Il giardino in movimento
Il giardino in movimento
Da La Vallée al giardino planetario
 
Con 128 tavole a colori fuori testo
Repertorio delle piante citate a cura di Enrico Scarici
Traduzione di Emanuela Borio
 

Il giardino in movimento racchiude in sé diversi gradi di leggibilità: è una guida per il giardiniere, è un trattato di filosofia della natura, è un resoconto letterario delle esperienze che Gilles Clément (paesaggista, ingegnere agronomo, botanico ed entomologo) ha fatto interagendo con la natura. E parte non secondaria dell’importanza di questo libro sta nell’imponente apparato di immagini che lo stesso autore ha raccolto a corredo del suo racconto.
Non un manuale o un prontuario, dunque, non si tratta di precetti o prescrizioni, ma un vero e proprio viatico, la scorta di provviste per il viaggio attraverso quello che Clément ama definire – nel quadro di una analisi che spesso mostra anche i limiti dei concetti tradizionali dell’ecologia – il giardino planetario.
Indispensabile, per il giardiniere (come Clément stesso ama farsi definire), è innanzi tutto un’educazione dello sguardo, allo scopo di acquisire la facoltà di rinvenire ciò che nel mondo vegetale è al contempo invisibile e fondamentale. E in tal senso questo libro fa da complemento al Manifesto del terzo paesaggio, pubblicato da Quodlibet nel 2005, integrandone e arricchendone le idee in forma più estesa e narrativa.
Dall’altro lato vengono descritti e analizzati nel dettaglio una miriade di casi concreti per rendere trasparente cosa significhi dare corpo a un’idea paradossale come quella di «giardino in movimento», spazio in cui la natura non è assoggettata e soffocata dalle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, e dove spesso è più prezioso sapere cosa non fare piuttosto che intervenire e aggredire. Si apprende l’arte di agevolare, favorire, incoraggiare, e mentre «il gioco delle trasformazioni sconvolge costantemente il disegno del giardino», tanto il giardiniere, ovvero il «guardiano dell’imprevedibile», che ogni eventuale visitatore, possono nutrirsi delle immancabili dosi di sorpresa che la natura riserva loro quando si esprime finalmente nella sua pienezza.

 

Recensioni 
Rossella Sleiter «La Repubblica- Il venerdì» 18-03-2011
Pia Pera «Il Fatto Quotidiano / Saturno» 18-03-2011
Paolo Pejrone «La Stampa» 03-04-2011
Franco Renna «Il Riformista» 03-04-2011
Patrizia Gatti «Vogue Italia» 01-04-2011
Terry Marocco «Panorama» 22-04-2011
Vittorio Gregotti «Corriere della Sera» 27-04-2011
Sofia Lauro «AT Casa» 25-05-2011
Filippo De Pieri «Domusweb» 27-05-2011
Valerio Magrelli «La Repubblica» 04-06-2011
redazionale «Architettura del Paesaggio» 07-06-2011
Francesca Lazzarato «Il manifesto» 16-07-2011
Lucia Tozzi «Alfabeta2» 09-09-2011
Angelo Sampieri «L'Indice dei libri del mese» 12-09-2011
Andrea Di Salvo «Alias - il manifesto» 24-08-2011
Ermanno Cavazzoni «Domenica - Il Sole 24 Ore» 01-04-2012
Roberta Scorranese «Corriere della Sera» 16-10-2012
 
