Singapore Songlines
Singapore Songlines
Ritratto di una metropoli Potemkin … o trent’anni di tabula rasa
 
Con 90 illustrazioni a colori nel testo
A cura di Manfredo di Robilant
 

Questo scritto del 1995 appare qui per la prima volta, e per iniziativa dell’autore, come volume autonomo. Una volta estratto dal suo ciclopico contenitore – il bestseller internazionale S,M,L,XL – esso risulta come trasportato a un livello diverso dell’atmosfera: ha un respiro più ampio che lo rinnova integralmente. E tale effetto è amplificato dal Prologo che Koolhaas, a distanza di quindici anni, ha aggiunto alla presente edizione.

 

Singapore Songlines, di Rem Koolhaas

 

La trasformazione dell’isola di Singapore da malconcio residuato postcoloniale in sfavillante laboratorio per le più audaci sperimentazioni della vita associata, architettonico/urbanistiche, ma anche politico/sociali e giuridiche, si giustappone quasi polarmente ai fenomeni indagati negli altri libri di Koolhaas già usciti in italiano: Delirious New York e Junkspace. Questi ultimi ritraggono forze impersonali che sovrastano ogni illusione di governo da parte dei singoli (tanto più le pretese degli architetti) e che presiedono allo sviluppo delle metropoli.
A Singapore, invece, distopica new town permanente dove l’occidentalità si è del tutto emancipata dalle sue radici, ma resta tale, nonostante i «nostri» disperati tentativi di disconoscerla con ogni mezzo, l’autore individua la realizzazione di un esperimento senza precedenti: «la città rappresenta la produzione ideologica degli ultimi tre decenni nella sua forma pura, incontaminata da residui contestuali sopravissuti. È guidata da un regime che ha escluso l’accidente e la casualità; anche la sua natura è interamente rifatta. È pura intenzione; se c’è caos, è caos ideato; se è brutta, è di una bruttezza progettata; se è assurda, è di una assurdità voluta».
Facendo affiorare le «songlines» di Singapore – termine che riecheggia Le Vie dei canti aborigene di Chatwin, dove nei canti si individuano miti della creazione e mappe immateriali del territorio – Koolhaas mostra tangibilmente come anche «l’occidentale», quando è utopia realizzata, sfocia nella zona di indistinzione fra inferno e paradiso.


Singapore songlines, di Rem Kooolhaas

 

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Recensioni 
Alessandra Iadicicco «La Stampa» 06-04-2010
redazionale «Il Riformista» 22-04-2010
«Caffè Atellano» 29-04-2010
Enrico Arosio «L'espresso» 13-05-2010
Camillo Langone «Il Foglio» 22-05-2010
Laura Ghirlandetti «Artsoup - Tracce in bianco e nero» 01-06-2010
Pierluigi Panza «Corriere della Sera» 04-07-2010
Giuliano Milani «Internazionale» 11-06-2010
Gianluigi Ricuperati «Il Sole 24 Ore» 17-07-2010
Luca Galofaro «Arte e Critica» 01-06-2010
Antonio Gnoli «La Repubblica» 07-08-2010
Irene Maria Scalise «La Repubblica» 03-10-2010
Dario Gentili «Arch'it www.architettura.it» 12-12-2010
Marco Belpoliti «La Stampa TTL» 15-01-2011
Marco Filoni «Saturno - Il Fatto quotidinao» 15-04-2011
Maurizio Giufrè «Alias - il manifesto» 22-01-2012
Gualtiero Gualtieri «Domenica - Il Sole 24 Ore» 06-07-2014
 
