Topografie politiche
Topografie politiche
Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida

Uno dei leit-motiv nell’interpretazione della globalizzazione riguarda il superamento della topografia tipica del Moderno e delle forme politiche che la caratterizzano, in particolare lo Stato-nazione e i suoi confini. Questo lavoro risale alle origini di tale topografia, quando le determinazioni topografiche avevano una diretta corrispondenza con quelle politiche e una consistenza materiale: risale alla conformazione spaziale della città antica e medioevale, ai suoi muri e alle sue porte. Segue, poi, passando per il cambio di paradigma spaziale che la concezione dello Stato di Bodin e Hobbes ha comportato, l’evolversi e il trasformarsi della topografia della città fino alla sua crisi e alla conformazione che assume oggi lo spazio urbano. È, pertanto, sulla scorta di tale itinerario che s’intende pensare la soggettività politico-giuridica del Moderno e la sua crisi, quella soggettività definita a sua volta dal confine, dal dentro/fuori, come indicano le sue configurazioni più radicali, il sovrano e lo straniero, e il loro rapporto costitutivo con l’istituzione della cittadinanza.
Sono Walter Benjamin e Jacques Derrida a fornire le categorie filosofiche per interpretare la trasformazione della topografia del Moderno e le sue ripercussioni sulla definizione della soggettività e sulla determinazione spaziale del potere. In un confronto che evidenzia tanto le affinità che le differenze, le topografie politiche di Benjamin e Derrida sono inoltre messe in relazione con quelle di autori che si collocano, rispetto alla spazialità del Moderno, sia all’interno (Schmitt) sia al di fuori (Kafka, Deleuze), sia, come Benjamin e Derrida, sulla soglia (Nancy).

 

Recensioni 
Francesca Bolino «La Repubblica» 30-01-2010
Roberto Fai «La Sicilia» 07-02-2010
Roberto Ciccarelli «Il Manifesto» 25-03-2010
Ludovica Malknecht «Lettera Internazionale» 07-07-2010
 
