Pezzi in prosa
Pezzi in prosa
Traduzione di Gino Giometti
Nota introduttiva di Giorgio Agamben

I Prosastücke di Walser furono pubblicati dall’editore Rascher di Zurigo nel 1916. Si tratta di diciotto prosette che l’autore scrisse appositamente per questa raccolta; quadri d’ambiente, brani «umoristici», aneddotica a sfondo moraleggiante, parabole fiabesche, ricordi e fantasie, di cui Walser scriveva all’editore: «posso dire con ferma coscienza che le ritengo buone e per questo le offro a Lei con piena fiducia. Ogni singolo pezzo è stato scritto con grande zelo e con la più scrupolosa oculatezza, mi sono dato grande fatica per poterLe presentare un lavoro ben fatto. I testi sono di natura a volte più seria, a volte più svagata, ma tutti – come sono convinto – di una levatura qualitativa indiscutibile».

 

 

Recensioni 
Erri De Luca «Il Corriere della Sera» 26-05-1994
Giancarlo Liuti «Il Resto Del Carlino» 10-08-1993
David Bianco «La talpa de Il Manifesto» 23-06-1994
Stefano Crispi «Il Sole 24 ore» 30-01-1994
 
Lettere a nessuno firmate Walser
Erri De Luca «Il Corriere della Sera» 26-05-1994

