Operette ipotetiche
Operette ipotetiche

Per la gioia degli appassionati di Ugo Cornia, ecco un nuovo catalogo dei suoi sragionamenti.

Ugo Cornia abita Modena come i filosofi greci abitavano Atene, nel senso che Modena è la sua patria, come Atene era la patria ad esempio di Diogene Cinico. E senza Modena non si sa cosa Ugo Cornia avrebbe fatto, se avrebbe mai scritto i suoi tipici e incantevoli libricini; come Diogene, che senza Atene non sarebbe stato un cinico famoso ma solo un barbone.
Qui in queste Operette ipotetiche Ugo Cornia si mette a fare dei ragionamenti partendo da una più o meno accettabile ipotesi: cosa succederebbe se Dio facesse sparire per un po’ Piazza Grande di Modena; o resuscitasse la mummia di Tutankhamon con tutti i problemi connessi; se il Dio monoteista si fosse affermato sugli antichi dèi politeisti con pestaggi indiscriminati; se Giove e Mercurio esistessero davvero e interferissero col genere umano e con le donne in particolare; se coi progressi della plastica una mucca potesse diventare una signora; se un uomo una notte andando a pisciare incontrasse in bagno suo padre morto anni prima che sta pisciando anche lui, e gli dicesse: ma non eri morto papà? cosa sei tornato a fare? e il padre gli dicesse: sono tornato un attimo a pisciare, non vedi? e il figlio: com’è papà l’aldilà?  eccetera eccetera.
Come si vede sarebbe un libricino classico di filosofia, se non fosse tutto fatto di storie comiche e campate per aria, che però danno da pensare filosoficamente.

 

 

Recensioni 
«Barabba - Blog» 07-10-2010
Paolo Nori «paolonori.it» 13-10-2010
Andrea Cortellessa «La Stampa TTL» 23-10-2010
Mauro Trotta «il manifesto» 27-11-2010
Alessandro Moscè «Corriere Adriatico» 27-11-2010
Lucilla Noviello «Affaritaliani.it» 23-12-2010
Giovanni Nucci «L'Unità» 09-01-2012
 
Il senso del pudore in Ugo Cornia
«Barabba - Blog» 07-10-2010
Queste Operine di Cornia (perché mai chiamarle Operette: in esse non v’è traccia di procedimenti mimetici, di dialoghi o di “contrasti” che si svolgano se non dentro se medesimo) comunicano un diletto pulsante di commozione simile a quello con il quale, più di dieci anni fa, i lettori salutarono il suo primo “dramma” intitolato Sulla felicità a oltranza. Non è vero, come molti dicono, che per un autor giovine sia tanto difficile irrobustire il passo dopo la prima fortunata opera, qui siamo già alla settima o giù di lì e la gagliardìa degli inizi continua a sciogliere i suoi muscoli.
Personalmente al tempo dei suoi esordi (anno 1999) godetti altresì di due gioiuzze, effetti campanilistici collaterali di una immedicata paesanità. 1. Che Ugo Cornia, così modenese nell’epigastrico e nell’immaginario, aveva visto la luce all’ospedale di Carpi, non so se con oppure senza taglio cesareo, per le cure ideo-ginecologiche di un vero mago dell’ostetricia. 2. Che Cornia andava pubblicando pe’ tipi della Sellerio dove un mio fratello carissimo forse carnale, ma diciamo morganatico, aveva per anni inviato certi suoi romanzi che quella casa editrice non potette giungere a pubblicare, diceva lui, a causa della sopravvenuta defunzione di Leonardo Sciascia che molto ne aveva ammirato gli scritti (lui ancora diceva) ma che aveva altro a cui pensare ristretto com’era tra minacce della mafia e polemiche sull’antimafia.
C’era poi la ragione principe. Che Cornia ha suppergiù l’età dei miei due figli maschi, nati nello stesso nosocomio Ramazzini, celebrante il medesimo primario la cui fama volava, e ancora trascorre nel ricordo popolare, ben oltre la marca mutinense. Il quale luminare della scienza medica (guarda un po’ dove vanno talvolta a nascondersi gli ùzzoli letterari!) era primo cugino di un suoceretto, il mio più amato.
