Lezioni di fotografia
Lezioni di fotografia
 
Con 155 foto a colori
A cura di Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro
Con uno scritto biografico di Gianni Celati

 

Luigi Ghirri (Scandiano 1943-Roncocesi di Reggio Emilia 1992) ha rinnovato con le sue fotografie il nostro modo di guardare il mondo, e c’è un’intera generazione di fotografi che non potrebbe esistere senza la sua opera. Durante il 1989 e il 1990 Ghirri ha tenuto una serie di lezioni sulla fotografia all’Università del Progetto di Reggio Emilia, lezioni che sono state trascritte, e in questo libro per la prima volta pubblicate; ognuna corredata dalle fotografie e dalle immagini che mostrava agli studenti e di cui parlava.
È un libro di grande utilità per avviarsi all’arte della fotografia e all’arte di Luigi Ghirri, e per pulirsi un po’ lo sguardo.

 

"Tutti i tipi di foto costituivano per Luigi un alfabeto, da Walker Evans (il suo fotografo preferito), al fantastico Eugène Atget, ad Andrè Kertész, ai personaggi di Nadar, agli innovatori Moholy-Nagy e Muybridge.
A Reggio Emilia Luigi non insegnava la foto come arte separata dal resto, ma come appartenente a un alfabeto dove si collegano varie abitudini del vedere, e in cui riconosciamo un mondo abitabile
". – Gianni Celati

 

Luigi Ghirri, Brest, 1972

 

Sommario

Lezioni:

- Una passione anche un po’ dilettantesca
- Dimenticare se stessi
- Ricerche
- Macchine
- Esercitazione
- Esposizione
- «Non è venuta come vedevo»
- Storia
- Trasparenza
- Soglia
- Inquadrature naturali
- Luce, inquadratura e cancellazione del mondo esterno
- Immagini per musica

Note

Ricordo di Luigi, fotografia e amicizia di Gianni Celati

 

Ascolta l'intervento di Andrea Cortellessa a Fahrenheit (Radio3): "Lezioni di fotografia di Luigi Ghirri è un libro magico e sorprendente" (4 minuti)

 

Ascolta la recensione di Emanuela Giudice su Radio Onde Quadre

 

 

Recensioni 
Michele Smargiassi «La Repubblica» 04-06-2010
Marco Belpoliti «La Stampa TTL» 26-06-2010
Maurizio G. De Bonis «CultFrame» 01-07-2010
Silvana Turzio «Alias-il manifesto» 07-08-2010
Arturo Carlo Quintavalle «Corriere della Sera» 20-10-2010
Tiziana Lo Porto «D Donna» 23-03-2013
Isabella Tramontano «Platform» 05-01-2015
Paolo Nori «Paolonori.it» 28-03-2016
 
