Sandwich digitale
Sandwich digitale
La vita segreta dell’immagine fotografica

Se è vero ciò che Iosif Brodskij ripeteva ai suoi studenti e cioè che l’esperienza precede sempre l’articolazione verbale, allora Paolo Rosselli ha fatto sua questa massima alla lettera, declinandola però in fotografia. Dopo aver abbandonato cavalletto e banco ottico, Rosselli si è lasciato guidare dalla tecnica digitale quasi ad occhi chiusi per poi ricostruire a posteriori il senso fotografico delle proprie esperienze visive, come se fosse un pittore. È infatti questa la grande libertà che offre la fotografia digitale: vedere e registrare ciò che l’occhio normalmente non vede secondo configurazioni del tutto inattese.

 

Paolo Rosselli, Tokio, da

 

Città del Messico, l’India, Tokyo, l’Africa sono solo alcuni dei banchi di prova che Rosselli descrive – verrebbe da dire, dipinge – e che ci restituisce con una fredda analisi in questo piccolo e prezioso zibaldone illustrato dove esperienza e riflessione, più che teoria e pratica, si saldano nell’alveo di una netta astrazione concettuale. Chiude il libro un «ricordo al futuro» del grande fotografo Ugo Mulas, presso il cui studio Rosselli si è formato all’inizio degli anni Settanta, che più che un ritratto è un gioco di riflessi, un’interazione dialettica fra passato e presente priva di qualsiasi nostalgia.

 

"Non esiste più differenza tra soggetto e sfondo. La foto digitale ha messo fine all'idea di fotografia come veduta ordinata e gerarchica". Dall'intervista di Paolo Rosselli alla Radio Svizzera Italiana (durata 7 minuti)

 

Paolo Rosselli, Los Angeles, da

 

 

Recensioni 
Alessandra Iadicicco «La Stampa» 23-12-2009
Michele Smargiassi «La Repubblica» 02-01-2010
Francesco Longo «Il Riformista» 16-01-2010
Georgia Galanti «Rimini Donna» 01-02-2010
Arturo Carlo Quintavalle «Corriere della Sera» 02-03-2010
Silvana Turzio «ALIAS» 24-04-2010
 
E il fotografo crea la realtà
Alessandra Iadicicco «La Stampa» 23-12-2009

Beffa paradosso o magia? La breve storia della fotografia digitale che Paolo Rosselli - un artista dell’obiettivo, «perditempo di professione» dice di sé sorridendo il cinquantasettenne fotografo milanese, figlio del designer Alberto Rosselli, nipote di Giò Ponti e allievo di Ugo Mulas - racconta nel suo libro sulla vita segreta delle immagini, spalanca lo scenario di una rivoluzione. Rapida, economica, silenziosa, incruenta, imprevista. Chi non ha morso il Sandwich digitale (così il titolo, appena uscito da Quodlibet, pp. 138, e25) senza digerirlo e assimilarlo all’istante?

Istantanea, ecco. Se ne scattano sempre, ovunque e da parte di chiunque. Basta premere un dito e la macchina - ben congegnata, già programmata, ultrasofisticata - riproduce lì per lì un’immagine perfetta: ad altissima fedeltà digitale. Fedele a se stesso e al proprio ruolo rischia di non esserlo più solo il fotografo: in crisi di identità professionale se tutti quanti ormai - apparecchio intelligente alla mano - sanno fare il suo lavoro.

Ma non è certo quello del rimpianto (per il vecchio metodo analogico) o del risentimento (per i tanti neofiti dei nuovi mezzi) lo spirito con cui Rosselli lancia la sua provocazione prendendo atto della rivoluzione digitale. Anzi: se la svolta è irreversibile e irresistibile, ben venga. E se lo «scatto» in avanti del progresso tecnologico l’ha innescata, ben gli si vada dietro per tener testa ai nuovi traguardi, o «obiettivi», che la tecnica consente di raggiungere.
Gli obiettivi del digitale, appunto, sono altri. Prima di altri l’ha visto Rosselli. «L’obiettività è un mito che annoia», scrive. E «il realismo è frutto di una logica perversa», «l’originalità d’artista è effetto dell’enfasi retorica». E allora? Allora facciamola finita con la vecchia idea delle foto che «documentano» la realtà. Con il compito del reportage che riproduce e restituisce una copia del mondo. Con i leggendari appostamenti del reporter che, installato il cavalletto, sta fermo per ore pronto a cogliere l’incanto, il gioco della luce, l’attimo fuggente. O con l’ideale di una verità che, seppellita da cliché, déjà-vu, pregiudizi, convenzioni, icone preconfezionate e miti d’oggi, qualche mago saprà estrarre coi suoi trucchi. Rosselli, smagatissimo, sfata tutte queste mistificazioni. Guarda dritto negli occhi gli occhi della fotocamera che sembra fare tutto lei. Riconosce gli ultimi sviluppi della civiltà delle immagini. E prende sul serio - ridendo anche un po’ - le sue incomponibili contraddizioni.

