Morti favolose degli antichi
Morti favolose degli antichi

"Non c’è niente di cui m’informi così volentieri come della morte degli uomini: le ultime parole, l’aspetto, il contegno tenuto in quel momento. Se fossi un editore, farei un repertorio ragionato delle varie morti. Chi insegna agli uomini a morire, insegna loro a vivere". – Montaigne, Saggi, xx

 

Il libro racconta i casi di morte più ammirevoli, impressionanti ed esemplari tratti dall’antichità greca e latina. Sono qui raccolte come in un repertorio le morti di poeti, filosofi, re, eroi, condottieri, imperatori, inventori, atleti, popoli interi e città.
Perché questo interesse ai modi di morire dell’antichità?
Perché gli antichi, ignari di quello sterile attaccamento alla vita che caratterizza l’epoca moderna, avevano elaborato forme classiche, canoni e modelli per morire in modo significativo: cioè in modo ambizioso, elaborato e appropriato per la vita di ciascuno. Sapevano gli antichi che la morte non è qualcosa che viene da fuori a prenderci e portarci via, ma è ancora pienamente dentro la vita, ci rappresenta e ci rappresenterà per sempre.

Sommario
MORTI DI POETI: Omero - Esiodo - Terenzio - Lucrezio - Cinna - Virgilio - Ovidio - Altri poeti greci.
MORTI DI ATLETI E PENSATORI: Epimenide di Creta - Milone di Crotone - Eraclito - Democrito - Fidippide e la battaglia di Maratona - Timone il Misantropo - Socrate - Diogene cinico - Polidamante di Scotussa - Anassarco di Abdera - Alessino di Elide - Archimede.
MORTI DI RE, CONDOTTIERI, TIRANNI E IMPERATORI: Il Faraone Micerino - Aristomene di Messenia - Pausania lo spartano - Mausolo di Alicarnasso - Silla - Cesare - Claudio - Eliogabalo - Massimino Daia.
MORTI DI POPOLI CITTA' ED ESERCITI: I morti delle Termopili - La peste di Atene e Pericle - Emilio Paolo e Canne - Spartaco e la guerra servile - Varo e Teutoburgo - L’incendio di Roma e il supplizio dei cristiani - Masada e la rivolta degli ebrei - Plinio il Vecchio e il Vesuvio.
CELESTI SPARIZIONI: Ulisse - Romolo - Aristea di Proconneso - Tullo Ostilio - Eutimo di Locri - Ermotimo di Clazomene - Empedocle - Cleomede di Astipalea - Peregrino Proteo.
SELVAGGI OMICIDI: Tarpea - La moglie di Egnazio Mecenio - Mezio Fufezio - Falaride e Perillo - Sisamne - Attilio Regolo - Tiberio Gracco - Caio Gracco - Cicerone - Ipazia d’Alessandria.
SUICIDI CONTROVOGLIA: Caronda di Catania e Diocle di Siracusa - Demostene - Antonio e Cleopatra - Cornelio Gallo - Seneca, Lucano, Petronio e altre morti stoiche.
MORTI PER MANO DEI PARENTI: La morte di Orazia - Astiage, Arpago e Ciro il Grande - Servio Tullio - Pasicle di Efeso - Lucio Bruto e altri casi di padri severi - Alessandro di Fere - Agrippina
MORTI IMPROVVISE PER CAUSE NATURALI: Marco Ofilio Ilaro e altri casi di morti naturali
SUICIDI A TESTA ALTA: Abradata e Pantea - Lucrezia - Marco Curzio - Calano - Bruto e Cassio - Arria - Tullio Marcellino
QUASI MORTI, QUASI VIVI: Il panfilio Er - Filinnio - Atenodoro e il fantasma - Morti apparenti: Gesù - Altri casi di morte apparente - Teste parlanti: il figlio di Policrito - Altri casi di teste parlanti - Salmoxis (e Pitagora) - Eserciti senza pace - Ultimi casi di quasi morte.

 

Ascolta in podcast l'intervista di Fahrenheit-Radio3 all'Autore

Recensioni 
Antonio Moresco «Il primo amore» 20-10-2010
Alessandro Zaccuri «Avvenire» 29-10-2010
Stefano Bartezzaghi «La Repubblica» 06-11-2010
Marco Filoni «La Repubblica- Il venerdì» 19-11-2010
Dario De Cristofaro «Flanerí» 06-12-2010
Valentino Parlato «il manifesto» 09-12-2010
Claudio Franzoni «La Stampa - Tuttolibri» 18-12-2010
Carlo Carena «Il Sole 24 Ore. Domenica» 09-01-2011
Graziella Pulce «Alias-il manifesto» 15-01-2011
Matteo B. Bianchi «Rolling Stones» 01-02-2011
«Il Foglio» 23-02-2011
Valentina Conti «Corriere Adriatico» 12-03-2011
Roberto Saviano «L'Espresso» 10-09-2012
Marco Filoni «Pubblico giornale» 09-12-2012
 