Foto finish. Da Ghirri al web cosa resta del fotografo
Michele Smargiassi «La Repubblica» 04-06-2010
La fotografia era poco più che bambina, «adolescente», quando Luigi Ghirri la insegnava a una classe di ragazzi fortunati: era il 1989 e l’invenzione di Daguerre compiva giusti 150 anni di vita, appena un sospiro nei venticinquemila anni di storia dell’immagine. Rinascesse adesso, diciott’anni dopo la sua prematura scomparsa, Ghirri la troverebbe mostruosamente invecchiata, la sua giovinetta. Qualcuno anzi dice: già defunta. Trasformata dalla svolta digitale in simulacro, illustrazione malleabile e infedele, senza più analogia con il mondo reale. Così almeno si dice. Ma allora, pubblicare oggi il testo inedito di quelle Lezioni di fotografia (a cura di Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro, Quodlibet editore, pagg. 264, euro 22) tenute dal grande fotografo reggiano nell’Università del Progetto della sua città, ritrovate e sbobinate da un nastro magnetico superstite, ha un senso che non sia archeologico?
Eccome se ce l’ha. Questo libro è il documento di una doppia, dolorosa crisi fatale nella storia dell’immagine ottica: la fine della fotografia come oggetto intellettuale, e la fine del fotografo come intellettuale. Una fine a tradimento, una sincope che colpì proprio nel momento più felice. Quando Ghirri, timido e acuto vedente d’immagini nonostante gli occhiali perennemente appannati, quando Ghirri dicevamo saliva in cattedra, era un momento cruciale. Tutto era sul punto di accadere, ma nessuno se ne accorgeva, neanche lui che le antenne le aveva ben dritte. La fotografia era già avviata sulla strada digitale, Ghirri ne accennava quasi di sfuggita, per lui non era importante che la pellicola lasciasse prima o poi il posto ai pixel, e aveva ragione, perché non sarebbe cambiato granché se di lì a poco non avesse fatto irruzione l’uragano che rase al suolo l’intero sistema di circolazione delle immagini per sostituirlo con un altro: cioè l’uragano Internet. Ma la grande Rete non c’era ancora, quando Ghirri raccontava ai suoi studenti che finalmente, dopo decenni di marginalità, «in questi ultimi tempi il fotografo partecipa attivamente alla creazione di realtà con quelle che potremmo definire operazioni culturali globali», che «la figura del fotografo è oggi più sfaccettata, più attiva nella creazione globale dell’immagine di comunicazione».
C’è molta autobiografia in questo ottimismo che ci pare, oggi, saturo di spirito modernista alla Bauhaus. L’etichetta di “fotografo” è sempre stata stretta al ragazzo di Scandiano che aveva le idee chiare come i toni pastello dei suoi paesaggi sereni e quietamente irreali. Appassionato di cinema, di musica (Dylan e Bach), di architettura, gran lettore di un lavoro del pensiero, come la filosofia e la poesia», scrive l’amico di sempre Gianni Celati nella postfazione. Fotografo sì, ma rinascimentale (tanto, per Ghirri, la fotografia è sempre esistita, è un modo che ha l’uomo di guardare il mondo e non la tecnica per farlo), polivalente, trasversale e – parola che detestava – interdisciplinare.
E tanto ci credeva che riuscì a incarnare davvero questo «nuovo modo di agire di una figura storica, quella del fotografo». Almeno due dei suoi «progetti di comunicazione globale», il Viaggio in Italia dell’84 e le Esplorazioni sulla via Emilia dell’86, sono rimasti miracoli unici nella nostra storia culturale: opere davvero collettive (e già mettere assieme la «ricerca combinata» di più fotografi senza gelosie e competizioni fu un’impresa che aveva dell’impossibile) in cui Ghirri, più organizzatore che fotografo, riuscì a far interagire uomini d’immagine e di parola per raccontare il volto di un paese reale. Il Ghirri esposto nei grandi musei del mondo ha forse messo in ombra questo Ghirri organizzatore di cultura, intellettuale a pieno titolo, caso più unico che raro in un mestiere che lui stesso vedeva costretto nelle categorie funzionali dell’artista, del reporter, del dilettante-amatore; mentre il suo sforzo anche didattico, ben oltre i necessari consigli su uso di luce, emulsioni, pellicole e obiettivi, era di trasformarlo in operatore culturale a più dimensioni, che fosse consapevole di essere il perno di una società basata sulle immagini, capace di disegnare con linguaggi diversi una vera e propria «mappa» del mondo, a partire da un preciso e storico «paesaggio-ambiente», quello italiano (non per caso il volume esce per iniziativa della Biennale del Paesaggio).
Un salto di qualità che la cultura fotografica nazionale non ha più saputo fare, a differenza di quella americana che Ghirri amava: i fotografi della Frontiera e della Grande Depressione, loro sì seppero «raccontare un popolo», mentre la nostra vicenda fotografica «non vorrei dire che è una storia di miseria, ma sicuramente non è una grande storia». Della quale Ghirri salva solo gli Alinari, che nella sua visione furono davvero intellettuali operativi dell’immagine, essendo ruisciti a costruire e imporre un modo di guardare l’Italia sicuramente parziale ma «potente» e straordinariamente durevole.
Oggil’immagine del mondo è il percolato dell’enorme fermentazione di Internet, che non ha più bisogno di fotografi intellettuali, anzi non ha proprio bisogno di «fotografi». Per pochi baciati dalla sorte c’è la possibilità di rivestirsi da artisti (è compromessa ormai anche l’etichetta di «artista-fotografo»), e cavalcando la tigre del mercato diventare star da galleria. Gli altri, quelli rimasti volenti o nolenti nel circuito mediatico, decadono a fornitori di una materia prima grezza che subirà infiniti rimpasti prima di essere servita sui monitor di utenti disarmati. E dire che Ghirri era convinto che la fotografia, «carezza sul mondo», facesse da antidoto all’eccessiva velocità di consumo visuale: ci ha lasciati prima di vedere la frana improvvisa della sua utopia nella frenesia mozzafiato delle immagini luminose.
Una buona fotografia smaschera il mondo
Marco Belpoliti «La Stampa TTL» 26-06-2010
Estratto dall'articolo: Siamo nel 1989 e Ghirri è al culmine del suo lavoro, cui una morte
improvvisa metterà termine solo tre anni dopo. Si tratta di trascrizioni da un nastro, conversazioni fatte a braccio, che riguardano il ruolo del fotografo contemporaneo, la tecnica, l'uso della luce, la trasparenza, la storia della fotografia, la grafica editoriale.
Il fotografo emiliano commenta foto proprie e altrui, spiega cosa è oggi un fotografo, come lavora, come si rapporta con la tradizione. Dà una definizione calzante di sé, della sua formazione e del suo lavoro: non è andato a scuola in un laboratorio di fotografia o in uno studio, non è fotoreporter, non è fotoamatore passato al professionismo, non è membro di una agenzia fotografica. È un uomo che guarda dentro una macchina fotografica. Queste lezioni di metodo sono, non meno del libro di Scianna, lezioni di etica. Dello sguardo, prima di tutto. Certo, Ghirri non è un fotografo di prima linea, uno che è là dove l'uomo viene colpito, massacrato, distrutto. Spira nelle sue immagini un'aria di grande equilibrio: foto spesso senza figure umane, immagini di paesaggi, luoghi. Foto incantate e incantatrici.
Quella di Ghirri non è una scelta casuale; egli cerca «un rapporto minimamente più approfondito con il visibile». Il suo scopo è quello di pulire il nostro sguardo dal già-visto, dai luoghi comuni. Il fotografo emiliano non ha denunciato nulla, o quasi, neppure lo scempio del paesaggio.Ma ha fatto qualcosa di più, di cui oggi abbiamo molto bisogno: ci ha insegnato a guardare il mondo. In positivo. La fotografia era per lui un «modo di relazionarsi col mondo», in cui il segno di chi fotografa è certo forte, ma orientato a trovare un equilibrio tra l'interno e l'esterno, tra l'interiorità del fotografo e il mondo là fuori: «che vive al di fuori di noi, che continua a esistere senza di noi e continuerà a esistere anche quando avremo finito di fare fotografia».
Oggi che la fotografia, grazie alle macchine digitali e ai cellulari, è dilagata al di là dei confini del fotogiornalismo e della foto d'autore, la lezione di Ghirri diventa ancora più preziosa, non superata, come ha invece scritto Michele Smargiassi su la Repubblica recensendo il libro, proprio perché il tema dello sguardo si propone a tutti e non più solo ad alcuni. Dai tempi epici ed eroici del fotogiornalismo ai tempi prosastici della fotografia-di-tutti. La lezione etica di Luigi Ghirri è ancora più contemporanea, perché riguarda tutti. Un libro prezioso, poetico e indispensabile perché «il mondo continui a guardare il mondo».
Luigi Ghirri. Lezioni di fotografia
Maurizio G. De Bonis «CultFrame» 01-07-2010
Una domanda che spesso sorge in ambiente fotografico (ma il quesito può essere posto anche all’interno del mondo dell’arte in generale) è la seguente: un grande fotografo può essere anche un buon docente? Il problema che fa emergere questo interrogativo non è certo cosa di poco conto, visto che a insegnare la pratica della fotografia alle giovani leve sono sempre (o quasi) dei fotografi.
Ebbene, questa è stata la domanda che inevitabilmente ci siamo posti quando abbiamo iniziato a leggere il libro intitolato Lezioni di Fotografia, edito da Quodlibet. La curiosità  che destava in noi questo volume era determinata dal fatto che le lezioni di cui si parla nel titolo sono state tenute nel 1989 da quello che è considerato uno dei maggiori autori fotografici mai apparsi nel panorama italiano: Luigi Ghirri.
Si tratta delle trascrizioni dei numerosi incontri che Ghirri ebbe con gli allievi dell’Università del Progetto di Reggio Emilia. L’idea di base dei curatori Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro è stata quella di mantenere il tono colloquiale e leggero delle lezioni e di puntare, dunque, sulla freschezza e sulla semplicità del sistema comunicativo di Luigi Ghirri che, sotto questo punto di vista, viene fuori chiaramente come docente tutt’altro che accademico e noioso.
Ma la lettura di Lezioni di Fotografia che era iniziata sotto la spinta dell’interesse nei riguardi del Ghirri didatta lentamente si è trasformata nel piacere di constatare che il fotografo emiliano più che porsi sul piedistallo tipico dell’insegnante erudito ed elitario manifestava durante le sue lezioni solo la sua identità di artista, e ancor di più di artista-teorico. (SEGUE)
Il fotografo-soglia
Silvana Turzio «Alias-il manifesto» 07-08-2010
L'inquadratura non è solo bordo, ma una «soglia»: un punto nello spazio in cui si fronteggiano il mondo interiore del fotografo, io‑pelle con occhio abnorme, e l’ammasso inerte e silente che sta fuori… Un volume pieno di spunti tecnici e teorici, che ci restituisce soprattutto la poesia dell’artista emiliano scomparso nel ’92.

