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I fiumi a nord del futuro
Testamento raccolto da David Cayley A cura e con un saggio di David Cayley Prefazione di Charles Taylor Edizione italiana a cura di Milka Ventura Avanzinelli Questo volume presenta i materiali delle conversazioni di Ivan Illich con David Cayley, negli anni 1997-1999. Nei suoi 22 capitoli, altrettante voci della riflessione illiciana vengono sviscerate dapprima nella forma monologante dell’autotestimonianza, poi in quella dialogica dell’intervista. Ne deriva un resoconto completo e coraggioso anche di ciò che Illich non ha mai trovato l’occasione o la forza di mettere per iscritto, e che ora, sul limitare della vita, egli affida all’amico-interlocutore alla stregua di proprio «testamento». Gli ormai storici contributi di questo autore straordinario alla critica delle moderne istituzioni, si tratti della scuola o della sanità, del libro o del sesso, acquistano così uno spessore nuovo, conferito loro dalla lunga e coerente esperienza umana qui rievocata, così come da una sottostante meditazione teologica, liturgica, ecclesiologica, in precedenza mai emersa con tanta chiarezza. L’alienazione tecnica e burocratica della vita, che costituisce secondo Illich la cifra di fondo della nostra epoca, rivela qui le sue paradossali radici cristiane, in quel processo di istituzionalizzazione della carità evangelica da cui deriverebbero lo Stato moderno e la coscienza individuale, il dominio tecno-scientifico sulla natura e la guerra planetaria contro la sussistenza, lo smaterializzarsi dell’esperienza, della stessa sensorialità umana e la sussunzione dei soggetti nel meccanismo dei «sistemi». E tuttavia, a questo desolato scenario di «perdita del mondo e della carne», sovrasta la prospettiva di un imminente disvelamento e ribaltamento: è la speranza «apocalittica» in un tempo al di là del tempo, quei Fiumi a nord del futuro della poesia di Celan verso le cui «acque misteriose e rinfrescanti» la lezione di Illich è guida e segnavia.
Recensioni
Antonello Colimberti «"Europa"» 04-02-2010
Fabio Milana «Lo Straniero» 01-02-2010
Illich e i sensi perduti
Antonello Colimberti «"Europa"» 04-02-2010
«La realtà dei sensi affonda sempre più sotto le pagine delle istruzioni programmate su come vedere, sentire, gustare (...). Eccitanti astrazioni hanno catturato le anime e hanno ricoperto la percezione del mondo e di noi stessi come federe di plastica». Sono parole tratte dall’ultimo libro (postumo) di colui che è stato definito anche «il massimo genio del pensiero economicosociale del Ventesimo secolo»: Ivan Illich (1926-2002). Cristiano intransigente, Illich rinunciò all’esercizio pubblico del sacerdozio nel 1969, dopo le censure ecclesiastiche alla sua attività di oppositore dello “sviluppo” (che anticipava le odierne teorie della “decrescita felice”), a suo avviso come forma più raffinata e distruttiva di colonialismo. I suoi testi contro la burocratizzazione della scuola, della sanità, dei trasporti e dei servizi in genere hanno fatto epoca ( Descolarizzare la società, Nemesi medica). Il testo che segnaliamo si intitola La perdita dei sensi, e viene pubblicato dalla Libreria Editrice Fiorentina di Giannozzo Pucci, che, amico e collaboratore di Illich da lunga data, ne cura anche la traduzione. Si tratta di una raccolta di articoli, riuniti da Valentina Borremans, che costituiscono nell’insieme un invito alla rinascita delle pratiche ascetiche, allo scopo di mantenere vivi i nostri sensi nelle terre devastate dallo show. Sono assolutamente da raccomandare al lettore le riflessioni controcorrenti su un attualissimo tema (ben oltre le povere e note diatribe fra laici e cattolici) contenute nel capitolo intitolato “La società amortale. Sulla difficoltà di morire la propria morte nel 1995”. Per un ulteriore approfondimento è fresco di stampa I fiumi a nord del futuro, Quodlibet Edizioni, che raccoglie, ad opera di David Cayley (e per la cura dell’edizione italiana di Milka Ventura Avanzinelli), il cosiddetto Testamento, ossia il materiale di conversazioni avute negli anni 1997- 1999, nei quali, oltre lo scenario della perdita, si delinea anche la speranza accennata dai versi del poeta Paul Celan, amati da Illich e richiamati nel titolo ( segue...)

