|
|
Il limbo delle fantasticazioni
"Che cosa fa uno quando si dice che fa dell’arte? Beh, fa sempre delle cose un po’ sgangherate, perché in questo campo se uno impara il mestiere, allora meglio che smetta." Com’è che uno si mette a dipingere o a scrivere? cosa spera da questo l’umanità? E l’arte? questa parola così pomposa che promette un pezzo di eternità; forse dovrebbe essere piuttosto un’umile cosa, una forma tra le tante di maniacalità. Forse. Questo libro tratta di tali questioni: di come possa essere un guaio far carriera nell’arte, e di come al contrario sia benefica la libera attività di fantasticazione; di come un buon romanzo cresca come cresce il pattume; se gli angeli potrebbero essere dei romanzieri (ma sembra di no), e da dove prendono i critici la loro autorità (non si sa); del perché l’incendio sia il destino degli zombi e dei libri; dell’uso dei numeri in letteratura; e poi il comico, che cosa sia, detto qui per la prima volta comicamente, come tutto il libro d’altronde, che sarebbe un serio trattato di filosofia se non fosse un trattato comico, e un modo inusuale di narrativa. Ascolta l'intervista di Fahrenheit (Radio3) a Ermanno Cavazzoni
Recensioni
Ermanno Cavazzoni «Il Sole-24 Ore» 20-09-2009
Paolo Mauri «La Repubblica» 10-10-2009
«La Stampa - TTL» 24-10-2009
Silvia Albanese «www.argonline.it» 29-10-2009
Antonio Prudenzano «Affaritaliani.it» 09-11-2009
Alessandro Garigliano «LiotroBlog» 04-12-2009
Ermanno Paccagnini «Giudizio Universale» 18-01-2010
Monica Cipriano «L'indice dei libri del mese» 01-04-2010
Angelo Guglielmi «l'Unità» 08-06-2010
Sciltian Gastaldi «Il Fatto Quotidiano» 05-01-2012
Perbacco, che romanzo
Ermanno Cavazzoni «Il Sole-24 Ore» 20-09-2009
Dall'anticipazione pubblicata su "Il Sole-24 Ore": Se dovessi dare dei consigli a uno cui viene voglia di scrivere gli direi: parti dalle interiezioni, che forse sono la parte più negletta della lingua scritta: ah, aimè, porco cane eccetera, sono la parte più trascurata e invisa alla scuola. Gli direi: parti da un bel oh perbacco, da cui poi ne consegue qualcosa; non ogni persona dice oh perbacco, e lo si dice in situazioni particolari, con addosso una carica di sorpresa e anche di perbenismo, per cui c'è già tutto un abbozzo di personalità del personaggio parlante, che se avesse detto invece vacca d'un cane, io lo avrei già classificato come un rozzo e un banale, con tutto quello che ne consegue, anche un po' di schifo per una tale greve personalità. Preferisco in genere i tipi che dicono perbacco. In ogni caso si ha non solo un abbozzo di personalità, ma è già partita una storia, perché dal perbacco (o dall'accipicchia, o da per la madosca eccetera) si è già avviata una situazione e un movimento: «Per la madosca, disse Carlo…», e siamo già nel corso dei fatti, ma non come quei romanzieri che iniziano già in piena vicenda perché lo considerano più spregiudicato e moderno: «Era là, seduto al pianoforte...» (me lo sono inventato queto inizio, perché non avevo voglia d'alzarmi a cercare una citazione; dopo quando mi alzo la vado a cercare). «Era là seduto al pianoforte...», e mi viene da dire: ma chi è questo lui? Non può uno che scrive precisare fin da subito di chi sta parlando? Con nome, cognome, residenza eccetera, e mi viene già l'impazienza e l'insofferenza. Adesso mi sono alzato e ho preso un libro che inizia così: «Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa…, e la vedeva». Ma chi? dico io. E dov'è che succedeva? E poi quel sempre: ma sempre rispetto a cosa? È un inizio che già mi mette il nervoso, si capisce che è stato ben pensato perché sembri qualcosa di improvvisato, come una visione che appare in mente; invece è evidente che l’autore c'è stato molto a pensare, poi si è detto: entro subito a storia avanzata che ci faccio bella figura. E non capisce, l'autore, che uno di sentimenti normali chiude il libro e ci rinuncia per sempre a proseguire («guarda qua cosa sono andato a compare» pensa), perché un inizio così gli ha già guastato il pomeriggio, e infatti la prova è che anche a me adesso mi ha preso il malanimo. «Succedeva sempre che alzava la testa… e la vedeva». Si noti che dopo che alzava la testa ci son tre puntini, «… e la vedeva», e questa dev’essere una sottigliezza, che però ormai mi ha reso insopportabile anche solo stare in casa a leggere, e se fossi un depravato cocainomane e pedofilo, adesso andrei a buttarmi nella dissolutezza del vizio, magari ai giardini pubblici a insidiare una babysitter con la bambina. «Alzava la testa (tre puntini) e la vedeva». Ma chi vedeva? per la miseria! Che qui capisco che è una prosa raffinatissima, con quei tre puntini di sospensione e questo «la» di «la vedeva», che dovrebbe essere una visione, ancora sfumata, in modo che uno dica: quale intensità! questa sembra la Divina Commedia! No, forse un lettore ben disposto dice: che pulizia di parole! Sembra ci sia passata una scopa: «Succedeva sempre, che alzava la testa... e la vedeva», sembra ci sia passato anche l'olio per mobili, questo lo dico io, perché se invece incominciasse con: Per la madosca, disse il tal dei tali, residente nel tal posto, vedendo la tal dei tali, nome e cognome, titolo di studio eventualmente, se ha malattie, ad esempio epiteliosi squamosa, perché quel per la madosca può essere nato dall'aver visto l'epiteliosi disseminata in zone come le ascelle o la piega tra braccio e avambraccio. Lo dico perché per la madosca implica già tutto uno stupore interpersonale, e così via. Quindi, riassumendo, consiglio di iniziare dalle imprecazioni, o comunque dalle interiezioni: «Mamma mia!» ad esempio; sentite che vita? Poi uno magari continua, e l'interiezione (quando rilegge) la cancella; può farlo, se gli sembra inutile, però intanto il discorso si è avviato ed è già come ci fosse una certa mentalità che parla, perché nelle interiezioni c'è molta più anima, sono come l'acido deossiribonucleico che costituisce il programma genetico; le idee vengono dopo, anzi le idee le si scopre alla fine, quando si è scritto tutto, le idee sono delle conseguenze. (...) Quindi, per aver delle idee ed esporle, consiglio di partire dai propri difetti di fabbricazione e non nasconderli. Su questo l'antica retorica ha sempre un po' sorvolato. Mentr'invece la cosiddetta letteratura ha i suoi pregi nell'essere sempre un po’ difettosa, guastandosi poi nel Novecento del tutto. Avevano ragione i nazi-fascisti a parlare di arte degenerata, malata, erano dei bravi critici, se togliamo il fatto che la volevano sopprimere, e così Stalin, che per bocca di Zdanov parlava di degenerazione borghese. Tutto verissimo. Un tempo c'era la norma, i modelli, la regolamentazione retorica, che indicava l'ideale di sanità; e poi c'era la letteratura concreta che se la cavava per approssimazione, anche se io dico che la letteratura è sempre stata costituzionalmente malata; una cosa era d'ideale, un’altra lo scrivere. Nel Novecento ci si è liberati dell'ideale, con tutto il suo apparato didattico (che però sopravvive, ed è un bene, nelle classi scolastiche) ed è rimasta solo la malattia, il difetto, che però è la condizione umana, e in ogni caso la condizione linguistica, dove ognuno è un caso a se stante, e non c'è cura.

Scrittori, editori e altra brutta gente
Paolo Mauri «La Repubblica» 10-10-2009
E se l’impero romano stesse ancora cadendo? E se gli scrittori migliori fossero i principianti a cui non importa niente dei critici e degli editori? E se i libri messi in rete fossero dei cadaveri insepolti come i morti annegati in mare? Sono soltanto alcune tra le mille ipotesi avanzate dall’autore in questo libello divertente e impudente che poteva anche intitolarsi “manuale di sopravvivenza per letterati”. Ermanno Cavazzoni è convinto che tutto congiuri contro l’arte: in primo luogo gli artisti, gli scrittori. Ma come si fa a cominciare un romanzo scrivendo «Entrò Carla»? Forse era meglio «Entrò Carlo». Comunque Moravia (Gli indifferenti) è avvertito. Bisognerebbe essere più precisi. Chi è questa Carla? Congiurano i critici che vorrebbero comandare loro l’universo. Congiurano gli addetti all’editoria. Non mandate i dattiloscritti a nessuno, avverte Cavazzoni: ve li rubano e li pubblicano sotto il loro nome. Conclusione: preferisco i cimiteri alle biblioteche. Perché nei cimiteri i morti sono morti e basta, nelle biblioteche i libri sono morti impazienti che sperano di rivivere almeno per un frammento di citazione. Nessuno incendia i cimiteri, mentre le biblioteche sì. E allora? Forse conviene ripensarsi bambini e abitare la comicità che ci godemmo allora. Le puzze. I maestri. I compagni. Grottesca ma piena di futuro quella vita, almeno così sembrava, aveva un senso e una pienezza irripetibili.

Il limbo delle fantasticazioni
«La Stampa - TTL» 24-10-2009
Nell'incredibile mondo della scrittura. Guidati dal lunatico Ermanno Cavazzoni (il suo Poema dei Lunatici ispirò l'ultimo film di Fellini). Come cominciare (muovendo, per esempio, "da un bel oh perbacco, da cui poi ne consegue qualcosa")? Come giungere alla pubblicazione? Come fiutare i libri? Come e dove riposare, scoperto che "la biblioteca è un luogo pieno di morti che non si dan pace" ? Di domanda in risposta nel vademecum Il Limbo delle fantasticazioni (Quodlibet Compagnia Extra, pp. 143, euro 12,00) Sottobraccio a Platone, Walser, Cartesio, la Bibbia, Kafka ...