8 febbraio 1990. Luigi Ghirri tiene una lezione all'Università del progetto di Reggio Emilia. A un certo punto dichiara: «Apparentemente sono attento, paziente, pedante, meticoloso, cerebrale, se volete. Invece in questa ricerca sta il piacere del lavoro. Alla fine è un grande gioco». Rivela così il nucleo centrale del suo lavoro che è stato gioco serissimo nel cercare in fotografia la leggerezza di Calvino. Le sue lezioni, ora trascritte e propon‑ ste in volume (Lezioni di fotografia, a cura di Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro, Quodilibet “Compagnia Extra”, pp. 268, euro 22,00), sono il risultato di una vita dedita alla ricerca di una felicità e di un equilibrio visivo, che ovviamente ben sapeva essere del tutto instabile, ma che erano per lui un punto di arrivo irrinunciabile. Dice di lui Gianni Celati, suo grande amico e qui redattore della nota biografica: «l'idea di una visione naturale che aveva, è l'idea di uno stato di incantamen­to, che noi chiamiamo poesia...». Se va sottolineata la patente affinità tra ciò che lo scrittore scrive dell'amico fotografo e ciò che Luigi Ghirri andava argomentando nel corso delle sue lezioni è perché in questo libro si intravvede lo scorrere di una stessa linfa, vi si legge un modo di guardare il mondo assai simile, in queste pagine aleggia un'aria respirata in comune. E questo chiudere il volume con la nota vibrante del ri­cordo di Celati è già un punto a favore di tutto il libro.