Come il mito diventa "spazio spazzatura"
Alessandra Iadicicco «La Stampa» 06-04-2010
Singapore Songlines. Come dire «Singapore sulla via dei canti». Rem Koolhaas fa il verso a Bruce Chatwin nel titolo del suo libro più provocatorio e profetico dedicato allo «studio della (non più) città». Come lo scrittore viaggiatore, l’architetto olandese autore dei bestseller Delirious New York e Junkspace - due testi cruciali sulla metropoli globale e lo «spazio spazzatura» che la invade - si muove su percorsi mitologici, su mappe immateriali per trovare l’ubi consistam della più fittizia e artificiosa delle new town d’Oriente. Singapore non sembra vera ed è iperreale. È sparita nei ricordi e risorta a comando per un disegno politico e un progetto d’ingegneria sociale. È venuta su tutta nuova come un fungo dalle paludi che cingevano il suo centro coloniale. Svanita come un sogno ha realizzato ipotesi oniriche di architetti europei per profilarsi come un incubo del destino mondiale.
Non è una favola: è storia vera e non remota. Koolhaas, oggi 66enne, avvolge nella malìa delle memorie d’infanzia la Singapore intravista viaggiando verso l’Indonesia quando il papà sceneggiatore divenne direttore dei teatri del Far East. Era il 1952 e quel pezzo di terra cinese era sotto il governo britannico. Poi, dopo l’indipendenza del ‘59, nel trentennio tra la nascita della Repubblica di Singapore (‘65) e il ‘95 in cui Koolhaas scrisse le sue Songlines, la città-stato-isola retta dal regime di Lee Kuan Yen, cancellò il passato e ripartì da zero. Fece tabula rasa della vecchia cultura, architettura, perfino della natura e rinacque dal nulla. Eresse «stecche abitative» verticali per contenere l’esplosione demografica. Adibì i shopping center ad agorà. Sgretolò in nome di modernismo, efficientismo confuciano e autoritarismo asiatico la nozione tradizionale - occidentale - di città. E diede corpo a una «sostanza urbana» senz’anima né storia, senza passato né stile che, per quanto esotica, asiatica e lontana ci mostra un volto tetramente familiare. Un’occhiata agli esperimenti urbanistici nell’Europa di oggi - dice Koolhaas nel prologo all'edizione italiana di Singapore Songlines scritto appositamente per Quodlibet da poche settimane - fa pensare: «Siamo meno diversi da Singapore di quanto speravamo».
La fase Rem di Singapore. Il reale onirico di Koolhaas
redazionale «Il Riformista» 22-04-2010
ARCHITETTURA. Il viaggio reportage dell’architetto olandese nella città-Stato dell’Estremo Oriente diventa un manifesto «proiettivo» dell’urbanistica futura: è qui - nella sintesi di superiorità verso la storia e frenesia visionaria, «tra Robespierre e Confucio» - che si vedrà cosa accadrà tra vent’anni in Cina.
Singapore Songlines Ritratto di una metropoli Potemkin...o trent'anni di tabula rasa
«Caffè Atellano» 29-04-2010
I manifesti creativi sulla città moderna nascono e trovano applicazione in America e in Europa nei primi ottant’anni del ‘900, al tempo dei balzi doppi dell’espansione urbana e demografica. Negli ultimi trent’anni le concettualizzazioni e le costruzioni delle città fioriscono in zone altre. In Oriente, accompagnando lo sviluppo economico, la novità legata alla modernizzazione del contesto urbano esplode, mentre, in Occidente, la stessa novità si esaurisce e diventa uno sterile studio per specialisti.
Oltrepassando i confini della costruzione e indagando le possibilità dell’architettura come attività intellettuale, Rem Koolhaas racconta il singolare sviluppo urbano della città di Singapore. Un’isola, una città, ex colonia dell’Impero britannico, divenuta autonoma nel 1959. A partire dagli anni ’60 fu completamente distrutta, denaturata e poi ricostruita sotto il regime di Lee Kuan Yew, in nome della sopravvivenza di Singapore come isola-nazione indipendente. Singapore è “occidentale”, ma allo stesso tempo resta una città asiatica, perché il carattere di occidentalità è puro, svincolato dalle sue stesse radici culturali e politiche. L’isola intera diventa terreno fertile per uno sviluppo caoticamente voluto, configurando Singapore come il più vivace laboratorio di sperimentazioni urbanistiche del globo. Un ottimo quaderno Quodlibet. (via caffeatellano.blogspot.com)
Sostiene Koolhaas
Enrico Arosio «L'espresso» 13-05-2010

Qualcuno definisce la sociologia come giornalismo di ritardo. In questo caso il ritardo è apparente: esce in italiano un testo del 1995, "Singapore Songlines", di Rem Koolhaas, provvisto di un'introduzione originale. Diciamo che Koolhaas riesce a essere anticipatorio a posteriori. "Singapore Songlines" è la meditazione sul futuro delle metropoli di un architetto-urbanista con la vocazione del sociologo urbano, ma incline a civetterie da apocalittico. Da anni in verità Koolhaas della città contemporanea, da Lagos al cosiddetto "Junkspace", titolo di uno dei suoi saggi più incisivi. Il caso Singapore ribadisce un declino in atto: "Il declino dell'influenza dell'Occidente nella formulazione della città". Singapore lo inquieta, e affascina, quale esperimento di "tabula rasa" globalizzata. E' la città reinventata su basi consumistiche, artificiali, non-democratiche, cui ben si adattano metafore pittoreesche: "disneyland con la pena di morte", "una rilassata versione di Sparta". L'autore ripercorre, negli anni Sessanta, la sequenza dirigistico-paranoica che ha tramutato un'enclave post coloniale con ascendenze cinesi in uno Stato oligarchico capace di riprogettare il territorio imponendo la coesistenza etnica e sociale in spazi separati e sorvegliati. Oggi ne rimane la "caricatura repellente", riconosce l'autore, ma noi occidentali "siamo meno diversi da Singapore di quanto speravamo". E' l'epitaffio di un cinico (che infatti ha progettato senza rimorsi la sede Cctv di Pechiino, la tv di Stato, ovvero il Minculpop della Cina autoritaria).

