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Seoul Steel Life
Case a catalogo e stanze a noleggio / Houses by the Book and Rooms by the Hour Testi in lingua italiana e inglese A cura di Alberto Bologna, Michele Bonino e Marco Bruno Portfolio fotografico di Lorenzo De Simone Ultimamente la cultura architettonica è terrorizzata dalla fine dello spazio pubblico, giudicata imminente. Pertanto il caso studio di Seul, qui affrontato da un gruppo di ricercatori e studenti torinesi, è salutare perché indaga senza pregiudizi ideologici una metropoli che è già del tutto «indifferente alle relazioni urbane o al contesto pubblico». Le due tipologie squisitamente coreane di apart e bang, vale a dire delle case a catalogo e delle stanze a noleggio, esemplificano bene quell’atteggiamento culturale: gli apart, montati in serie in grandi strutture modulari come garage, sembrano il coronamento del sogno modernista della «machine à habiter» – sono persino muniti di targhe; i bang invece ne rappresentano il rovescio della medaglia, perché esplicitano il carattere introverso e decontestualizzato degli interni coreani. Grazie anche ad alcune tecnologie dell’acciaio che favoriscono la produzione di strutture flessibili e replicabili, i progetti qui presentati ambiscono a creare dei prototipi maggiormente relazionati ai servizi e allo spazio pubblico. Lately architects are terrified by the possible end of public space. That’s the reason why this study is particularly useful: because it investigates a metropolis like Seoul without ideological prejudices, that means a place where everything is «indifferent to urban relations or to the public context». Apart and bang are two specific typologies coming from South Korea: houses by the book and rooms by the hour exemplify in the right way that peculiar cultural attitude. In this book the projects presented want to create new urban prototypes that should be more related to public services and space – also thanks to some steel techniques that help in the production of more flexible and replicable structures.
Alberto Bologna (1982), architetto, è Dottorando in Storia dell'Architettura e dell’Urbanistica presso il Politecnico di Torino. / Architect, is a PhD candidate in History of Architecture and Urban Planning at Politecnico di Torino. Michele Bonino (1974), architetto e ricercatore, insegna Progettazione Architettonica e Urbana al Politecnico di Torino. / He is an architect, a research fellow and a professor of Architectural and Urban Design at Politecnico di Torino. Marco Bruno (1968), architetto e motociclista entusiasta, è Professore di Architettura degli Interni all'HYID, Hanyang University di Seul dopo aver insegnato per anni alla Konkuk University. / He is an architect and an enthusiastic motorcycle rider. He is currently full-time Professor of Interior Architecture at HYID, Hanyang University in Seoul after several years spent as a full-time faculty member at Konkuk University. Lorenzo De Simone (1974), fotografo freelance, vive a Milano. Specializzato in reportage di viaggio e architettura, lavora per editori nazionali e internazionali. / He is a freelance photographer based in Milan. Specialized in travel and architectural reportage, he works for national and international editorial services.