Con un filosofo del paesaggio c'è movimento in giardino
Rossella Sleiter «La Repubblica- Il venerdì» 18-03-2011
Dovremmo ormai aver imparato a conoscere lo stile di questo straordinario personaggio della botanica prestato alla filosofia che risponde al nome di Gilles Clement, classe 1943, francese, docente all'Ecole Nationale Supérieure du Paysage di Versailles, oltre che autore di numerosi libri di grande successo.
Eppure, alla vigilia dell'uscita italiana di Il Giardino in movimento (Quodlibet), lo stupore si rinnova come la prima volta che, sotto i nostri occhi di lettori, sono scorsi gli ailanti, le buddleie, le robinie e le artemisie, la belladonna, gli emanti, le nerine, i colchici dalle pagine del suo bestseller Manifesto del terzo paesaggio (Quodlibet).
Era il 2005, il Manifesto rompeva le fila dei titoli sul tema del verde per affrontare una questione e proporre un metodo sotto forma di grido d'allarme: salvare la flora spontanea del pianeta perché si salvino gli insetti e il ciclo naturale che lega gli uni all'altra.
Clement, geniale, profondo ma anche astuto, nel nuovo libro più che filosofeggiare, insegna e racconta e spiega, portando ad esempio progetti realizzati con la sua équipe per ettari e ettari di terreno da recuperare a "parco", parola che tutti capiamo, ma che non corrisponde in pieno alle battaglie di Clement.
Le istruzioni per l'uso, quando seminare, che cosa e dove, ci sono tutte. Anzi, Clement descrive il lavoro della creazione di diversi "giardini in movimento" sparsi per la Francia, le ore che servono, le braccia impiegate, quale macchina agricola usare...
Scrive: "Il movimento è quello della metamorfosi. La scorza che diventa fiore, albero di Giuda, viburno Farrer, terra che diventa fiori (bulbi, gigli, eremori)". Quante occasioni ancora abbiamo di cambiare il nostro modo di fare giardini.
E il giardino fa l’anarchico
Pia Pera «Il Fatto Quotidiano / Saturno» 18-03-2011
Nessun giardino è soltanto quello che appare, più che mai quando sia firmato da Gilles Clément. Paesaggista rivoluzionario con allievi a Versailles, chiamato a suo tempo da Renato Soru per la necropoli punica di Tuvixeddu, Clément parte da un «terzo paesaggio di incolti abbandonati dove l'iniziativa torna alla Natura, dalle piante pioniere si approda, nel tempo, alla foresta. Non si tratta, per Clement, di imporre un progetto, quanto di lasciar vivere il giardino planetario, fecondato da semi giunti da ogni parte del mondo, aperto alle incursioni delle vagabonde. Che sono prima di tutto, ma non solo, piante biennali come cardi, tassi barbassi e digitali, capaci di disseminarsi da sole creando presenze. Tocca a loro disegnare uno spazio in perenne trasformazione, mai fissato una volta per tutte dalla volontà dell'architetto. Dal rifugio di la Valleé, dal Parco André Citroén, dal Domaine du Rayol fino al Musée du quai Branl emerge un'idea di ordine radicalmente altra, legata alla biologia, scienza nuova le cui implicazioni hanno tardato a toccare il modo di concepire il giardino, e che Clément reinventa ispirandosi al lavoro pionieristico di Henri Lahorit. Non piu geometrico, né macroscopico, l'ordine biologico ha a che fare con i fili sottili della rete della vita; non è statico e nemmeno imposto, bensì dinamico ed evolutivo. Clément invita a lasciare il giardinaggio convenzionale, a rinunciare al controllo ossessivo, a fare il più possibile con la Natura, il meno possibile contro. E’ la fine per la Grande Madre Massaia Mediterranea incubo di Ippolito Pizzetti, quella che per «portarsi avanti col lavoro, insieme ai fiori appassiti taglia quelli non ancora sbocciati. Clément, esploratore botanico, non dimentica mai che nulla sta fermo in natura, né le piante né gli spazi. In tale perenne cambiamento, quello che conta non è la forma data una volta per tutte, ma la capacita di esprimere una certa felicità di esistere, di stupirsi, nel nostro comune giardino planetario, di fronte a certi paesaggi involontari sgorgati dal selvatico. Basta ribaltare la prospettiva: non più irreggimentare le piante, ma assecondarle nei loro spostamenti, non costringerle a convivenze impossibili, ma comprenderne le predilezioni sociali. Partire da una botanica ragionata sul campo e non a tavolino. Perché il giardino in movimento è una questione, in primo luogo, di piante non costrette, ma sfuggite in gioiosa anarchia al controllo dell'uomo. Vere e proprie nomadi e ribelli, nate da semi capaci di viaggiare sulla pelliccia di animali, portate dal vento o dalle correnti: digitali in una radura dove hanno tagliato le querce, nasturzi in Nuova Zelanda. Ne hanno fatta di strada questi semi vaganti, a partire dalla prima edizione, nel 1991, di Jardin en Mouvement.
Gilles Clément giardiniere libertario
Paolo Pejrone «La Stampa» 03-04-2011
Non elimina gli arbusti, non combatte le talpe, reclama per sé un minor potere. In un libro la sua rivoluzione