Preghiera Koolhaas
Camillo Langone «Il Foglio» 22-05-2010

Santa Rita da Cascia, avvocata dei casi impossibili, ti prego affinché qualche frase di “Singapore Songlines” di Rem Koolhaas (Quodlibet) raggiunga il tandem grattacielaro Formigoni-Moratti (sì, lo so, sono ciechi e sordi, appunto per questo mi rivolgo a te). L’architetto olandese spiega che a Singapore, dove l’urbanistica ha cancellato la storia, è ormai il modello di tante città. Ad esempio di Milano o di quello che ne resta in zona Porta Garibaldi: qui il tandem sta realizzando qualcosa di molto singaporesco, “una spietata forma di destabilizzazione”. “L’esplosione in altezza sarà il segno della dimensione asiatica” scrive Koolhaas. E ancora: “Una intransigente impudenza confuciana” alimenta “la sistematica erosione di bisogni umani fondamentali - tradizione, stabilità, continuità” realizzando “uno stato di disorientamento permanente”. Io so che cosa spinge il tandem a impegnarsi così strenuamente per trasformare una città europea e cristiana in una megalopoli asiatica e confuciana. Ma credo nei miracoli.

Singapore Songlines
Laura Ghirlandetti «Artsoup - Tracce in bianco e nero» 01-06-2010

Questo ritratto è stato tracciato da Rem Koolhaas nel 1995 all’interno di una più ampia trattazione (il bestseller “S,M,L,XL“), solo quest’anno ha assunto una forma editoriale autonoma in cui si delinea storicamente il caso di una città reale, Singapore, che diviene il paradigma di ogni nuova città. Schiacciata tra passato post-coloniale e spericolate sperimentazioni modernistiche, Singapore diviene l’emblematico risultato di un processo di coatta rimozione del ‘luogo’ – composto da contesto, geografia umana e memoria storica – in un iper-spazio astratto, nato dall’utopia della tabula rasa dove vige l’imperativo tripartito del rimuovere, distruggere, rimpiazzare, in nome di un utopico rinnovamento urbano e tecnologico.
Singapore si delinea definitivamente per Koolhaas come l’impero della semantica, “costruzione in prospettiva di un significato politico”, dove lo sradicamento culturale è la prima ricetta per evitare conflitti o contrapposizioni, e dove la categoria dello ’stabile’ e del ‘definitivo’ sono bandite in nome di una sempre viva ansia progettuale.
Ad oggi quel che rimane a monito è il dopo sbornia di una corsa al progresso che sa tanto di finto-lobotomizzato, le perfette geometrie della città ideale del ‘Terzo Capitalismo’, manifesto del quantitativo, appaiono affettate, inabitate. Singapore attualmente cerca anima nel progetto della ‘città-giardino’ recuperando spazi naturali con opere di riforestazione, sogno di un auspicabile, più equilibrato, rapporto con lo sviluppo.
Un libro fondamentale (da accompagnare dello stesso autore con “Junkspace“) per chi vuole comprendere e interpretare il futuro dell’architettura contemporanea.

www.connectingcultures.info  

Rem Koolhaas: "Se l'Europa diventa come Singapore"
Pierluigi Panza «Corriere della Sera» 04-07-2010
L' architetto-teorico Rem Koolhaas continua la sua analisi sulle rovine della città moderna riscrivendo - con prima uscita in lingua italiana - uno spunto presente in S,M,L,XL del 1995. Singapore Songlines (a cura di Manfredo di Robilant, Quodlibet, pp. 110, 18) è l' esplorazione del rapporto tra contemporaneità e storia all' interno di un sistema politico differente dalla democrazia occidentale. Il titolo (songlines) riecheggia Le vie dei canti di Chatwin, dove le canzoni aborigene rimandano ai riti di fondazione di un luogo. Ne emerge che mentre una città di nuovo conio, come Singapore, è destinata a continua trasformazione che istituisce una storia e una artificiosità non sterile, noi rischiamo di diventare Singapore, perché tutto ciò che abbiamo ereditato (economia, urbanistica, architettura) sembra trasformarsi in artificiosità o sottrarsi al nostro controllo, come uno junkspace, uno spazio spazzatura che si afferma attraverso un «autoritarismo senza autore».
Da Venezia a Disneyland
Giuliano Milani «Internazionale» 11-06-2010
Nel 1995 l'architetto olandese Rem Koolhaas inserì nel suo voluminoso libro S, M, L, XL un capitolo su Singapore. Con un misto di repulsione ed entusiasmo descriveva lo sviluppo architettonico dell’isola nei trent’anni precedenti. La combinazione di libero mercato e autoritarismo aveva dato luogo a un esperimento estremo: prima la riduzione dell’isola a tabula rasa, attraverso l’eliminazione non solo degli edifici esistenti ma anche di elementi naturali come i rilievi (spianati) o le linee costiere (estese), poi una crescita smisurata, sollecitata dal regime, ma non guidata da alcun piano regolatore, destinata a realizzare qualcosa di simile a un enorme scenario di cartapesta (che gli inglesi chiamano “Potemkin village”). Nelle ultime pagine  sosteneva che Singapore, così lontana dai sistemi democratici responsabili degli assetti urbani in Europa e negli Stati Uniti, poteva diventare un modello di sviluppo delle città asiatiche. La traduzione italiana di questo saggio, accompagnata da una nuova premessa dell’autore, consente di capire cosa ne pensi oggi Koolhaas, che nel frattempo, da semplice osservatore, è divenuto uno dei protagonisti dello sviluppo architettonico asiatico, autore del progetto della monumentale sede della tv cinese a Pechino e di quello di un bizzarro grattacielo sospeso, piantato in mezzo all’isola che tanto lo aveva impressionato.
Il Leone d'oro a Rem Koolhaas
Gianluigi Ricuperati «Il Sole 24 Ore» 17-07-2010

