47 poesie facili e una difficile
47 poesie facili e una difficile
 
A cura di Paolo Nori

"Sklovskij diceva che era un campione, Jakobson diceva il più grande poeta del Novecento, Tynjanov diceva una direzione, Markov diceva il Lenin del futurismo russo, Ripellino diceva il poeta del futuro, e avevan ragione, secondo me, tutti, però avevano torto, anche, secondo me, e avevano torto perché, secondo me, Chlebnikov è molto di più".
– Paolo Nori

 

Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.

Ascolta la lettura di Paolo Nori di quattro poesie di Chlebnikov, dal suo blog.

 

Recensioni 
Emanuele Trevi «"Alias-il manifesto"» 21-11-2009
Roberta Bertozzi «Poesia, anno XXIII, aprile 2010, n. 248» 01-04-2010
 
47 poesie in diretta
Emanuele Trevi «"Alias-il manifesto"» 21-11-2009
La Lingua incandescente e poliedrica del cubofuturtsta russo (1885-1922) va necessaratmente incorniciata nella versione iper-interpretativa che ne diede Ripellino net 1968. Qui la scelta è stata, all’opposto. di brava reticenza

C’è una novità che dovrebbe far felici tutti i cultori della ricerca poetica più estrema, dell’azzardo senza calcolo, dell’invenzione inclassificabile. Dopo quella curata da Angelo Maria Ripellino nel 1968, esce in italiano una nuova antologia di Velimir Chlebnikov, finnata da Paolo Nori, che ha escogitato un titolo davvero diabolico, 47 poesie facili e una difficile (Quodlibet, pp. 91, ? 9,50). Non ci viene detto, infatti, quale delle quarantotto poesie sia quella dal traduttore giudicata «difficile», e nascosta fra le altre come il Morto nel mazzo delle carte. A rigore, la difficoltà potrebbe annidarsi proprio nella finta innocenza della strofetta di cinque versi che Nori, nella postfazione, cita per contestare la fama dell’astrusità di Chlebnikov («Poco, mi serve./ Una crosta di pane,/ un ditale di latte,/ e questo cielo/ e queste nuvole»).
Ma prima di procedere oltre su questo sdruccioloso sentiero, bisognerebbe anche chiedersi se abbia un senso contrapporre il facile al difficile, invece di ammettere che la difficoltà del facile e la facilità del difficile sono i due fuochi della stessa ellisse, o se si preferisce la sistole e la diastole di ogni scrittura che possieda un reale valore.
Nori si è laureato in letteratura russa su Chlebnikov, e qualche anno fa gli ha dedicato un libro notevole, sospeso tra finzione e documentazione, intitolato Pancetta. Per questa scelta antologica, invece, ha imboccato la strada della reticenza, forse anche per non calcare le orme del suo illustre predecessore. Ripellino, infatti, aveva fatto precedere le sue traduzioni da cento dense e splendide pagine di ritratto del grande poeta, alle quali se ne aggiungono, in coda al volume, un’altra settantina di Congetture sui testi. Di più non si poteva fare, e l’edizione, dedicata a Roman Jakobsoni e ornata da uno splendido ritratto fotografico di Chiebnikov, figura giustamente nel catalogo Einaudi sotto il nome del curatore (Angelo Maria Ripeilino, Poesie di Chlebnikov, come poi, anni dopo, in seguito a un analogo prevalere del commento sul testo: Cesare Garboli, Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli). A Nori interessa allestire un tipo di fruizione totalmente opposto. È vero che l'arte di Chlebnikov è talmente allusiva che i materiali per un commento adeguato provengono da intere biblioteche. Ma è altrettanto certo che, alla fine, quello che conta è il risultato, e questo si può godere nella sua nudità, come facevano i lettori degli anni venti imbattendosi in questi versi indimenticabili nelle pagine delle plaquettes, degli almanacchi, delle riviste. Nori si affida al potere della traduzione-come-interpretazione, e centra indimenticabili bersagli. «Mi sono visibili: il Cancro, l’Ariete,/ E il mondo è una conchiglia, appena,/ Nella quale è perla/ Quello di cui sono malato». E ancora, qualche verso più avanti: «Come vie lattee qua e là spuntano donne». Anche in una scelta ridotta come questa di Nori, salta agli occhi il carattere poliedrico di un talento che non si tira indietro di fronte a nessun tipo di esperimento, ed è capace di fondere nel suo crogiolo dizionari e cosmologie, utopie e tradizioni millenane, schegge incandescenti di lingua viva e visioni di fiaba.