De consolatio litterarum
Silvia Albanese «www.argonline.it» 29-10-2009
Personalmente trovo sempre una consolazione nelle parole scritte e parlate di Ermanno Cavazzoni: la consolazione di non essere sola, di non essere pazza o anche di non essere la sola pazza tra gli animali della mia specie. Il limbo delle fantasticazioni si compone di 12 tessere; perciò forse la lettura di questo agile volumetto potrebbe compiersi leggendone una al mese, nell’arco di un anno. A gennaio si partirebbe agguerriti, pieni di energia: l’anno è appena cominciato, siamo pieni di buoni propositi e nuove idee, abbiamo davanti il futuro, il tempo è ancora un indefinito universo di speranze e possibilità. Si seguirebbe allora l’autore lungo il filo delle sue riflessioni sull’estetica, la cui carica pacatamente dissacratoria ci svelerebbe che a poco valgono gli affanni e ci permetterebbe di vivere l’arte come ci pare e piace. Ci renderebbe consapevoli dell’inguaribile necessità che alcuni esseri della nostra specie hanno di dar voce o corpo grafico ai detriti e al pattume che li abitano, e di cui sono fatte le fantasticazioni. A dicembre probabilmente saremo stanchi: l’anno si sarà concluso troppo presto, la maggior parte dei buoni propositi saranno rimasti tali, mentre il tempo scandito da ore minuti secondi (il tempo digitale e sociale condiviso) ci farà sentire colpevoli per aver vissuto la maggior parte del tempo persi in un altro tempo: nel tempo senza tempo delle fantasticazioni. Allora passeggeremo volentieri per cimiteri, accompagnati dalla voce fantasticante dell’autore, perché nei cimiteri il tempo non c’è; o meglio: esiste solo il tempo «di una muta eternità compiuta», nel luogo in cui si chiude la fantasticazione che abita il corpo. Questo libro, si legge nel risvolto di copertina, «sarebbe un serio trattato di filosofia se non fosse un trattato comico, e un modo inusuale di narrativa»: si tratta in effetti di un libro sull’arte scritto in soggettiva, costruito attraverso divagazioni, in cui i riferimenti alla teoria letteraria (Mallarmé e la sacralità dell’arte, Contini e il testo come «spaccato casuale di un’infinitudine elaborativa»…) si mescolano con le memorie dell’autore (la poesia della zia Elvira, i compagni di classe…), il quale non cessa mai di dialogare con il proprio lettore e, restituendo la carne a un universo fatto per secoli solo di carta, mettendo sullo stesso piano il discorso degli “umili” e il discorso che la critica definisce “d’autore”, realizza la vera essenza del comico ed esprime la sua idea a-gerarchica e naturalistico-biologica di letteratura.

Che bello perdersi nel "limbo delle fantasticazioni" di Ermanno Cavazzoni
Antonio Prudenzano «Affaritaliani.it» 09-11-2009
"Ma dico: davvero è interessante sapere se c'è arte o no? Come autore protesto: è l'ultimo pensiero che mi viene in mente quando mi metto per caso ad appuntarmi delle parole; e se per caso a qualcuno viene in mente che sta facendo dell'arte, allora dico che è un'idea che inibisce; è come stare sotto giudizio; oppure è un'idea che esalta troppo e che suscita la speranza connessa del colpo gobbo, e con queste due idee in testa, dell'arte e del colpo gobbo, tanti giovanotti si sono gonfiati l'io a dismisura e si sono rovinati...". Ermanno Cavazzoni, classe '47, ha scritto un piccolo bellissimo libro (da cui è tratto il brano appena citato) di riflessioni sull'arte, la creatività, la letteratura e la cosiddetta 'industria culturale), "Il limbo delle fantasticazioni" (edito da Quodlibet, che già si è segnalata per l'attenzione verso un autore come Gianni Celati, tra l'altro grande amico di Cavazzoni), che chiunque si avvicini alla letteratura come mestiere (giovani aspiranti scrittori, critici, studiosi, ma farebbero bene a sfogliare queste pagine tanto ironiche quanto lucidamente taglienti anche i 'grandi nomi' della nostrana editoria...) dovrebbe leggere e rileggere. (segue)

Ermanno Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni, Quodlibet Compagnia Extra
Alessandro Garigliano «LiotroBlog» 04-12-2009
Avrei dovuto comporre l’articolo seminando solo una serie di citazioni del mio amato Ermanno Cavazzoni. Avrei dovuto prelevare dalla libreria Il poema dei lunatici o Gli scrittori inutili, Vite brevi di idioti o Cirenaica e riempire il presente post di frasi tratte da ognuno di questi libri, per dimostrare quanto Ermanno Cavazzoni possa essere capace di fare impazzire di gioia. Lo stile si sarebbe rivelato subito una perversa arma di seduzione, come il solletico. Qualcuno avrebbe anche potuto considerare la lingua un mezzo di tortura, un approccio alle cose corrosivo e allo stesso tempo vanificante. Federico Fellini, che dal Poema dei lunatici trasse il suo ultimo film La voce della luna, disse di quel libro che: Pur provocando continuamente il riso per l’arbitrio che domina sovrano e toglie significato a ogni azione, gesto, pensiero, diventa a tratti straziante per il bisogno disperato di darglielo comunque un significato, perché la sua assenza stringe il cuore di paura, e