È stato appena annunciato che il Leone d'Oro alla carriera della prossima Biennale d'Architettura di Venezia andrà all'architetto olandese Rem Koolhaas. Nessun problema. Una certa ammirazione serpeggia tra i cultori della materia, nelle redazioni delle riviste specializzate, dietro le porte dei dottorandi. Il nome di Koolhaas è una legione di date, forme, luoghi e idee. Il progettista della magnifica Central Library di Seattle (2004). Il compositore matematico e astrattista della Casa do Musica di Porto (2005). Poi la Cctv, la sede della Televisione pubblica cinese, a Pechino, ancora in costruzione ma ben visibile nella sua forma impossibile: struttura che mangia se stessa, anello di Moebius, percorso lanciato ai limiti di ciò che Euclide suggerirebbe di proiettare nell'aria. Basta scorrere rapidamente le immagini di questi progetti, oppure fare una cernita delle pagine che magazine di ogni tipo vi hanno dedicato, o anche solo far schioccare tra gli appassionati l'eufonica accoppiata nome e cognome, per rendersi conto dell'attrazione fatale che il nostro conscio collettivo mediatico ha sviluppato per la figura nordica e brutale di quest'uomo altissimo che da ragazzo ha passato anni a intervistare personaggi come Fellini e Le Corbusier. E anche se non vince la classifica stilata dall'ultimo numero del «Vanity Fair» americano – che ha chiesto a una cinquantina di addetti ai lavori globali di indicare le architetture più significative del XXI secolo – lo spazio e i commenti centrali dell'articolo che accompagna la lista sono proprio dedicati al pensiero e all'influenza di Koolhaas. E «Vanity Fair» americano, non dimentichiamolo, è il megafono di Hollywood.