Morti favolose degli antichi
Antonio Moresco «Il primo amore» 20-10-2010
Tornato da un viaggio in Brasile, Argentina e Paraguay, ho trovato ad aspettarmi un libro intitolato Morti favolose degli antichi, scritto da Dino Baldi e pubblicato da Quodlibet. Lo sto leggendo. Mi piace. E’ il libro giusto per me, a questo punto della mia vita, dopo quest’ultimo viaggio e prima del nuovo e diverso viaggio che devo ancora affrontare come scrittore. E’ un buon libro, controcorrente e leggero. Fa bene (da Il primo amore).
Aldilà, le domande degli scrittori
Alessandro Zaccuri «Avvenire» 29-10-2010
Dino Baldi, nel suo estroso ed eruditissimo Morti favolose degli antichi (Quodlibet, pagine 396, euro 16), avverte che sì, nel mondo greco e romano la morte è anzitutto «perfezione», e cioè «compimento» di vita, ma questo non significa che a fianco dei trapassi esemplari di Socrate, di Seneca e di tanti altri, non vada censito pure qualche caso di morte «imperfetta». Non avendo in simpatia il cristianesimo, Baldi liquida la resurrezione di Gesù declassandola ad «apparente» (è il noto argomento polemico del Discorso vero di Celso, già confutato da Origene), ma in compenso dedica pagine assai interessanti al mito platonico di Er, su cui poggia la credenza nella trasmigrazione delle anime, e alla favola tenebrosa di Filinnio, la bella trace di cui si narra che continuasse a vivere e a sedurre anche dopo la morte (da una rassegna dedicata al tema della morte nella scrittura contemporanea).
Non dimenticate il gusto antico del "favoloso"
Stefano Bartezzaghi «La Repubblica» 06-11-2010
Annie Hall (Diane Keaton) si sta separando da Alvy Singer (Woody Allen) e recrimina: «Mi hai regalato solo libri con la parola morte nel titolo!». Che questo non sia proprio il genere di titoli più seducente da regalare è abbastanza scontato, specie se il destinatario è un partner che senza parere sogna di stabilirsi in California. Mettersi a spiegare gli addentellati romantici della parola morte ad Annie Hall sarebbe certo fiato sprecato. Non parliamo poi degli addentellati divertenti. Meglio dunque tenere per sé un titolo come Morti favolose degli antichi, che non corrisponde a una bizzarra collezione di fine Ottocento ma a un libro uscito da poco (autore, Dino Baldi; editore Quodlibet). Il titolo spiega abbastanza bene il contenuto: storie di gente – spesso famosa – che ha avuto per esempio il cranio sfondato da una tartaruga lasciata cadere da un’aquila. Gente antica, certo; gente morta, certo (e conseguente), ma soprattutto gente favolosa, perché è proprio «favolose» la parola cardine del bel libro di Baldi. La parola favoloso sta morendo a sua volta, dopo una senilità passata a fare da sinonimo, enfatico e banale, di «eccezionale». Ma in passato la si sentiva, la «favola» dentro il «favoloso»: il «favoloso» era qualcosa che meritava di essere raccontato, un po’ come il «New York Times» che promette «All the news that’s fit to print» («Tutte le notizie che meritano di essere stampate»). Queste morti antiche meritano di essere conosciute.
La "bella morte degli antichi"? Un addio vissuto con stile
Marco Filoni «La Repubblica- Il venerdì» 19-11-2010

Ora la nostra fine è ospedaliera, o mediatica. ma un tempo l'ultimo atto contava più della vita stessa. come mostrarono Plinio ed Epicuro. E un libro racconta.

La morte non è mai come te l'aspetti. Oggi si muore di morti ospedaliere. O di morti solo in apparenza estrose, da immaginario mediatico. Noi temiamo la morte come qualcosa che non ci appartiee. Eppure la morte è umana. Lo sapevano gli antichi: allora si moriva di morti belle. La morte era il culmine della vita, ne era la somma perfezione nel senso di percifere, portare a compimento. E se il caso o la natura erano avversi, procurando una morte non degna, allora la si correggeva con la parola. Gli antichi avevano elaborato forme classiche per morire. La morte era vita. Ed era un fatto sociale. Morire è più facile che nascere, diceva Seneca, per questo bisogna approfittarne.
Nel catalogo delle morti nell'antichità non se ne trova quasi mai una banale. Ora un libro, che dobbiamo alle penna di Dino Baldi, ci racconta le Morti favolose degli antichi (in libreria per Quodlibet). L'autore fa sue le parole di Montaigne: «Se fossi un editore, farei un repertorio ragionato delle varie morti. Chi insegna agli uomini a morire, insegna loro a vivere». La capacità di dialogare con la morte è l'indicatore del livello di civiltà.
Nell'antichità si moriva di morti pubbliche, retoriche e crudeli, spesso ironiche, sempre raffinate. Si moriva con disinvoltura, senza rimpianti. Come il vecchio Epicuro, che si immerse in una vasca di acqua calda e morì bevendo vino schietto. O Plinio il vecchio, che sorpreso dall'eruzione del Vesuvio cui si era avvicinato per osservarla meglio, piuttosto di fuggire in maniera scomposta, preferì stendersi e aspettare il destino.
Il catalogo di queste morti è vario: dalle morti apparenti (Gesù) a quelle perfette (Platone nel giorno del suo ottantunesimo compleanno, ammirato per aver raggiunto il numero perfettissimo: nove volte nove). O la fine del poeta Lucrezio, autore del «cerchio perfetto in cui si nasce, si impazzisce, si scrive il De rerum natura e ci si uccide». Ma anche quella dell'imperatore Claudio, avvelenato dalla moglie Agrippina per favorire il figlio Nerone. Seneca così la descrive: «Le sue ultime parole, espresse con la parte del corpo con la quale parlava più volentieri: “oioi, mi sa che mi sono cacato addosso". Non so se fosse vero: di sìcuro, smerdò tutto».