Recensioni
Lucia Tozzi «Abitare» 01-03-2011
redazionale «Il Sole 24 Ore» 02-05-2011
Seoul - La città nomade
Lucia Tozzi «Abitare» 01-03-2011
Il paesaggio urbano di Seoul e delle sue città satellite è, dal punto di vista morfologico, una banalissima selva di grattacieli, esattamente come quello di centinaia di altre metropoli in Asia e nel resto del mondo. Tuttavia le analogie con New York, Shanghai, Dubai o Hong Kong finiscono qui, confinate alla pura forma: le modalità con cui i coreani abitano la città e le sue torri sono assolutamente singolari, non hanno quasi nulla in comune con le altre. Come recita il sottotitolo di un libro appena pubblicato da Quodlibet, Seoul Steel Life, a cura di Alberto Bologna, Michele Bonino e Marco Bruno, lo spazio urbano coreano è fatto di “case a catalogo e stanze a noleggio”. Una famiglia coreana non cerca un appartamento guardando gli annunci sui giornali o aggirandosi per le vie di un quartiere alla ricerca di un cartello «Vendesi». Non si rivolge neppure a un’agenzia immobiliare vera e propria: va invece dalla concessionaria di case, di una marca piuttosto che di un’altra (le più diffuse fanno capo ai grandi gruppi industriali che guidano l’economia coreana, come Samsung o Hyundai). “Proprio come se si trattasse di automobili – scrive Bonino – gli appartamenti possono essere acquistati presso enormi ‘concessionarie’, le cosiddette Model houses: vi si possono visitare e testare dal vivo gli appartamenti, riprodotti in scala 1:1. Fatta la scelta, il modello acquistato è consegnato in tempi brevissimi: ma tutto ciò, ovviamente, senza scelte di localizzazione, di piano, di esposizione al sole e alla luce.” L’importanza che in qualsiasi altra parte del mondo si attribuisce alla posizione e alle altre caratteristiche della propria casa deriva dalla prospettiva lunga, dall’idea che in una casa di proprietà si vive per tutta la vita, e poi la si trasmette ai figli. In Corea invece l’intera popolazione urbana è impegnata in un moto perpetuo da un’abitazione all’altra, da un quartiere a un altro, in un circuito continuo di compravendite che asseconda, spiega Marco Bruno, il funzionamento del mercato immobiliare: “La rigenerazione continua dei luoghi dell’abitare ben si è adattata al meccanismo di demolizione e ricostruzione tuttora in atto nelle città coreane. Tale meccanismo ha generato un mercato che ha coinvolto l’intera popolazione, trasformando i residenti dei grandi centri in nomadi. Il principio fondamentale è che la casa non è un luogo dove vivere per un tempo indeterminato, ma uno strumento per scalare la piramide sociale. Si compra una casa per venderla e nel frattempo ci si abita. Le giovani famiglie iniziano acquistando una casa in un’area appena sviluppata accendendo un mutuo. Si aspetta che i servizi si sviluppino facendo salire il prezzo dell’appartamento, nel contempo si cerca un’abitazione analoga in un’area in via di trasformazione, si vende e ci si trasferisce. A ogni trasloco si abbatte progressivamente il debito iniziale fino a raggiungere, dopo molti spostamenti, il profitto”. Gli Apart, spesso di dimensioni molto ridotte, diventano quindi luoghi privatissimi, non assolvono alle funzioni sociali che le case hanno altrove. Per incontrare amici, invitarli a cena, giocare a un videogioco o fare un karaoke si affitta una stanza – in coreano Bang. Il risultato è che gli abitanti-nomadi di questa civiltà ancora in espansione vagano tra palazzi completamente anonimi, ad eccezione del brand dipinto sulle facciate, e una serie di stanze altrettanto anonime, con o senza finestre, che popolano gli edifici commerciali dai sotterranei al tetto, senza avere la minima possibilità, nel bene e nel male, di comporre una comunità in senso proprio. È questa assenza strutturale di vita comunitaria che ha indotto Kyong Park, architetto e intellettuale che ha fatto del nomadismo la cifra fondamentale della sua vita e del suo lavoro conducendo ricerche sui sistemi urbani e abitativi in Asia, Europa e Stati Uniti, a curare l’edizione 2010 di APAP (Anyang Public Art Project), un progetto di arte pubblica ad Anyang, città satellite di Seoul. Fin dal titolo, “A New Community: In the Open City”, Kyong Park ha deciso di sfidare l’equilibrio soffocante tra la smania di espansione della società coreana e una sfera culturale piuttosto conservatrice. Gli eccellenti risultati delle precedenti edizioni di APAP, fondate sulla realizzazione di installazioni e opere nello spazio pubblico di Anyang – l’idea più classica e monumentale di arte pubblica – avevano di fatto contribuito ad accelerare la gentrification, moltiplicando il valore immobiliare delle aree che avevano migliorato e assecondando quindi l’inesorabile meccanismo di espulsione dei meno abbienti a opera del mercato. Il suo lavoro si è concentrato sul tentativo di contrastare culturalmente la logica aggressiva del real estate, dirigendo la ricerca degli artisti invitati sugli aspetti relazionali esistenti e su quelli potenziali di una popolazione continuamente sballottata da un luogo all’altro in nome degli interessi immobiliari. E se la maggior parte degli interventi si è attenuta al carattere processuale, immateriale, nomadico e partecipativo dell’idea curatoriale, anche le pochissime strutture costruite – di Raumlabor, LOT-EK e Mass Studies – sono rigorosamente luoghi di incontro aperti per gli abitanti: un etereo padiglione-cocoon, una “scuola” di container e una “casa” di legno in grado di ospitare una serie di attività pubbliche. Come tutti i progetti effimeri, questo di Kyong Park non pretende certo di trovare soluzioni a problemi epocali e globali: l’obbiettivo è porre domande. In una città come Anyang, in cui il 25% della popolazione è in perenne trasloco, si potrà mai sostituire il ciclo di distruzione-ricostruzione, che trae profitto dal movimento geografico degli abitanti, con uno sviluppo qualitativo dei luoghi? Con la crisi si tornerà a costruire case popolari? Per quanto ancora i coreani saranno felici di incarnare la “Speed Nation”, senza avere neanche il tempo di riflettere sulla propria esistenza e, soprattutto, di inventare il futuro?