Per farla breve, mai la disordinata passionaccia del sottoscritto per la lettura di libri scritti in buon italiano si era trovata materialmente ad intrecciarsi, sia pure per via di corrispondenze parentali poco-poco significative e di prossemiche generazionali, con l’opera e la persona di un narratore autentico, gloriosamente autoreferenziale (ah, la cruna dell’ego! potrebbe sentenziare qualche catubone locale) qual è il nostro Cornia.
Egli incarna la figura, abbastanza inedita nel panorama delle patrie lettere, dell’ingegnoso farabulàn. (T’ì propria un farabulàn! Così si opponeva da giovanetti la madre alle nostre fantasiose proteste di innocenza dopo una birbonata, ma sorrideva tra sé divertita, quasi compiaciuta, l’adorata mentitrice!). Non si sa se questo termine sia in uso sotto la Ghirlandina, terra etrusca su fondali stendahliani. Qui da noi che ci vantiamo di ascendenze bizantine significa “parabolàno” cioè narratore di fatti anche immaginari ma realistici: da parabola, nell’accezione antica, persino evangelica, di parola.
Racconti, per l’appunto, ipotetici (mai ipotattici, ohibò, sarebbero indegni di un rigoroso fluttuatore dei propri moti di coscienza) come la sparizione di piazza Grande e “in un attimo vrum” dell’intera Modena; e il materializzarsi di un cubo d’oro massiccio un metro per un metro di spigolo, e il padre morto che torna a casa per mingere col figlio in compagnia, una delle sue visioni più poetiche (dico sul serio, orfano di padre da più di mezzo secolo ho avuto anch’io apparizioni analoghe ma ne attribuivo tutto il merito al lambrusco). Un Bukowski senza fini anticonformistici ed eversivi che va sotto braccio dell’irlandese Berkeley col suo esse est percipi e l’allegro chiasmo (o endìadi?) di una doppia contraddizione, con buona pace di chi ci governa e amerebbe che ci sembrasse non vero quel che qui non c’è o viene sistematicamente distrutto. Ma Cornia non sembra voler premere il tasto dell’impegno sociopolitico e nemmeno del sacrosanto diritto di ognuno agli eccessi libatorii (per legittima difesa dalle incivili norme imperanti contro gli heiliger Trinker, i santi bevitori).
Lo affascina piuttosto, per esempio, tutto ciò che Gianni Brera chiamava il corpo della ragassa. L’espressione includeva ovviamente anche le femmine, compresi certi loro ingannevoli sguardi. Ma (e qui sta la rinnovata scioltezza - basta con la leggerezza calviniana! - sul piano esistenziale suo, e su quello della narrazione che riguarda noi lettori) questo avviene senza ossessioni: l’autore non mostra certo smodata pesanza quando descrive i suoi stupori e trasalimenti e tanto meno se adopera locuzioni e modi espliciti per significare (e forse indicare a più acerbi aspiranti scribi) le proprie immaginazioni fantasmatiche. Semplicemente comunica il suo mondo di scrittore sano in una società malata. La pudicizia, il sentimento di riservatezza di Cornia, nota presente in tutti i suoi libri, si dilata qui nel linguaggio esplicito su Dio, sui miracoli (ai quali dedica ben quattro capitoletti) e sui (grazie ai) propri sogni. (Non ho mai dimenticato la premessa a un affannato, gioioso racconto che mi fece una mia figliola quand’era fanciulletta: Non ricordo, babbo, se l’ho visto o se l’ho sognato).
Le Operette segnano forse, se si può azzardare l’ipotesi, un’accentuarsi di spiritualità, con la tendenza a riflettersi, o meglio a confessare tutto del proprio mondo tranne che se stesso. Nessun vero poeta, anche volendolo, è mai riuscito a farlo, per fortuna. Tranquilli, adunque. Soprattutto circa l’insinuazione che qualcuno ha sussurrato in questi giorni all’orecchio dello scrivente: Non hai la sensazione che Ugo Cornia si sia messo sulla strada della conversione? Non modenesus erit cui non fantastica testa: il giudizio che in risposta viene in mente, citazione (un po’ abusata, invero) dal poema maccheronico del mantovano Merlin Cocai costituisce una garanzia. Il Folengo voleva probabilmente lanciare una frecciata contro i modenesi, ma quel “fantastica” oggi non significa più soltanto balzana o strampalata, e in ogni caso suonerebbe come una lode.