Morti favolose degli antichi su Flanerí
Dario De Cristofaro «Flanerí» 06-12-2010

Morti favolose degli antichi, di Dino Baldi, è un libro davvero prezioso, un libro d’altri tempi, di epoche antiche, per la precisione, di quando con la morte ancora ci si dialogava, la si onorava, la si sceglieva quale compimento estremo di quell’opera d’arte che era, o sarebbe dovuta essere, la vita.

Sosteneva Publio Cornelio Tacito che: «Una morte onorevole è migliore di una vita vergognosa». E scriveva queste parole nel modo più sincero possibile, scevre da retorica ed esibizionismo, riflettendo un vero è proprio modus moriendi che da sempre ha contraddistinto gli uomini e le donne più valorosi e onorevoli dell’antichità. Sparsi tra gli aneddoti delle biografie o oggetto essi stessi di vere e proprie opere letterarie – si pensi agli Exitus illustrium virorum –, questi decessi esemplari mostrano il valore che gli antichi davano alla morte, totalmente distante da come noi, oggi, la intendiamo (segue...).

Un registro delle morti presso gli antichi
Valentino Parlato «il manifesto» 09-12-2010
Il grande Montaigne, nei suoi Saggi (mi riferisco all’edizione Adelphi, curata da Fausto Garavini), scriveva: “ho preso l’abitudine di avere la morte continuamente presente non solo nel pensiero, ma anche sulle labbra; e non c’è nulla di cui m’informi tanto volentieri quanto della morte degli uomini; che parole, che aspetto, che contegno hanno avuto allora; né vi è passo delle storie che noti con altrettanta attenzione.  Appare evidente
dall’interpolazione dei miei esempi; e ho particolare amore per questo argomento. Se fossi un facitore di libri farei un registro commentato delle
diverse morti. Chi insegnasse agli uomini a morire, insegnerebbe loro a vivere”. Dino Baldi, che non è un “facitore di libri”, ma un autore al suo primo libro, ha voluto obbedire a Montaigne scrivendo Morti favolose degli antichi, dove documenta come le morti degli antichi fossero migliori delle
nostre e nella premessa scrive: “viene un po’ di invidia per i cittadini di Marsiglia, colonia greca, dove chi voleva concludere la vita si presentava
davanti al senato, e se le ragioni erano buone poteva attingere alla riserva
di veleno statale: le buone ragioni erano la fortuna avversa, ma anche la
troppa fortuna, perché anche questa faceva paura”. Questo libro, basato su una indiscutibile documentazione, è uno straordinario viaggio nell’antichità, e la sua ricchezza emerge dalle storie di personaggi che ci hanno affascinato da giovani: poeti e filosofi, atleti e condottieri, eserciti (la lettura dei morti alle Termopili o a Masnada ancora ci coinvolge). E come non segnalare la morte dei due Gracchi, Tiberio e Caio, che quando eravamo ragazzi aprirono in noi la volontà e la speranza del socialismo? O le morti apparenti, tra cui l’autore mette anche quella di Gesù, con rinvii al Corano? Insomma, leggere questo libro per me è stato un viaggio non solo e non tanto nelle memorie di giovinezza, quando ero un vero lettore, ma anche nei problemi degli esseri umani del presente. La storia antica è anche storia presente.
Da Socrate a Cleopatra la morte si trasforma in favola
Claudio Franzoni «La Stampa - Tuttolibri» 18-12-2010
Diceva Ortega y Gasset che «solo la morte, impedendo un nuovo cambiamento, converte l’uomo nel definitivo ed immutabile se stesso, fa di lui per sempre una figura immobile». In Grecia e a Roma la morte era vista proprio come il sigillo che chiude una vita straordinaria: così l’una rimandava all’altra ed entrambe risultavano esemplari per i posteri. Ecco un buon motivo per raccoglierne un «repertorio ragionato», come aveva consigliato Montaigne.
