Album fotografico di Giorgio Manganelli
Album fotografico di Giorgio Manganelli
 
Racconto biografico di Lietta Manganelli.
A cura di Ermanno Cavazzoni
Con 109 illustrazioni

Questo libro riproduce il pacchetto di fotografie che Giorgio Manganelli conservava in casa, abbastanza disordinatamente, e che sono passate alla figlia Lietta. Sono in ordine cronologico, come in un album di famiglia, e ne percorrono la vita.
I testi che l’accompagnano sono i racconti fatti a voce su suo padre da Lietta, mentre sfogliava e riordinava le foto: la sua vita, le sue manie, le cose buffe e caratteristiche, le leggende famigliari, i luoghi d’infanzia, le insofferenze furiose, le amicizie, i suoi famosi colpi d’umore; e compongono una specie di romanzo biografico in larga parte immaginario (e in parte anche molto sincero e affettuoso) su questo grandissimo, iperbolico e spesso comico scrittore italiano, ben conosciuto da chi lo ama, ma ancora forse troppo poco letto.

 

Giorgio Manganelli

"Questa è una bellissima foto mentre esce furtivo dal salumaio, a Dogliani in Piemonte, nell’intervallo di una riunione Einaudi, dove secondo lui si mangiava troppo poco ..." (L. M.)

 

Giorgio Manganelli (Milano, novembre 1922-Roma, maggio 1990) è stato scrittore, traduttore, giornalista, critico letterario, nonché uno dei teorici più coerenti e convincenti all’epoca della cosiddetta neoavanguardia o Gruppo 63, restando però sempre una figura a sé stante e poco classificabile. Scriveva su vari quotidiani e settimanali («La Stampa», «Il Corriere della Sera», «il Messaggero», «l’Espresso» ecc.) pezzetti di straordinaria comicità e verità. E fu consulente editoriale delle case editrici Einaudi, Adelphi, Mondadori.
I suoi libri di narrativa, difficilmente riconducibili al classico romanzo, hanno spesso la forma anomala del trattato, del dialogo, dell’epistola, del saggio, con un’inventiva e una paradossalità stupefacente; ricordiamo Hilarotragoedia (1964), Agli dèi ulteriori (1972), Centuria (1979).
È stato un autore importantissimo per la lingua italiana. Su di lui sono circolati (e circolano) tanti racconti bizzarri, per cui più che una biografia si può dire che ha avuto e ha alimentato una leggenda, come testimonia il libro presente.

 

Recensioni 
Andrea Cortellessa «La Stampa TTL» 22-05-2010
Nello Ajello «La Repubblica» 28-05-2010
Paolo Nori «Libero» 25-05-2010
Michele Smargiassi «Fotocrazia - Repubblica Blog» 11-11-2010
 