rende la vita assurda. La paura. Quando si sta in equilibrio su una corda a centinaia di metri da terra è inevitabile che si spalanchi sotto un vuoto che vortica e attira e attrae, e ognuno lo affronta a modo suo, a seconda del carattere, della propria esperienza. Io leggendo Cavazzoni provo un sentimento diverso, non di paura, ma di comprensione, di empatia. Per me il non-sense , l’assurdo, preservano vertiginosi vertici di significato, lo straniamento, il paradosso, sono punti di vista eversivi dai quali è più facile comprendere i massimi e i minimi sistemi. E a Nestore lì gli è incominciata a non star dritta la testa; e ha ripetuto le frasi che diceva alla sua lavatrice, delle frasi dolcissime, per quello che si capiva, e di tenero amore; ma con la voce fluttuante e lo sguardo come un po’ rilasciato. (Il poema dei lunatici) Il cambiamento repentino e traumatico di prospettive accerchia i fatti, i personaggi, gli umori, e se da un lato li scarnifica dall’altro li esalta fino all’apoteosi. Aprendo, a volte, voragini d’ineffabile amore. Ma per me la faccenda che lei era un gallo si era sfumata. Com’è che posso dirlo? Sì, mi avrà anche spennato alla fine, all’alba; mi avrà anche torturato il coppino. Ma ero corso dietro a qualcosa però, per tutta la notte, che era il colmo della felicità o qualcosa di simile. E se era un sogno lo volevo rifare. (Il poema dei lunatici) Con Ermanno Cavazzoni non si può restare comodi nel travaglio della digestione a leggere limitandosi a evadere, qui ci si immerge con tutti i nervi e si gode e si piange. Nei suoi libri si fonde sempre un sincretismo di generi letterari, mitologia e attualità, saggistica ed epica, la letteratura subisce uno smottamento perpetuo, fecondo. Le trame si espandono fino a quando non si esaurisce la fantasia del momento, e allora si rincula, si finge di ritornare all’ordine per poi, subito, come si esordisse di continuo, ripartire divagando senza requie. Per entrare in questo mondo lunatico bisogna amare le divagazioni, essere lettori erranti. Molti sostengono che Cristo sia un extraterrestre. Lo ha sostenuto anche Raffaele Pelagatti per tutta la vita, ossia all’età di diciannove anni fino ai cinquanta circa, età a cui è deceduto. Questo è l’esempio di come una semplice idea campata per aria possa rovinare la vita di una persona. Diceva che Gesù Cristo era un extraterrestre caduto probabilmente da un missile la notte di Natale, o un extraterrestre illegittimo abbandonato da tre sicari sbarcati da un’astronave e vestiti come i re magi. I re magi poi sarebbero tornati a bordo; e infatti nessuno ne ha più sentito parlare. Su tutto il resto era un uomo disposto a discutere e a trovare un compromesso, ma non sui re magi. Quindi diceva che Gesù si era in un certo senso imborghesito. Poiché lo avevano abbandonato in tenera età, era diventato uguale a tutti noi uomini; mentre sarebbero più importanti i re magi dal punto di vista della purezza della loro razza. E bisognerebbe vedere se son scesi altre volte qui sulla terra per buttare qualcosa, e se casomai scendono ancora di tanto in tanto. (Vite brevi di idioti) Sarò stato contagiato anch’io da questo scrittore, perché di divagazione in divagazione non ho ancora affrontato il libro di cui devo parlare: Il limbo delle fantasticazioni, l’ultimo pubblicato. Come in molti altri suoi libri qui si affronta il tema della scrittura, sempre in modo eccentrico, spiazzante. La bandella già chiarisce: sarebbe un serio trattato di filosofia se non fosse un trattato comico, e un modo inusuale di narrativa. Cavazzoni aveva dedicato in passato un intero libro al tema: Gli scrittori inutili. Venivano catalogati in forma caricaturale scrittori di ogni sorta, con arte canzonatoria, di cui Cavazzoni è maestro, si tratteggiavano figure grottesche dedite alla creazione. Eppure tra lo sberleffo e l’invenzione rilucevano ritratti talmente parossistici da risultare verosimili. Anche gli allievi non si erano mai piegati a nessuno; ma non risulta che nessuno li avesse voluti piegare, e anche il maestro non l’aveva mai voluto piegare nessuno, né alcuno aveva mai cercato di togliergli la libertà. Eppure solo l’idea li faceva inferocire, tanto che venivano ogni tanto invitati ai dibattiti pubblici e televisivi dove i loro furori facevano effetto. E venivano contrapposti generalmente ad altri scrittori più pacifisti, che però facevano la parte degli scrittori venduti, anche se da vendere avevano poco e in ogni caso compratori non se ne erano mai intravvisti, né compratori supposti, ipotetici, o compratori a venire. (Gli scrittori inutili) Giuro che adesso parlo del Limbo delle fantasticazioni. E’ che non avevo mai scritto niente di Cavazzoni e adesso mi viene da dire tutto quello che ho pensato nel corso di questi anni. L’ultima pubblicazione non è da meno delle precedenti. I generi vengono contaminati e nel far questo ridicolizzati. Il trattato si trasforma in manuale, il manuale in narrazione, la narrazione in storia ecc. Si dispensano consigli all’apparenza assurdi, ma sotto la