Lo ha fatto Dino Baldi, che riunisce in Morti favolose degli antichi un centinaio di personaggi del mondo classico, ma ci spiega anche come morirono popoli, città ed eserciti in occasione di rivolte, pestilenze, grandi battaglie. Ecco celebri figure storiche (Socrate, Spartaco, Cesare o Cleopatra, per fare solo qualche esempio), ma anche personaggi meno conosciuti (Sisamne o Pasicle di Efeso); in tutti i casi, vicende singolari e memorabili. Come precisa l’autore, non si tratta di ricostruzioni filologiche, ma neppure di rielaborazioni fantastiche: le indicazioni delle fonti - riportate alla fine del volume - sono ricucite in narrazioni brevi e serrate che risultano avvincenti, spesso sbalorditive e talora, paradossalmente, divertenti. A volte gli episodi sono organizzati
per categorie (i poeti, gli atleti, i pensatori, gli imperatori); ma vi sono anche le morti improvvise, quelle per omicidio o per mano dei parenti. I suicidi sono divisi in due gruppi: quelli che hanno dovuto uccidersi «controvoglia» (come Demostene) e quelli che l’hanno fatto «a testa alta» (come Bruto e Cassio).
E infine, casi assolutamente speciali, le sparizioni celesti e quelli che l’autore definisce «quasi morti, quasi vivi», fantasmi, morti apparenti, teste parlanti.
Come muore un classico
Carlo Carena «Il Sole 24 Ore. Domenica» 09-01-2011
Morti favolose degli antichi di Dino Baldi è un libro poco consueto dalle nostre parti. Certo, sceglie di parlare di morti che hanno dalla loro la lontananza e spesso l'alone della leggenda. E tuttavia è questo un genere letterario piuttosto esiguo fra noi e tipicamente anglosassone. Lassù, fra i lunghi inverni e le nebbie e in un forte senso dello humour e dell'understatement, non c'è editore, dai più austeri ai più popolari, che non abbia un suo Exit lines o Ultime parole famose come temi della "storia culturale".
Le famose morti antiche così come ci sono state tramandate da storici e biografi, sono sovente un calco della vita, ne conseguono e la raffigurano. Echeggiano e compendiano il carattere e le opere del personaggio, li sublimano, e ciò fa spesso dubitare della loro autenticità ma non toglie, anzi le carica di suggestioni.
Saffo che si getta da una rupe esasperata dalla passione per un giovane barcaiolo indifferente alle sue grazie appassite. Anacreonte, poeta delle gioie del banchetto, muore soffocato da un acino d'uva rimasto in fondo a una coppa, mentre il commediografo Antifonte, colpito da una pera. Pindaro, cantore delle glorie degli atleti, si addormenta in un ginnasio di Argo reclinando il capo sulle ginocchia di un fanciullo. A Sofocle scoppiò il cuore per la gioia di aver vinto a novant'anni l'agone tragico. Euripide, in fama di misogino, fu sbranato da una muta di donne inferocite. Fileta, poeta e grammatico, cagionevole di salute e magrissimo per tutta la vita (portava scarpe con suole di piombo per non essere soffiato via dal vento), spirò sfinito dalle lunghe meditazioni notturne sulla soluzione di un rompicapo. Zenone di Cizio, il filosofo stoico, a novantott'anni inciampò, cadde, batté la mano in terra e disse imperturbabile a Plutone: «Sto arrivando». Il suo tenace avversario Alessino di Elide annegò urtando in una canna mentre nuotava nel più nobile dei fiumi, l'Alfeo, nel Peloponneso.
La più strepitosa è la storia di Aristea narrata non da gente qualsiasi ma da Erodoto e altri suoi colleghi. Nato qualche decennio prima di Omero a Proconneso e cospicuo cittadino di quell'isola sul Mar di Marmara, un giorno entrò in una lavanderia e vi morì. Il proprietario chiuse il locale e andò a informare i parenti del defunto. Quando questi arrivarono al negozio, non vi trovarono nessuno né vivo né morto, e un tale di Cizico sopraggiunto da una città vicina raccontò di aver incontrato per strada Aristea diretto a Cizico. Sette anni dopo ricomparve, compose un poema in cui descrisse i suoi viaggi compiuti sotto la guida di Apollo nelle regioni più impervie del mondo, in Siberia e oltre. Dopo di che scomparve di nuovo, per ricomparire dopo altri duecentoquarant'anni a Metaponto, e lì finalmente morire per sempre, poiché i Metapontini videro la sua anima uscirgli dalla bocca. (segue...)
Un trapasso da catalogo
Graziella Pulce «Alias-il manifesto» 15-01-2011

Tra bizzarria e melanconia, ordine e furia, una galleria medianica di massimi (da Erodoto a Livio) e minimi, còlti nella «rivelazione» del momento fatale