Topografie politiche
Francesca Bolino «La Repubblica» 30-01-2010
Alcune categorie filosofiche per interpretare la trasformazione della topografia del Moderno e le sue ripercussioni sulla determinazione spaziale del potere.
Lo spirito messianico della storia. Un saggio di Dario Gentili
Roberto Fai «La Sicilia» 07-02-2010
"Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo". Quando nel 1848, con quest'incipit posto nel suo "Manifesto del partito comunista", Karl Marx inquietava la scena politico-sociale dell'Occidente capitalistico, iniziava a delinearsi proprio dentro quella congiuntura epocale un intero orizzonte "metafisico" - proprio così -, da cui avrebbero preso corpo sistemi di pensiero, ideologie, conflitti socio-politici, organizzazioni collettive, forme statali, "nuove" filosofie - visioni della temporalità, della storia, teleologie, immagini del "progresso", ecc… Da quando, sul finire del secolo scorso, col crollo del Muro - ultimo "bastione" di resistenza del comunismo - l'umanità ha preso atto che un lungo ciclo storico-politico, oltre che ideologico-mentale, si era chiuso definitivamente (anche se alcuni segni di questo disfacimento s'erano potuti cogliere già alla seconda metà del Novecento), era sembrato che mai più l'Occidente avrebbe potuto incontrare "fantasmi" o spettri così perturbanti da inquietare lo spazio di aspettative e l'orizzonte di attesa di una scena e di un mondo politici, tesi a "rappresentare" se stessi nella progressiva conquista di una piena "trasparenza" universalistica ed universalizzante.
Ma, come spesso accade, per una sorta di eterogenesi dei fini, è il presente - con le sue contraddizioni, con i suoi "vuoti" - ad incaricarsi di smantellare le visioni ireniche di "chi" prova a riscrivere la storia nel ruolo di vincitore "finale", facendo riemergere "dal passato", dai buchi profondi delle promesse non mantenute - e facendoceli rincontrare in versioni inedite - proprio quei "revenants" (fantasmi, spettri), che, se non possono più "ripetere", nelle medesime forme e condizioni della loro comparsa, le finalità promesse e le assicurazioni offerte, continuano ad "ossessionarci" con l'eco delle "voci" inascoltate del passato e delle "rovine" che stanno accumulate alle nostre spalle. Come in una grande scena "freudiana" - in questo caso, "collettiva", o, se si vuole, globale, "mondializzata" -, dietro le riflessioni sopra accennate, potremmo scorgere queste domande: "esiste una forza messianica nella storia?". Il latente riverbero di possibilità mai realizzate del passato è consegnato definitivamente alla furia dileguante del tempo trascorso, o è davvero pensabile, possibile, una redenzione ed un riscatto? C'è davvero, ancora, un "potere messianico" in grado di tradursi in un "evento" capace di redimere e riscattare il passato?
Queste suggestive domande fanno da sfondo alla interessante ricerca che Dario Gentili ha dato alle stampe di recente ("Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida", Quodlibet 2009, Euro 20), nella quale prova - in un serrato corpo a corpo tra Walter Benjamin e Jacques Derrida, attraversando "contropelo" pensatori di rango del Novecento, come Carl Schmitt, Franz Kafka, Hans Blumenberg, Gershom Scholem - a indagare sulla differenza del "messianico" nei due autori, ma anche genealogicamente l'eterno dissidio tra politica e diritto, "gewalt" (violenza, forza, autorità) e legittimità, - nei termini di Schmitt: "presa di possesso della terra" e imposizione di una "misura" -, proprio nel nostro tempo attuale, nel quale la fine irreversibile dello Stato-nazione e il crepuscolo della "sovranità" sconvolgono le vecchie "topografie" e dimensioni spaziali che avevano connotato "il politico" del Moderno, facendo deflagrare quello stesso "spazio urbano" all'interno del quale la dialettica tra "locale" e "globale" costringe a ripensare la nuova configurazione di termini come "confini" e "soglia". Solo una politica che sappia "far spazio", "aprire luoghi" è in grado di far emergere una nuova soggettività politico-giuridica.
Topografie politiche nella crisi della modernità
Roberto Ciccarelli «Il Manifesto» 25-03-2010
Alle origini di una città c'è un atto di fondazione. Michel Serres, in un volume non dimenticabile, Roma, il libro delle fondazioni, scrisse che in realtà quell'atto che si vuole assoluto e unico rivela una costitutiva ambiguità. Da allora la politica ha voluto cancellare la violenza che costruì l'urbs, vanificare il rischio mortale della guerra civile che terrorizzava Platone. Nel libro di Dario Gentili questo remoto passato viene analizzato alla luce del cambio di passo da un paradigma spaziale ad uno topografico della politica. L'analisi scorre fitta lungo quella linea che un tempo oppose le due dimensioni spaziali - il dentro e il fuori - collocandosi sul confine che includeva i cittadini ed escludeva gli stranieri. Fuori la violenza, dentro l'ordine. All'origine la guerra, oggi la pace.
Con l'evaporazione del confine, e la definizione di «soglie» che mescolano geometrie euclidee con topografie frattali, è ormai impossibile mantenere le antiche proporzioni. Nel tempo globale è avvenuta la crescita postmoderna delle megalopoli, e del citazionismo delirante negli stile dell'arte, della politica e dell'architettura. L'archeologica aspirazione a mediare i conflitti per ottenere una giusta distribuzione tra il legale e l'illegale è ormai vana illusione. La crisi della soggettività politico-giuridica moderna è conclamata, dissolta l'unione del borghese con il cittadino.
Walter Benjamin e Jacques Derrida vengono eletti a testimoni di questo passaggio d'epoca. C'è infatti qualcosa che risuona nel loro messianesimo politico. Nel cuore del presente dove il futuro è «nulla» e il resto sono macerie, cresce il desiderio dell'avvento risolutivo di una potenza che irrompe e salva.
Nella peculiare versione del messianesimo benjaminiamo, l'attesa matura sulle spalle larghe degli oppressi, nell'immanenza della loro storia, non nell'invocazione di un salvatore che si reincarna in un solo uomo o in una classe. «Un messianesimo senza messia», ha spiegato enigmaticamente Derrida. La debole forza che si preannuncia in questo tempo sconnesso e accidioso non dà nessuna garanzia sul futuro, sebbene veda nel futuro l'unica possibilità.
Su questo acuto distinguo - che rese Derrida il sismografo più attento alla crisi della politica del Novecento - il libro di Gentili si chiude. Non senza avere rivelato il retroterra «kafkiano» che congela il pensiero della crisi in un'aporia e incanta l'azione nello scacco della giustizia.
Un atteggiamento nobile, e mai compiaciuto, che ha caratterizzato la vicenda del «pensiero negativo» per molto tempo. Ma che oggi può e dev'essere ripensato. Bisogna fare attenzione alle ragioni della crisi, ma è un lusso troppo grande accontentarsi di restare nel cono d'ombra di una potenza che s'annuncia, ma non si rivela.
A chi crede ancora di stare accanto a Napoleone durante il colloquio che ebbe con Goethe a Erfurt prima di partire alla conquista del suo mondo, bisognerà un giorno dare la notizia. Non ci si può accontentare di «fare appello alla storia» e lasciarsi abbindolare dagli echi di un appello senza storia. Al posto del sogno napoleonico, c'è una necessità più modesta ed ambiziosa. L'appello che ci serve è l'organizzazione. Non di ciò che esiste, bricolage ormai desueto. Ma di ciò che viene.
Topografie politiche
Ludovica Malknecht «Lettera Internazionale» 07-07-2010