Come si costruisce in acciaio in Sud Corea
redazionale «Il Sole 24 Ore» 02-05-2011
Apart e Bang, ovvero case a catalogo e stanze a noleggio, rappresentano le due principali tipologie abitative della Corea del Sud, che esemplificano anche uno stile di vita e determinano la conformazione fisica delle città. Una città, come Seul, del tutto indifferente alle relazioni urbane e al contesto, che sembra prefigurare quel fenomeno che tanto terrorizza la cultura architettonica contemporanea: la fine dello spazio pubblico. A questi temi, e alle possibile alternative che la cultura progettuale contemporanea può offrire, è dedicato il libro "Seoul steel life. Case a catalogo e stanze a noleggio", frutto dell'interessante esperienza di docenza che ha coinvolto la Fondazione Promozione Acciaio, il Politecnico di Torino e la Konkuk University di Seoul. Questa partnership ha generato lo svolgimento di due unità di progetto negli anni accademici 2008-2009 e 2009-2010, che hanno coinvolto una serie di docenti sul tema delle tecnologie costruttive in acciaio e delle potenzialità espressive di questo materiale, animando l'interesse dei quasi 100 studenti di sette nazionalità, tra Italia e Corea del Sud. L'obiettivo? Individuare, grazie alla flessibilità e modularità delle strutture in acciaio, soluzioni architettoniche maggiormente relazionabili ai servizi e allo spazio pubblico. L'intenzione non è stata quella di annullare le differenze tra la cultura occidentale e le abitudini asiatiche, bensì riconoscerle, cercando di offrire un contributo di innovazione alle abitudini consolidate, senza scardinarle. A proposito della tendenza alla standardizzazione del settore residenziale, gli studenti si sono accorti di quanto più agevole risultasse progettare con l'acciaio in un contesto come quello della Corea. Di come le potenzialità dell'acciaio possano offrire soluzioni in grado di coniugare la modularità con la praticità, la libertà espressiva con la sicurezza e il rispetto per l'ambiente. Ne sono esempi i progetti pensati dagli studenti, caratterizzati dal connubio con altri materiali, da forme spesso inusuali, da soluzioni esteticamente apprezzabili e tecnologicamente innovative. La pubblicazione, curata da Michele Bonino (docente progettazione architettonica e urbana al Politecnico di Torino), Marco Bruno (docente di architettura degli interni all' Hanyang University di Seul) e Alberto Bologna (dottorando in Storia dell'architettura e dell'urbanistica al Politecnico di Torino), è articolata in una serie di saggi paralleli che rendono conto dei vari punti di vista (culturali e tecnici, italiani e coreani, didattici e scientifici) sul tema degli Apart e dei Bang, ed è illustrato dai lavori degli studenti nonché da un report fotografico sulla città di Seul. Attraverso la documentazione del progetto supportato dal Politecnico di Torino, dalla Konkuk University e dalla Fondazione, questo volume vuole rappresentare uno stimolo a credere nell'innovazione e nel valore aggiunto che le realizzazioni in acciaio sanno offrire, capaci di animare il desiderio di confrontarsi e di dibattere intorno ai temi del progetto e del costruire.

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