Ma chi era Velimir Chlebnikov, questo poeta al quale i suoi compagni di strada, unanimi, attribuirono un ruolo di maestro e capofila? Come per Rimbaud o per Dino Campana, ogni tentativo di biografia sconfina facilmente nella leggenda, e nell’agiografia. Morto nel 1922, a trentasette anni, aveva studiato matematica e geometria sotto la guida di grandi maestri. Ma il rigore della profezia ben presto si sposò a quello necessario alle scienze esatte. Negli anni dopo la rivoluzione d’ottobre, visse come un vagabondo, alla maniera dei vecchi pellegrini che percorrevano la Russia con un bastone, la Bibbia e un pezzo di pane duro nella bisaccia. Poco, prima di morire, nel 1921, si spinse fino in Persia al seguito dell’Armata Rossa, e furono forse i mesi più felici della sua vita povera e senza fissa dimora Di tanto in tanto, lacero e affamato, gli occhi spiritati, riappariva a Mosca, lasciando un segno indelebile nei cenacoli futuristi e cubisti. Affidava ad altri la cura di pubblicare i suoi versi, e amava i refusi, gli errori di impaginazione. Era spesso vestito di stracci. Elaborò complicate teorie sulla lingua russa, come quella della parentela fra parole dotate della stessa sillaba iniziale. E in effetti lo scopo della sua poesia, secondo Mandel’stam, è quello di immergerci «nel folto degli ètimi russi, nella notte etimologica». A parere di molti testimoni, ricordati da Ripellino, la sua fisionomia ricordava un uccello. É Majakovskij, nel necrologio all’indomani della sua morte, a ricordare lo stato di insopprimibile disordine dell'esistenza di Chlebnikov e dell’opera che ne derivava. «La sua camera vuota era sempre stipata di quaderni, fogli e pezzi di carta, riaperti della sua minutissima grafia. Se per caso non era in preparazione una qualche raccolta e se taluno non tirava fuori dal mucchio qualche foglio già scritto, il viaggiatore Chlebnikov riempiva di manoscritti una federa e poi, in viaggio, dormiva su questo cuscino, e poi perdeva anche il cuscino». In lui «l’incuria», sempre Majakosvkij, «assumeva carattere d’autentica abnegazione, di martirio per l’idea poetica».
Cosa ci arriva, oggi e in traduzione, di quella specie di potente e irrimediabile sisma che fu l’opera di Chlebnikov? Forse ha ragione Nori: non è più il tempo dei commenti folti e delle lunghe introduzioni. Voltate le spalle all’inimitabile Ripellino, quella che ci conviene provare è un’esperienza il più possibile diretta. Ad apertura di pagina, noi percepiamo l’autentica grandezza poetica, materia infuocata e scintillante come brace, mai disgiunta dalla grandezza d’animo. Oltre ogni morale, ogni credo estetico, ogni assioma del pensiero astratto. Ma cosa c’è lì oltre? Il silenzio? La demenza? O parole come queste? «Gli anni, gli uomini e i popoli/ Vanno via per sempre,/ Come acqua corrente./ Nello specchio flessibile della natura/ Le stelle: rete, i pesci: noi,/ Gli dei: fantasmi e tenebra».
Quanta improntitudine è necessaria a rinnovare il vecchio adagio eracliteo, la saturnina consapevolezza che nulla è stabile, che il tempo non è che un’acqua che scorre. E lì, nel gorgo, ecco gli uomini, pesci catturati nella rete delle stelle. E su questo scenario solenne, degno del pastore errante di Leopardi, è scesa la tenebra, che è la vera sostanza, la vera natura degli dèi-fantasmi. Ma Chlebnikov è un profeta che ama più di tutto sconcertare il suo uditorio. Se imita alla perfezione gli aforismi memorabili e gli atteggianenti di Zarathustra, non dimentica mai d’essere uno Zarathustra russo: più che un veggente, un viaggiatore incantato, un guitto da fiera paesana, un pitocco che canta i suoi giochi di parole appollaiato sui tetti dei treni. Alla fine, nessuna definizione suona meglio di quella di Mandel’stam: «una specie di Einstein idiota». Uno di quegli individui, pare di capire ancora dopo tanto tempo, attraverso i quali l’umanità sembra trascendere se stessa, attingendo un grado inedito di genio e carisma, senza mai smettere però di deridersi, di mostrare gli stracci del mendicante sotto i paramenti regali. «Oggi io vado ancora/ Là, nella vita, nell’incanto, al mercato,/ Porto un drappello di canzoni/ Sfido a duello la risacca del mercato». Non nella Storia in quanto tale, e tantomeno nella storia della poesia Chlebnikov pensa se stesso, ma nella vita, travolto dalla sua risacca, e troppo grande, troppo idiota per pensare a cercarsi un riparo.
47 poesie facili e una difficile