Tutto iniziò in modo sperimentale nel suo giardino nella Creuse La Vallée, nel lontano 1977, dove, come tutti i giardinieri, Gilles Clément introduce nuove piante, taglia alberi e arbusti (o piuttosto decide di non tagliare alberi e arbusti), rimuove (o sceglie di non rimuovere) e soprattutto collabora con il potere d'invenzione della natura stessa. Nasce in quegli anni l'innovativo e provocatorio saggio Eloge de la friche: l'elogio dell'incolto, dell'area dismessa, del terreno che è stato abbandonato dopo essere stato lavorato.
Dove i boschi si sfrangiano, lungo le strade e i fiumi, nei recessi dimenticati dalle coltivazioni, là dove le macchine non passano, si possono scoprire una quantità di spazi indecisi, privi di funzione, ai quali è addirittura difficile dare un nome: quest'insieme non appartiene né al territorio dell'ombra, né a quello della luce, si situa ai margini. Copre superfici di dimensioni modeste, disperse, come gli angoli perduti di un campo. Tra questi frammenti di paesaggio non si forma nessuna somiglianza. Si evidenzia un solo punto comune: tutti, grandi e piccoi, spaziosi o esigui, costituiscono un territorio di rifugio per la diversità.
Raccogliendoli sotto un unico ternine che per Gilles Clément sarà il «Terzo paesaggio», rappresentano il terzo termine di un'analisi che ha ragruppato i principali dati osservabili sotto l'ombra da un lato e la luce dal'altro. Un «Terzo paesaggio» che in ambito urbano corrisponde a terreni in attesa di una destinazione o che stanno aspettando l'esecuzione di progetti sospesi per ragioni finanziarie o per indecisione politica. Questi sfasamenti temporali, spesso lunghi, permettono alle aree urbane abbandonate di coprirsi di un manto forestale (foreste dei residui) che dopo uno studio e un processo di identificazione porta a verificarne i rapporti (sempre sotto la intensa vivacità conferitagli dal movimento), tra società, cultura, tempo, evoluzioni, caratteri ed estensioni. Del giardiniere e filosofo, la casa editrice Quodlibet ha pubblicato e tradotto II giardino in movimento. I presupposti sono semplici e categorici: il ruolo del giardiniere, pur rimanendo fondamentale e indispensabile, deve diventare sempre più debole e tenue. Un giardino dove il giardiniere abbia un ruolo di minor potere del passato. Sono giardini che (giustamente) partono con quello che c'è e si espandono naturalmente.
La conoscenza del territorio per Gilles Clément va analiticamente approfondita iniziando dalle piante preesistenti e dagli animali esistenti (compresi gli insetti), per creare un giardino «con» e soprattutto non «contro», forte di una sua reale, viva e robusta indipendenza, quasi fosse il risultato di una rivoluzione continua nel terreno e sul territorio stesso. Il «giardino in movimento» ha pure i suoi eroi, a cominciare provocatoriamente dalle odiatissime talpe che possono procurare in un giardino preziose forme di land art. Oppure le piante pioniere, capaci di vivere nei più ingrati territori, ma che al di fuori del loro territorio diventano fragili e deboli. Del resto quale eroe è più vicino e vivace delle stesse piante «vagabonde»? Nascono e muoiono a poca distanza le une dalle altre e «sono sempre là dove le si aspetta»: è il caso, per esempio, dell'invasivo Heracleum mantegazzianum, bellissima, robustissima, pianta ombrellifera originaria del Caucaso (anche piuttosto tossica e pericolosa).
Nel 1993 l'immediato e vivace successo del grande Parc André Citroén a Parigi portò le teorie sul giardino in movimento a conoscenza del pubblico. Le jardin en mouvement diventa da quei giorni un testo canonico e la base di una teoria molto vicina all'arte e all'architettura contemporanea, dove espressioni come informalità, processualità, nomadismo e spaesamento prendono forma in senso profondo. Gilles Clément non si ferma a rincorrere i suoi giardini «che si muovono», anzi, il suo percorso si sposta verso altre direzioni e soprattutto verso altri panorami, appropriandosi (o meglio riappropriandosi) di alcuni grandi temi del pensiero ecologico. Il giardiniere-filosofo si prefigge il risultato felice di una combinazione imprevista di situazioni e di oggetti organizzati tra loro secondo regole d'armonia dettate dal caso: inizia un percorso dedicato all'« arte involontaria», simile a quella che Bernard Rudofsky chiama «architettura... senza architetti».
Gilles Clément è il vero padre di una rivoluzione giardiniera, e attraverso processi complessi, ma soprattutto liberatori, ci conduce a riflessioni planetarie. All'inizio erano le piante, l'ambiente, i giardini nella loro essenza tradizionale (pur nella più scevra semplicità), giardini che diventarono in seguito un tragitto di correlazioni e complicità, un pensiero e una filosofia. Ora siamo i contemporanei testimoni di un vero manifesto, il risultato di un processo maturato in una vita, quasi fosse una conscia e lenta dematerializzazione di una passione, di un lavoro, di una proposta.
Avvenimento senza precedenti e dettato dai tempi è l'apparizione dell'ecologia nel rapporto (storico) tra l'uomo e la natura. Un rapporto che porta alla globalizzazione dello spazio vivente e nello stesso tempo alla percezione di un limite: questo grande, grandissimo spazio, chiuso all'interno della biosfera, che racchiude un grandissimo Giardino Planetario (sempre in movimento).
Il compito svolto dal giardiniere del giardino in movimento può essere riproposto come un modello per ciò che l'uomo giardiniere potrebbe fare sul pianeta: il giardino planetario chiama in causa l'umanità intera, la sua stessa responsabilità, tanto individuale quanto collettiva. Il giardiniere si trasforma in filosofo, quasi maturando una fusione spirituale e materica, sia con il mondo coltivato sia con quello naturale.
I giardini in movimento di Gilles Clément
Franco Renna «Il Riformista» 03-04-2011
Forse nessuno come Gilles Clément ha studiato gli spazi verdi che ci circondano in modo tanto approfondito e nello stesso tempo umile: paesaggista, ingegnere, agronomo, botanico ed entomologo, da oltre vent'anni si dedica ad un progetto che coinvolge il giardino della sua casa di campagna, dove sulla scorta di molti esperimenti ha avuto inizio un viaggio attraverso quello che Clément ama definire – nel quadro di una analisi che spesso mostra anche i limiti dei concetti tradizionali dell'ecologia – il giardino planetario. La Fondazione Florens, attiva dallo scorso anno con una serie di incontri multidisciplinari organizzati in vari luoghi di Firenze, continua il suo percorso di approfondimento, portando in città la lezione di una figura intellettuale originalissima e che fa proseliti in modo crescente: non è un caso che il Centre Pompidou recentemente abbia organizzato (ottobre-dicembre 2010) una serie di incontri e seminari dedicati a lui, coinvolgendo non solo paesaggisti, botanici e artisti, ma anche economisti e antropologi, per sottolineare la forza politica della sua visione del mondo.
In più di un'occasione infatti le idee di Clément si sono tradotte in azione e alcuni testi di Clément sono alla base delle obiezioni teoriche verso la politica ambientale dei governi Sarkozy. In Italia ad esempio la sua idea di Terzo paesaggio era stata abbracciata da Renato Soru che, quando era ancora presidente della Regione Sardegna, vincolò ed espropriò una parte di Cagliari già lottizzata e in possesso di tutti i permessi – l'area Tuvixeddu – per farne un parco progettato appunto da Clément.
A Firenze invece, Clément illustrerà minuziosamente diversi casi di interventi urbani per rendere trasparente cosa significhi dare corpo a un'idea paradossale come quella di «giardino in movimento», spazio in cui la natura non è assoggettata e soffocata dalle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, e dove spesso è più prezioso sapere cosa non fare anziché intervenire e aggredire. Si apprenderà allora l'arte di agevolare, favorire, incoraggiare, e mentre «il gioco delle trasformazioni sconvolge costantemente il disegno del giardino», sia il giardiniere, inteso come il «guardiano dell'imprevedibile», sia il visitatore, potranno nutrirsi delle immancabili dosi di sorpresa che la natura riserva loro quando si esprime finalmente nella sua pienezza.
Ecco allora che non parrà strano leggere nel suo Manifesto del Terzo paesaggio (che come tutti i manifesti annuncia un'avanguardia non solo di linguaggio ma anche di comportamento) frasi come: «Elevare l'indecisione fino a conferirle dignità politica. Porla in equilibrio col potere. Considerare la non organizzazione come un principio vitale grazie al quale ogni organizzazione si lascia attraversare dai lampi della vita. Avvicinarsi alla diversità con stupore. Considerare la mescolanza planetaria-meccanica inerente ai terzo peggio come un motore dell'evoluzione. Presentare il Terzo paesaggio, frammento indeciso del Giardino planetario, non come un bene patrimoniale, ma come uno spazio comune del futuro. Elevare l'improduttività fino a conferirle dignità politica. Proteggere i siti toccati da credenze come un territorio indispensabile per l'errare dello spirito. Confrontare l'ipotesi con altre culture del pianeta, specialmente quelle culture i cui fondamenti poggiano su un legame di fusione tra l'uomo e la natura».
I concetti di Clément però non sono solo estremamente stimolanti e pronti per un ripensamento radicale delle politiche ambientali, ma anche fortissime metafore della vita umana. E' ovvio come le specie vegetali vagabonde siano affini ai migranti che in questi giorni sbarcano in Italia: entrambi i fenomeni sono difficili da controllare, da invertire, in una parola: da governare. Ecco allora che Clément sta lavorando a un progetto sul confine forse più noto e transitato illegalmente del mondo, quello fra Messico e Usa, tra San Diego e Tijuana, che oltre a reticolati e fili spinati è costellato di cartelli che avvertono sulla presenza di aliens verdi che non scendono però dai dischi volanti, bensì che attraversano il confine grazie al vento e modificano così i paesaggi tradizionalmente intesi: sono le specie vagabonde, i migranti vegetali – come del resto lo sono state le celebri palme californiane, arrivate dalla Spagna nella lontana colonia ben prima che arrivasse lo zio Sam. Per usare le parole stesse di Clément: «Le piante viaggiano. Le erbe, soprattutto. Si spostano in silenzio, come i venti. Non si può nulla contro il vento. Se si mietessero le nuvole, si sarebbe sorpresi di raccogliere sementi imprevedibili mescolate al loess, polveri fertili. Già nel cielo si disegnano paesaggi impensabili. L'evoluzione ne ha i suoi vantaggi, ma la società no. Il più umile progetto di gestione si scontra con il calendario della programmazione: ordinare, gerarchizzare, tassare, quando tutto può cambiare in un attimo. Come mantenere il paesaggio, quale griglia tecnocratica applicare alle intemperanze della natura, alla sua violenza? Il progetto di controllo totale trova degli alleati inattesi: i radicali dell'ecologia e i nostalgici. Niente deve cambiare, è in gioco il nostro passato; oppure, niente deve cambiare, è in gioco la biodiversità. Tutti contro il vagabondaggio!».
Landscape to read
Patrizia Gatti «Vogue Italia» 01-04-2011