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Non c'è da stupirsi. Koolhaas è molto di più che un grande architetto. È un narratore visionario, uno sceneggiatore urbanista (negli anni Settanta ha davvero lavorato agli script per un paio di produzioni cinematografiche). È uno scrittore: un analista esoterico, capace di forgiare una specie di lingua liofilizzata per la descrizione delle nostre e delle loro città, in testi formidabili come Delirious New York (1978) e S, M, L, XL (1995), dal quale la casa editrice Quodlibet, d'accordo con l'autore, ha estratto il bellissimo Singapore Songlines, anti-apologo sull'isola-metropoli asiatica, sintesi perfetta di megacapitalismo e azzeramento dei valori illuministici, dove si può esaltare il rendimento di un future ma anche comprare un rene a buon mercato, dal momento che la legge permette l'acquisto degli organi e ogni genere di trucco finanziario circense. Il fatto è che viviamo in un sogno-incubo che Koolhaas ha fatto risuonare, nelle sue parole e nelle sue opere, meglio di chiunque altro, precisamente una strana chimera a metà fra Le Corbusier e Fellini. I suoi amici più spiritosi stasera gli scriveranno un sms per complimentarsi del Leone d'Oro di Venezia, aggiungendo: dear Rem, per il cinema o per l'architettura?
In rassegna
Luca Galofaro «Arte e Critica» 01-06-2010
Sono poche le case editrici che portano avanti un lavoro di ricerca attraverso la diffusione dlle teorie dell’architettura e contemporaneamente sono capaci di raccogliere in poco tempo i consensi attraverso le vendite dei propri libri. I libri d’architenura infatti negli ultimi anni sono diventati collezioni di immagini e progetti realizzati e non, che formano enciclopedie monotematiche senza alcun significato teorico.
In Italia la tradizione dell’architettura scritta ha sempre avuto uno spazio importante ma negli ultimi anni, forse anche per la diffusione sul web di molti confronti dialettici di molte pubblicazioni specializzate, si è perso interesse a pubblicare testi critici. In questo panorama fa eccezione la Quodlibet, che, controtendenza, ha cominciato a proporre raccolte di scritti teorici di architetti italiani (Costantino Dardi, Aldo Loris Rossi) e traduzioni di testi importanti più o meno recenti, di architetti diversissimi tra loro ma che hanno avuto e continuano ad avere grande influenza sull’architettura contemporanea. Cominciando da Utopie realizzabili di Yona Friedman passando per Manifesto del terzo paesaggio di Gilles Clement sono arrivati a riproporre, dandogli la forma del singolo libro, alcuni dei saggi più famosi di Rem Koolhaas. Il primo è stato Junkspace, mentre l’ultimo arrivato, il cui significato viene amplificato proprio dal fatto di essere riproposto in una forma nuova, perché autonoma dal contesto della sua prima pubblicazione (era un saggio viserito nell’eniciclopedico SMLXL) è Singapore Songlines, contraltare teorico ed ideale prosecuzione del più famoso Delirious New York.
In Singapore Songlines appaiono evidenti le drastiche trasformazioni della globalizzazione che hanno spazzato via tutti gli archetipi della forma classica di città, in questa tabula rasa prodotta dai cambiamenti economici si fanno strada e diventano fondamentali i sistemi politici di riferimento. Questo testo su Singapore, come sostiene to stesso Koolhaas nella prefazione appositamente scritta per l’edizione italiana (altro segno dell’importanza che lo stesso autore affida a questo libro). Investiga le conseguenze dell’influenza del sistema politico sulla città che emerge da una volontà di controllo totale sulle trasformazioni urbane.
Il manifesto retroattivo della città americana si trasforma in analisi inquietante di una città asiatica inventata da zero su basi consumistiche e su un paesaggio artificiale anch’esso prodotto di un progetto politico prima che sociale ed urbanistico. Qui lo spazio è pura scenografia di coesistenza etnica e sociale sempre e ovunque sorvegliato a distanza. La domanda che viene spontanea a 15 anni dalla sua pubblicazione è se l’Occidente avrà ancora qualche influenza sulla formulazione della città del futuro.
La memoria delle città
Antonio Gnoli «La Repubblica» 07-08-2010
La più recente opera di Frank Gehry è una clinica specializzata in malattie della mente, realizzata nei pressi di Las Vegas. Dietro al progetto, un miliardario americano, Larry Ruvo, il quale ha voluto che fosse creato uno spazio nel quale curare una patologia oggi in forte crescita: l' Alzheimer. La fludità ondulata dell' edificio, sembra alludere ai tormenti che oggi, più che in passato, avvolgono l' identità delle persone. Al cui punto estremo c' è la perdita della memoria di un individuo. Ma si può sollevare un problema analogo con la memoria di una città? Ho letto con grande interesse Singapore Songlines (edizioni Quodlibet) di Rem Koolhaas (al quale fra l' altro verrà conferito a Venezia il Leone d' Oro alla prossima Biennale di Architettura). Koolhaas fa il ritratto di una metropoli-laboratorio che in trent' anni azzera il suo passato di isola postcoloniale, per dar vita a un esperimento urbanistico molto avanzato. Si tratta di una tabula rasa che ha cancellato progressivamente il vecchio volto offrendone uno interamente nuovo. Non so se la cosa funzionerebbe con le nostre antiche città europee, per le quali Mario Botta suggerisce che la sola cura è ridare dignità alla loro storia. L' Aquila insegna. E lì più che Koolhaas ci vorrebbe un Gehry a ricordarcelo.
Koolhaas, utopista metropolitano
Irene Maria Scalise «La Repubblica» 03-10-2010
Nel cuore e nella fantasia di Koolhaas c' è anche Singapore. Lo scritto Singapore Songlines, estratto dal suo tomo di più di mille e trecento pagine S, M, L, XL, ritrae una città laboratorio, unica: «Rappresenta la produzione ideologica degli ultimi tre decenni. Singapore ha un regime che esclude la casualità, anche la sua natura è interamente rifatta. C' è intenzione in tutto: se c' è caosè caos ideato, se è bruttaè una bruttezza progettata, se c' è assurdo è un' assurdità voluta». Ma Singapore Songlines fu, per Koolhaas, anche l' occasione per criticare un Occidente che ha avuto un ruolo di primissimo piano nel far sì che la metropoli si reinventasse su basi del tutto artificiali: «Siamo meno diversi da Singapore di quanto speravamo».
Singapore: l'Occidente d'Europa
Dario Gentili «Arch'it www.architettura.it» 12-12-2010
Singapore Songlines è solo in apparenza un "caso-studio": lo stesso Rem Koolhaas lo presenta come il suo "ultimo ritratto di una città reale esistente" –ma Singapore sembrerebbe appartenere più al novero delle "città invisibili" di Calvino che alla topologia urbana. Se non fosse reale ed esistente e si chiamasse Singapore, chissà quale nome Calvino avrebbe inventato per la città senza luogo, la cui forma è oggetto costante di trasformazione e, pertanto, è questa stessa forma a diventare "regolatrice" del luogo e dell'identità collettiva.
Eppure, dopo Singapore, concepire la città contemporanea significa pensarla proprio senza nome e senza storia: Città Generica. Singapore rappresenta, infatti, il prototipo della Città Generica teorizzata da Koolhaas, la città che sorge da una tabula rasa e porta in sé tale gesto originario come suo destino, quello appunto di non "fondarsi" su un'origine e di essere, quindi, condannata a una infinita e indefinita trasformazione: una lavagna liscia e piatta su cui si sommano indiscriminatamente le più diverse semantiche architettoniche. La città di Potemkin: pura "facciata di cartapesta" squadernata davanti allo sguardo senza profondità dello spettatore globale –anch'egli generico.