E' il 1916 e Robert Walser ha 38 anni. Sul fronte francese tra Verdun e la Somme le colline del miglior vino del mondo si concimano di sangue, ultimo valore d' uso della specie umana. In Italia tra Gorizia e il Carso si spreca tra i sassi la spremitura a caldo di una generazione di ragazzi. Nella Svizzera non belligerante il cittadino Walser si macerava in un’altra specie di neutralità , quella del distacco del genere umano. Le prose che l' editore Quodlibet diffonde per la prima volta in Italia sono lettere a nessuno, sfiorate da carezze d' addio. Non hanno più "la forma della relazione", secondo la forte introduzione di Giorgio Agamben. Si e' staccato il bottone dall'asola che ora sta vuota di fronte al filo slabbrato: così la caduta di relazione. Walser, che ha già scritto tutti i suoi romanzi, si avvia nella clausura affollata del silenzio, presto ascolterà voci e tacerà per non interromperle più. "Dicono qualcosa tutto il tempo", si legge in una sua cartella clinica, pubblicata dalla rivista "Marka". In un’altra risponde a chi gli chiede se riesca a interessarsi di problemi: "Mi è del tutto impossibile, devo occuparmi principalmente delle mie voci". Nell' anno di guerra 1916 scrive su richiesta dell' editore Rascher di Zurigo questi diciotto "Prosastucke", pezzi in prosa, prosa a pezzi. Di ognuno bisognerebbe offrire campione di tessuto, ma ne potranno bastare tre. Il primo, "Paesaggio lacustre", partecipa con altri di un centro femminile da cui esala una grazia insopportabile. Il canto di una ragazza in una gondola che, nell’entusiasmo della sera, viola il proprio riserbo e spande all' aria il suo pensiero in musica, attira un uomo al parapetto di un ponte. Si sporge, sente affievolirsi in lontananza: "quel suono vergognoso e orgoglioso". "La salsiccia" è il titolo del tredicesimo pezzo: la più affettuosa e comica perorazione dell’astinenza. Andrebbe inserita come lettura obbligatoria e consolatoria in ogni seminario. Terzo squillo e' per "Schwendimann"; colui che "non cercava molto, cercava però il giusto". E' un tragitto quasi lieto tra rinunce e preclusioni, scandito da un ritmo simile al passo di marcia di una banda musicale di paese. L' ultima casa toccata da Schwendimann illumina tutte le altre e fa di questo pezzo la riduzione letteraria, l’unica, del libro sacro detto Qohe' let o Ecclesiaste. E' il 1916, anno della prima stesura del capolavoro "La passeggiata", manifesto dell’impossibilità di trattenersi presso una qualunque stazione della bellezza: come il viaggio di sola andata di Schwendimann che non sa fermarsi in alcuna casa utile. In piena strage dei ragazzi d’Europa, Walser reagisce come loro, inquilino di una trincea che l' accompagna ovunque. Nessuno di loro sarebbe diventato nostro nonno. Walser resta nel campo di quei nipotini perpetui, piantati sulle colline di marne calcaree, all’ombra dei tralci di pinot nero. Agamben scrive di queste prose sotto la difficile insegna di: "maniere del nulla". Egli è uno dei rari intellettuali italiani che non desideri diventare sindaco o consigliere di principi. Perciò spiace non seguirlo in questo pensiero. Perchè a me pare che la maniera di Walser, anzi perfino la moina, sia materia, stucco lavorato a dramma. Ha due vie d’uscita, il tragico e l’idillio, ma a governare il braccio c’è un impulso alla verità che ha forza di convincimento. Alla fine di ogni pezzo si è stati non solo avvinti, ma persuasi da un sentimento. Invece il nulla incipria, decora brividi artificiali: è spezia di Cioran, non del soldato neutralizzato Walser.
Robert Walser/ La riscoperta di pagine di soave ferocia. Si puņ morire di gioia
Giancarlo Liuti «Il Resto Del Carlino» 10-08-1993
Una ricca signora aveva una serva che doveva badare alla bambina. La bambina era tenera come raggi di luna, pura come neve appena caduta, e cara come il sole. La serve l’amava come la luna, come il sole, quasi come il buon Dio in persona. Ma un giorno la bambina andò perduta, non si seppe come, e la serve si mise a cercarla, la cercò in tutto il mondo, in città e paesi, e perfino in Persia. Là in Persia la serve giunse una notte a un'alta torre scura presso un largo fiume buio. Ma su in alto nella torre brillava una luce rossa, e a questa luce la serve fedele chiese: "Non puoi dirmi dov'è la mia bambina? E' andata perduta, la cerco ormai da dieci anni". "E allora cerca altri dieci anni!", rispose la luce, e si spense».
«E la serve cercò la bambina per altri dieci anni, in tutti i luoghi possibili della terra, perfino in Francia In Francia c'è una grande città magnifica che si chiama Parigi, e lei arrivò laggiù. Una sera stava davanti a un bel giardino, piangeva perché non riusciva a trovare la bambina, e tirò fuori il suo fazzoletto rosso per asciugarsi gli occhi. E a un tratto il giardino si aprì, e ne usci fuori la bambina.
E lei la vide, e ne mori di gioia. Perché mori? È servito a qualcosa? Ma lei era già vecchia e non poteva sopportare una grande emozione. La bambina è adesso una grande e bella signora. Quando la incontri, salutala da parte mia».
Dopo l'esclusiva mondiale delle cartelle cliniche di Robert Walser (il grande scrittore svizzero morì a Berna, nel 1956, in un ospedale psichiatrico, chiudendo una lunga vita trascorsa fra le luci della poesia e le nebbie della follia), i redattori maceratesi della rivista Marka han deciso di diventare editori e ora debuttano col nome di Quodlibet e con tre opere di notevole finezza culturale. Una di queste è il Walser di Una cena elegante (pagine 151, lire 20.000), piccoli gioielli tratti dai Saggi (1913) e dai Poemetti in prosa (1914), e tratti ancora, in seconda istanza, dall'antologia walseriana curata da Aloisio Rendi nel 1961 per Lerici.
Walser o dell'ossimoro: soave ferocia, turbamento gelido, affranta letizia. Ma in sintonia coi vacillamenti dell'epoca nostra, alla quale, come lui vide in anticipo, non resta che prender nota, aspettare e qua e là sbigottirsi. Del libro della Quodlibet non potevamo non riportare per intero La serva, una delle Storie curiose, giacché in questa implacabile favoletta c’è molto di Walser, ieri, e c’è molto di noi, oggi.
Gli altri due libri della Quodlibet sono L'uomo che camminava per le strade di Silvio D'Arzo (pagine 185, lire 22.000) e Bartleby, la formula della creazione di Gilles Deleuze e Giorgio Agamben (pagine 92, lire 18.000). Nella sua brevissima vita (morì, nel 1952, appena trentenne), il reggiano Ezio Comparoni (Silvio D'Arzo è lo pseudonimo) riuscì a segnalarsi come narratore capace di percorrere con pari maestria le vie del fantastico e del realistico, e ben lo dimostrano questi suoi undici racconti brevi. In Bartleby, invece, i filosofi Deleuze e Agamben si propongono di decifrare l’enigmatico protagonista del famoso racconto di Melville, così intessendo un denso rapporto fra poesia e pensiero, fra letteratura e filosofia
Nell'isola dei naufraghi
David Bianco «La talpa de Il Manifesto» 23-06-1994
«Pezzi in prosa» di Robert Walzer: una serie di bozzetti all’insegna del minimo e dell’insignificante. L’arte della mediocrità per fuggire dal mondo senza enfatizzare la latitanza.