Assumere la topografia politica come una delle fondamentali chiavi interpretative della globalizzazione e della crisi dello Stato moderno consente il ripensamento e la riformulazione di categorie che per secoli hanno vincolato la definizione della cittadinanza e dell’identità politico-giuridica ai confini dello Stato-nazione. Il recente volume di Dario Gentili, Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida, offre uno scavo in profondità di tale prospettiva, non solo sottoponendo a una sapiente analisi filosofica la ricostruzione storica della topografia politica fino alla sua configurazione contemporanea, ma anche indicando una direzione di senso legata a uno specifico punto di vista: il “punto di vista del fuori, dello straniero e dell’esclusione”, che stabilisce una sostanziale continuità tra la riflessione dell’Autore e i principali referenti della sua opera, Walter Benjamin e Jacques Derrida.
Il progressivo venir meno della distinzione tra dentro e fuori i confini dello Stato-nazione impone al mondo globalizzato interrogativi fondamentali – «Che cosa resta dello straniero? Di chi viene da fuori? E del cittadino? Di chi è dentro? Chi è cittadino senza lo straniero che da fuori lo definisce? Chi ha effettivamente la potenza di definire la cittadinanza: lo straniero o il sovrano? E se la “potenza di definire” l’appartenenza all’interno provenisse da fuori?» Per fornire una possibile risposta a queste domande, occorre considerare e dar vita a una nuova concezione della spazialità. Si tratta di individuare uno spazio – lo spazio lasciato vuoto dalla progressiva “spettralizzazione” dell’autorità fondativa e delle figure da questa definite – e, al contempo, di far spazio, “creare” lo spazio che tanto la concezione derridiana della revenance quanto il destruktive Charakter benjaminiano, fino all’idea di creatio ex nihilo fornita da Jean-Luc Nancy, sembrano indicare all’orizzonte della post-sovranità. Tale spazio presenta il vantaggio della propria Zweideutigkeit (“ambiguità”, “ambivalenza”), ponendosi al di fuori delle categorie di esclusione/inclusione imposte dal confine per configurarlo come quella “soglia” che, per Derrida, «è quindi sempre un cominciamento, il cominciamento del dentro e il cominciamento del fuori» – la soglia su cui l’analisi di Gentili intende soffermarsi. A una spazialità che metta radicalmente in discussione l’identità di figure come il sovrano, il cittadino, lo straniero, corrisponde un soggetto alternativo a quello politico-giuridico tipico del Moderno, imposto dalla de-cisione del confine: chiunque. «Chiunque è il cittadino in assenza del sovrano, ma chiunque è anche il sovrano fuori dai confini della sua giurisdizione e chiunque è lo straniero dentro i confini del Paese che lo ospita. Tuttavia il chiunque presuppone ancora una topografia, in cui il fuori non rimanda a una dimensione ultra-terrena, bensì è situato in questo spazio, non al di là, ma appena fuori la porta: una condizione in cui, oggi, potrebbe trovarsi chiunque, in ogni momento».
Una realtà politica così configurata non può non avere rilevanti implicazioni giuridiche che, a partire dall’apporto di Benjamin e di Derrida, convergono nella necessità di tener ferma la distinzione tra diritto e giustizia, tra legalità e legittimità. L’analisi di Gentili spazia allora con coerenza dal confronto inevitabilmente critico con Carl Schmitt all’analisi benjaminiana e derridiana della Gewalt (sia “violenza” che “autorità legittima”), fino alle implicazioni messianiche di una concezione politica che Benjamin pone a confronto con quella artistica. È il caso del saggio su Kafka del 1934, con la sua problematica ricezione da parte di Gershom Scholem e Bertolt Brecht.

 

2009
Quodlibet Studio. Filosofia e politica
140x215
ISBN 9788874622894
pp. 244
€ 20,00 (sconto 15%)
€ 17,00 (prezzo online)