Non so
Paolo Nori «paolonori.it» 13-10-2010
Non so di preciso come stanno le cose, in generale, ma credo che ogni lettore si costruisca un canone, un empireo, un’hit parade degli scrittori che gli piaccion di più, perlomeno io faccio così, e nella mia personale hit parade degli scrittori italiani al di sotto dei cinquant’anni Ugo Cornia occupa, da tempo, il primo posto, e non credo di essere in questo influenzato dal fatto che siamo amici, anzi. Io non so se succede anche agli altri che scrivon dei libri, ma io, l’invidia, la puntura dell’invidia io la sento non per gli estranei, per gli amici. Se esce, per dire, un libro di Tiziano Scarpa (non che io e Scarpa siam proprio estranei, ma non è che siamo amici), se esce un libro di Tiziano Scarpa e riceve consensi di pubblico e di critica e vince magari anche il premio Strega, io sono contento. Se la stessa cosa succedesse con un libro di Ugo Cornia, io non lo so, come reagirei. Secondo me in pubblico direi che sono molto contento, dentro di me ci resterei malissimo.
Non so perché, ma è così, ed è stato così fin da quando ci siamo conosciuti, nel 1997, e cercavamo ciascuno di pubblicare il suo primo romanzo e Ugo m’ ha detto, una volta, «Se pubblichi prima tu io sono invidioso», e io l’ho guardato e gli ho detto: «Anch’io». Ecco. Detto ciò, avete tutti gli elementi per valutare il fatto che io, di quest’ultimo libro di Ugo Cornia appena uscito per Quodlibet (Operette ipotetiche, Quodlibet compagnia extra, 112 pp, 12 euro) non sono convinto del tutto.
È un libro fatto tutto di racconti ipotetici, il cui modo verbale è il condizionale, ogni racconto si apre con un’ipotesi: Cosa succederebbe se avessi un cubo d’oro massiccio di un metro di lato? Cosa succederebbe se Dio facesse dei miracoli invisibili? Cosa succederebbe se io avessi un figlio e un cane e mio figlio si affezionasse più al cane che a me? Cosa succederebbe se un uomo di cinquant’anni si alzasse di notte per andare a pisciare e trovasse in bagno suo padre, morto da anni, e gli chiedesse cos’era tornato a fare. Intanto forse succederebbe che il padre direbbe «Son tornato per pisciare, non si vede?». E al figlio che gli chiedesse come vanno le cose nell’aldilà, il padre direbbe che l’aldilà è in uno stato di completo sfacelo. «L’aldilà, ormai, – direbbe il padre, – nonostante quello che si pensa generalmente, è messo molto peggio che qua». (segue su www.paolonori.it)
E se apparisse un metro cubo d'oro?
Andrea Cortellessa «La Stampa TTL» 23-10-2010
E se un bel giorno nella stanza mi si materializzasse un metro cubo d'oro massiccio? E se una notte mi venisse a trovare mio padre morto, che ha bisogno di usare il bagno di casa mia? E se mi accorgessi che, appena volto lo sguardo, le cose che vedevo fino a un momento fa spariscono?
Sono alcune delle elucubrazioni - esilaranti per gli assunti di partenza ma soprattutto per i ragionamenti cui danno il via, a soqquadro di qualsiasi organicità logica - raccolte in Operette ipotetiche del modenese Ugo Cornia. È il secondo suo titolo pubblicato da una collana, la «Compagnia Extra» diretta per Quodlibet da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon, che pare fatta
apposta per i tipi come lui: talenti anarchici, impossibili da ottimizzare
editorialmente nonché da etichettare per i lettori.
Il cartellino che si tende a usare, quello degli stralunati emiliani, serve in effetti solo a mettere assieme chi non sta assieme a nessun altro - e se è per questo neppure a se stesso (il titolo della collana è in tal senso perfetto). Negli altri suoi libri, quelli usciti da Sellerio e Feltrinelli che gli hanno guadagnato un pubblico limitato ma accanito, Cornia ha seguito due condotte (parlare di strategie, nel suo caso, sarebbe un controsenso): da un lato il monologo affannosamente paraipotattico, à la Thomas Bernhard,
dall'altro (nel caso delle Storie di mia zia, modellate sul giuoco dell'oca) la strutturacombinatoria che prova a tenere assieme frammenti narrativi, per il resto, perfettamente centrifughi. Nei libri in apparenza «minori» dati a Quodlibet invece - nei quali non c'è traccia di scheletro connettivo e dunque i «pezzi» si susseguono ineguali, e desultoriamente strafottenti - si distilla un Cornia quintessenziale, millesimato: da mandare in brodo di giuggiole gli aficionados.