Un tema, la natura, e tre progettisti. Vissuti in epoche diverse, così come differenti sono le loro interpretazioni e gli approcci stilistici, oggi si possono mettere a confronto tramite tre nuovi libri...

Anch'egli affascinante, ma di tutt'altro stile, è Gilles Clément, apprezzato "giardiniere" (una sua definizione) francese che raccoglie uno stuolo di seguaci per le sue teorie rivoluzionarie sugli spazi verdi. La più recente si chiama Il giardino in movimento: è anche il titolo del volume pubblicato da Quodlibet.

 

Accogliere le piante immigrate
Terry Marocco «Panorama» 22-04-2011
Gilles clément è un paesaggista promotore della «terza via» verde, dove fiori e erbacce convivono in movimento nel rispetto della specie

Il giardino è un’enclave che protegge I’idea del paradiso. Lo teorizza Gilles Clement, francese, 68 anni, il più celebre giardiniere fllosofo, che Panorama incontra durante una sua visita a Firenze, invitato dalla fondazione Florens, dove ha tenuto una lectio magistralis all'università e presentato il suo libro Il giardino in movimento (Quodlibet, 319 pagine, 28 euro). «Il giardino in movimento è un metodo di giardinaggio, una teoria che nasce dall'esperienza. Il giardiniere deve rispettare la diversità delle specie e fare il più possibile con la natura e il meno contro»). È la fine del giardiniere che ossessivamente tiene ogni più piccolo filo d'erba sotto controllo. Paesaggista rivoluzionario, promotore della «terza via» verde, ingegnere agronomo, botanico ed entomologo, Clement ha firmato il Parc Andre Citroen e il Musèe du quai Branly a Parigi. Docente all’Ecole supérieure du paysage di Versailles, ha cominciato a sperimentare nel suo giardino a La Vallee, 5 ettari tra prati, orto e boschi che cura da solo. «Perché è un'ottima terapia: lavorare in giardino rende felici».
Cos'è un giardino in movimento?
Nasce dall’idea di proteggere la diversità e le specie che si insediano in modo autonomo. Per fare questo ho dovuto cambiare le tecniche di giardinaggio e stravolgere la concezione formale di giardino. Perché tutto cambia ogni stagione e un giardino in movimento non risponde a una forma fissata a priori.
È l'elogio dell'incolto, dell'anarchia. Come si adatta ai nostri tempi?
Il giardino è sempre politico. Quello di Versailles con le ampie prospettive testimoniava la visione settecentesca, illuminista. Quello romantico inglese è l'esaltazione della natura drammatica ottocentesca. Il giardino in movimento è invece l'unica forma adatta a questi tempi, dove la priorità è proteggere le diverse specie. Senza essere razzisti verso le piante estranee. Perché è più dispendioso eliminarle che conservarle e proteggerle.
E un pensiero che si può applicare anche oltre il giardino?
È una filosofia che si può applicare alla politica, anche se in francia Nicolas Sarkozy non la vede così Non lavora con, ma agisce contro: la diversità, lo spazio pubblico, e anche l'essere umano.
Eppure lei viene da un retaggio familiare di destra.
È vero, ma con il tempo ho visto che I’ecologia non si adattava al capitalismo ultraliberista. Mi sento più vicino ai partiti verdi europei.
Volutamente non usa mai la parola ecologia, perché?
Non ni sento vicino alle posizioni degli ecologisti radicali che difficilmente accettano le piante provenienti da altri ecosistemi, per i quali niente deve, cambiare. Trovo il loro punto di vista quasi razzista. Le piante viaggiano, si spostano in silenzio come i venti. E non si può nulla contro il vento
Da noi ha lavorato poco, solo a Torino e ora a Bergamo. Dove vorrebbe fare un suo giardino?
Dentro il colosseo non sarebbe male. Se me lo chiedessero accetterei subito.
Come valorizzare l'idea di paesaggio
Vittorio Gregotti «Corriere della Sera» 27-04-2011
Gilles Clément, che tutti conosciamo almeno per le tesi sostenute nel Manifesto del Terzo paesaggio del 2005, riprende in questo nuovo libro, Il giardino in movimento (Quodlibet, pp. 320, €28), le sue tesi intorno all’insegnamento che ci proviene dal «non coltivato», né giardino, né spazio agricolo, sovente solo residuo, ed il suo insegnamento intorno alla forza della «natura naturale», come fondamento dell’idea che solo «i limiti della vita, la biosfera, questo è il recinto del giardino», cioè il fondamento di quello che egli definisce «il giardino planetario», secondo una espressione non solo poeticamente suggestiva ma come fondamento di una nuova ecologia planetaria, di una natura «che non termina mai nulla», perché è in grado di rinnovarsi continuamente.
Invece, egli aggiunge, «le costruzioni dell’uomo, appena terminate, entrano in un processo di degrado irreversibile: un’opera quando è compiuta è già morta». E qui, caro Clément, non siamo proprio più d’accordo: anzitutto perché l’opera (anche se non è opera d’arte che è per sua «natura» metafora di eternità) comincia a vivere proprio attraverso al suo uso, ed all’utilizzazione degli spazi pubblici o privati tra le cose, anche ornati da quello che Clément definisce la natura «ordinata» cioè niente affatto naturale.
Nella cultura europea, dopo che la natura è stata per l’antichità modello di perfezione da imitare, ormai da cinque secoli, la relazione tra costruito e natura ha assunto un significato del tutto particolare e sovente assai diverso che in altre culture del mondo, un significato assai più dialettico che di appartenenza; e il suo modo di evolversi si chiama storia.
Si tratta di un’eredità che permane e si diffonde nel bene e nel male sia pure con altri significati come nuova forma che accompagna lo sviluppo ma anche la colonizzazione e autocolonizzazione nell’attuale cultura (o anticultura?) della globalizzazione del capitalismo finanziario dei nostri anni e persino in quella della possibile catastrofe ambientale dell’intero pianeta.