preziosa patina ironica, secondo me, covano rivelazioni geniali, alle quali io non riesco a non attribuire bellissimi significati. Per esempio, l’artista viene paragonato al santo, definendo entrambi non solo maniaci e puri, ma tutt’e due incapaci di vivere senza esercitare in ogni momento della propria esistenza l’arte che li infiamma e che alla fine l’incenerirà in modo glorioso. Franz Kafka ha scritto negli ultimi anni della sua vita quattro racconti raccolti da lui in un libro col titolo Un artista del digiuno. Questi quattro racconti sono quattro vite di artisti, di genere molto particolare, e il libro si può anche intendere come una sola e insolita meditazione su questo fenomeno che è l’arte e il dedicarsi ad un’arte. Che non è un mestiere, come quello che uno esercita durante la vita, un po’ casualmente, per campare, e anche spesso con estraneità, prestandosi a qualcosa che in fondo non lo riguarda e che spesso neppure gli piace; soprattutto nel mondo d’oggi, che i mestieri non si trasmettono di padre in figlio, e che un mestiere si cambia o si desidera farlo, in funzione di quel che più conta, lo stipendio, il tempo libero, la vita che si fa fuori d’ufficio, le vacanze eccetera. L’arte invece, a leggere queste pagine di Kafka, sarebbe una vocazione, o, più ancora, sarebbe lo scopo per cui uno sta al mondo, tanto che l’artista deve ubbidire alla sua arte come un insetto all’istinto. (Il limbo delle fantasticazioni) Con l’irriverenza del comico in altre pagine viene attaccata l’ortodossia linguistica, la purezza. Con leggerezza si esalta la commistione di alto e basso, di ciò che è spirituale e ciò che è corporale, perché secondo il nostro autore isolare l’uno dall’altro sarebbe una sterile operazione di alchimia astratta, che non avrebbe riscontri nella realtà che viviamo e che siamo. E’ come per gli elementi chimici, che nel mondo non si trovano mai (o quasi mai) puri, ma sempre misti ad altro, da cui bisogna estrarli per avere la tavola di Mendeleev tutta distinta e ordinata, cioè diciamo che l’universo è sporco, nel senso che è impuro, un gran misto, un gran pattume confuso, dove l’oro sta in associazione col piombo o peggio. (Il limbo delle fantasticazioni) Questa è da sempre la missione del comico: annientare le gerarchie. Mettere in scena la perfezione e la stortura, intrecciare il caos e l’ordine, il vuoto e l’essenza. Un’ultima cosa mi preme scrivere. Non so come faccia, ma tra il serio e il faceto la narrazione pur essendo per molti versi ironica è pervasa da un’inquietudine tesa. Vengono messi in allerta gli scrittori che aspirano alla fama, cedendo a una tentazione demoniaca. S’invitano alla cautela coloro che volessero pubblicare, mettendoli in guardia dalla gente senza scrupoli che ruba le idee e poi le rivende: Come mai ci sono tanti dipendenti di case editrici che diventano improvvisamente scrittori? Si consiglia di comporre in libri di carta perché il libro di carta è una pietra tombale, e invece uno scritto in rete ricorda i morti annegati nel mare, insepolti. Insomma si rilevano una serie di interrogativi che lasciano per tutto il tempo il lettore intontito, divertito, eppure, come dire, relativamente in ansia, alla ricerca di un messaggio chiaro, schietto, come ci si aspetterebbe alla fine di un qualunque trattato filosofico. Così una degna conclusione dovrebbe al contempo risolvere e sferrare un ultimo attacco al bisogno di sicurezza dei lettori, dovrebbe consolarli e prendersi gioco della loro attenzione, dovrebbe riuscire a dare un senso a tutta la narrazione ma anche ad annientarlo, e così fa: Ma io credo che si possa dire che già nei promotori dei grandi concentramenti librari (Biblioteche. Ndr) alberghi sotterraneamente, inconsciamente più o meno, lo spirito dell’incendiario, di Oscar il califfo, perché così facendo, accrescendo e accumulando, si evoca l’incendio, è a lui che si fa appello, gli si dà l’esca, si alimenta il suo appetito, che entra in orgasmo di fronte a tante animelle speranzose in copia unica, a tante salme cartacee. Come l’esorcizzatore, che entra in orgasmo di fronte agli scantinati pieni di bare socchiuse; allora sparge benzina e dà fuoco al tutto prima che suoni la mezzanotte. Un cimitero, invece, un onesto cimitero nessuno mai lo vorrebbe incendiare; anzi, a quanto ne so, anche gli incendiari ci vanno a passeggio, lì si consolano, danno acqua ai fiori, si beano, guardano il cielo evolvere, si fanno amici i merli con dei pezzi di frutta o dei bacherozzi, dicono loro arrivederci, a tra poco; poi escono verso le cinque, quando il guardiano suona una trombetta, che non è l’apocalisse, ma l’ora in cui, per decreto della giunta e del sindaco, si chiude il cancello alle visite e tutto tace. (Il limbo delle fantasticazioni) A questo punto credo di avere appesantito l’idea d un libro che in realtà ha come caratteristica principale la piacevolezza. Ermanno Cavazzoni, grazie alla sua indiscussa capacità affabulatoria, anche in questo libello, vola lieve pur affrontando un tema gigantesco come quello dell’arte.

