disturba, un certo romanticismo di questi tempi bui. E neppure il culto della personalità quando lo si tributi a questi che sono senz’altro geni, super-uomini e super-donne che sanno vivere la propria esistenza a tale grado di calore. Nel libro di Maddamma si chiamano Kawabata, Pasolini, Nabokov, August Strindberg, Maurice Sachs, Baudelaire.
Più semplicemente, li potremmo chiamare artisti, e proprio in quanto impegnati nell’atto della creazione, esposti alla sua maledizione. O al suo privilegio. «Quel che mi ha motivato, e mi motiva, è la consapevolezza che essere artisti è un privilegio», afferma Bourgeois in conversazione con Robert Storr, il curatore del Museum of Modern Art di New York. Bourgeois non ha nessuna idea “romantica” del suo dono. Sì, è una maledizione, perché “sequestra” la vita. Ma è anche, insiste, una benedizione, una consolazione. «Quello che faccio», osserva, «mi costa fatica». E ha molto a che fare «con la mia capacità di sopportare le privazioni». E parla piuttosto di “disciplina”. «Si è forgiati da ciò cui si resiste e dai fallimenti». Pensiero che l’avvicina a Virginia Woolf, quando si chiede: io sono io per tutto quello che ho fatto e mi è riuscito? O per tutto ciò che ho provato a fare, e non mi è riuscito? E inclina piuttosto per la seconda ipotesi.
Creare espone a questo salto nel buio. Creare non è sistemare in buon ordine tutto quel che ci riesce di fare e farlo al meglio. Non è quell’attività di bricoleur o bricoleuse che pure dà tanta soddisfazione, e con cui si soddisfano in molti sedicenti artisti.
È piuttosto la “capacità negativa” di keatsiana memoria di incontrare il punto vuoto della propria capacità. Direi, della capacità umana.
Lousie Bourgeois lo formula così: «Voglio essere padrona dei miei guai». Addirittura misura la propria crescita di artista in questi termini: «Il mio lavoro giovanile è paura di cadere. Poi è diventata l’arte di cadere. Cadere senza farsi male. Infine l’arte di non mollare». Affermazione che acquista tanto più valore, se messa accanto a un’altra dichiarazione: «Una donna non ha spazio come artista finché non ha ripetutamente dimostrato che non si lascerà eliminare».
Quanto al padre, alla sua distruzione e ricostruzione, accennate nel titolo, c’entra con quel che muove la figlia Louise al suo destino? C'entra, io credo, con la confessione di Louise quando rivela: «Rompo tutto quello che tocco perché sono violenta», «rompo le cose perché ho paura e passo il tempo a ripararle», quando dice: «Sono sadica perché ho paura».
Ha questo titolo – La distruzione del padre – un’opera di Louise Bourgeois del 1974. Un’opera che lei stessa definisce «molto cruenta», un gesto di “rivolta” contro chi ama di più. Vi campeggiano il tavolo da pranzo e il letto. Il letto dove si è nati, dove si muore. E il tavolo dove i genitori tormentano i figli perché mangino. Finché i figli si arrabbiano, prendono il padre, lo stendono sulla tavola, lo spezzano, lo smembrano, lo divorano.
La ricostruzione del padre, per quanto io sappia, non allude a un’opera che Louise abbia dedicato al genitore. È forse però il titolo sotto cui potremmo rubricare tutto il suo lavoro, forse la somma totale del suo corpus artistico, che sfocia in un nome, che non è più quello del padre, ma il suo proprio: Louise Bourgeois. Un nome inventato, frutto cioè, dell’invenzione.
Alla figura del padre restauratore di arazzi, l’artista più volte ritorna in questi scritti. Al suo «amore severo». Torna alla madre in un’opera che le è dedicata, She-Fox, del 1985, dove rappresenta se stessa come una figurina piccolissima, accoccolata sotto la zampa sinistra della statua in marmo nero. «Quell’esserino sono io», afferma. E continua: tutto quello che faccio è stato ispirato dai miei primi anni di vita. Tutti i miei lavori, tutti i miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia. La mia infanzia non ha mai perso la sua magia. Il suo mistero, il suo dramma. Si riconosce presa nel triangolo famigliare, alla stessa maniera in cui Virginia Woolf – nel suo più bel romanzo, Al Faro – si ritrova posseduta dai fantasmi parentali. È il loro modo di afferrare una verità niente affatto regressiva, né tanto meno infantile; e cioè, che la mente nell’atto di creare è sempre nel punto d’inizio. E dunque tutto sempre ricomincia daccapo, e sempre medesimo è il trauma. Il trauma di nascere, il trauma di dare la vita.