Quando ne scriveva nel 1995, Koolhaas pensava che Singapore avrebbe rappresentato il modello dello sviluppo urbano della Cina –profezia in sostanza avveratasi– e oggi, nel Prologo all'edizione italiana, rilancia ulteriormente: Singapore sarà, anzi è già adesso il prototipo di ogni nuova città, ovunque. È pertanto anche il futuro della città occidentale –ed europea, quella che più strenuamente sembra resistere allo stile generico: lo stile senza uno stile definito di un'urbanizzazione ormai autonoma rispetto a ogni architettura.
L'ultima differenza che, per Koolhaas, ancora sussiste tra queste due vie all'occidentalizzazione, l'asiatica e l'europea, è di natura politica. L'urbanizzazione di Singapore, infatti, ha una genesi non democratica, autoritaria. Perché, tuttavia, non essere radicali fino in fondo, decostruendo anche le ultime resistenze ideologiche: se è vero che la Città Generica si sta diffondendo anche in Europa, il carattere non-democratico della sua genesi orientale non trova un corrispettivo nei nostri regimi "compiutamente" democratici, pienamente "formalizzati" e "omogenei", dominati dalla dittatura della maggioranza e dei sondaggi? L'"autoritarismo senza autore" o il "fascismo senza dittatore", di cui scrive Koolhaas in Junkspace, non sono forse formule che, da Singapore all'Europa, per vie diverse, rappresentano il medesimo esito dell'"occidentalizzazione"?
E' a oriente la città del futuro
Marco Belpoliti «La Stampa TTL» 15-01-2011
Come saranno le città del futuro? Per saperlo basta guardare verso Oriente. Così fa Rem Koolhaas, architetto e teorico del contemporaneo, in un libro premonitore, Singapore Songlines, pubblicato in originale nel 1995. Nell’isola asiatica è sorta, meno di cinquant’anni fa, la città futuribile, effetto congiunto di un impetuosa crescita economica e insieme di una nuova forma di democrazia autoritaria. Lee Kuan Yew, uomo politico e autocrate, ha realizzato quello che Koohlaas chiama il «parossismo dell’operativo», ovvero una nuova città interamente costruita in tempi rapidi, priva di storia, e di tutti quegli archetipi spaziali che noi in Europa riteniamo necessari affinché vi sia una città: strade, viali, piazze.
Costruita con schemi tipologici che somigliano a quelli di un’immensa periferia,
Singapore smentisce la nostra inveterata idea che per generare una città vi devono essere prima di tutto dei cittadini, che la condizione di «cives» è fondamentale per costruire insieme relazioni sociali e politiche, democrazia e naturalità del vivere. Lo stile con cui è stata costruita a tappe forzate Singapore è quello «generico» che oggi vediamo applicato nelle nuove città cinesi, quelle sorte dal nulla, abitate da popolazioni fluttuanti di operaie e operai che Leslie T. Chang ha così ben descritto in Operaie (Adelphi).
In questi nuovi insediamenti umani, realizzati nel corso di pochi anni, risiedono oggi milioni di persone, uomini e donne inurbate dalle campagne circostanti, un popolo di migranti interni di oltre 300 milioni di persone. Queste megalopoli del futuro, che ricordano la visione tellurica e piovosa di Blade Runner di Ridley Scott (1982), ci lanciano un doppio messaggio, scrive l’architetto olandese: morte del repertorio urbano e genesi non-democratica.
Si tratta di un problema che alcuni filosofi hanno già sottolineato. Peter Sloterdijk parla di Lee Kuan Yew come colui che ha realizzato il «capitalismo dai valori asiatici», fondato su un’urbanistica folle, cui guardano con attenzione da almeno due decenni i dirigenti del partito comunista cinese; Slavoj Zizek, dal canto suo, ci ricorda in Berlusconi a Teheran (tradotto nell’Almanacco Guanda, n. 4, a cura di Ranieri Polese) come sin qui il capitalismo sia sempre apparso inestricabilmente legato alla democrazia; in Asia non è più così.
Il caso di Singapore è un segnale di questo cambiamento: un laboratorio semantico dove, scrive Koohlaas, «le sconcertanti questioni che caratterizzano la nostra epoca, come la coesistenza razziale, sono state esaminate prima che divenissero enormi empasse o crisi nel nostro continente». L’urbanistica è tornata a essere, dopo l’esplosione economica di Paesi come Cina, India, Brasile, un tema politico, e la città un nodo decisivo per la progettazione del futuro.
Il racconto che Koohlaas fa dello sviluppo dell’isola-megalopoli è davvero interessante: interventi di organismi internazionali comel’Onu; azione della politica locale di tipo dirigistico; applicazione della tecnica della tavola rasa; fine dell’utopia architettonica e urbanistica nata con la modernità; comparsa di architetti formati in università americane che costruiscono in Asia.
L’autore di Delirious New York (Electa) sostiene provocatoriamente che oggi l’Architettura è impossibile: «la città è un collage imperfetto: tutto in primo piano, niente sullo sfondo». Chi ha visitato le città asiatiche, da Singapore a Hong Kong, e a Tokyo, sa che si tratta di città che hanno abdicato al passato, si sono sradicate rispetto a se stesse, pensando così in grande e mescolando il lessico vernacolare a quello modernista in un ibrido che, nonostante tutto, seduce e attira proprio per la sua megalomania, per il crogiolo delle culture e delle razze, per la decostruzione di ogni linguaggio architettonico e insieme sociale.
Di fronte alle megalopoli asiatiche noi europei siamo come bambini che osservano stupefatti Disneyland: la realizzazione visiva di sogni infantili dietro a cui l’autoritarismo politico si fonde con il turbocapitalismo più spietato; il futuro appare come una regressione verso stati antichi della nostra stessa psiche. Così si presenta un libro, un vero classico, Los Angeles. L’architettura delle quattro ecologie di Reyner Banhman, capolavoro d’esplorazione di una metropoli che quarant’anni fa costituiva il punto più avanzato del nuovo urbanesimo.
Banhman, storico dell’architettura, inglese di nascita e formazione, esordisce in questo studio dettagliato della forma e della struttura visiva della città americana, dicendo che, come nel passato gli intellettuali inglesi avevano imparato l’italiano per leggere Dante in originale, lui ha imparato a guidare l’automobile per leggere Los Angeles. Città di superstrade, cavalcavia, plinti di cemento, sottopassi, nastri di asfalto, la metropolinastro è setacciata da Banhman mettendo in luce sulle mappe come lo sviluppo sia figlio dei mezzi di trasporto, prima della ferrovia poi dell’auto.
A Los Angeles ha inizio una delle caratteristiche proprie delle città postmoderne, che anche Alberto Arbasino ha narrato nei suoi viaggi negli Anni Sessanta: la fantasia ha il sopravvento sulla funzionalità. Banhman ci spiega come un hamburger ben preparato può essere un’opera d’arte visiva. A Los Angeles inizia quella che in Asia, nel totalitarismopostmoderno, è l’architettura come «assemblaggio simbolico»: edificio e simbolo sono una
sola cosa. Los Angeles e Singapore appaiono due estremi opposti, eppure complementari, della forma assunta dalle megalopoli nell’ultimo cinquantennio.
Banhman dice una cosa molto interessante che ci fa guardare diversamente anche la stessa Singapore: a Los Angeles le architetture sembrano prive di quell’angoscia creativa di stile eroico che propria del movimento moderno europeo. Le città dell’Oriente, per noi prive d’anima, non sono forse proprio così? Gli occhi con cui le guardiamo sono ancora gli occhi del passato, carichi di eroismo e di angoscia, sentimenti della nostra vecchia e tramontata modernità? Probabilmente sì.
Fase Rem della città
Marco Filoni «Saturno - Il Fatto quotidinao» 15-04-2011