Roberta Bertozzi «Poesia, anno XXIII, aprile 2010, n. 248» 01-04-2010
Nella nota che chiude questa antologia, dove tra il diario di una personale dedizione e la digressione letteraria sono citate le ragioni che lo hanno condotto a questa impresa, il traduttore Paolo Nori ricorda spesse volte come Chlebnikov sia «molto di più di quello che si riesce a dire». Affermazione che ci mette da subito a contatto con la peculiarità della sua poesia, con quel carattere babelico, composito, forsennatamente sperimentale che la contraddistingue, schietta emanazione del talento poliedrico del suo autore. Matematico e sciamano, dedito a un continuo girovagare, in linea d’altronde con una secolare tradizione russa di filosofi-pellegrini, incline a un totale disinteresse per l’economia della propria opera, Chlebnikov incarna la figura più ardita, e più efficacemente realizzata, di quella missione poetica che le avanguardie dei primi del Novecento rivendicarono come propria – farsi, sulla scia dei rivolgimenti storici in corso, e fortemente sollecitati da essi, artefici e portatori di un nuovo verbo. In questa direzione egli seppe spingersi più avanti di chiunque altro: unì in una eclettica miscela folclore e storia, cabala e scienza, primitivismo e utopia; fuse in un originalissimo crogiuolo verbale espressioni d’uso comune, vocaboli arcaici, neoconiazioni e scaglie fonetiche; impersonò fino all’ultimo l’ideale del poeta quale propulsore di civiltà, il solo in grado di leggere e proclamare segni e direttive di una terrestre palingenesi: «Il mio divino bianco cervello / Ho donato, Russia, a te: / Sii me, sii Chlebnikov. / Ho piantato palafitte nel cervello del popolo, e perni / Ho fatto io la casetta-palafitta / ‘Noi siamo: quelli che saranno’ / Tutto questo l’ho fatto come un povero, / Come un ladro, maledetto ovunque dagli uomini». Una vocazione risolutamente eccentrica e borderline, dove la convergenza di motivi antitetici (sincera devozione e risentito disprezzo, gravità profetale e provocazione dadaista, infantilismo ed erudizione) assolve funzione di rinforzo: per fondare una nuova cosmogonia occorreva infatti far coincidere gli estremi, rovesciare le leggi dell’esistente, forzarne i collanti analogici, connettere sincronicamente le epoche e i loro attori, ampliare a dismisura il codice linguistico al punto di sprigionare l’energia sepolta nei suoi stessi atomi alfabetici: «Bobeòbi si cantavano le labbra. / Veeòmi si cantavano gli sguardi. / Pieéo si cantavano le ciglia. / Lieeéi si cantava l’aspetto. / Gsì gsì gséo si cantava la catena. / Così, sulla tela di qualche corrispondenza / Fuori della continuità viveva il Volto». In questa slogatura fonetica ed etimologica, nell’accumulazione colta e immaginifica, nella metodica pressione metaforica consiste il tentativo di favorire una rivelazione, di sollecitare il linguaggio a manifestare quella saggezza che riposa nel suo corpo, nelle sue pieghe. Nori, presentandoci questa selezione di quarantasette poesie più una, quella difficile, che resta necessariamente celata dato che il sottile calembour del titolo allude ad altra questione, riparte proprio dalla spregiudicata confidenza con il linguaggio di cui Chlebnikov diede prova – dalla sua capacità di restituircelo come organismo vivo e inesauribile, primigenio e futurante. L’altra questione, quella della difficoltà interpretativa rispetto a un autore dotato di una tale artiglieria semantica e figurativa, difficoltà in parte innescata dalle analisi di una critica spesso troppo raziocinante, e a cui forse andrebbe associata la riluttanza di un pubblico di lettori altrettanto balbuziente, viene affrontata con l’invito a fruire di questa poesia per via diretta, scansando sofismi forme simbologie, puntando alla sua irriducibile evidenza. Con la segreta consapevolezza che proprio nella dizione immediata, nella sua apparente semplicità, permane, come residuo, fantasma e tenebra, tutto l’irrisolto della sapienza poetica, il suo fondo inesprimibile – il difficile: «Gli anni, gli uomini e i popoli / Vanno via per sempre, / Come acqua corrente. / Nello specchio flessibile della natura / Le stelle: rete, i pesci: noi, / Gli dei: fantasmi e tenebra».
2009
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874622818
pp. 96
€ 9,00 (sconto 15%)
€ 7,65 (prezzo online)