Cioè: oggi tutti sono fotografi e nessuno lo è. Si creano valanghe di foto che però, a sollievo degli archivi, spariscono subito spegnendo il pc. Si fissano a perpetua memoria elettronica inquadrature sempre provvisorie come «prove». Si opera con strumenti costosi da impiegare per produrre a costo zero. Ci si affida ad apparecchi complessi per compiere il più semplice dei gesti. L’effetto dello scatto è immediato e il tempo di lavoro è bruciato. Sono i classici paradossi della tecnica che sempre, quanto più è raffinata, tanto più libera chi la impiega della responsabilità di prestare attenzione o di prendere decisioni.

La fotografia però è nata «160 anni fa, nel 1839» proprio come figlia della tecnica. Tenendone conto e pensandola come un’arte, Rosselli recupera con estrema consapevolezza il valore aggiunto dal fotografo che opera col digitale. L’investimento di tempo, gusto, estro, sapienza, intelligenza «scontati» dall’apparecchio che scatta avvengono tutti in fase successiva. Non c’è uno «sviluppo» di pellicola, ovvio. Bensì una selezione: impegnativa, poiché gli scatti sono migliaia. Un’elaborazione: sottile, almeno quanto i software che la eseguono. Una decostruzione: di figure che si smontano ad arbitrio e rimontano a strati come «un sandwich». E una crescente astrazione: di immagini che, sciolte da narcisismi d’artista («la macchina è così brava, dice Rosselli, che posso tenerla a livello dello sterno per scattare»), emancipate dall’obbligo di significare un oggetto, rappresentano qualcosa che nel mondo non esiste. Presentano per aporia (o per magia) una composizione singolare, originale, unica, autentica, artistica che per status e modalità di esecuzione è assai prossima a una creazione pittorica.

I «quadri» fotografici di Rosselli sono affreschi di vita contemporanea: scorci di metropoli postmoderne, scene di civiltà avveniristiche, paesaggi di natura straniata. Ridipinte coi colori digitali, le sue Tokyo, Berlino, Istanbul, Pechino, Shangai, Milano, Parigi, Celerina mostrano volti che nessun occhio umano o tecnologico avrebbe mai visto. E invece bastava puntare il dito e lo sguardo digitale per indicare questo: guarda là, ancora una volta l’arte
inventa la realtà.