Quest’atteggiamento dialettico, di confronto assai più che di fusione, produce una serie di suoi sinonimi come quelli di territorio, di ambiente, di ecosistema, di paesaggio, come forme di intermediazioni che ne permettono, pur senza alcun sentimento di fusione, forse una nuova, diversa operabilità in architettura. Proprio l’idea di «paesaggio», con cui gli architetti tentano talvolta di coniugare natura e costruito, non coincidendo solo con quella di «paesaggio di natura» ne permette l’operabilità progettuale, Essa si è sviluppata, in discussione con antropogeografi, sociologi, filosofi e uomini di scienze naturali, anche come strumento per l’organizzazione dei nostri insediamenti. Queste possibilità, bisogna ammetterlo, sono però raramente messe in atto dalla cultura delle bizzarrie estetico-mercantili dei nostri più mediaticamente noti architetti, e quindi una meditazione sull’idea di natura proprio a partire dal punto di vista di Clément sarebbe oggi certamente necessaria.
Natura si può dire è il mondo vivente vegetale ed animale con le sue capacità di crescita e ricrescita, il clima con le sue variazioni e il mondo minerale con la propria storia geologica, contrapposta ad esso ma fondamento di tutte le risorse. Natura deve essere riguardata anche come mondo in cui viviamo, scenario delle nostre azioni, dai paesaggi quotidiani sino all’universo, con l’immagine che ci facciamo di esso, la sua conoscenza fisica e quella scientifica della sua dimensione grande o piccolissima; anche quello che non percepiamo del suo sistema in eterna trasformazione e del mistero della sua origine come Clément suggerisce. Natura è anche il carattere specifico di una cosa o di una persona, delle motivazioni del suo agire, della sua stessa identità. E da questo punto di vista non vi è niente di più «naturale» della costituzione volontaria di un’opera d’arte proprio in quanto nuova cosa costruita con i materiali offerti dalla natura.
Tutto questo non esclude ma esige la messa in opera di tutte le riflessioni necessarie ad un ascolto dei modi di essere incessanti che la natura ci offre e che forse molto sovente proprio una dialettica ridotta allo stato strumentale non ci consente di ascoltare e che invece il messaggio di Clément ci offre come possibilità altra.
Per comprendere a fondo il contenuto non poetico del testo di Clément non si deve alla fine dimenticare il testo dell’appendice firmato da Alain Roger (purtroppo solo parziale) che costituisce una riflessione indispensabile per un giudizio critico su senso e contraddizioni del testo di Clément. Anzi forse è assolutamente necessario leggerlo per primo.
Non chiamatelo degrado
Sofia Lauro «AT Casa» 25-05-2011
Quando un Sindaco viene chiamato a dimostrare l'impegno profuso nei confronti della comunità è probabile che citi - nell'elenco delle cose fatte o da farsi - un confortante progetto di building. Costruire infatti, formalizzare concretamente un intenzione, tranquillizza l'umanità spesso spaventata dal disordine e dal degrado. Eppure in alcuni casi il disordine naturale può trasformarsi in nuova bellezza. Questa riflessione è uno dei concetti fondanti della filosofia di Gilles Clément, paesaggista, ingegnere agronomo, botanico ed entomologo ma più semplicemente giardiniere, come lui ama definirsi. Il suo secondo libro, Il giardino in movimento, da poco edito in Italia per Quodlibet, è una via di mezzo tra un trattato di filosofia della natura e un manifesto programmatico della nuova ecologia, tra una guida di giardinaggio e un reportage letterario. Per anni infatti Gilles Clément ha osservato e fotografato con sguardo obliquo - "come i cani guardano le mosche" - le manifestazioni spontanee di questo nuovo giardino, un'entità comunissima eppure sconosciuta che sta prendendo forma nelle nostre città e ovunque non esista un ordine sistematico, ad esempio di tipo architettonico. Se pensiamo a un giardino, probabilmente la maggior parte di noi immagina un quadretto bucolico, con aiuole ben curate, prato tosato e magari una fontana. L'investimento umano di forza, capitale e buona volontà dev'essere evidente nel giardini tradizionali. Mentre nelle zone che sfuggono al controllo costante e ragionevole da parte dell'uomo, la natura si sta riappropriando della sua libertà d'espressione. I giardini descritti da Clément sono appunto queste aree abbandonate, rurali o urbane, in cui l'assenza di disciplina crea panorami inconsueti. Nessun erbario è capace di ricapitolare le specie vegetali presenti in questi luoghi perché si incrociano e si espandono sfruttando qualunque vettore: il vento, gli animali, le macchine, l'uomo. Posti diversamente belli che danno nuovo valore all'abbandono e ispirano un rivoluzionario approccio all'ecologia. Basterebbe cambiare il nostro atteggiamento: considerare il disordine naturale come una nuova opportunità, dare fiducia all'ordine biologico, accettare le erbacce e riconoscerle come risorse.Il libro è strutturato in due parti: una programmatica, scientifica e narrativa che illustra il punto di vista di Clément e lo approfondisce analizzando i casi concreti; l'altra parte totalmente fotografica che chiarisce, meglio delle parole, il significato del giardino in movimento. Si tratta di un’opera mutante, che si evolve di edizione in edizione (in Francia è già stata pubblicata cinque volte nel corso degli ultimi 10 anni) e che sfugge, proprio come la natura che descrive, alle classificazioni.
Il giardino in movimento
Filippo De Pieri «Domusweb» 27-05-2011