Il comico scrittore
Ermanno Paccagnini «Giudizio Universale» 18-01-2010
Ne Il limbo delle fantasticazioni narrativa e teoria si fondono in un vero testo di poetica. E si scopre che per Cavazzoni la comicità è la cifra autentica della letteratura
È un testo che condensa le due anime di Ermanno Cavazzoni, questo Limbo delle fantasticazioni. L’anima narrativa: sia pur di un narratore che, sin dal suo esordio coi "lunatici", ama procedere per frantumazioni tipologiche, visitando successivamente "idioti", "scrittori inutili" e "giganti". E l’anima teorica, propria di chi all’università insegna Poetica e Retorica. Due anime che si incrociano e si fondono; e anzi, dove il suo narrare perde colpi è proprio quando una delle due viene momentaneamente meno. Accade così ad esempio nelle quattro paginette che dedica alla presenza dei numeri in letteratura (Consiglio sull’uso dei numeri in letteratura), proprio perché in sé concluse; a differenza di quando, in altre situazioni – e direi soprattutto nella prima parte del libro, ove la riflessione teorica è maggiormente presente – il divagare riflessivo, anche se talora eccessivamente insistito, confluisce nel divagare narrativo che funge alfine da chiusura del cerchio, recuperando situazioni ed espressioni iniziali, magari anche per ribaltarle. E questo è possibile proprio per via della opzione stilistico-espositiva: che è appunto oraldivagante, consentendo così a Cavazzoni di passare dalla riflessione più propriamente estetica a chiose ed esemplificazioni dissacranti, a una paradossalità che è al tempo stesso provocatoria e umoralmente – e anche malinconicamente – sentita. E sono anche le situazioni intrise d’un nero che ti portano ora a concordare, ora a riflettere se anche tu in qualche modo rientri in talune casistiche – che è poi, questa, una delle caratteristiche narrative di Cavazzoni – e, propendendo per il no, a dissentire. Perché tutto si muove su un duplice binario. C’è quello più propriamente legato alla creatività; e qui entrano in campo le considerazioni sulle fantasticazioni e sul comico. E c’è quello che direi della "materalità" e che di quel primo aspetto è appunto momento secondo, come ciò che ha a che fare col libro, il mercato, l’industria culturale, l’editoria, la critica, la biblioteca: di quando cioè la fantasticazione trova la sua formulazione concreta. Ed ecco allora, in questo caso, i più tecnici Consigli per incominciare ("parti dalle interiezioni, che forse sono la parte più negletta della lingua scritta: ah, ahimè, porco cane eccetera. Parti da un bel oh perbacco, da cui poi ne consegue qualcosa": il tutto in contrapposizione ad incipit troppo grondanti letterarietà, esemplificati nel moraviano "Entra Carla…"). O i Consigli per pubblicare. E i Consigli per fiutare i libri: sul come coglierne l’anima, della cui essenza l’odore è cifra (il buon odore dei libri di Gozzano; quello di cetriolo dei libri di Sartre; e di cetriolo condito con deodorante ascellare della De Beauvoir). E l’Elogio dei principianti. "Dritte" lanciate tra il serio e il faceto, il paradossale e il malinconico, il divertito e l’arrabbiato per mettere in guardia chi sta ancora vivendo una verginità creativa non intaccata da velleità artistiche (la tensione alla letteratura, al capolavoro, alla Grande Opera dell’esordiente) da un "panorama della letteratura italiana fatto di ladri", che ospita scrittori falliti, editor ed editori sempre pronti a rubare e rivendere sotto proprio nome la creatività altrui loro ingenuamente sottoposta, guardandosi da un "mondo delle lettere" in cui "impera il dolo , la lesa proprietà delle opere, d’ingegno, la delazione, la corruzione, il nepotismo, la simonia"; e che ha nei critici dei "commissari politici" perdi più "ossessivi", "pervasivi", "autoritari", autentici "emissari dell’Onnipotente" e anzi, a dire il vero, dei "diavoli". Un universo nero dato con l’accumulo del negativo a mo’ di paradosso, che però, se nel caso dell’editoria recupera, sia pur tra sorriso e amara malinconia, un aspetto che da qualche anno è divenuto anche soggetto di thriller, nel caso del critico, pur nel centrare non poche amare verità (ovvio che me ne chiami fuori, "lettore" prima che critico), ha il difetto della riproposta, da un lato, del refrain ormai secolare del critico come autore fallito e permaloso e, dall’altro, dell’estiva chiacchiera imbratta giornali sulla morte della critica. Dove comunque è la provocazione, a funzionare. E in effetti non sai se è più nera questa immagine dell’editoria o, in Biblioteche infiammabili, il paragone tra biblioteche e cimiteri; meglio: la vivace malinconica visione delle biblioteche come cimiteri inquieti, con gli abitanti-libri pervasi dalla vana attesa che qualcuno li rivitalizzi, almeno momentaneamente. O ancora (L’impero telematico) il braccio di ferro tra quelle “piccole piramidi di Cheope” che sono i libri di carta e i “cadaveri in decomposizione” che sono, in qualità di autentici “naufraghi”, i libri in rete. Un capitolo, questo, che può peraltro anche ben servire a ri-cordare come diversi capitoli sano costruiti sull’attesa: con Cavazzoni che la prende da lontano, di-vagazioni che si trascinano sino all’esplosione finale: un susseguirsi di affermazioni che – come del resto è possibile col libro di carta - continui a marcare col lapis sul lato. Il cuore del libro sta però altrove. Ed è in ciò in cui Cavazzoni si riflette. Qui davvero Il limbo delle fantasticazioni si offre come testo di "poetica". Là ove affronta il problema di scrittura e letteratura. È insomma il versante più teorico e ragionativo a caratterizzare il primo (Il grande limbo delle fantasticazioni), il quinto (La duplicazione del mondo: col problema della rappresentazione, della simulazione, dei simboli, delle ambiguità della definizione di Arte) e l’undicesimo capitolo (Un artista della scrittura: su arte e mania, accompagnandosi a Kafka). Ma dentro il mondo stesso di Cavazzoni, e nel segno di una leggerezza espositiva che si appoggia anche al racconto memoriale vero e proprio, si entra coi capitoli settimo e nono, dedicati rispettivamente Il comico senza strategia e La scuola del comico. Dove si annota che quella comica (quale che sia la specie di tale comicità) dovrebbe essere la cifra autentica di uno scrittore, relegando il non-comico nell’inautentico e nell’artificioso (e qui si svela anche il ruolo o maieutico o negativo della scuola, presenza anche nel capitolo dedicato all’odore dei libri). E è tale perché il comico è per sua natura spia della verità. E la verità è che l’umano non è perfetto; e che anzi si rivela sostanzialmente comico ove si vada a consi-derarlo nel pensiero e nella parola. E se il piano umano è allora quello dell’errore e approssimazione, dell’accavallarsi dei pensieri, il comico è lo strumento più adatto a rappresentarlo. Un comico "che non necessariamente fa ridere rumorosamente" (anzi!). E la fantasticazione ne è l’incarnazione, proprio in quanto contraltare del pensiero. Vien da qui infatti il comico: dall’urtarsi e contrastarsi di pensiero e fantasticazione. E la letteratura? Ne rappresenta una via di fuga, di salvazione dalla medicalizzazione psichiatrica che colpirebbe tale schizofrenia. Sicché, essendosi "convenuto tra gli umani che la sovrabbondanza di pensieri ingarbugliati è un male", ecco allora la salvazione nel confinare il tutto "nella letteratura, che è un luogo più accondiscendente". Ed è l’ambiguità stessa della letteratura. Perché, anche là ove si esprime al meglio, nello sgangherato, non è mai un procedere automatico e ad aleam. E la riprova è nell’opera stessa di Cavazzoni: in ciò che lo fa scrittore. Sì nella frequentazione dei territori del pattume e della devianza. Ma senza che venga mai meno quel controllo dalla cui levità e impalpabilità nel ricomporre il tutto dipendono – e sono di volta in volta dipese nel corso del suo lavoro letterario - la riuscita o meno della fantasticazione affidata al libro.