Quel poco che rimane quando si matura la coscienza di non poter costruire: da qui i testi brevi, spesso brevissimi, che caratterizzano la produzione dello scrittore svizzero Robert Walser. Abbozzi, elzeviri, pagine di diario, veri e propri racconti, ma non reperti che giungono dal niente, non briciole di assenza, piuttosto le silenziose registrazioni di una carenza. Quella seducente carenza che ad esempio nella pagine di un contemporaneo come Musil - ma del resto in molta letteratura novecentesca gremita di antieroi trascinati nelle spire di «un assoluto negativo» prima romantico, poi nichilista -, si produsse in una riflessione sistematica sulla condizione dell'uomo europeo, del naufrago «senza qualità».
Ma la prosa di Walser non ambisce mai a diventare una valutazione veramente esaustiva del mondo. Essa resta sempre incollata alla vicenda personale, al cono d'ombra che nella vita portò l'autore dei Fratelli Tanner ai limiti dell'emarginazione, della follia. Unico certificato comprovante la caduta di ogni certezza, la fine di ogni possibile sistema di legittimazione del senso, l'irrilevanza della realtà e però colta nel suo scorrere, un pullulare ininterrotto ed evanescente di forme e colori che inebria il corpo e la mente, nel quale alla fine immergersi per smarrirsi. A questa «fusione di estrema involontarietà e suprema intenzione» (Benjamin), appartengono anche le microstorie raccolte nel volumetto Pezzi in prosa del 1916. Una serie di bozzetti, vere e proprie anticamere di soggetti mai sviluppati anzi superbamente esauriti sul nascere, che si qualificano come una delle prove più alte di quell'arte, tipicamente walseriana, di dileguarsi nel minimo, nell'insignificante. Un documento oltretutto prezioso per esplorare il processo creativo dello scrittore, il suo modo di lavorare, da affiancare per intensità e felice equilibrio all'altro libro di Walser ripubblicato sempre da Quodlibet, Una cena elegante, i racconti con i quali, soltanto nel '61, grazie a Lerici, in Italia venimmo a conoscenza di questo straordinario autore.
Lo sguardo smagato del «flaneur», del perdigiorno a spasso per le strade «mentre le ore scherzano con lui e lui con loro», torna in questi Prosastücke dove, come afferma Agamben nell'introduzione, è la contaminazione dell'azione teatrale a radicalizzare la narrazione e se «ogni pantomima contiene l'elemento iniziatico, le pantomime di Walser sono iniziazioni in cui non vi è nulla da imparare, gesti in cui 1'uomo si smaga da ogni mistero: passeggiate». Sospese aspettative di qualcosa che è sul punto di accadere, o di precipitare, le passeggiate di questi brevi componimenti, pur nella loro asciuttezza, riescono a condensare magistralmente le fisionomie di personaggi già conosciuti.
Si prenda il penultimo racconto, nel quale il vecchio Schwendimann conclude il suo lunare pellegrinaggio soltanto quando trova la pace eterna; nel continuo vagare come perduto, «disperso nella vastità del mondo», non è difficile riconoscere, in forma archetipica, il cliché di Simon Tanner: il protagonista dell'omonimo romanzo che, reclamando come unica identità quella di essere scrivano, sfugge alla società «strisciando negli angoli e nelle fessure della vita». Come recita in una poesia del 1909, L'ufficio: «essere carente e la mia sorte», così Walser diventa il cantore di una mediocrità quale tentativo estremo per fuggire dal mondo, restandovi allo stesso tempo aggrappato, in mezzo al quotidiano. Lontano da ogni enfatizzazione della fuga, della latitanza come eversione verso chi gli sta intorno, l'assenza di qualità mette in atto quella che è stata giustamente definita da Magris, una delle fondamentali rivoluzioni della letteratura moderna, «quando il soggetto cerca di autoreificarsi per sfuggire al potere, identificandosi con il sistema che vuole stritolarlo e mimetizzandosi per non venire individuato». Walser si è spinto addirittura più avanti, nel romanzo Jakob von Gunten,l'Istituto Benjamenta sforna autentiche nullità, avendo il delicato compito di trasformare i ragazzi in gusci vuoti. In questo modo, e giunti alla perfezione, il prodotto migliore potrà seraficamente affrontare il mondo, convinto che «se io andrò in pezzi e in malora, che cosa si romperà, che cosa si perderà? Uno zero». Come dire niente.