Unico barlume di coerenza, come si accennava, l'andamento ipotetico. Come ben sapeva uno dei maestri di Cornia, Giorgio Manganelli (che intitolò Hyperipotesi la sua adesione a un'«ipotesi di lavoro» come il Gruppo 63, e
che sul periodo ipotetico imperniò la sua opera estrema, Nuovo commento), questo artificio associa una continuità stilistico-retorica («alta» e manieristica nel suo caso, studiatamente ruspante e naïve in quello di Cornia) e una proliferante discontinuità strutturale: ogni ipotesi apre una serie di «bivî» concettuali e sintattici che frantumano, col dettato linguistico,
il panorama mentale. Esempio persino dimostrativo sono qui le pagine 100-104, nelle quali Cornia descrive (non sto a dire il perché) la scena più famosa di Frenzy: così come la scena di quel «furbone» di Hitchcock è tutto un piano-sequenza, senza stacchi di montaggio, così lui s'impenna sulle
montagne russe della sintassi, senza mai un punto fermo, per cinque pagine filate. Un hors d'oeuvre da lasciare senza fiato.
Allo stesso modo lasciano stupefatti, i pezzi del libro, per la combinazione di retoriche «basse » e «classici» repertorî filosofici e teologici - come la dialettica fra monoteismo e politeismo o l'esse est percipi del vescovo Berkeley - che mostrano come il vero archetipo di questa scrittura non sia da cercare nell'aggettivo del titolo, bensì nel sostantivo.
Usando ritrovati stilistici remotissimi, al modo di quelle «morali » di Leopardi anche queste «ipotetiche» di Cornia ci mettono di fronte agli interrogativi più radicali e ai paradossi più squisiti: «con leggerezza apparente».
Parole misurate e irriverenti per far vivere la memoria del presente
Mauro Trotta «il manifesto» 27-11-2010
Una delle costanti dell'opera di Ugo Cornia sembra essere quella di muoversi intorno a due poli: il ricordo e l'ipotesi. Come se la straordinaria capacità affubulatoria dello scritore modenese, per potersi innescare e dispiegarsi, avesse bisogno di partire da qualcosa che emerge dalla memoria o da un «cosa accadrebbe se...» portato poi fino alle sue più estreme conseguenze. Una narrativa, allora, che si fa storia e filosofia, ricordo e riflessione, memoria e approfondimento. E che è in grado di coniugare entrambi questi aspetti con una vis comica davvero irresistibile, grazie soprattutto all'uso sapiente di un linguaggio assolutamente personale, allo stesso tempo semplice e raffinato, popolare, nel suo modellarsi sul racconto orale, e letterario, nel ferreo controllo sintattico della frase e nell'uso, assolutamente naturale, delle più diverse figure retoriche.
Di Cornia, di recente, sono usciti due libri che sembrano incarnare perfettamente l'aspetto memorialistico e quello ipotetico. Si tratta di Autobiografia della mia infanzia e di Operette ipotetiche .
Nel primo, come d'altra parte suggerisce il titolo, l'autore ripercorre le tappe fondamentali della propria infanzia. Il racconto si apre con il ricordo dell'asilo, in via Ancona, e via via si parla della nascita della sorella, della morte del nonno, degli amici, della pesca, dei giochi in cortile, della scoperta delle donne nude, delle «attività parateppistiche», delle vacanze a Guzzano, un paesino sull'Appennino, e dei tanti avvenimenti che si susseguono nella vita di un bambino.
Emergono in maniera appassionata e coinvolgente i sentimenti, le riflessioni, i pensieri che si agitano nella mente di un bambino insieme alla narrazione di fatti e avvenimenti fondamentali nella sua formazione. Nel risvolto di copertina, Autobiografia della mia infanzia viene definito un libro per ragazzi, ma si tratta in realtà di una definizione riduttiva per un testo pienamente godibile da chiunque ami la narrativa di Cornia. Un testo che riesce ad individuare la natura più profonda del ricordo che si rivela duplice: «Ho qualche ricordo a fotografia, zac, un momento secco, (...) in mezzo invece a tutti gli altri ricordi fatti più a film, dove c'è anche una storiella dietro». Un libro che si chiude su di un avvenimento che assurge quasi ad un livello metaforico: l'attraversamento, di notte, nell'oscurità, di un bosco da parte di un gruppetto di ragazzi.