Louise Bourgeois. Distruzione del padre / Ricostruzione del padre. Scritti e interviste 1923-2000
Caterina Grimaldi «Pulp» 01-07-2009
Alla sua prima mostra personale, tenutasi alla Peridot Gallery di New York nel 1949, Louise Bourgeois presenta diciassette sculture di legno dipinte: rappresentano le persone che ha lasciato in Francia nel 1938, quando è partita con il marito per trasferirsi negli Stati Uniti. “Non lo avrei mai ammesso, ma la verità è che mi mancavano disperatamente.” Inizia così, ricreando i propri cari – figure di legno che poi dispone le une vicine alle altre, di modo che intrattengano relazioni tra loro e con lo spazio in cui si trovano – la sua lunghissima carriera artistica. “Avevo il mal du pays, ero molto infelice ma si potrebbe anche dire” commenta, “che stavo scoprendo l’America”. “C’era qualcosa di morto, e bisognava che lo resuscitassi. Questa cosa che era morta era il mio diritto di essere in lutto per tutto ciò che avevo lasciato in Francia”.
Nata a Parigi il giorno di Natale del 1911, Louise Bourgeois ha attraversato tutto il secolo scorso, e gli inizi di questo, come una vera outsider. Il più grande artista del Novecento, se si vuole. A renderla tale, oltre alla sua longevità, sono il percorso del tutto individuale che ha seguito, nella conoscenza di sé e della sua arte, e le proporzioni della sua immaginazione, nella quale hanno trovato spazio vaste stanze, ragni enormi, blocchi di marmo e imponenti macchinari ma anche fazzoletti ricamati, bamboline di pezza e fragili sfere di vetro.
Louise Bourgeois sembra aver esplorato ogni mezzo per articolare nelle tre dimensioni il suo bisogno di esprimersi o, come dice lei, di ricreare il suo passato, la sua vita e i suoi traumi, per esorcizzarli o ripararli. Negli anni cinquanta e sessanta sperimenta un'infinità di materiali e di ipotesi, mette alla prova le leggi della geometria, disfa e ricostruisce, leviga e cuce – “un cesello appuntito [...] consente gli estremi della tenerezza e dell’aggressività”. Nel 1968 realizza Fillette, Ragazzina, la scultura sospesa che tiene sotto braccio nel bellissimo ritratto scattatole da Mapplethorpe quello stesso anno, mentre The Destruction of the Father, l’opera che dà il titolo a questa monumentale e molto accurata raccolta di scritti dell'artista, è del 1974. Il suo bisogno di ricreare il passato, di rimetterlo in tensione per provare a liberarsene in questo caso la spinge, a sessantatre anni, fino a comperare pezzi carne macellata – pezzi di agnello, pezzi di pollo – da immergere nel gesso e nel lattice per allestire il banchetto cannibale e vendicatore che quest'opera rappresenta. Lei, come sempre di una sincerità disarmante, spiega: “più mio padre si pavoneggiava, più noi ci sentivamo insignificanti. Improvvisamente si creava una tensione terribile, e noi lo afferravamo – mio fratello, mia sorella, mia madre e io, [...] lo trascinavamo sul tavolo e gli strappavamo le gambe e le braccia – lo smembravamo. [...] Fantasie, ma talvolta la fantasia è vissuto”.
Finalmente, nel 1982, il MoMA di New York organizza una sua grande retrospettiva: è la prima personale che il museo abbia mai dedicato a una donna, e il numero e la natura delle opere esposte sono impressionanti. Da lì in poi la fama e la produzione di Louise Bourgeois non hanno fatto che crescere, ma lei continua ogni domenica pomeriggio, nonostante gli anni, a ricevere nella sua casa di New York i giovani artisti che desiderano incontrarla. Questo libro, che viene finalmente a colmare una grave lacuna del panorama editoriale italiano, raccoglie in successione cronologica un gran numero di scritti dell'artista. Pagine di diario, interviste, commenti sulle proprie opere, testi di accompagnamento a disegni o incisioni, ricordi di altri grandi artisti scomparsi – Duchamp, Breton, Giacometti, Bacon per citarne solo alcuni –, filastrocche e componimenti in francese e in inglese.