Il testamento di Ivan Illich
Fabio Milana «Lo Straniero» 01-02-2010
Non appare forzato l’appellativo di “testamento” che accompagna un libro, più di ogni precedente prossimo a questo ganglio vitale: da cui non sembra più legittimo prescindere nella recezione dell’opera di un uomo che, per aver rinunciato nel 1969 all’esercizio del sacerdozio, è pur rimasto fino all’ultimo giorno un monsignore della Chiesa cattolica. Si può provare a riassumere l’argomentazione illiciana dicendo che s’incardina sulla figura dell’Anticristo, identificata o riconosciuta nello svolgimento della civiltà moderna; ove anticristica, secondo una tradizione recente della teologia orientale, adusa a confrontarsi con un Tolstoj ad esempio, non è tanto la negazione quanto la surrogazione del Regno di Dio: insieme la sua realizzazione e la sua mistificazione, l’una e l’altra cosa inscindibilmente, come entrambe commesse a mani d’uomo; o piuttosto, nel caso in questione, come sottratte in realtà a “mani d’uomo” e alienate in strumenti da esse sempre più autonomi e in “sistemi” spersonalizzanti. In questa luce, un mondo globalmente pacificato, universalmente rispettoso dei diritti umani e magari dell’ambiente naturale, capace di soddisfare tutti i bisogni materiali e spirituali dei suoi abitanti ecc., anzi gli stessi ideologemi di bisogno, diritto, benessere, “pace” (al singolare) – si presentano come l’incubo peggiore, per liberarsi dal quale non è sufficiente svegliarsi di soprassalto. Illich ha indicato molto per tempo la diabolica doppiezza (la “controproduttività”) dei processi di “sviluppo”, degli apparati di servizi “alla persona”, dei sistemi di informazione, ecc.; ma perfino la sua denuncia, senza avere scalfito l’immenso potere di quegli apparati tecnico-burocratici, ha solo contribuito secondo lui a renderli più consapevoli di sé e più sofisticati (più “democratici”, potremmo chiosare senza grosse forzature). Mobilitare la figura dell’Anticristo, però, chiama in causa necessariamente quel Cristo di cui l’altro è la contraffazione. Qui la riflessione di Illich si fa più originale e lancinante, giungendo a diagnosticare una sostanziale continuità del cristianesimo storico dai suoi inizi fino a questo esito aberrante. È la Chiesa (la chiesa gregoriana in particolare, ma già quella costantiniana, e forse anche quella primitiva: ovunque si collochi il primo passo che trasforma il vangelo in dottrina e il rapporto personale in dispositivo tecnico, l’amore in un dovere morale e il peccato in una colpa giuridica; insomma, la fides in religio), è la Chiesa ad aver concepito, portato in grembo, dato alla luce l’impostore; né si trova, secondo la lezione di Illich (ma anche di altri storici, Paolo Prodi ad esempio, che egli cita come suo maestro, o Harold Berman), istituzione moderna di qualche rilievo che non abbia il suo decisivo precedente nella storia della Chiesa. Né si tratta delle accuse di un apostata, piuttosto, di un mistero che il credente contempla angosciato. La stessa Chiesa che ha partorito la modernità, e ora la insegue per la sua strada se mai le riuscisse di trattenerla, è anche la “madre unica” e unicamente amata, confessa Illich, che gli ha trasmesso l’Annuncio e lo ha partorito alla fede. L’uscita da questo paradosso sta per lui nell’attesa di una resurrezione dai morti della Chiesa stessa, quella resurrezione che tien dietro al “disvelamento” (l’apocalisse) della qualità anticristica della nostra civiltà: ormai imminente, a giudizio di Illich – ciò che apre a una comprensione dell’epoca come la “più intimamente cristiana” che sia dato di vivere.

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