Quel teppista di Manganelli
Andrea Cortellessa «La Stampa TTL» 22-05-2010
«Negli scontri letterari [...] si divertiva. Erano gli altri che se la prendevano». Disamava per esempio Pasolini («non posso neanche dirgli che scrive male, perché non sarebbe vero»); lo provocava; una volta riuscì a «smontarlo» (e se la prendeva eccome, PPP; stizzito gli dava del «teppista»). Così ricorda suo padre (scomparso vent'anni fa, il 28 maggio) Lietta Manganelli, fra risatine ereditariamente mefistofeliche, nelle didascalie – dettate a Ermanno Cavazzoni, complice soave – delle immagini splendidamente riprodotte nell'Album fotografico Quodlibet. Il quale fissa una volta per tutte (dopo la versione uscita anni fa sul Caffè illustrato) la prodigiosa «mitobiografia» che risponde al nome di Giorgio Manganelli. «Il Manga», anzi, come lo chiamavano gli amici... (SEGUE)
Il nostro amico Manganelli
Nello Ajello «La Repubblica» 28-05-2010
Giorgio Manganelli, di cui oggi ricorrono vent’anni dalla morte, approdò all’Espresso nel 1966. Era un professore deluso. Chiarì subito di non voler essere considerato uno specialista, meno che mai un anglista. Appena messo piede in redazione invocò due cose: il diritto di prendere in giro la letteratura e la licenza di divagare. Sulle prime i suoi itinerari di gusto facevano volentieri tappa nel passato: mai alla Cronica di Dino Compagni o alle Rime di Francesco Berni era toccato recensore più ghiotto di lui. Ghiotto, Manganelli appariva in ogni senso, a cominciare dall’aspetto pingue. Non appare pingue – almeno, non ancora – in uno dei ritratti che la figlia Lietta ha inserito in quel racconto per immagini che, intitolato Album fotografico di Giorgio Manganelli, è appena uscito per Quodlibet (a cura di Ermanno Cavazzoni, pagg. 103, euro 14). Lo si vede uscire di sbieco, con un’aria guardinga di clandestino, da una salumeria di Dogliani (Cuneo), «nell’intervallo – spiega la filiale didascalia – di una riunione Einaudi, dove secondo lui si mangiava poco», e si veniva costretti ad «andarsi a fare un panino». Una foto parlante. Ho sempre pensato che qualcosa di risolutamente esistenziale spingesse Giorgio a considerare Pellegrino Artusi, araldo della «scienza in cucina», uno dei massimi prosatori italiani. A tavola, l’autore di Hylarotragoedia e di Sconclusione, prototipo incarnato della distrazione prosastica, diventava d’una precisione e di uno scrupolo assillanti.
Imparammo a conoscere Manganelli per gradi e a sorpresa. Si rivelò un autore fulmineo di corsivi. Vi versava dentro una perfidia surreale. Ricordo un suo intervento d’una brevità da record. Tre righe. Tema: Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Questo romanzo uscì nel 1985, dopo una gestazione durata un ventennio, fra assaggi su riviste, pentimenti e ripensamenti. Il giorno della pubblicazione, l’autore dichiarò che ormai a quella sua opera, dopo aver scavalcato tante vicissitudini creative, «non poteva capitare più nulla». «Nemmeno d’essere letta», lo fulminò Manganelli. In un volume del 2007, Mammifero italiano – che raccoglie una scelta dei suoi corsivi, dall’Espresso, appunto, al Corriere della sera e al Messaggero – ritrovo la conferma che considerare Manganelli un anticonformista è fargli un torto «per difetto». Egli è stato un autentico eversore d’epoca (e mi pare di scorgere la beatitudine che gli avrebbe procurato la rettifica). «Volemose male» sembra il motto ideale che sorregge i suoi pensieri sull’Italia. Ogni volta, «l’imbarazzante penisola» viene da lui presa a ceffoni. Egli esecra la famiglia: gli pare fondata sul sadismo. Detesta i democristiani, che «credono nella fine del mondo», e lo maneggiano «nelle more della sua scomparsa». Sferza la televisione, invereconda «scatola dell’anima». Tira sassate ai monumenti, a partire da quel Garibaldi, che «sta diventando una sorta di Direttore Generale delle Emozioni Pubbliche». Non sopporta il latino ma irride all’inglese. Perseguita l’automobile, «simbolo del decoro sociale («in Italiano», chiosa con bieca malignità, si dice «Status Symbol»). Critica Pannella, cui rinfaccia «le insolenze, l’elaborata coprolalia, i blasfemi barocchismi».