Si legge e ci si domanda: quanti anni aveva Louise Bourgeois a quel tempo? E un continuo sottrarre – meno undici. 1938 meno undici: a ventisette anni si sposava e lasciava la Francia, e la famiglia di origine, per trasferirsi negli Stati Uniti (in Europa si annunciava la guerra, e le donne non avevano diritto di voto). Trentotto anni, cinquantasette, sessantatre e poi ancora settantuno, ottantanove, novantotto anni: quante donne diverse evocano questi numeri? Sono balzi temporali immensi, eppure lei è sempre lì, è sempre lei, sempre più indipendente ed esatta, con la sua luce intelligente negli occhi, e si resterebbe in compagnia dei suoi pensieri all'infinito. I testi ritornano sempre sugli stessi temi, infondendovi ogni volta nuovo respiro e nuova luce: l'infanzia in Francia, le amanti del padre, la madre e lei bambina impegnate nel restauro di arazzi antichi, le tecniche e i materiali, le pulsioni distruttive, la sublimazione, la paura, l’essere artista, il processo di creazione, lo specchio, il ragno, il rassicurante puritanesimo degli americani, l'amore e l'erotismo. “Art is a Guarantee of Sanity.”

 

Il tarlo di Bourgeois
Elena Del Drago «il manifesto» 27-09-2009

Nel 1923 la ormai quasi centenaria artista francese cominciò a tenere un diario, che presto si affiancò al disegno e poi alla scultura. Finalmente tradotto dalla Quodlibet "Distruzione del Padre / Ricostruzione del padre, Scritti e interviste 1923-2000", è un immane corpo di pensieri, notazioni, persino proverbi, tutti generati da ossessioni e immagini familiari, mai metabolizzati. In questi giorni, Louise Bourgeois è anche presente al Castello di Ama con un'opera in marmo RICAPITOLAZIONI PER UN TRAUMA REMOTO.

Un secolo di vita e di arte, di pulsioni, di moti di fastidio alternati a grandi passioni e altrettanti odi passano nella produzione teorica e letteraria di una delle più grandi artiste viventi, Louise Borgeois, finalmente tradotta in italiano da Quodlibet con il titolo Distruzione del Padre Ricostruzione del padre, Scritti e interviste 1923 - 2000, (traduzione di Marcella Majnoni e Giuseppe Lucchesini, pp. 442, euro 32,00). La pubblicazione puntuale di questo libro suona come una manifestazione di ottimismo, tanto più significativa in quanto l'editoria artistica italiana pecca solitamente di pigrizia nelle traduzioni di testi anche fondamentali. Gli scritti si succedono in ordine cronologico e cominciano molto presto, nel 1923, quando Louise Bourgeois inizia a tenere un diario personale, dove segna i suoi pensieri, i suoi appuntamenti, i fatti quotidiani: una pratica che l'accompagnerà durante il corso della vita intera.
È un immane corpo di pensieri quello che si offre al lettore, plasmato a partire da quando, poco più che adolescente, Louise Borgeois cominciò il suo viaggio nella scrittura (nel libro vengono riprodotte anche alcune pagine scritte con una grafia ancora infantile) e approdato al testo intitolato I cinque ebbene, pubblicato in occasione della grande retrospettiva alla Tate Modern nel 2000.

La parabola di una entusiasta. I primi scritti ci addentrano nell'entusiasmo giovanile dell'artista, testimoniando dei suoi slanci per uno stile definito, che si esprime in ambito ancora tutto pittorico. Soprattutto attraverso il carteggio con l'amica artista Colette Richarme filtrano i dubbi e la tristezza legate all'abbandono dell'Europa e della famiglia nell'imminente scoppio della seconda guerra: poco prima, infatti, Louise aveva incontrato Robert Goldwater, il celebre storico dell'arte americano con cui aveva scelto di trasferirsi a New York. È qui che ha inizio la vita adulta dell'artista, ed è qui che si avvia quella «decostruzione e ricostruzione del Padre» intorno alla quale ruota il suo intero percorso.
«Mi chiamo Louise Josephine Bourgeois. Sono nata il 24 Dicembre a Parigi. Tutto il mio lavoro degli ultimi cinquant'anni, tutti miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia. La mia infanzia non ha mai perso la sua magia, non ha mai perso il suo mistero e non ha mai perso il suo dramma». Grazie alla sua capacità analitica e sintetica al tempo stesso, Louise Borgeois individua, dunque, nei primi anni familiari quella fascinazione e quel trauma per esorcizzare i quali lavorerà una intera vita: tutto sembra nascere da un tradimento, e dal conseguente senso di colpa. L'amatissimo padre comincia a interessarsi di altre donne, poi stabilisce una relazione speciale con la tata assunta proprio per allevare Louise e i suoi fratelli. La madre, vera anima dell'attività familiare che consisteva nel restauro degli arazzi, secondo le migliori convenzioni borghesi fa finta di niente, avallando così un ménage familiare doloroso, soprattutto per Louise che non perdonò mai suo padre né se stessa per quella rottura dell'incanto infantile. Nel 1982, in un progetto per Artforum intitolato Child Abuse l'artista rivelava il tarlo responsabile del suo lungo percorso attorno al corpo, alla sessualità, agli organi genitali trasformati in totem simbolici di una paura sempre presente, di una ferita rivelatasi come irreparabile.