Se cercate il dipartimento della Creuse su Google Maps l'indicazione cade in un posto non lontano dalla strada tra Guéret e Aubusson, lungo il bordo sfrangiato e vagamente sfocato che separa una foresta da una piccola radura. Uno di quei luoghi di margine, di confine tra luce e ombra, che Gilles Clément chiamerebbe oggi di "Terzo paesaggio". Tutto è cominciato qui, o meglio a qualche chilometro da qui, nel terreno che Clément acquista nella regione alla fine degli anni settanta e dove conduce il nocciolo delle esperienze che vengono raccontate ne Il Giardino in movimento.

interno libro

Il primo libro di Clément è a tal punto un'opera di culto che, benché questa di Quodlibet sia la prima traduzione, prima della sua pubblicazione si potevano già incontrare traduzioni sotterranee, scambiate di mano in mano come tra i membri di una setta, proprio come accadeva per certi trattati settecenteschi. E del trattato settecentesco Il giardino in movimento ha il carattere fondativo, il tentativo di ricondurre l'esperienza ai suoi tratti essenziali. Come la capanna dell'abate Laugier, il giardino della Creuse è la matrice di tutte le esperienze possibili, il luogo a partire dal quale portare avanti un ripensamento del proprio sapere pratico.

Quali sono queste esperienze? Clément lo annuncia presto portando in primo piano una parola, la parola friche (area dismessa), che ha un ruolo centrale nel libro. Il terreno della Creuse è stato acquistato in uno stato di semi-abbandono e una parte della scommessa consiste precisamente nel fare un giardino rispettando questa condizione il più possibile. Il nodo teorico è il rapporto tra forma del giardino e energia: se il terreno, lasciato a se stesso, tende ad andare in certe direzioni, il compito del giardiniere non dovrebbe forse consistere nell'assecondare e guidare le forze presenti sul luogo, riaggiustando di conseguenza le proprie aspettative formali? Disegni che schematizzano il passaggio dalla friche, il cui sviluppo naturale evolve in un tempo che va dai tre ai quattordici anni dopo l'abbandono, al climax, il livello ottimale di vegetazione.

Di qui all'aneddotica sulla rivalutazione delle erbacce, dei rovi e delle talpe il passo è breve. Quello che è importante de Il Giardino in movimento è però un'altra cosa, cioè un'idea di giardino legata a una nozione di abitare, alla capacità di comprendere e rispettare i comportamenti e le logiche del mondo vivente, anche se questo non significa non fare nulla. Il giardiniere di Clément è un curioso esemplare di boscaiolo-scienziato che ha anche qualcosa dell'improvvisatore jazz: uno che, mentre taglia i fili d'erba in canottiera, riconosce ogni pianta e prende decisioni istantanee sulla base di conoscenze di grande spessore. Piantato nel mezzo della complessità della natura, osserva e ascolta, partecipa del flusso di informazioni che struttura l'ambiente, e prende su di sé (abitare significa anche questo) la responsabilità di fare delle scelte.