Manganelli corsivista è come se si chiudesse nel confessionale d’una sua personalissima chiesa. I peccati? Eccone uno, fra i principali: gli italiani, sovrumani evasori fiscali, gli comunicavano un acuto piacere di pagare le tasse. Tra i suoi eroi positivi egli annoverava i sequestratori, il cui ruolo, a ben vedere, consiste nel trasformare i parenti delle loro vittime in star televisive.
Fu la successiva reincarnazione manganelliana a spiazzarci. Lui non aveva mai viaggiato. Mai era salito su un aereo. Nell’estate del 1972, scoprimmo che a cinquant’anni esatti Giorgio, recensore cosmopolita e scrittore d’avanguardia, non era mai stato a Parigi. Ce lo mandammo. Lo accompagnò a Fiumicino un usciere dell’Espresso che gli fece il check in e sulla scaletta dell’aereo gli mise in mano una Olivetti portatile. «Parigi a noi due!», sarebbe stato l’incipit della sua corrispondenza dalla sorella latina. «Arrivo date, Parigi, fornito di aspirina, cavigliera, temperino e guida rilegata in plastica: dopotutto d’Artagnanì aveva dimeno».
Prossimo approdo, Manila. È la primavera del ’73. L’affresco delle Filippine, dipinto da Manganelli, s’aprirà con un’autocaricatura. «Impettito e indecoroso», l’autore è intento a servirsi d’un pubblico pissoir e ne sta ammirando le ceramiche quadrettate. Ecco che intanto, dietro di lui, qualcuno gli spazzola la giacca con gesti lievissimi. Dopo qualche secondo lo stesso fantasma, materializzatosi in un bimbo irrefrenabile munito di stracci e unguenti, gli piomba sulle scarpe trasformandole in specchi.
Nulla, dopo questa iniziazione, avrebbe potuto trattenere durevolmente in patria lo scrittore milanese. Anche stavolta L’Espresso prese a non bastargli più. Il lettore che voglia ritrovare il profumo delle appassionate corrispondenze da lui firmate non ha che da procurarsi un volume postumo L’Isola pianeta e altri settentrioni (Adelphi, 1996), che raccoglie racconti manganelliani da Svezia, Islanda, Finlandia, Inghilterra, Danimarca, Scozia, Germania, Norvegia. Il dono che l’autore non ha perso è la sua riserva di stupore, lui che da tempo usa trasferirsi «con l’autobus numero sessanta dalla Nomentana a piazza san Silvestro, Roma». La sua maestria di descrittore di luoghi e persone affiora proprio da questa supposta renitenza a interpretarli. Lo sforzo di descrivere i cieli del nord compiuto da un artista che è «abituato a un sole-tuorlo, un sole-gallina, un sole animale»: ecco la scommessa. Giorgio coglie, estatico, «la cultura della solitudine» trasmessa dai ghiacci. Proclama la Finlandia «terra solitaria ed esemplare». Definisce la campagna inglese una «sterminata pinacoteca paesistica».
Nell’aria troppo tersa di quel suo Nord egli vedeva aggirarsi entità incorporee. Torna in mente il lamento da lui affidato a una sua vecchia opera, Angosce di stile. «Uno dei drammi della letteratura», vi si leggeva, «è la produzione sempre inadeguata di fantasmi». Forse perciò decise di andare a cercarli, i fantasmi che gli mancavano, in giro per il mondo. Nelle vesti di un inviato davvero «speciale».
Oddio se mi vedono
Paolo Nori «Libero» 25-05-2010
Uno dei libri più singolari e più belli che ho letto in questi ultimi anni, è un libretto di Patrik Ourednik intitolato Europeana (Palermo, :duepunti 2005, 150 pagg., 12 euro) che è una breve storia del XX secolo raccontata da una specie di storico con l’esaurimento nervoso, senza nessun ordine apparente, né cronologico né gerarchico: il nazismo, il femminismo, la diffusione della gomma da masticare, la psicanalisi, il fascismo, la storia della Barbie, l’eugenetica, la diffusione della cocaina, il comunismo sovietico e il modo in cui si accoppiano i protagonisti dei film sono messi uno dietro l’altro come se fossero argomenti dello stesso valore e tutti, in un certo senso, tramontati, consegnati a un passato triste e un po’ ridicolo.