Nell'impaginazione riprodotta nel volume della Quodlibet si vedono due fotografie speculari: in quella a sinistra Louise Bourgeois bambina è con la tata, amante del padre; in quella a destra, che ha per sfondo il medesimo paesaggio, è con il padre. Molto chiare le parole che accompagnano le immagini: «Qualcuno di noi è ossessionato a tal punto dal passato che ne muore. È l'atteggiamento del poeta che non trova mai il paradiso perduto, ed è proprio la situazione degli artisti che lavorano per una ragione che nessuno capisce fino in fondo. ...Tutto quello che faccio è ispirato dai primi anni di vita. La donna in bianco è L'Amante. Fece ingresso in famiglia come precettrice, ma andava a letto con mio padre ed è rimasta con noi dieci anni». Dunque, la distruzione e ricostruzione del padre diventa un passaggio necessario per liberarsi dal trauma che peraltro non si fa rimuovere se non attraverso l'esercizio della scrittura e del disegno prima e poi della scultura, che condensa riflessioni ed emozioni in una forma rivelatoria. Il passato domina il pensiero di Louise Bourgeois scritto dopo scritto, intervista dopo intervista.

Con l'occhio alle spalle. L'Album del 1944, edito nella versione originale da Peter Blum, finisce così: «Ogni giorno bisogna abbandonare il proprio passato. E accettarlo. E se non si riesce ad accettarlo, allora bisogna fare lo scultore! In qualche modo bisogna provvedere. Se rifiutate di abbandonare il vostro passato allora dovete ricrearlo. È ciò che faccio da sempre.» Ruotano dunque intorno a una sorta di peccato originale tanto la produzione teorica di Louise Bourgeois quanto quella scultorea: ogni lavoro, ogni installazione ambientale - dal celeberrimo, monumentale, ragno intitolato Maman, alla Femme Couteau, affilata e pericolosa, a Fillette, il pene con il quale volle farsi ritrarre da Robert Mappelthorpe, fino agli antropomorfici Cumuls - tappe che si propongono come momenti di un percorso all'indietro, capace di ricongiungersi a situazioni familiari terribilmente dolorose e altrettanto formative. Sono opere che rimandano anche alla incomunicabilità e a quella solitudine che gli scritti di tanto in tanto quasi rivendicano: se comunicare fino in fondo si rivela impossibile, tanto vale rinunciarvi in partenza. Ma il libro non si limita a proporre e dare forma al solo universo privato di Louise Bourgeois, perchè sono molti i grandi artisti che lo attraversano, e che lei si trovò, suo malgrado, a frequentare quando era a New York: tra questi Marcel Duchamp e Andrè Breton, troppo presi da se stessi per devolvere la loro attenzione al lavoro di una artista che non intendeva accreditarsi attraverso le armi abusate della femminilità.
Louise Bourgeois non esita a dichiararlo in diverse interviste: il suo non è un femminismo ideologico, è piuttosto la coscienza della difficoltà che le donne devono affrontare per trovare un proprio equilibrio, che il passaggio da compiere sia quello della maternità o che sia la necessità di dividersi tra affettività e autorealizzazione. Ma proprio l'esperienza della maternità funziona da motore centrale per la riflessione e l'esperienza che dell'arte fa Louise Bourgeois: a un tempo costrizione e rifugio, bozzolo di dolore e massima espressione di sé, è il più fondamentale dei passaggi esperenziali, il paradigma della specificità femminile. L'artista ci torna su a più riprese, mostrando un desiderio di essere madre assoluto eppure frustrato dalla paura di non essere fertile: così forte questa paura da spingerla, appena sposata, ad adottare, con immani difficoltà, un bambino. Ma più tardi, due figli le nasceranno da gravidanze che Borgeois esaminerà in opere di una forza straordinaria e con materiali molto espressivi: in The Woven Child, per esempio, viene materializzata attraverso il cucito e dunque il ricordo, la forza viscerale dei potere/dovere di generare. Quella di Louise Bourgeois è una maternità sempre legata al senso di abbandono, altro sentimento protagonista del libro, che riaffiora qua e là nel corso della sua intera esistenza, prima stimolato dallo scoppio della guerra, poi dalla morte della madre. E c'è poi quella impossibilità di credere fino in fondo in se stessa: «Ho sempre avuto dei complessi di colpa nel promuovere la mia arte, al punto che prima di ogni mostra avevo sempre qualche tipo di malore, così decisi che era meglio lasciar perdere. In fondo mi pareva che la scena artistica appartenesse agli uomini e che in qualche modo invadessi il loro dominio. Perciò il lavoro, una volta finito, veniva nascosto... D'altra parte non distruggevo niente. Conservavo ogni frammento».