Celati infatti ci addita la strada giusta per leggere questo testo: un vademecum poetico più che una semplice raccolta di lezioni di fotografia, un esempio nel praticare il difficile e incostante equilibrio tra il vedere e fare esperienza dello sguardo, lasciando trapassare in questo atto così apparentemente biologico la necessità di mettere in relazione l'interiorità con le cose del mondo. «Cerco un punto di vista sul mondo esterno e una visione su un mondo più nascosto, interiore, di attenzione, di memorie spesso trascurate», dichiara Ghirri in un'intervista del 1982 (poi in Niente di antico sotto il sole, 1997). E quanto questa ricerca emerge dalle sue lezioni! C'è da rimpiangere di non averle potute seguire. a sua parabola si è interrotta anzitempo, nel 1992, Luigi ci manca.

Anche la sua vita è tata un permanere sulla soglia tra il dentro e il fuori, tra mondi e modi diversi, tra la precisione della ripresa e la distrazione di chi ha svagate idee sulle nuvole (di fotografie di cieli ha costruito una lunga sequenza, bellissima), tra il vagare incessante e il desiderio di radicarsi nel suo territorio d'origine, l'Emila. La soglia è il tema di una delle lezioni, forse una delle più intense: interessante riflessione che fa coincidere la soglia con l'inquadratura della macchina fotografica, che non è un bordo (questo lo definirà in un'altra lezione), ma un punto nel tempo e nello spazio che coincide con il fragile ed effimero momento di trasparenza tra il mondo interiore di chi guarda, mondo che spinge impellente per uscire allo scoperto, e ciò che sta fuori, ammasso inerte e silente. Due territori in attesa proprio della manifestazione di quella soglia che permetterà al corpo‑frontiera del fotografo, un io‑pelle dove la funzione dell'occhio è abnorme, di entrare in contatto con il mondo, come se la poesia fosse la soglia stessa, lo spirito evanescente del fotografo che se ne stava appollaiato sul bordo della macchina fotografica. Il fotografo è il frontaliere che è supposto filtrare ciò che esce e ciò che entra, ma che in realtà permette e dirige lo scambio tra due paesi.