Guazzabugli di pensieri
Monica Cipriano «L'indice dei libri del mese» 01-04-2010
«Che cosa fa in pratica uno quando si dice che fa dell'arte? ad esempio quando fa la cosiddetta letteratura?». Nel Limbo delle fantasticazioni, Ermanno Cavazzoni, scrittore eclettico di romanzi e racconti, che esordì nel 1987 con Il poema dei lunatici (Bollati Boringhieri), a cui si ispirò Federico Fellini per il suo ultimo film, La voce della luna (1990), parte dalla questione dell’arte, e della letteratura in particolare, e arriva, di divagazione in divagazione, in tono ironico e pungente, a riflettere sull’essenza multipla ed eterogenea della natura umana, «comica costituzionalmente». La convinzione dell’autore è che la maniera tradizionale in cui viene intesa la letteratura, connessa al giudizio estetico (per cui un oggetto per essere artistico deve subire un giudizio, o battesimo, da parte dei critici) e all’artisticità (per cui esistono già delle forme prestabilite di arte), sia un po’ «stretta», perché molte fantasticazioni, molti «ribollimenti di pensieri che vengono trascritti e che hanno qualche possibilità di far ribollire chi legge», rimangono esclusi. Cavazzoni, infatti, considera la scrittura (tema a cui aveva già dedicato Gli scrittori inutili del 2002) come un’attività non programmata, simile al sognare: a volte si fanno dei bei sogni, ma è difficile imporseli (come, più in generale, l’arte è una mania che «non si sceglie ma ci si cade»); così, si comincia con piccoli appunti, brevi frasi che nel corso del tempo si accumulano e assumono la forma di racconti, romanzi, narrazioni. Si tratta di scritti nati innocentemente, per placare una qualche urgenza di scrivere, senza alcuna intenzione di affermarsi nel mondo corrotto e bellicoso dell’industria culturale: frammenti nati per essere buttati, ma che la promozione a letteratura potrebbe salvare dal «macero anonimo». Tuttavia, tale ammissione implica procedure di selezione assai severe, per cui meglio sarebbe ampliare l’idea stessa di letteratura «al grande sacrosanto territorio delle fantasticazioni, dove non ci sono criteri formali o candidature, giudizi d’esame e promozioni, ma lo scrivere sia un fatto come il parlare; qualcuno a un certo punto piglia la parola e parla, e lo può fare per tante ragioni». Ecco allora che questi «guazzabugli di pensieri» rivelano la peculiarità della natura umana: a differenza di quella degli angeli, esseri perfetti e incorporei, la mente umana, influenzata dalle impellenze del corpo, è tutto un accavallarsi di idee e rimuginamenti, e la parola non fa altro che riflettere questo suo essere multiplo ed eterogeneo, dando luogo al fenomeno della comicità, che mostra come, inevitabilmente, ci sia qualcosa di dissociato e di incompatibile nel pensiero. L’essere umano è misto e discontinuo, e di conseguenza è facile che sia discontinuo anche il suo scrivere; le fantasticazioni, infatti, altro non sono che lunghe catene di associazioni, e per questo, ancora una volta, Cavazzoni fa della divagazione il suo modo di raccontare: «I libri più interessanti sono i più sgangherati».

La letteratura? È sempre un po' difettosa
Angelo Guglielmi «l'Unità» 08-06-2010
«Che cosa fa in pratica uno quando si dice che fa dell'arte… ad esempio il romanzo? Beh, se non è un pedissequo e sottomesso ripetitore di stereotipi, fa sempre delle cose un po' sgangherate, nel senso che in questo campo si è sempre alle prime armi, difficile imparare il mestiere; anzi se uno l'impara, allora meglio che smetta. Perché questo è un campo dove si fanno parlare i fantasmi. E i fantasmi mediamente fanno quello che vogliono». Così Cavazzoni e qualche pagina dopo nel suo Limbo delle fantasticazioni insiste allargando il discorso a tutta la letteratura: «... la cosiddetta letteratura ha i suoi pregi nell'essere sempre un po' difettosa, guastandosi poi nel Novecento del tutto». E precisa: «Nel Novecento ci si è liberati dell'ideale, con tutto il suo apparato didattico (che però sopravvive, ed è un bene, nelle classi scolastiche) ed è rimasta solo la malattia, il difetto, che però è la condizione umana, e in ogni caso la condizione umana linguistica, dove ognuno è un Caso a se stante, e non c'è cura».