Verso il vivere comune. Sono parole che permettono, tra l'altro, di comprendere l'accumulo impressionante di materiali artistici elaborato su svariatissimi supporti, e la produzione smisurata di una scrittura che soltanto di recente ha trovato una sua organizzazione. Con il passare degli anni, infatti, gli scritti di Bourgeois sembrano lasciare le pastoie della quotidianità, ma anche il risentimento per un vissuto infantile sempre più lontano, e passano a raccontare con grande profondità di sentimenti il vivere comune.
Un testo scritto nel 2000 per accompagnare la grande installazione della Turbine Hall e intitolato I do, I Undo, I Redo, il gigantesco ragno con il quale Luoise Bourgeois è diventata in qualche modo popolare, sottolinea, per esempio, in cosa consista per lei il concetto del fare: «Fare è uno stato attivo. È un'affermazione positiva. Ho il pieno controllo e procedo verso uno scopo, una speranza o un desiderio. Non c'è paura. Nei termini di una relazione, va tutto bene, tutto è tranquillo. Sono la buona madre. Sono generosa e premurosa - sono colei che dà, colei che provvede. È il "Ti amo", qualunque cosa accada».

Distruzione, ricostruzione, Bourgeois
Alessia Muroni «Il giornale dell'arte» 01-10-2009
 

Le parole di un artista vanno sempre prese con cautela. L'opera finita è spesso estranea a – e talvolta in contraddizione con – quanto l'artista sentiva o voleva esprimere inizialmente [...] L'artista che discute il cosiddetto significato della sua opera spesso descrive una questione letteraria marginale”. Le parole di Louise Bourgeois sembrano ironizzare sul senso stesso del volume curato da Bernadac e Obry, ma questa raccolta di scritti, tradotti finalmente, e in forma ampliata, a dieci anni dalla loro prima edizione in inglese, permette un possibile approccio mediato, e immediato, all'opera della straordinaria artista franco-statunitense, icona del XXI secolo al pari delle sue opere. Vero è che il cuore dell'arte di Bourgeois, di straordinaria violenza ed incisività, non si definisce per parole, ma piuttosto come visceralità. Fisica, prima ancora che intellettuale. Il modo in cui l'opera va dritta al punto, senza altra intermediazione che non sia  quella della forma artistica, fa appello alla verità del corpo prima ancora che alla comprensione intellettuale – forma di difesa, pinza con cui afferrare il mondo e la scomoda realtà dell'esistere. Scomoda infatti è la realtà raccontata da Bourgeois, il trauma familiare, i dubbi di una donna mai pronta ad aderire alle definizioni, che siano quelle della femminilità e della maternità o piuttosto quelle della creatività e dell'intellettualità. La pluralità di forme testuali – diari, appunti su disegni, lettere, interviste, dichiarazioni ufficiali – sono testimonianza di questa stessa complessità e irriducibilità di Bourgeois ad ogni regolamentazione dell'operare artistico e della vita interiore, che anzi si intrecciano tumultuosi, ribelli, infinitamente pericolosi.

Le sue parole dunque non hanno nulla di rassicurante o di normalizzante, assistiamo piuttosto all'operare al vivo di un'artista che non ha mai fatto sconti a nessuno, soprattutto a se stessa, e che alla corrispondente Colette Richarme poteva scrivere “Quando penso a lei [Richarme], alla sicurezza, alla dolcezza borghese che emana da lei, mi dico: la verità è forse lì, e tu, Louise, ti brucerai le ali. Ma non posso vivere diversamente”.