Il piacere trasmesso dalle liste è qualcosa di misterioso e, per quanto studiato e analizzato, mai completamente spiegabile. È un piacere intellettuale originato dalla capacità di individuare all'interno di un insieme caotico un sottoinsieme di elementi che presentino analogie. Nel momento stesso in cui la lista è composta colui che l'ha compilata gode un suo trionfo, perché saper individuare nel "mare dell'oggettività" il principio aureo di una regola vuole anche dire conoscere ciò che appunto regge quel che accade.
Il compilatore di liste e cataloghi esercita così un dominio (regola e reggere sono corradicali di rex) di fatto governativo sulla varietà dei fenomeni, portandone allo scoperto l'intima natura. Si tratta della stessa ragione che sta alla base della figura dell'enumeratio, un artificio retorico dall'appeal intramontabile. Dunque imbattersi nel libro di Dino Baldi Morti favolose degli antichi, costruito sfacciatamente senza centro e tutto risolto nella narrazione delle morti illustri dei più svariati personaggi storici dell'antichità greca e latina, è qualcosa che non può lasciare indifferenti. Innanzitutto per il ritmo impresso dall'autore alle varie storie, un ritmo accortamente variato e adattato alle caratteristiche dei personaggi, un ritmo generalmente veloce, ma che rallenta ad arte in alcuni dei casi più rilevanti o eclatanti. Il libro si regge tutto sulla capacità di ri-raccontare storie in gran parte conosciute sui banchi di scuola, talora apprese dai libri di storia, talaltra rischiarate a seguito di tenzoni più o meno estenuanti con l'originale greco o latino, schierate alle ali le truppe degli alleati, ovvero dizionario e manuale di grammatica.
Baldi colloca i personaggi, che hanno dunque tutti un'aria di famiglia, in relazione alla sorte finale secondo ordini piuttosto canonici: Morti di poeti, di atleti e pensatori, Morti di popoli, città ed eserciti, Celesti sparizioni, Selvaggi omicidi, un vivace Suicidi controvoglia, seguito da un fermo Suicidi a testa alta, per chiudere con Quasi morti, quasi vivi. Non tutti i personaggi sono giganti dell'antichità, insigni per guerre combattute e vinte (o perse), eloquenza, forza d'animo, famosi per scintillanti virtù o famigerati per turpitudine. Sono elencati anche i casi di personaggi minori o minimi, dei quali sono narrati con vivacità i momenti che precedono la morte e le ragioni che li condussero a varcare le soglie dell'Ade.
Due sono le principali ragioni di forza di questo libro. Una è la struttura, in questo caso quella del catalogo. Dunque il libro rinverdisce i fasti delle Vite parallele di Plutarco o quelli assai più discreti dei Cataloghi di quel genio strambo e irregolare che fu Ortensio Lando, il quale nel 1552 consegnava all'editore Giolito un tomo di 567 pagine (in realtà un plagio dell'Officina di Jean Tixier de Ravisy) nel quale passava in rassegna una serie sterminata di personaggi del passato e del presente. Adulteri, adultere, iracondi, sdegnosi, avari, amanti della patria, coppie illustri di amici; e poi le morti, le più svariate (coloro che uccisero i figlioli, i padri, le mogli, i mariti, coloro che furono ammazzati dai cani, dal troppo mangiare, bere o ridere, dei suicidi e via di seguito).
Sulla scorta di tali modelli, Baldi si è messo a setacciare l'antichità per estrarne in bella e ordinata successione alcune tra le morti più singolari o insigni. Vale la pena rammentare che questo è il n. 20 della collana «Compagnia Extra», inaugurata dal felliniano Viaggio di Mastorna; una collana, diretta da Ermanno Cavazzoni, che ha ospitato tra gli altri, Celati, Cornia, Perec, Kafka, oltre allo stesso Cavazzoni. Extra come extravaganti, e stravaganti questi volumi lo sono in un senso tutto cavazzoniano, dove la bizzarria e la melanconia, l'ordine e la furia, si mischiano e vanno a prender sembianza geometricissima all'interno di una forma sagomata a regola d'arte. Vita e morte qui non hanno il carattere di eventi accidentali, poiché anche il caso è una variabile misurabile. Non perché non si possa vivere e morire per un accidente imprevisto,ma perché in questo contesto gli eventi – selezionati ed estratti dagli autori della classicità greca e latina – hanno in sé il crisma dell'esemplarità. Ci tiene lontano dal mondo antico, oggi, il presupposto della singolarità degli eventi. Ciò che accade sarebbe il risultato della pressione della storia su di un unico punto, nel quale verrebbe a concretizzarsi qualcosa che non poteva trovare realizzazione né prima né dopo. E invece in questo catalogo le morti (e le vite) sono appunto favolose, tracciate secondo una logica di affabulazione, già consumate fino al punto di svelare la struttura segreta del narrabile, e i protagonisti non hanno altro compito che inverare con la loro vicenda ciò che doveva necessariamente giungere a compimento. Oracoli, vaticinî, segni del cielo non impediscono gli appuntamenti fatali.
Altra ragione di forza del libro sta in un dissimulato intento morale. Cosa ben difficile da dimostrare stanti il titolo e il contenuto dichiarato. Dino Baldi parla con foga della morte di Cicerone, dei Gracchi, di Eliogabalo, di Ipazia e di Orazia, di Empedocle e di Eraclito, di Socrate e di Lucrezio, e talora vengono offerti particolari raccapriccianti dei vari modi di morire, come se il paleolitico avesse chiuso i battenti solo il giorno prima. Il lettore dopo i primi, letti per pura curiosità, per il gusto dell'anamnesi, per il gioco del "chi è il prossimo?", comincia a capire che non è affatto un gioco di erudizione, di messa in pulito di fonti (pure diligentemente annotate in appendice e indicate voce per voce), non si tratta di un testo autoreferenziale per antichisti misantropi. Il disegno del volume si scopre a lettura inoltrata, quando la folla di personaggi evocati grazie all'intervento medianico di Livio, Diodoro Siculo, Appiano, Plutarco, Erodoto e Polibio e Dio sa quanti altri, comincia a prendere l'aspetto di una galleria di antenati le cui gesta splendono nel bene o nel male fino ad oggi. Personaggi con i quali il confronto è reso obbligatorio da un orizzonte comune di senso, vogliamo chiamarlo aretè, virtus o in altro modo, un "valore" con cui ognuno è chiamato a confrontarsi. Che abbiano scritto le Filippiche o inventato la manus ferrea, questi personaggi sono diventati esemplari perché la loro vita è diventata pubblica ed esemplare è il senso delle loro morti, qui narrate nella disposizione ordinata e coerente di un memento: che la vita sia una rappresentazione cui l'ultimo atto appone il sigillo di autenticazione. Per questo i guerrieri di Leonida si pettinarono con cura a poche ore dallo scontro con gli innumerevoli persiani e Lucio Bruto e Tito Manlio assistettero all'esecuzione dei rispettivi figli con volto impassibile.
Ci ritraiamo da questo libro documentatissimo e fantastico, pieno di esemplari virtù e di altrettanto esemplari vizi, con la conferma che un savio novellatore è in grado di fornire alle singole storie, anche a quelle del passato, una sorta di energia cinetica che rende quelle storie perfettamente solidali tra loro e piene di senso per chi le legge oggi.