"Un'idea di giardino legata a una nozione di abitare, alla capacità di comprendere e rispettare i comportamenti e le logiche del mondo vivente, anche se questo non significa non fare nulla." Che tutto sia cominciato col giardino della Creuse Clément lo ha affermato la prima volta in questo libro e lo ha poi ripetuto così spesso che in molti abbiamo finito per credergli. Dalla prima edizione del 1991, per la minuscola casa editrice Pandora, il libro è cresciuto progressivamente, incorporando di volta in volta nuove esperienze (il famoso Parc Citroën) e trasformandosi nel tempo in una specie di monografia. È anche, per altri versi, un manuale: nessun altro libro di Clément spiega in maniera così dettagliata "come si fa". Se volete comprare un terreno nella Creuse e provare anche voi, potete probabilmente farlo. Questo è in ogni caso un libro molto diverso dal Manifesto del Terzo paesaggio, il libro del 2004 che ha inaugurato una fase nuova nella riflessione di Clément e che è piaciuto un po' a tutti, tranne forse ai paesaggisti.

Oggi sono in molti a sembrare convinti che Clément sia interessante perché è un teorico del giardino informale, della progettazione spontanea, e di altre amichevoli nozioni di ispirazione sixties. Il giardino in movimento, va detto, non sempre aiuta a smentire letture di questo tipo: si occupa molto di questioni estetiche e non evita qualche ammiccamento quando serve (l'immagine del titolo, quella di un giardino che "si muove", può ricordare gli Archigram). Tuttavia, il nucleo del lavoro di Clément consiste piuttosto nel mettere in scena un incontro/scontro tra le "due culture", nel cercare una base scientifica per la propria riflessione letteraria e viceversa, nel proporre uno stile intellettuale gronde, proprio nel senso di fondato su un terreno. Bene fa Quodlibet a spingere in questa direzione, aggiungendo una cosa, e una sola, all'edizione italiana rispetto alle varie edizioni francesi: un Repertorio delle piante citate splendidamente curato da Enrico Scarici, pagine e pagine di indice con tutti i nomi latini al loro posto. Ora vado a leggermelo, poi ne riparliamo.

Libri, film, festival tutti pazzi per i giardini
Valerio Magrelli «La Repubblica» 04-06-2011
...C'è poi il caso di Gilles Clément, che ha appena pubblicato Il giardino in movimento (Quodlibet) diventando una piccola star. Questo paesaggista è l'autore di gioielli quali il parco Citroën a Parigi o il parco Matisse a Lille. Nella sua visione, come è stato osservato, il piano del giardino cambia continuamente, «è il risultato del lavoro di chi lo mantiene, e non di un'idea elaborata al tavolo da disegno». Clément propone insomma di dedicarsi alle energie presenti sul luogo, e invita a assecondare la direzione seguita dalla natura.
Giardino in movimento
redazionale «Architettura del Paesaggio» 07-06-2011

Il volume, contiene il resoconto complessivo del confronto tra Gilles Clément e la natura attraverso la presentazione di come i suoi interventi/non interventi evolvono nel tempo, in particolare, sono visibili nel suo giardino privato o nel Parc André Citroën a Parigi, inaugurato nel 1993, facendoci facilmente comprendere cosa realmente avviene quando il giardiniere (è così che egli ama definire se stesso) accoglie appieno il suo ruolo primario di guardiano dell’imprevedibile. All’interno della pubblicazione vengono chiaramente illustrati i concetti chiave relativi al potere nascosto delle aree dismesse o residuali, la dialettica tra ordine e disordine, l’entropia, l’elogio delle specie botaniche vagabonde, e infine una vasta serie di foto a colori dell’autore in cui si delinea un ritratto del “giardino planetario” che ci consente di osservare l’ambiente che ci circonda da un punto di vista completamente inedito.

Indomabile mondo vegetale
Francesca Lazzarato «Il manifesto» 16-07-2011
Nel novero di quanti propongono da tempo di ridefinirle, di considerarle e affrontarle diversamente va senz'altro incluso Gilles Clément, che insegna alla École Nationale Superiéure du Paysage e che ha esercitato ed esercita una grande influenza su quanti oggi si occupano di giardini e paesaggio.
I suoi libri, ampiamente tradotti in Italia, sono una rivoluzionaria miniera di idee, progetti e suggerimenti che - come in quello recentemente pubblicato da Quodlibet - mirano alla realizzazione di Il giardino in movimento, (pp. 319, euro 28), un luogo in cui si rinuncia all'immutabilità e alla conservazione di un ordine prestabilito, per affidarsi alla imprevedibilità di piante che scompaiono e riappaiono a loro piacere. E un luogo, anche, la cui magnifica spontaneità ha spinto alcuni sconcertati parigini a definire «maltenute» le creazioni di Clément, come il Parc André Citroën, ma che in realtà esige un lungo lavoro e una rigorosa progettazione resa evidente dagli schizzi del paesaggista (presenti nel libro), oltre a richiedere reciproca capacità di adattamento ai giardinieri e alle piante, che hanno smesso di essere erbacce perseguitate per diventare amabili «vagabonde» (da leggere, in proposito, un altro libro di Clément, Elogio delle vagabonde. Erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo, uscito lo scorso anno da Derive Approdi, che tratta in modo diverso gli stessi argomenti affrontati da Mabey ).
Così, tra racconti di come sono nati alcuni giardini in movimento e splendide foto scattate dall'autore, il libro mostra come le teorie di Clément, esposte nel suo Manifesto del Terzo paesaggio (Quodlibet 2005), prendano corpo e si trasformino in realtà, facendo sì che il giardiniere diventi un «guardiano dell'imprevedibile» che accompagna il divenire del paesaggio e se ne fa accompagnare.
Gilles Clément
Lucia Tozzi «Alfabeta2» 09-09-2011
Che due case editrici come Derive Approdi e Quodlibet si contendano i titoli di Gilles Clément è un fenomeno da osservare con grande interesse. Ha cominciato Quodlibet nel 2005, precipitandosi a tradurre il testo più radicale, Manifeste pour le Tiers-paysage (2004). Nel 2011 escono Il giardino in movimento, sempre per Quodlibet– il libro che nel 1991 trasformò ufficialmente il giardiniere in un pensatore – e per Derive Approdi Nuvole, il diario di viaggio di una traversata atlantica a bordo di un cargo containers, a un anno di distanza dall’Elogio delle vagabonde (2010, ed. francese 2002).
 