 

BookmarTK. Scheda per Louise Bourgeois
«Artkey. gennaio-febbreio 2010» 01-01-2010
L’infanzia in Francia, le amanti del padre, gli studi in Accademia, la madre e la piccola Louise intente nel restauro di arazzi antichi – un'ossessione, quella per gli arazzi di famiglia, che accomuna Bourgeois a un altro grande del Novecento, Morton Feldman. Tutti gli scritti della quasi centenaria artista, che siano pagine di quel diario che inizia a tenere regolarmente dal 1923, lettere da spedire ad amici, o interviste da concedere a sconosciuti – e tutti, qui, per la prima volta offerti al lettore italiano grazie all'ottima traduzione di Marcella Majnoni e Giuseppe Lucchesini condotta sull'edizione originale di Marie‑Laure Bernadac e Hans‑Ulrich Obrist – sono permeati da un richiamo più o meno conscio a un'età dell'oro che sarà al tempo stesso il pungolo e il tormento di tutta l'opera artistica a venire ‑ "Tutto il mio lavoro degli ultimi cinquant'anni, tutti i miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia". Proprio per questo motivo, un testo del genere diventa imprescindibile per chiunque voglia comprendere a fondo l'opera di quella che è probabilmente la più grande artista ancora vivente.
Addio a Louise Bourgeois, la centenaria «signora dei ragni»
Pierluigi Panza «Corriere della Sera» 01-06-2010
Sabato prossimo, con l' apertura della mostra «The fabric works» alla Fondazione Vedova (Magazzino del Sale 266) Venezia offrirà il primo omaggio a Louise Bourgeois, la scultrice scomparsa ieri quasi centenaria. «Non si spostava più, ma è intervenuta attivamente, fino a due giorni fa, con sensibilità e passione, a tutte le fasi della realizzazione della mostra», racconta il curatore, Germano Celant. La Bourgeois era nata la notte di Natale del 1911 a Parigi e la magia dei suoi primi anni trascorsi a Choisy-le-Roi (con il padre tappezziere e decoratore) sono stati la bussola inconscia delle sue creazioni plastiche: «Tutto il mio lavoro degli ultimi anni - scrisse nel suo bel libro di memorie Distruzione del padre. Ricostruzione del padre 1923-2000 (pubblicato in Italia da Quodlibet) -, tutti i miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia». Facile, di fronte a questa ammissione, ricondurre i suoi lavori nel solco del Surrealismo, anche se lei mal sopportava alcuni parolai della psicoanalisi: «Diffido dei Lacan e dei Bousset, perché amano riempirsi la bocca di parole. Sono una donna molto concreta. Le forme sono tutto». Lei si mosse a partire da Léger - suo professore in accademia - e da Duchamp - amico e sempre rispettato come «grandissimo intellettuale che soffriva moltissimo» - per poi muoversi, nel corso di tutto un secolo, anche verso l'Espressionismo astratto e il Minimalismo, sfuggendo comunque a ogni tentativo di classificazione. In un quadro teorico, la sua opera può essere ritenuta espressione di quell' élan vital che, per Bergson, rappresenta la forza creatrice di un artista. Una forza di cui memoria e metamorfosi sono i motori e che nella Bourgeois si traduce in una personale e autobiografica grammatica di figure dell' inconscio. Per lei, comunque, sono solo l' opera e le emozioni che genera che hanno reale diritto di parola; ne conseguiva che, per quanto molto aperta ai giovani e alla frequentazione di diverse generazioni americane, dai beat ai pop, diffidava delle parole «che possono ingannare». Negli Stati Uniti si era stabilita dal ' 38 al seguito del suo sposo, lo storico dell' arte Robert Goldwater. E a New York, nel 1945, tenne la sua prima mostra con 12 dipinti incentrati sul tema della figura della donna, anche madre e casalinga. Un tema mai abbandonato, anche negli anni d' influenza femminista. Intorno agli anni Cinquanta incominciarono a comparire i suoi «totem» in legno che, da un lato, sono ancora un richiamo all' inconscio e, dall' altro, sperimentano forme che oggi sono diventate d' uso comune in piccoli oggetti di design. Nel decennio successivo incomincia ad usare materiali più flessibili e a realizzare sculture più organiche, come la celebre «Janus Fleuri» nella quale il critico Richard Storr vede l' accentuarsi del tema della metamorfosi e della «permutazione delle opposizioni sessuali». Seguì la serie «Cumulo», dove opera con il marmo creando nuvole cangianti che hanno fatto parlare di riferimenti berniniani, quasi alla base della «Santa Teresa» in Roma. Poi, per tutti, divenne la scultrice dei ragni, il suo marchio definitivo, un animale diventato in lei simbolo insieme di maternità e di morte. Ne ha realizzati in varie forme e materiali: dai più piccoli in tessuto, quasi quadretti da tappezzeria, ai giganteschi come «Maman», davanti alla National Gallery del Canada a Ottawa. La Tate Modern di Londra le ha dedicato un' ampia retrospettiva in occasione del suo 95mo compleanno, poi transitata al Centre Pompidou di Renzo Piano. Lo stesso architetto che ha restaurato i Magazzini del Sale, sede da sabato di un suo estremo omaggio.