Morti favolose
Matteo B. Bianchi «Rolling Stones» 01-02-2011
La morte è uno dei grandi rimossi della società contemporanea, che rincorrendo il mito di una giovinezza eterna cerca quasi di negarne l'eventualità. Ben altra era la concezione della morte in epoche antiche, come invece ci illustra questo godibilissimo e stralunato saggio.
Baldi, ricercatore dell'università di Firenze, dimentica la seriosità accademica per raccontarci vite e morti dei grandi dell'antichità con tono divertito e con grande abbondanza di aneddoti sbalorditivi. Omero, Archimede, Cesare, Ulisse, Demostene, Cicerone...
Una carrellata di star storiche suddivise per tipologie: “Suicidi controvoglia", “Morte per mano dei parenti", “Celesti sparizioni" e altre bizzarre classificazioni. L'autore ha anche il merito di farci comprendere come talvolta non sia importante che le biografie corrispondano pienamente alle verità storiche: per gli antichi era più sensato, più giusto, raccontare una morte adeguata allo stile del personaggio invece che attenersi a una dipartita per cause banali. Una forma “favolosa" di rispetto.
Le favolose e memorabili morti degli antichi
«Il Foglio» 23-02-2011
Omero, si racconta, morì di disperazione intellettuale: afflitto per non aver saputo interpretare l’indovinello che gli avevano rivolto certi giovani pescatori di Ios. Terenzio che, nato a Cartagine, fu il primo scrittore africano di lingua latina, morì secondo alcuni per consunzione: per aver smarrito nel corso di un naufragio le commedie di Menandro che avrebbe voluto far rappresentare a Roma a proprio nome. Lucrezio impazzì per aver bevuto il filtro d’amore procuratogli da una donna malvagia, scrisse il “De rerum natura” e all’età di quarantaquattro anni si suicidò senza neanche aver dato l’ultima limatura al poema. Il dolcissimo Virgilio, tanto brutto e rozzo nell’aspetto quanto amabile e soave nell’indole, morì in seguito all’insolazione che lo colpì mentre, viaggiando in nave, tornava a Roma dall’oriente con Augusto. Fu dopo la sua sepoltura però, avvenuta vicino a Napoli, in una grotta sulla via per Pozzuoli, che attinse la sua sorte favolosa: di mago, negromante, stregone, astrologo, taumaturgo, santo, “lampadoforo”, profeta e precursore delle verità cristiane. Ebbe post mortem così la fama che gli valse un ruolo da protagonista nella Commedia dantesca e un posto d’onore nelle devozioni superstiziose partenopee.

Gli esempi menzionati riguardano tutti morti di poeti che, si direbbe, per vocazione artistica fossero tutti tenuti a compiere il cerchio della propria vita con una morte memorabile. Corroborano l’ipotesi i casi della lesbica Saffo, che per un amore non ricambiato si lanciò in mare dalla rupe dell’isola di Leucade. Del vecchissimo Anacreonte, soffocato da un chicco d’uva passa. Di Eschilo, caduto in Sicilia per il colpo in testa assestato da una tartaruga che un’aquila in volo lasciò precipitare dal cielo. O di Sofocle, cui si schiantò il cuore per la felicità di aver vinto una gara poetica. Cinicamente Diogene, morso a un tendine da un cane rabbioso. Ardentemente Empedocle, che si abbandonò alla furia degli elementi gettandosi tra i vapori del vulcano. Perfettamente si chiuse il ciclo esistenziale di Platone, che compì con l’età il numero perfetto di nove moltiplicato per nove. “L’antichità offre a chi la abita qualche margine di manovra in più rispetto ai contemporanei”, scrive Dino Baldi nell’introduzione a questa sorprendente sfilata di fantasmi. Il tempo intercorso lascia uno spazio in cui muoversi più liberamente tra documento, racconto e invenzione. Forse non c’era bisogno di immaginare finali di storie fantastiche. Perché comunque, premette Baldi in esergo al suo libretto citando le parole di Paolo Maccari: “La cosa buffa è che morire ti sorprenderà”.