Straordinaria (e di gran fascino) è la bravura di Cavazzoni che solo in poche righe con il suo parlato finto elementare (di un bimbo non più bimbo che parla di cose adulte) definisce con perentoria precisione e lucidità non comune la condizione di uno scrittore oggi che tale è (e rimerita la sua impresa) solo se sa abbandonare la scrittura composta e ordinata (se mai la scrittura è stata composta e ordinata) e farsi sabotatore di ubbidienze e regole facendo posto al disordine attivo (così ricco di confusione) che caratterizza nel Novecento la condizione umana (e più precisamente) «la condizione umana linguistica». È proprio questo, il riferimento al Novecento e allo smarrimento degli «ideali» (che l'autore presenta come liberazione), il punto decisivo della ardita perorazione di Cavazzoni il quale per renderne più tollerabile la drammaticità innesta un understatement a triplice velocità e nascondendo il divertimento esplicita: «Avevano ragione i nazi fascisti a parlare di arte degenerata, malata, erano dei bravi critici, se togliamo il fatto che la volevano sopprimere».
Ma quali sono in particolare le specificità di questa arte malata? Sono propriamente due (anche se in uno scambio di parti tanto da ridursi a una). Intanto appunto (lo si è appena detto) la lingua, non certo la lingua pulita frutto del «pensiero unico» cui si dedicano superbamente i cherubini del cieli e miseramente i primi della classe. «Il primo della classe è colui che scrive: io spero di riuscire bene nella vita, mentre nella realtà si dice: io speriamo che me la cavo… che è bellissima frase, felice, ricca di strati e di echi, di roba diversa appiccicata; come un minerale in natura, che non si trova mai puro, l'alluminio sta misto a silicati di potassio, l'oro nelle rocce lignee, il rame in minerali insieme al ferro... da cui viene estratto e l'estrazione è un fatto artificiale». Co¬sì la lingua, in natura è come le rocce «un gran misto». E qui scatta il secondo tratto significativo dell'arte malata strettamente connesso con il primo che è la comicità. E cosa è il comico se non la parola che viene dal contrasto, dal misto, dall'incompatibile (dall'errore)?
Nell'arte malata non c'è autore che non diventa comico: altrimenti come fa a dare credibilità alle sue parole? E comica è questa performance di Cavazzoni che più che essere commentata vuole essere mostrata valorizzandone la finta improvvisazione, come di discorso che si tiene in cucina, dove ristagna sempre un odore di minestrone, di cibo irriguardoso dove confluiscono mille ingredienti diversi e più ce ne sono meglio è. A trionfare è «il misto»: la Musa di sempre dell'infedele Ermanno Cavazzoni.

L'arte secondo Cavazzoni
Sciltian Gastaldi «Il Fatto Quotidiano» 05-01-2012
Quante volte vi siete trovati alle prese con testi astrusi che pretendevano di dare una definizione, una formula, di cosa è l’arte o la letteratura? Cercare di rispondere a simili domande è un po’ come cercare la risposta al “chi siamo, da dove veniamo” ed è sempre più necessario che chi decide di avventurarsi su un simile terreno custodisca non solo contenuti interessanti da comunicare, ma anche una discreta capacità narrativa per farlo. Ermanno Cavazzoni (Reggio Emilia, 1947) è uno di quegli scrittori italiani di cui si parla troppo poco. Una di quelle penne che sanno mantenere uno stile in grado di affabulare il lettore anche quando sono alle prese con un testo di saggistica. Cavazzoni scrive e pubblica dal 1976, e dalla fine degli anni Ottanta a oggi ha sfornato diversi libri, tutti necessari e lavorati con quell’amore per le lettere che ha caratterizzato la piana di Reggio Emilia e Modena come un’area emiliana fertilissima di grandi penne (da Ariosto a Paterlini, passando per Boiardo, Tassoni, Guareschi, Delfini, D’Arzo e Tondelli, solo per citare le maggiori). Il libro che vi consiglio oggi è dunque Il limbo delle fantasticazioni e se ve ne parlo a distanza di quasi tre anni dalla sua uscita è perché è uno di quei testi senza tempo, che non ci si deve far scappare. Cavazzoni tratta di cosa è l’arte, cosa è la letteratura e cosa è la critica letteraria, ma lo fa in modo arguto e diverso dai soliti sproloqui in cui spesso si avventa la critica letteraria di basso cabotaggio: “Se potessi legiferare, decreterei che la questione dell’arte sia d’ora in poi trascurata, e che la cosiddetta letteratura coi suoi generi […] le sue figure […], con la sua organizzazione di giudici, la sua rete di promozione, le sue teorie (e la domanda tipica: che cos’è la letteratura?) decreterei che la letteratura sia un caso particolare, piccolo (anche se supponente e aggressivo), del più vasto, vastissimo e libero limbo delle fantasticazioni. Dico limbo perché, come si sa, nel limbo sostavano i non battezzati; e dico fantasticazioni per sottrarre le scritture all’apparato ministeriale della letteratura“. (26) (segue)

|
|