Sono il bozzolo, non ho ego
Maria Perosino «L'indice dei libri del mese» 01-02-2011
La storia di Louise Bourgeois è insieme un pezzo di storia dell’arte e una storia d’arte. Da qualsiasi parte lo si prenda, il suo lavoro altro non sembra che un modo per tessere la sua storia, montarla e rimontarla fino a trasformarla in figura, esporla, appenderla a una parete. Capita quando, come in questo caso, leggiamo i suoi scritti o guardiamo le sue opere.
Va detto subito, però, che tutto questo l’artista lo fa scartando le lusinghe dell’autobiografia per concentrarsi invece sulla costruzione di un autoritratto che si definisce e ridefinisce nel presente, come una sorta di unico, grande work in progress.
Louise Bourgeois non illustra la sua storia, la mette in scena. Come se tutto quanto le è successo, la sua esperienza, le sue riflessioni, i suoi incontri, altro non fossero che un magazzino di materiali, strumenti di lavoro da riporre sugli scaffali del proprio atelier, al pari di colori, tele e scalpelli.
Bourgeois ha vissuto novantanove anni: è nata nel 1911 ed è morta nel 2010. Il suo secolo l’ha vissuto davvero tutto, pensando lavorando e esponendo fino all'ultimo. L’ha vissuto e respirato e infine ingoiato. E ha avuto la ventura di essere conosciuta, e riconosciuta, a livello internazionale, quando aveva più o meno settant’anni. Riconoscimento tardivo, su cui magari pesa il suo essere donna?
Forse, ma non solo. Sia dal punto di vista qualitativo che da quello quantitativo, la stagione più ricca è quella che inizia verso la fine degli anni settanta.
Quasi abbia avuto la necessità di far provvista di vita per dar consistenza alla sua opera. È la storia che genera storia, il passato serve per essere smontato e rimontato ne1 presente. Con energia e senza nostalgia (tra parentesi, appunto: 1914: «Sulla Diciannovesima strada mio padre ha detto: “Ricordi come era bello ai nostri tempi?”. E io “Non so cosa intendi dire”»).
Questi due elementi, il fatto di essere nata al mondo come icona senile, e quello di aver maneggiato il suo passato come fosse un kit per costruire le sue opere, ci portano immancabilmente a non prescindere da un a ritroso ogni volta che ci troviamo a considerare il suo lavoro.
Tanto più che a quello straordinario corpus/autoritratto che è rappresentato dal suo catalogo si aggiunge una quantità enorme di scritti, interviste, fotografie.
Di oggetti e strumenti di autorappresentazione che tutto suggeriscono salvo la casualità. Quasi la costruzione dell’immagine di sé da consegnare al mondo fosse essa stessa un’opera, e pertanto bisognosa di una regia sorvegliata e una costruzione organizzata. A calcare la scena è l’artista, non la persona, ammesso che nel suo caso la distinzione abbia un senso. «Il bruco trae la seta di bocca, si costruisce il bozzolo e, appena finito, muore. Il bozzolo ha stremato l’animale. Io sono il bozzolo. Non ho ego, sono il mio lavoro».
Parole e opere sono come trama e ordito di un unico lavoro. E la metafora non è casuale. Da giovane, sulle tracce dei suoi genitori, l’artista aveva lavorato per le manifatture di arazzi di Aubusson. Poi aveva cominciato a fare lavori propri, si era sposata con uno storico dell’arte, aveva lasciato la Francia per gli Stati Uniti, messo al mondo dei figli, frequentato il surrealismo, scritto e realizzato mostre. Aveva, in altre parole, lavorato a disegnare la sua vita, o se vogliamo, a scriverne la sceneggiatura.
E in tutto questo lavorio, mai si era troppo allontanata dai fili che, non solo in senso metaforico, la legavano al suo passato. Tessere significa creare. come per i ragni che sono stari spesso oggetti delle sue rappresentazioni, fino ai bellissimi e commoventi Fabric Works realizzati negli anni duemila che danno il titolo alla mostra e al catalogo che l’accompagna (Venezia, Fondazione Vedova, giugno-settembre 2010). E se questa è la trama, l’ordito è fatto delle parole che accompagnano il suo percorso.