L'opera di Luigi Ghirri è attraversata da pensieri complessi e opposti che convogliano correnti diverse, valori ideali e necessità reali. Così emerge in questo libro – spalmata su tutte le lezioni, tenute tra il gennaio 1989 e il giugno 1990 ‑ la tensione verso una fotografia aperta e quindi verso un modo di vivere che contempli la molteplicità della comprensione delle cose, pur restando nella dimensione soggettiva a lui connaturata, una posizione non eroica. Anche l'estetica del suo lavoro fotografico sta sostanzialmente su questo crinale in un equilibrio dialettico, nella sfumatura tra la percezione quasi olfattiva e tattile della realtà (se guardiamo le sue nebbie, le sentiamo, le tocchiamo) e la razionalità della ripresa; tra la visione soggettiva, incurante delle regole precostituite ma attentissima alle procedure della macchina, e la registrazione secca di tutte le piccole cose che dallo sguardo scivolano negli angoli della memoria, le cose viste come già avevano additato con la scrittura Hugo e Valéry.

Letti in quest'ottica si capisce come il suo lavoro e il suo pensiero fossero così in dialogo con William Eggleston. I due si conoscevano. Ghirri aveva anche scritto su Eggleston nel quale vedeva la sua stessa vertigine “dello stupore del ricordo”. Quel loro soffermarsi sul quotidiano meno epico, sulle piccole cose cui nessuno fa attenzione, pezzi di carta straccia, posaceneri kitsch pieni di mozziconi, carte da imballo natalizie, stropicciate a terra, lampadine solitarie appese a soffitti porpora, oggetti negletti che abitavano il quotidiano della fine del secolo scorso, era me gettare un ponte tra gli States e la piatta provincia italiana.

Nel libro poi emergono moli altri aspetti che rivelano quanto il suo insegnamento sia stato eccezionale. Il suo invito a travalicare ogni limite dello sguardo convenzionale per permettersi «una particolare percezione della realtà» vale ancora oggi, e non solo per la fotografia. La sua visione sui rapporti della fotografia con le altre rappresentazioni rivela un pensiero che oggi è centrale per la cultura visuale. “Tracciare ‑ diceva ‑ la ‘storia’ dell'aprirsi della fotografia in diverse direzioni per consentire così una lettura amplificata dai diversi processi di pensiero alle opere che entrano direttamente o indirettamente in relazione con la realizzazione dell'immagine”. Ghirri è stato davvero un maestro.

 