Robert Walzer, Pezzi in prosa Quodlibet, pp 99 £.16.000
La prima passeggiata con Walser
Stefano Crispi «Il Sole 24 ore» 30-01-1994
L’opera di Robert Walser è stata pubblicata in Italia da Einaudi, Bompiani; è soprattutto ritrovabile, con una linea di sistematicità, nel catalogo della casa editrice Adelphi. Ma per un nitore, e quasi intimità, è da apprezzare l'edizione di prose walseriane, Una cena elegante, nella sigla editoriale «Quodlibet» di Macerata (in una collana che si apre con il volume che raccoglie congiuntamente due saggi di Gilles Deleuze e Giorgio Agamben, Bartleby. La formula della creazione). Viene opportunamente offerta la giustificazione del volume odierno di Walser che intende riproporre «la scelta di testi walseriani, curata e magistralmente tradotta da Aloisio Rendi, che segnò la prima apparizione dello scrittore svizzero in Italia».
Walser è nato a Biel nel Canton Berna. Ha trascorso 1'esistenza fra mestieri errabondi e ricoveri in cliniche, 1'ultima delle quali è stata la Casa di Cura Cantonale di Herisau. Muore nel 1956 in una passeggiata sulla neve nelle prime ore del pomeriggio di Natale: come in un suo racconto. Walser rappresenta forse il volto più interno e le metafore più acute della Svizzera che è un non luogo, esonerato dalla storia. C'è in Walser la grandiosa risolutezza di accettare di abitare un "lembo", una fuggevole "appendice". È stato scritto che, in amare confessioni, Walser abbia rivelato di non aver conosciuto mai un amore totale: nella sua scrittura non c'è il racconto, non l'intenzionalità retorica del poetico, ma appunto il brivido, l'eros, la seduzione, la tenerezza, il disincanto delle figure della vita che appaiono e svaniscono nella melodia anonima e straziante di una fiaba.
Ecco perché nelle sue prose c'è tutto il repertorio che la poesia tende rigorosamente a evitare come un'insidia. C'è apparentemente l'ovvio, il convenzionale, la cartolina svizzera. C'è il teatrino, la fiaba, la piccola storia, lo spettacolo di vita e di luce di un mercato all'aperto, la cena elegante, i viaggi, i vagabondaggi, la luna, il sogno di un bacio, le mani di una donna bianche come la neve. La scrittura di Walser non si cura dell'insidia letteraria. Per questo il suo sguardo, con Claudio Magris, è il «più irrevocabile addio alla totalità».
Con la grazia, l'incanto, lo stupore, ma anche con nordica esattezza, Walser ha saputo dire la "vanità", la provvisorietà del viandante, e delle sue epifanie. Le parole non possiedono nulla; sono come la luce o il colore delle stagioni, di cui nessuno si può impadronire. Nel volume di Walter Benjamin, recentemente edito da Einaudi, Ombre corte, per la cura di Giorgio Agamben, c'è uno scritto dedicato a Walser. Con affondo decisivo, scrive Benjamin che i personaggi di Walser non hanno direzione, vengono dalla notte «con una qualche luce di gioia negli occhi»: in una scrittura che ha rinunciato a tutto, e dove perciò il linguaggio, nella tersità e nel suo "singhiozzo", è l’unica forma in cui si esiste.
In quests prose c'8 la significativa risposta, sia pure trasfigurata, di Walser a una Letters di un poets: «La Sua gentile letters mi ha fatto motto piacere. Ma Lei si sbaglia d'indirizzo... Io sono uomo solo per strada, net bosco e nei camps, nell'osteria e nella mia stanza».
Robert Walser, «Una ce­na elegante», traduzione di Aloisio Rends, con una nota di Ginevra Bompiani, Edi­zioni «Quodlibet di Tempi Provincials», Macerata (vico­lo Ulissi 4), 1993, pagg. 150, L. 20.000.
In queste prose c’è la significativa risposta, sia pure trasfigurata, di Walser a una Lettera di un poeta: «La Sua gentile lettera mi ha fatto molto piacere. Ma Lei si sbaglia d'indirizzo... Io sono uomo solo per strada, nel bosco e nei campi, nell'osteria e nella mia stanza».
Robert Walser, «Una cena elegante», traduzione di Aloisio Rendi, con una nota di Ginevra Bompiani, Edizioni «Quodlibet di Tempi Provinciali», Macerata (vicolo Ulissi 4), 1993, pagg. 150, L. 20.000.