Parole sempre precise, anche quando non destinate a essere lette da altri, sgombre da pregiudizi, pulite anche quando seguono rivoli di pensiero eccentrici. Parole che ancora una volta non possiamo che leggere e riorganizzare a ritroso.
Aveva cominciato a scrivere a dodici anni, e non ha mai smesso: ancora oggi, consegnandoci delle opere che sono testi che generano altri testi. Forse il suo autoritratto non è ancora finito, certo sappiamo che è scritto in terza persona.
La ricostruzione dell'indicibile come cura
Eleonora Del Riccio «Rivista di psichiatria» 01-02-2014

«Mi chiamo Louise Bourgeois. Sono nata il 24 dicembre del 1911 a Parigi. Tutto il mio lavoro degli ultimi cinquant'anni, tutti i miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia. La mia infanzia non ha mai perso la sua magia, non ha mai perso il suo mistero, non ha mai perso il suo dramma». Estratto significativo proveniente dai diari dell'artista che così si presentava a un pubblico che avrebbe avuto occasione di vederne la prima mostra importante solo nel 1982 al MoMA. Ed è proprio di dramma che conviene parlare quando si osservano le opere della Bourgeois, di dramma individuale e collettiva e della memoria che riconduce a esso.
L'opera che proponiamo ha il grande “vantaggio” di affronta un dramma universalmente noto; il titolo stesso non vuole - deliberatamente - produrre il minimo fraintendimento.
Louis Bourgeois, padre dell'artista, portò a vivere nella casa di famiglia di Choisy-le-Roy la sua amante Sadie, presentata come l'istitutrice d'inglese dei figli. Non era tanto il tradimento paterno a turbare Louise, quanto il fatto che in sua presenza fosse tollerata. La faniiglia borghese diventa quindi il bersaglio di un risentimento profondo e di una critica serrata che l'additano come un nucleo ipocrita, fatto di rinunce e compromessi, disparità nei comportamenti dei coniugi, omertà. Ecco perché anche la definizione del trauma non è quella di essere stati vittima di qualcosa, quanto di essere stati testimoni e di non riuscire a raccontarlo.
Perché quindi realizzare un'opera se non si riesce a parlare subito del trauma? Qual è la funzione dell'opera? Nella concezione tutta personale della Bourgeois, essa ha il compito di esorcizzare il trauma: «[...] questo passato deve essere sradicato. Per passare efficacemente attraverso l'esorcismo, per riuscire a liberarmi del passato, io debbo ricostruirlo, rifletterci, farne una statua e poi sbarazzarmene con la scultura. Dopo riesco a dimenticarlo. Ho saldato il mio debito con il passato e me ne sono liberata».
L'arte ha il compito di far re-esperire tutto ciò che bisogna affrontare e che è indicibile: la materia stessa diventa espressione tangibile che di per sé non lo sono e che così come attraversano l'individuo vengono riproposte attraverso materiali molto compatti e pesanti come il legno: il ferru o, come in questo caso, il gesso. Ossimori permessi solo nel fare artistico: sensazioni immateriali e soggettive derivate dall'esperienza (ancora più soggettiva delle sensazioni prese da sole) espresse attraverso una potente matericità, che non è possibile evitare né guardare di sfuggita. L'indicibile diventa evidente.
La critica ha considerato l'opera anche come una tana archetipica, luogo in cui cercare protezione e rifugio, in cui però la paura di essere intrappolati c'è e si trasforma nel desiderio di intrappolare l'altro, così la vittima diventa carnefice.
La tana è anche il luogo dal pasto che qui diventa un pasto rituale proprio del padre, in una stanza che ricorda anche il corpo umano con le sue forme aguzze e tondeggianti.
Con questa consapevolezza si riesce a capire bene di cosa parlasse la Bourgeois quando descriveva l'opera: «Si tratta essenzialmente di una tavola, l'orrida, terrificante cena capeggiata dal padre che si siede e gode. E gli altri, la madre e i figli, cosa possono fare? Siedono in silenzio. La madre cerca ovviamente di soddisfare il padre, suo marito. l figli sono esasperati. [...] Mio padre si innervosiva alla nostra vista e dimostrava la sua "grandezza". Per l'esasperazione afferravamo il padre, lo sbattevamo sul tavolo, lo facevamo a pezzi e cominciavamo a mangiarlo».
2009
Quaderni Quodlibet
160x225
ISBN 9788874622160
pp. 444
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