Come morire in modo appropriato
Valentina Conti «Corriere Adriatico» 12-03-2011
Vi siete mai chiesti come si muore in modo appropriato? Esemplare? Ambizioso? Le morti dell'Antichità parrebbero essere, in modo prevalente, un'occasione finale, un estremo lascito che, innanzitutto e per lo più, riguarda se stessi in rapporto alla propria gens, nel novero tutto umano del buon esempio, del modello, della testimonianza come insegnamento.
Buona parte di queste domande costituiscono l'ambito di ricerca dell'insolito, ottimo libro di cui vi parlo questa settimana: si tratta di "Morti favolose degli antichi", di Dino Baldi. L'autore si sforza di porre in chiaro in che senso vi sia un morire nell'Antichità che, in certo modo, volentieri si slancia nel divenire esempio, originalità, "soggetti¬tà". Probabilmente, è tutto vero. Eppure, a questo "esserci per la morte" esemplare, noialtri moderni e contemporanei rispondiamo (qualunque cosa ne pensino gli storici degli Annales, Aries, e in generale tutti i nostalgici dell'antiquitas), rispondiamo, dicevo, che da tempo, per morire degnamente, non abbiamo più bisogno di esempi, né eroismi, né specificità: noi oggi moriamo innanzitutto co¬me genere, ciascuno tenuto nel palmo della famiglia umana che, custodendoci, ci fa essere.
Pure, la positività essenziale del libro di Baldi risiede nella testimonianza "narrativa", delle morti cioè raccontate nel loro aspetto più leggendario, "favoloso", ovvero romanzesco che, almeno tradotto secondo la sensibilità di noi lettori dell'oggi, con tenacità tutta "culturale", continuano a interrogarci.
Scriveva Montaigne: "Non c'è niente di cui m'informi così volentieri come della morte degli uomini: le ultime parole, l'aspetto, il contegno tenuto in quel momento. Se fossi un editore, farei un repertorio ragionato delle varie morti".
Quodlibet, che pubblica il volume, alquanto opportuna¬mente risponde daccapo, ades¬so, a questo stesso appello.
Quanto mi piace quell'Italia minore
Roberto Saviano «L'Espresso» 10-09-2012
L'Italia letteraria nasconde questi autori preziosi, figli di una tradizione spesso dimenticata, che scrivono per il piacere dei lettori. A leggerli ci si sente catapultati in un'altra epoca, quando ancora per conoscere la vita di Irma Brandeis, la donna che amò Eugenio Montale, non avevi Wikipedia. Baroncelli, come Dino Baldi, virtuoso delle biografie, autore di "Morti favolose degli antichi" (Quodlibet 2010), scandagliano l'umanità, la sintetizzano e riescono nell'impresa più complessa per il solitario mestiere di narrare: far sentire meno soli. Quelle biografie danno la sensazione di appartenere alla molteplicità umana. A tutto quel rumore e a quel silenzio condiviso cui sembra bello appartenere.
Addio saggezze antiche, oggi si muore tristi e soli
Marco Filoni «Pubblico giornale» 09-12-2012
Già soltanto il parlarne non è visto di buon occhio. Tanto più scrivere del tabù per eccellenza dei nostri giorni, ovvero la morte. Eppure si può, eccome. A farlo da ultimo è stato il buon Umberto Eco, sempre stimolante e mai banale. La scorsa settimana, dalle colonne della sua Bustina di Minerva sull’Espresso, Eco scriveva della morte partendo da un dossier che le ha dedicato il mensile francese Magazine littéraire. Il rapporto letteratura-morte è noto e anche piuttosto scontato. Infatti Eco sottolineava un altro aspetto, che il magazine francese trascura: «Il problema mi pare piuttosto un altro, e forse dipende dal fatto che oggi si leggono meno libri: noi contemporanei siamo divenuti incapaci di venire a patti con la morte. Le religioni, i miti, i riti antichi ci rendevano la morte, seppure sempre temibile, familiare. Ci abituavano ad accettarla le grandi celebrazioni funerarie, gli urli delle prefiche, le grandi Messe da Requiem». È vero: la morte non esiste più. O meglio, esiste soltanto in quanto spettacolarizzata: la vediamo dagli schermi dei nostri televisori e dei computer, ma è una morte lontana, rarefatta, che non ci riguarda realmente. È scomparsa dal nostro orizzonte di esperienza concreta. Il pilota che sganciò la bomba di Hiroshima quasi impazzì per questa distanza fra il suo gesto e la morte che provocò, e il filosofo Günther Anders ci scrisse pagine ancora oggi memorabili definendolo uno “scarto prometeico”. Su una cosa Eco ha ragione da vendere: noi contemporanei siamo fondamentalmente impreparati, a differenza degli antichi, di fronte della morte.