Un’idea chiara di come si vorrebbe il mondo. Così un grande maestro dell’architettura come Giancarlo De Carlo definiva la propria attività – non solo professionale, anche e soprattutto intellettuale. E aggiungeva che di architettura, come di urbanistica, si può discutere in due modi: o come se fosse un’attività autonoma che si definisce da sola, attraverso quel che produce con gli strumenti della propria specializzazione (quindi i suoi oggetti: gli edifici e le opere); oppure come un sistema di comunicazione e di espressione che si può decifrare soltanto se si conosce il contesto in cui sono emessi e ricevuti i messaggi (quindi i processi di interrelazione con le vicende umane). Entrambi i metodi, se di metodo si può parlare, forniscono indicazioni importanti. Ma il secondo porta più lontano. Proviamo infatti a pensare all’esplosione economica delle nuove potenze come Cina, India o Brasile. Questa comporta una ricaduta diretta e immediata sulle città. Le quali, in questi paesi, si stanno trasformando (quando non vengono create e costruite dal nulla) in enormi megalopoli. La conseguenza immediata è che l’urbanistica torna a essere un tema politico. Finalmente. E insieme, anche la riscoperta di un’attitudine antica: pensare la città diventa un modo per progettare il futuro. A partire da queste considerazioni si possono porre alcune domande. Quali conseguenze determina un sistema politico sulla forma della città? Quali aspetti delle “nuove” città asiatiche hanno già penetrato le “nostre” città? Quale il ruolo dell’architettura di fronte alla crisi dello spazio pubblico? A provare a rispondere sarà chiamato il famoso architetto Rem Koolhaas, che interverrà questa sera alla Biennale Democrazia 2011 di Torino. Oltre che essere un famoso e blasonato rappresentante dello star system architettonico (le sue opere sono considerate, a ragione, fra le più interessanti del panorama degli ultimi decenni, coronate con il prestigioso Premio Pritzker, il “nobel” dell’architettura ricevuto nel 2000), Rem Koolhaas si è imposto anche come acutissimo teorico, visionario e al tempo stesso concreto, famoso per le sue idee radicali e poco convenzionali. Dapprima nel 1978 con Delirious New York, il “manifesto retroattivo” di Manhattan che rivoluzionò la lettura della metropoli contemporanea (in italiano da Electa). Poi nuovamente con Junkspace e oggi con Singapore Songlines (entrambi da Quodlibet). In particolare in quest’ultimo, denso, libretto, l’architetto olandese affronta già le questioni politiche e progettuali della città del futuro. Singapore diventa nella sua lettura un modello: quando ne scriveva, nel 1995, pensava che fosse destinato soltanto allo sviluppo urbano della Cina. Nella scioccante introduzione all’edizione italiana, invece, rilancia: quel modello di città nata da una tabula rasa, costruita dal nulla, quindi senza luogo, la cui forma è in continua trasformazione – ed è proprio questa “forma senza forma” a trasformasi nell’identità stessa della città – è il modello di ogni città, di tutti gli agglomerati urbani che anche da noi in Occidente faranno la loro comparsa, a breve. La profezia sulla città generica come forma delle megalopoli cinese si è, in sostanza, avverata. Vedremo se anche sul futuro delle nostre città occidentali ha visto giusto.