Gli scatti di Ghirri finestre sul mondo
Arturo Carlo Quintavalle «Corriere della Sera» 20-10-2010
Negli anni '70 e '80 fino alla morte a 49 anni nel 1992 Luigi Ghirri è stato una delle figure dominanti nel panorama europeo della fotografia; adesso queste lezioni, tenute venti anni fa a Reggio Emilia e raccolte nel volume Luigi Ghirri. Lezioni di fotografia ci fanno capire meglio il suo lavoro. Due sono le tradizioni della fotografia, «farsi specchio della realtà» o «essere finestra sul mondo». «Io - dice Ghirri - personalmente ho sempre optato per la seconda declinazione». Ed è proprio questo uno dei punti rivelatori, la fotografia come finestra, come soglia aperta sul mondo. Nelle sue foto (qui sopra una immagine della serie «Atelier Morandi») scopriamo diversi tipi di soglie, le vetrine che rispecchiano un reale che si fa immagine; gli stipiti, le colonne, gli elementi che fanno da quinta e che aprono su un paesaggio o uno spazio, come le cornici dei dipinti, che per Ghirri chiudono, eliminano una parte del reale. Per Ghirri, infatti, fotografare vuol dire escludere, e questo si fa con l'inquadratura che è, appunto, una soglia. Ghirri usa il colore, siamo ai tempi della fotografia analogica, e lo reinventa. Rifiuta le dominanti gialle della pellicola e della carta Kodachrome, usa lo sfuocato, sceglie le ore dove la luce si trasforma, l'alba, il tramonto, o anche la notte quando si accendono i neon dalle dominanti verdine o i lampioni gialli. «Ho scelto di non usare mal una luce troppo cruda, forte, ma piuttosto di tendere a una maggiore distanza e attenuazione» scrive Ghirri della luce, e anche questa, la luce, è una nuova «soglia», «finestra» sul mondo. Per Ghirri la foto è sempre sequenza, perché la foto è lunga durata, e insieme è tempo fermo, bloccato. L'invenzione di Ghirri nasce, all'inizio degli anni Settanta, dal dialogo con l'arte concettuale, quando il fotografo collabora con diversi artisti, come Franco Guerzoni creando opere importanti, foto e pittura insieme. Ma la esperienza determinante è il dialogo col passato: da una parte il tempo lungo di Vermeer che gli ha ispirato la luce e lo spazio di molti interni, dall'altro la pittura surrealista, da Magritte in qua. Scrive: «Mostrare come ci sia sempre nella realtà una zona di mistero, una zona insondabile, secondo me determina anche l'interesse dell'immagine fotografica». Dimenticavo: da leggere, alla fine, un bel testo di Gianni Celati che, a proposito di Ghirri e Giacometti, conclude: «Uomini disarmati, come sospesi nella loro aria».
Giovane Ghirri
Tiziana Lo Porto «D Donna» 23-03-2013
Luigi Ghirri ha iniziato a fotografare nel 1970, a 27 anni. E il suo primo libro Kodachrome, da poco rieditato con testi in quattro lingue, nel '78 se lo stampò da sé. Ora 25 di quese immagini sono in mostra, nella sua prima "personale" americana, fino al 20/4 alla Matthew Marks Gallery di New York. In una delle sue Lezioni di fotografia (Quodlibet) Ghirri diceva: «Non sono andato a scuola in uno studio e non ho fatto il reporter: piuttosto la mia esperienza è nata frequentando immagini». Da fotografo, cercava un punto di equilibrio, uno spazio emozionale in cui far convivere paesaggio e sguardo, pubblico e privato. Questi 25 scatti lo confermano.
Lezioni di fotografia
Isabella Tramontano «Platform» 05-01-2015
Luigi Ghirri ha rinnovato con le sue fotografie il nostro modo di guardare il mondo, e c'è un'intera generazione di fotografi che non potrebbe esistere senza la sua opera. Durante il 1989 e il 1990 Ghirri ha tenuto una serie di lezioni sulla fotografia all'Università del Progetto di Reggio Emilia, lezioni che sono state trascritte, e in questo libro per la prima volta pubblicate; ognuna corredata dalle fotografie e dalle immagini che mostrava agli studenti e di cui parlava. Nel libro sono presenti 155 foto a colori. È un libro di grande utilità per avviarsi all'arte della fotografia e all'arte di Luigi Ghirri, e per pulirsi un po' lo sguardo. "Tutti i tipi di foto costituivano per Luigi un alfabeto".
Louis Armstrong, Dee Dee Bridgewater, i Pooh e Prince
Paolo Nori «Paolonori.it» 28-03-2016

Capisco che Louis Armstrong possa andare a cantare al Festival di Saremo per divertirsi, diverso è il caso di Dee Dee Bridgewater che canta le canzoni dei Pooh. [...]

Prendiamo l’ultimo grande, Prince, e il suo ultimo album Sign of the Times. È un prodotto miserrimo, al massimo da questa cosa può uscire una tournée e basta; a livello sociale non ne viene fuori nient’altro. Questi meccanismi passano anche attraverso il cinema: le uniche operazioni che si possono fare sono cose come Batman, Dick Tracy, dietro le quali c`è una sinergia produttiva che arriva fino alla vendita di magliette e caramelle. A quel punto la musica non è più niente, è identica alla caramella, alla matita di Batman, alla gomma di Batman, alla maglietta.

2010
Compagnia Extra
155x190
ISBN 9788874623129
pp. 272
€ 22,00 (sconto 15%)
€ 18,70 (prezzo online)