Certo, non si muore mai come si vorrebbe. Eppure questa constatazione è molto più vera oggi che nel passato. Un tempo si moriva di morti belle, sincere, magari costruite e “favolose” come le più belle delle morti classiche. Invece oggi si muore di orrende morti ospedaliere, dolorose, morti sempre meno umane. O di morti solo apparentemente estrose, prese in prestito da immaginari mediatici o legate alle mode. Noi subiamo e temiamo la morte come fosse qualcosa che non ci appartiene. A differenza degli antichi, che invece sapevano bene che la morte fa parte della vita. Per comprendere quanto andiamo dicendo converrà allora prendere in mano uno dei libri più belli apparsi negli ultimi anni, Morti favolose degli antichi (Quodlibet). L’ha scritto un filologo classico, Dino Baldi, che ha appena pubblicato sempre per lo stesso editore anche una “riscrittura” (ovvero una traduzione non scolastica dal greco ma vivace e viva) di Senofonte, La spedizione verso l’interno (Anabasi). Nel libro sulle morti degli antichi Baldi fa sua l’attitudine dei greci e dei romani in merito alla biografia antica: si trattava di una categoria interpretativa del reale, che era ben distinta dalla storiografia perché era, piuttosto, una visione del mondo. Quindi ai detti e ai fatti memorabili si aggiungevano anche le morti memorabili. Detta in altre parole, se ai greci e ai romani (grandi meccanici del mondo con una dose di spregiudicatezza e intraprendenza invidiabile) una cosa non tornava, la si faceva tornare: se il caso o la natura erano avversi, procurando una morte non degna della vita vissuta, eroica o nobile, allora la si correggeva con la parola e la si raccontava nel modo giusto. Ecco allora la “morte favolosa”, il culmine di una vita; morte che ne era la somma perfezione nel senso di percifere, portare a compimento.
Insomma, Baldi fa sue le parole di Montaigne: «Se fossi un editore, farei un repertorio ragionato delle varie morti. Chi insegna agli uomini a morire, insegna loro a vivere». E difatti nel catalogo delle morti nell’antichità non se ne trova quasi mai una banale. Anzi. E l’invenzione favolosa di queste morti rappresenta anche la capacità di dialogare con la morte, che è l’indicatore del livello di civiltà di un’epoca.
Quindi nell’antichità si moriva di morti pubbliche, retoriche e crudeli, spesso ironiche, sempre raffinatissime. Si moriva con disinvoltura e senza rimpianti. Come Plinio il vecchio, che sorpreso dall’eruzione del Vesuvio cui si era avvicinato per osservarla meglio, piuttosto di fuggire in maniera scomposta preferì lietamente stendersi e aspettare il proprio destino. O Eschilo, il cui cranio calvo e lucente fu scambiato per una pietra da un’aquila, che volteggiava con una tartaruga fra gli artigli da scagliare su qualcosa di duro per romperne il guscio. Ma anche il vecchio e malato Epicuro, che s’immerse in una vasca di acqua calda e morì bevendo vino schietto. O il poeta e noto ubriacone Cratino, morto di crepacuore a novantasette anni vedendo i barbari soldati spartani rompere un orcio di vino davanti ai suoi occhi.
Il catalogo di queste morti è vario: dalle morti apparenti (Gesù) agli omicidi selvaggi, dai suicidi controvoglia a quelli a testa alta. E anche morti perfette, come quella di Platone nel giorno del suo ottantunesimo compleanno, suscitando ammirazione per aver raggiunto il numero perfettissimo: nove volte nove. O il poeta Lucrezio, di cui si può ammirare «il cerchio perfetto di una vita in cui si nasce, si impazzisce, si scrive il De rerum natura e ci si uccide».
Le pagine di Baldi c’insegnano qualcosa su cui riflettere: gli antichi avevano elaborato forme classiche e canoni per morire in maniera significativa, cioè in modo ambizioso e appropriato per la vita di ciascuno. Quindi la morte era proprio vita, vita in senso vero. Ed era un fatto sociale. Morire è più facile che nascere, diceva Seneca, e per questo bisogna approfittarne.
Certo, poi non tutte le morti degli antichi sono epiche: l’imperatore Claudio, da tutti considerato un idiota, fu avvelenato dalla moglie Agrippina per spianare la strada al figlio Nerone. E Seneca così la descrive: «Queste furono le sue ultime parole, pronunciate dopo che si fu espresso a voce piena con quella parte del corpo con la quale parlava più volentieri: oioi, mi sa che mi sono cacato addosso. Non so se fosse vero: di sicuro, smerdò tutto».
2010
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874623372
pp. 396
€ 16,00 (sconto 15%)
€ 13,60 (prezzo online)