Se la foto digitale è un tramezzino
Michele Smargiassi «La Repubblica» 02-01-2010
La prova del sandwich è mangiarlo. La prova della fotografia numerizzata è scattarla, maneggiarla, guardarla. Paolo Rosselli ha sicuramente imparato dal suo maestro Ugo Mulas che un fotografo può indagare la fotografia solo per mezzo di fotografie, e questo sperimentale album-saggio contiene le sue "verifiche", un tuffo nell'oceano digitale per capire se si può nuotare o se si affoga. La nuova fotografia manipolabile, dice, è fatta di strati come un tramezzino, è uno «stravagante accumulo di ingredienti di diverso genere che trattengono un loro specifico tono e sapore». Ma così stratificate
sono anche le città postmoderne, che Rosselli fruga da decenni.
Indecisa tra calco della realtà e costruzione di significato, la nuova fotografia «governata dagli algoritmi» è forse il medium più adatto per indagare un ambiente umano che le somiglia. «Si ama e si ricorda una fotografia per il grado di alterazione della realtà che contiene e non per la sua fedeltà a qualcosa», sostiene Rosselli. Forse ha ragione, ma tutto dipende da chi conduce il gioco: siamo pur sempre noi che dobbiamo mangiare il sandwich, non viceversa.
L’utopia del clic finita nel sandwich
Francesco Longo «Il Riformista» 16-01-2010
«Bisogna ammetterlo, in realtà si ama e si ricorda una fotografia per il grado di alterazione della realtà che contiene e non certo per la sua fedeltà a qualcosa, anche se ipocritamente si sostiene il contrario». La tesi è chiara. Il libro di Paolo Rosselli racconta le conseguenze della «rivoluzione» digitale che ha trasformato l’universo della fotografia. Prima c’era la fotografia e la realtà: ma adesso? Un’altra citazione che può chiarire subito quale sia la prospettiva di Rosselli può essere la seguente: «Uno storico in vena di congetture un po’ spinte non avrebbe difficoltà a collegare la fine delle utopie del secolo passato con la fine della fotografia che registra il reale».
Rosselli ci ricorda che le innovazioni tecnologiche non sono mai solo progressi che riguardano le pratiche, ma comportano sempre modificazioni filosofiche, antropologiche, e che modificano cioè i contenuti. Mezzi e strumenti non sono mai solo tali, sono sempre mescolati ai soggetti che studiano. Le macchine fotografiche digitali non hanno solo reso lo scatto più facile o meno costoso: hanno modificato il rapporto con la realtà. Oggi si parte dall’immagine (prima foto) che compare sullo schermo della macchina, e da lì, se l’immagine ha generato certe sensazioni, si procede. E poi il cammino della foto è lungo: «Il suo destino è quello di assimilare e arricchirsi visivamente di nuove consapevolezze che si acquisiscono anche dopo molto tempo».
Per quel che riguarda la realtà, le conseguenze sono notevoli. Si scatta foto a qualsiasi oggetto: la foto digitale «rende intelligenti gli oggetti quotidiani, residui insignificanti (…) vengono improvvisamente liberati dalla loro piatta materialità, reinventati da una luce, da un contrasto». Non esistono più soggetti degni di essere fotografati, perché tutto può essere un pretesto per trovare un valore nascosto nel quotidiano. Nel libro Sandwich digitale sono presenti molte fotografie che “accompagnano” il testo scritto (o non è forse il contrario?). Comunque. In queste fotografie è scomparsa la distinzione tra spazi esterni e spazi interni, i riflessi presenti nelle immagini sono spesso presenze aeree che scavalcano l’interno per proiettarsi al centro di luoghi aperti. I tavolini interni di un bar possono lievitare nell’aria, svolazzare sopra l’asfalto di una strada. Nelle superfici a specchio, o nei materiali che restituiscono copie deformi di oggetti immobili, il mondo appare capovolto o dinamico. I piani si sovrappongono, si sciolgono uno nell’altro. La presenza degli oggetti sembra sempre casuale, incidentale. Scrive Rosselli: «A quanto pare, anche per la fotografia è arrivata l’ora, il momento fatale, inevitabile, della decostruzione, ovvero della sua scomposizione in strati, settori, punti, aree di lavoro».
Le foto sono sandwich perché le foto digitali sono organismi complessi e stratificati. Si capisce che l’autore è stufo della foto classica («insopportabilmente documentaria»), e in alcuni passi si ascrive ad una ideologia vagamente relativista: «La fotografia mostra che il viaggio in cerca dell’autenticità è la tipica missione impossibile». Ma almeno due riflessioni meriterebbero approfondimenti. Quando l’autore scrive: «Si può essere disgustati dal mondo del consumo (scarsa propensione allo shopping, acquisti solo per necessità) ma allo stesso tempo ci si accorge che questa avversione cessa quando si ha in mano lo strumento di registrazione, la macchina fotografica. (…) Dal disturbo che genera l’oggetto in questione si passa esattamente all’opposto, al risultare altamente gradito». E quando nota che la macchina fotografica: «Serve a curare le città dalle sue ferite, a levare di mezzo quel carattere d’illeggibilità che inconsapevolmente mette in mostra: le architetture, dopo la cura della fotografia, sembrano pacificate, senza più quella parvenza di crudeltà o d’insensata prepotenza». Il reale è moribondo ma la foto digitale è un balsamo per le sue ferite.
Letture per iniziare bene il nuovo anno
Georgia Galanti «Rimini Donna» 01-02-2010

Dopo aver abbandonato cavalletto e banco ottico, Rosselli si è lasciato guidare dalla tecnica digitale per poi ricostruire a posteriori il senso fotografico delle proprie esperienze visive, come se fosse un pittore.E' infatti questa la grande libertà che offre la fotografia digitale: vedere e registrare ciò che l'occhio normalmente non vede secondo configurazioni del tutto inattese.