In un saggio intitolato La verità dell’epoca (pubblicato sulla rivista on line di slavistica esamizdat – www.esamizdat.it) Ourendik dà qualche indicazione per capire come è venuto fuori questo libro stupefacente, e in particolare cita il seminario di Roland Barthes intitolato La preparazione del romanzo. Barthes lì si chiedeva quale fosse la forma espressiva più adatta alla rappresentazione del mondo, e metteva in contrapposizione due forme, il libro e l’album di fotografie; la prima, il libro, contiene le cose in una struttura «più o meno premeditata, in una architettura che inevitabilmente comporta già una gerarchia». La seconda, quella del tradizionale album di famiglia, «nella maggior parte dei casi plurigenerazionale», è, viceversa, secondo Barthes, una forma che rompe, disperde, nella quale l’unico elemento «che dà alla cosa un cemento, è la volontà di salvaguardare un istante, una miniatura della vita, senza che questa miniatura della vita sia considerata superiore o inferiore a un’altra».
Questi due elementi, libro e album di fotografie, si ritrovano oggi nell’Album fotografico di Giorgio Manganelli, Racconto biografico di Lietta Manganelli, pubblicato, per la cura di Ermanno Cavazzoni, nella collana Compagnia Extra della casa editrice Quodlibet (103 pagg., 14 euro).
«Questo è un libro – si spiega nella bandella – che riproduce il pacchetto di fotografie che Giorgio Manganelli conservava in casa, abbastanza disordinatamente, e che sono passate alla figlia Lietta. Sono in ordine cronologico, come in un album di famiglia, e ne percorrono la vita.
I testi che l’accompagnano sono i racconti fatti a voce su suo padre da Lietta, mentre sfogliava e riordinava le foto: la sua vita, le sue manie, le cose buffe e caratteristiche, le leggende famigliari, i luoghi d’infanzia, le insofferenze furiose, le amicizie, i suoi famosi colpi d’umore; e compongono una specie di romanzo biografico in larga parte immaginario (e in parte anche molto sincero e affettuoso) su questo grandissimo, iperbolico e spesso comico scrittore italiano».
Nonostante la risistemazione cronologica, che dà, al disordine delle 109 fotografie manganelliane, un ordine gerarchico, sono le foto stesse che tendono a uscire da questa gerarchia, tant’è vero che la figlia Lietta si diffonde, nei suoi commenti, non tanto sui momenti che uno tenderebbe a considerare più significativi, la guerra, il matrimonio, i premi letterari, i viaggi, quanto su foto e su momenti apparentemente secondari, come il caso, che vien da dire esemplare, della foto numero 62, dove si vede Manganelli che spunta dalla tenda d’ingresso di una salumeria (Commestibili, c’è scritto sopra la porta, e di fianco si riesce a leggere: olio d’oliva, carne suina fresca, insaccati misti, formaggio grasso). Ha un cartoccio in mano, e si guarda intorno come a controllare se c’è qualcuno che lo vede, e questa foto Lietta Manganelli la racconta così:
«Questa è una bellissima foto mentre esce furtivo dal salumaio, a Dogliani in Piemonte, nell’intervallo di una riunione Einaudi, dove secondo lui si mangiava troppo poco, e doveva andarsi a fare un panino, infatti si guarda in giro, «oddio se mi vedono…», soprattutto temeva ci fosse in giro Einaudi che magari gliene mangiava un pezzo, questa era una cosa che lui non sopportava, Einaudi era l’editore e il padrone, e durante i pasti allungava la forchetta nei piatti dei suoi autori per assaggiare, era cosa notoria e abituale, mio padre un giorno si è offeso mortalmente, ed è scappato. Alla ripresa della riunione, alle tre, Manganelli era scomparso, «dov’è?»; aveva preso un taxi e si era fatto portare in stazione, e con Einaudi non ha mai avuto più niente a che fare».
Parlare le fotografie
Michele Smargiassi «Fotocrazia - Repubblica Blog» 11-11-2010
Ho letto solo ora il gradevole, misurato, dolcissimo Album fotografico di Giorgio Manganelli, composto e commentato amorevolmente da Lietta, la figlia dello scrittore scomparso dieci anni fa, e pubblicato a cura di Ermanno Cavazzoni dalla sempre più meritevole editrice Quodlibet di Macerata. E’ un esercizio all’antica, che somiglia alla sfogliatura familiare d’album di fronte agli occhi di un ospite di riguardo (così si sente trattato il lettore), condotta con affabulante leggerezza e apparente mancanza di pretese letterarie. So che qualcuno storcerà il naso, ma mi sono finalmente riconciliato con questo genere trasversale di biografia per immagini (segue)
2010
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874623136
pp. 108
€ 14,00 (sconto 15%)
€ 11,90 (prezzo online)