In Operette ipotetiche, invece, a far partire la pirotecnica narrazione è ogni volta un assunto diverso, spesso strampalato, ma esaminato fino alle sue più estreme conseguenze. Cosa succederebbe se si possedesse «un cubo d'oro massiccio di un metro di lato»? O se uno incontrasse al gabinetto il padre morto che gli parlasse dell'aldilà, sottolineando come lì i bagni fossero terribili? O ancora se una mucca, grazie ai progressi della chirurgia estetica, potesse diventare una donna?
E poi ci sono temi che ritornano, come le riflessioni sui miracoli o le straordinarie avventure di Giove e Mercurio sulla terra che finiscono, tra l'altro, con l'essere pestati dagli angeli poliziotti, inviati dal Dio monoteista.
Si affrontano, per di più, argomenti strettamente filosofici come, ad esempio, l'esistenza o meno degli oggetti percepiti, sempre però con quello sguardo allo stesso tempo lucidissimo e trasognato, intriso di un'ironia e una comicità graffiante, cifra inconfodibile di Ugo Cornia, il quale riesce ancora una volta a produrre un testo che, come giustamente recita il risvolto di copertina, è «tutto fatto di storie comiche e campate per aria, che però danno da pensare filosoficamente».
Le ipotesi assurde della narrativa
Alessandro Moscè «Corriere Adriatico» 27-11-2010
Se oggi un nuovo modo di narrare sembra addirittura indispensabile, il modenese Ugo Cornia è colui che più di altri, in Italia, ha trovato una strada con il suo catalogo di sragionamenti. Una narrativa fatta di strampalerie, di visionarietà, perfino di assurdità, come dimostrato nel nuovo libro di racconti edito dalla Quodlibet di Macerata, dal
titolo “Operette ipotetiche” (2010). Un padre che ritorna dall’aldilà ad abitare la terra solo per pisciare e che incontra il figlio in bagno, è uno degli episodi più divertenti, così come la convinzione che gli oggetti svaniscano appena non li percepiamo più. “Per esempio potrebbe esserci qualcuno (Dio?) che fa sparire casa mia per un’ora, poi quando io torno a casa, la rimette al suo posto, così a me sembra che casa mia esista di continuo, ma magari mentre io ero in centro casa mia era sparita”. Certo, far sparire Piazza Grande sarebbe molto più difficile, perché richiederebbe un’operazione meticolosa, in quanto sulla piazza si affacciano vari esercizi commerciali aperti dalla mattina fino all’una di notte, e per di più c’è un passeggio continuo di amici e coppiette. Insomma, Piazza Grande
qualcuno la percepisce sempre, e si potrebbe far sparire solo dopo aver controllato che, seppure per pochi secondi, neppure un’anima stia passeggiando nei dintorni. Ugo Cornia ama formulare ipotesi sommarie come farebbe qualunque persona in uno stato vigile di pre-sonno, priva di logica, che fantastica supposizioni campate per aria, surreali. E’ bizzarro e stravagante l’uomo che guida questo io narrante nell’esplorare il mondo dalla stanza da letto. Tanto che dei critici, provocatoriamente, hanno parlato di malsane narrazioni, ma certamente con uno sfondo comico riuscito. Cornia fa vivere i fantasmi, e lo ha anche detto, in un’intervista, che fin da piccolo, di notte, si è sentito inquietato dai mille, piccoli rumori inspiegabili che in mezzo ad un silenzio totale si sentono continuamente. Da qui nasce l’idea delle presenze enigmatiche, delle strane apparizioni tutte da dire e perché no,da romanzare.
C’è un altro racconto, in “Operette ipotetiche”, addirittura esilarante, e riguarda la chirurgia estetica. Cornia si inventa niente meno che la chirurgia trans-specifica, una tecnica che permette che una mucca, tra centocinquant’anni, si trasformi in donna, così il contadino potrà sposare l’animale. E se una mucca si stanca di fare la mucca, con un’operazione diventa appunto un essere umano. Se una ragazza si innamora del suo cane, potrò sposarlo. L’ex labrador diventerà un uomo. “Sì, sì, diamola la notizia, e la notizia era che Jessica era già incinta di sei mesi, e la gravidanza andava avanti in modo perfetto, perché con l’ingegneria trans-specifica si facevano queste trasformazioni di Dna con il salto di specie”.