La vita (segreta) digitale
Arturo Carlo Quintavalle «Corriere della Sera» 02-03-2010
Mezzo mondo: Pechino e San Francisco, Nairobi e Istanbul, Barcellona e Milano. Ecco i viaggi di Paolo Rosselli, un intelligente fotografo che ha sempre pensato l' architettura come spazio dominante, spesso senza personaggi. Ma adesso, col digitale, tutto sembra diverso: colore, intrecci di immagini, figure dentro le strutture creano un altro racconto. Siamo dunque, scrive Rosselli nel suo Sandwich digitale, la vita segreta dell' immagine fotografica (Quodlibet, pp. 138, 25) davanti alla «registrazione di un concetto più che (di) una realtà», è finita «la complessa e massiccia architettura derivata dagli apparecchi dell' 800»; le macchine del futuro saranno schermi dentro i quali tutto diventerà spazio, «spettatore incluso». Vero, come è vera l' ebbrezza che Rosselli prova fuori dei vecchi vincoli della messa a fuoco, del calcolo di tempi e luci. Eppure Man Ray, Christian Schad e Moholy-Nagy negli anni Venti del secolo scorso tutto questo, memorie di figure e di spazi, immagini off camera, lo avevano capito. La foto digitale resta parte di una antica storia.
Il «sanwich digitale» e gli effetti sulle pratiche formali local/global
Silvana Turzio «ALIAS» 24-04-2010
Fotografia, cinema, videotape sono le protesi dell’occhio novecentesco che hanno apportato un più di vedere determinante per la percezione contemporanea del mondo. Che il digitale stia a sua volta rivelando nuove modalità della visione non è cosa nuova, nuovo è invece il metodo usato da Paolo Rosselli per proporci le sue riflessioni. Da buon allievo di Ugo Mulas, e da ottimo professionista della fotografia, Rosselli si adopera ad applicare una sana «verifica» del linguaggio fotografico e digitale ricorrendo alle immagini fotografiche, a volte molto convincenti. «Tempo fa alla fotografia riusciva facilmente la simulazione di uno spazio ideale, ordinato, che in un certo modo voleva sempre misurarsi con i grandi problemi... oggi una tale visione non resiste più alla pressione dei tanti eventi impercettibili che accadono in simultanea», scrive l'autore in Sandwich digitale La vita segreta dell'immagine fotografica (Quodlibet, pp. 144, € 25,00). Il sandwich digitale sarebbe a suo avviso un mezzo «molto malleabile» per confrontare ad esempio colori e forme che appartengono a luoghi diversi, come se il genius loci fosse oggi individuabile non più nella fisicità spaziale, ma nelle tavolozze di colori che secondo l’autore sembrano differire da un luogo all’altro. Nel suo percorso riflessivo, questa è un’ipotesi tra le più interessanti: se da un lato sconfessa l’idea ormai invalsa della globalizzazione delle realtà metropolitane, dà rilievo al contrario alle identità locali. Ciò ci ricollega alle analisi ormai decennali ma sempre valide di Emmanuel Todd sul radicamento sempre più forte delle culture locali in contrapposizione alla comunicazione ecumenicamente pervasiva. E non è discorso peregrino, anzi. Varrebbe forse la pena approfondirlo nel campo della fotografia ristabilendo delle frontiere per analizzare le pratiche formali radicate in un preciso territorio culturale e spaziale tralasciando invece per un momento la rivendicazione affascinata uno sguardo globalizzante.
2009
Quaderni Quodlibet
160x225
ISBN 9788874622856
pp. 144
€ 25,00 (sconto 15%)
€ 21,25 (prezzo online)