il colors dells stagioni, di cui nesuno si pub impadro­nire. Nel volume di Walter Benjamin, recentemente edito da Einaudi, Ombre torte, per la cura di Giorgio Agamben, c'e uno scritto dedicato a Walser. Con affondo decisivo, strive Benjamin the i personaggi di Walser non hanno dire­zione, vengono dalla none «con una qualche lute di gioia negli occhi»: in una scrittura the ha rinunciato a tutto, e dove percib il linguaggio, nella tersita e net suo "singhiozzo", e Tunics forma in cui si esiste.
In quests prose c'8 la significativa risposta, sia pure trasfigurata, di Walser a una Letters di un poets: «La Sua gentile letters mi ha fatto motto piacere. Ma Lei si sbaglia d'indirizzo... Io sono uomo solo per strada, net bosco e nei camps, nell'osteria e nella mia stanza».
Robert Walser, «Una ce­na elegante», traduzione di Aloisio Rends, con una nota di Ginevra Bompiani, Edi­zioni «Quodlibet di Tempi Provincials», Macerata (vico­lo Ulissi 4), 1993, pagg. 150, L. 20.000.
il colors dells stagioni, di cui nesuno si pub impadro­nire. Nel volume di Walter Benjamin, recentemente edito da Einaudi, Ombre torte, per la cura di Giorgio Agamben, c'e uno scritto dedicato a Walser. Con affondo decisivo, strive Benjamin the i personaggi di Walser non hanno dire­zione, vengono dalla none «con una qualche lute di gioia negli occhi»: in una scrittura the ha rinunciato a tutto, e dove percib il linguaggio, nella tersita e net suo "singhiozzo", e Tunics forma in cui si esiste.
In quests prose c'8 la significativa risposta, sia pure trasfigurata, di Walser a una Letters di un poets: «La Sua gentile letters mi ha fatto motto piacere. Ma Lei si sbaglia d'indirizzo... Io sono uomo solo per strada, net bosco e nei camps, nell'osteria e nella mia stanza».
Robert Walser, «Una ce­na elegante», traduzione di Aloisio Rends, con una nota di Ginevra Bompiani, Edi­zioni «Quodlibet di Tempi Provincials», Macerata (vico­lo Ulissi 4), 1993, pagg. 150, L. 20.000.
il colors dells stagioni, di cui nesuno si pub impadro­nire. Nel volume di Walter Benjamin, recentemente edito da Einaudi, Ombre torte, per la cura di Giorgio Agamben, c'e uno scritto dedicato a Walser. Con affondo decisivo, strive Benjamin the i personaggi di Walser non hanno dire­zione, vengono dalla none «con una qualche lute di gioia negli occhi»: in una scrittura the ha rinunciato a tutto, e dove percib il linguaggio, nella tersita e net suo "singhiozzo", e Tunics forma in cui si esiste.
In quests prose c'8 la significativa risposta, sia pure trasfigurata, di Walser a una Letters di un poets: «La Sua gentile letters mi ha fatto motto piacere. Ma Lei si sbaglia d'indirizzo... Io sono uomo solo per strada, net bosco e nei camps, nell'osteria e nella mia stanza».
Robert Walser, «Una ce­na elegante», traduzione di Aloisio Rends, con una nota di Ginevra Bompiani, Edi­zioni «Quodlibet di Tempi Provincials», Macerata (vico­lo Ulissi 4), 1993, pagg. 150, L. 20.000.
2009
In ottavo
140x210
ISBN 9788874622702
pp. 96
€ 11,00 (sconto 15%)
€ 9,35 (prezzo online)