Ugo Cornia fotografa e reinventa persone e cose ai limiti dell’illetterato. Ma è proprio questa capacità a fare dello scrittore un esempio di registro linguistico nuovo, del tutto singolare. Uno scrittore che viene dalla lingua parlata, felicemente in grado di essere irripetibile.
Le 'Operette ipotetiche' di Cornia
Lucilla Noviello «Affaritaliani.it» 23-12-2010
Desiderando un miracolo, la nostra mente  immagina un evento eccezionale. Oppure una catena di fatti, “degli show un po’ strampalati e esibizionistici, che esorbitano totalmente dalle leggi della natura.” Ugo Cornia, invece, in Operette ipotetiche, edito da Quodlibet Compagnia Extra, ci racconta delle piccole storie in cui il gesto miracoloso è un atto che nessuno conosce, che dio disegna, fabbrica e riempie di senso nell’enorme e silenzioso spazio della sua mente assoluta. Stabilendo il valore di un bene o di un amore di cui nessuno saprà mai nulla. Ma che conserverà tale principio di valore comunque  e per sempre. Un accadimento – che potrà coinvolgere intere masse di umanità o un individuo soltanto – che la coscienza di un pensatore, in questo caso coincidente con lo scrittore stesso, analizza in tutti i suoi possibili sviluppi: morali, psicologici o pratici. E sopra ogni cosa ironici. In questo vive la forza profondissima di ogni storia. I capitoli di questo libro, i racconti – come li definisce l’autore – sono scanzonati e spesso anche provocatori. Ci fanno dubitare del valore del pensiero e della scrittura: non perché non siano ben scritti o perché il tema sia troppo lontano dalla vita quotidiana – anzi, spesso gli argomenti sono così comuni da farci provare la spiacevole sensazione di esser  colti in flagrante – ma perché, ad un certo punto, nel bel mezzo della nostra lettura, comprendiamo che Cornia prende in giro i massimi sistemi. E con essi anche noi. Se fosse un dio vorrebbe essere Giove, dando sfoggio della sua cultura classica e cercando soprattutto di conquistare la bella vicina di casa; invece se usa il suo corpo con il solo fine di procurarsi del piacere fisico probabilmente è solo a causa di un vecchio rito vudù, praticato da una certa Sandrina, di cui si era invaghito quando era piccolo. Le storie con cui Cornia ci affabula, ci distrae e ci intriga, sono brevi;  lunghi sono i periodi, le frasi con le quali le distende sulla pagina. Sono larghi anelli, cerchi dal vasto diametro in cui i nomi e gli aggettivi, uniti insieme dai verbi, diventano il perimetro dentro il quale ci ritroviamo ad essere e a girare, senza sapere dove stiamo andando: ignoriamo completamente dove la storia possa condurci, attraverso  le sue spirali, in cui abbiamo perduto il filo della logica, dimenticato che ore sono ed anche come era cominciato il discorso che l’autore  sta completando. Poi però, alla fine della domanda, ci viene da ridere. E ancora tanta voglia di leggere.
Chi capisce i bimbi? La letteratura
Giovanni Nucci «L'Unità» 09-01-2012
Oppure la magnifica scrittura di Ugo Cornia: già che nel caso di Cornia viene fuori una grande comprensione di cosa significhi essere bambini sin dalla sua scrittura, quasi solo dalla scrittura. Tanto che alla fine Autobiografia della mia infanzia (Topipittori, pagine 102, euro 10,00) diventa una chiave di lettura per l'infanzia in generale ma anche per l'opera stesso del suo autore: così leggendo l'autobiografia si apprezzano, e capiscono, molto di più anche gli altri libri di Cornia. Come ad esempio le meravigliose Operette ipotetiche (Quodlibet, pagine 120, euro 12,00), libro sapientissimo e ugualmente divertente, che con l'infanzia apparentemente non c'entra granché, se non per il fatto che l'infanzia è essa stessa un'operetta ipotetica. Alla fine avendo letto tutti e due i libri non è chiaro quale dei due parli davvero dell'infanzia o quale sia fondamento per l'altro (questa confusione del resto, è ottimo servizio all’editoria per ragazzi e alla letteratura tutta).
2010
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874623365
pp. 120
€ 12,00 (sconto 15%)
€ 10,20 (prezzo online)