Megastrutture erette su una fragile utopia
Maurizio Giufrè «Alias - il manifesto» 22-01-2012
Per Koolhaas il «Grande Edificio» è il solo in grado di ricondurre all’ordine la frammentazione urbana (sprawl) coesistendo con la città nel suo assoluto gigantismo. L’architetto olandese, nel segno salvifico della teoria del Bigness, che ingloba e neutralizza la realtà, ha dichiarato che solo nella grande scala «l’architettura può dissociarsi dagli esausti movimenti ideologici e artistici delmodernismo e del formalismo, per riacquistare la sua strumentalità come veicolo di modernizzazione». È noto come la retorica astratta del conciso manifesto di Koolhaas trovi i suoi precisi riferimenti in Asia: così, nello scritto Singapore Songlines spiega quali siano le vicende dalle quali derivano le sue tesi. Che non hanno nulla di utopico poiché si fondano sul programma edilizio messo in atto nell’isola asiatica: tra i più pragmatici e cinici della modernità e di tutto l’Oriente.
Koolhaas l'antistar
Gualtiero Gualtieri «Domenica - Il Sole 24 Ore» 06-07-2014
Questo Rem Koolhaas non piace troppo, dunque è perfetto. Non piace perché è forse l'unico architetto orbo di battesimo al fonte dell'ideologicamente corretto. Ha perfino flirtato con gli emiri di Dubai. E con gli oligarchi russi. Ha realizzato la sede della televisione cinese CCTV a Pechino, in terra di comunismo, ma ciò non fa curriculum perché una cosa è essere ortodossi e fedeli al Timoniere, un'altra essere di sinistra. Rem non piace a molti architetti per via del piglio antiarchitetto. Alla Biennale di Venezia ha messo in mostra scale, balconi, soffitti, finanche gabinetti (e cioè elementi di architettura da muratura) anzìché favela da piagnisteo culturale o periferie da rammendare (giammai da rammentare). Rem non piace ai cronisti acculturati perché
non rilascia interviste (neppure in tivù) e pur essendo stato giornalista da giovane, a Haagse Post, un giornale olandese d'ispirazione moderata non lascia spazio alla mondanità sciuè sciuè (e, infatti, questa Biennale non piace, dunque è perfetta). La sgarbo più grande che Rem poteva fare lo ha riservato agli italiani. Ha dato troppa importanza al Belpaese dedicandogli metà della Biennale: «Monditalia». Una vetrina alle Corderie dell'Arsenale dove, nonostante tutti i suoi guai, con l'argomento che l'Italia è ancora rappresentativa per l'architettura, Rem la racconta come neppure il più fiero dei patrioti saprebbe fare. Singapore songlines, il suo ultimo libro edito da Quodlibet, descrive la Disneyland piena di divieti. Eccoli: non si può fumare, non si può bere, non si può fare l'amore. Rem racconta in queste pagine ciò che ogni città anche Catanzaro diventerà nel compimento dell'ideologicamente corretto. Una Disneyland con la pena di morte. In forza di una pena più che perfetta.
2010
Quaderni Quodlibet
160x225
ISBN 9788874622580
pp. 128
€ 18,00 (sconto 15%)
€ 15,30 (prezzo online)