In cataloghi densi di filosofia e politica, in mezzo a Tronti, Negri e Piperno o tra gli scritti di Koolhaas e Yona Friedman, può essere disorientante trovare le lunghe discettazioni di Clément sulla camomilla bastarda e il tasso barbasso, le enagre e gli onopordi, o anche sul cumulonembo a incudine e il cumulusmediocris. Ma i principi che informano il pensiero e il fare di questo jardinier engagé – che all’insediamento di Sarkozy ha manifestato con rara forza e chiarezza un dissenso totale rispetto alle politiche ambientali del presidente – sono indubbiamente molto attraenti: l’elogio dell’incolto, dell’entropia, della diversità contro l’ordine razionale imposto, il controllo, la purezza endemica. Osservando con insolita acribia i terreni abbandonati o marginali (le “friches”), in genere disprezzati o addirittura temuti come potenziali portatori di sventura, Clément ha mostrato che questi spazi sono di gran lunga i più importanti perché più ricchi di biodiversità e più veloci a evolversi nel tempo e nello spazio. Assecondare la mescolanza e l’erranza delle specie, limitare l’intervento umano al minimo dispendio energetico invece di distruggere, ricostruire e difendere artificialmente da ogni intrusione le specie selezionate,è una rivoluzione copernicana. E non solo rispetto all’universo delle pratiche del giardinaggio, ma in una visione più ampia – il passaggio al giardino planetario, coincidente con la biosfera – riguardo alla stessa idea di ecologia: una delle grandi battaglie politiche di Clément è rivolta contro quei movimenti ecologisti che propugnano (inutilmente peraltro) la conservazione delle specie locali attraverso l’impedimento di qualsiasi intrusione straniera.
 
Argomenti preziosi per un editore iperattivo sul fronte delle migrazioni e degli studi sul confine come Derive Approdi, e ancora di più per Quodlibet, che negli ultimi anni ha immesso sul mercato una serie significativa di classici dell’antimodernismo in architettura. Il fraseggio sincopato ed evocativo di Clément(«L’attaccamento che abbiamo per le strutture ci porta a desiderare che queste siano immutabili. Ma il giardino è il terreno privilegiato dei cambiamenti permanenti». Oppure, sulle erbe vagabonde: «Sfuggono alla progettazione. Entrano nel disegno per uscirne, non si riesce a controllarle»)è straordinariamente malleabile, si presta a diventare un’arma appuntita contro la pianificazione urbanistica, contro l’autoritarismo statale, contro le politiche della sicurezza.
 
Del resto, da che esiste la metafora, il giardino si è sempre rivelato una risorsa straordinaria: chi potrebbe dimenticare la faccia del presidente degli Stati Uniti in Beingthere (il film) quando Peter Sellers–Chauncey gli dice «Fintanto che le radici non sono recise va tutto bene. E andrà tutto bene nel giardino. Ci sarà la crescita in primavera»? Tormentato dalla crisi economica, gli risponde grato: «Signor Gardener, le do atto che non sentivo una dichiarazione così ottimista e confortante da molto, molto tempo. Ammiro il suo solido buonsenso. È proprio quello che ci manca in Campidoglio».
 
Nonostante la forma poetica della scrittura, però, Gilles Clément non appartiene a quella schiera di intellettuali-profeti usi ad alimentare l’ambiguità e la pluralità semantica delle proprie idee. Dalla teorizzazione del giardino in movimento alla formulazione del terzo paesaggio il suo pensiero si è evoluto nel senso di una radicalizzazione politica, da una gestione blandamente manipolatoria della natura alla proposta di un’astensione totale dall’intervento umano sulle zone residuali: è necessario «elevare l’indecisione (e l’improduttività) fino a conferirle dignità politica. Porla in equilibrio col potere». Ma, lo stesso Clément ha tenuto a precisare in più occasioni, il discorso è circoscritto ai rapporti tra l’uomo e gli spazi délaissés: non è assimilabile al laissez-faire dell’economia liberale né ad altri principi riferiti al consesso umano, perché natura e società sono sistemi incomparabili.
 
In Nuvole questa opposizione viene spiegata alla luce del concetto di elasticità biologica, cioè la tendenza conservatrice, comune ai sistemi antropizzati e non, di ritornare al punto di partenza dopo un trauma (una tempesta, ad esempio): laddove gli umani si irrigidiscono in una edificazione aggressiva uguale a se stessa, le specie si riorganizzano inventando nuovi schemi, lasciandosi correggere dalle forze esterne.
 
Nel viaggio marino del 2004, dedicato all’osservazione delle nuvole e più in generale dell’acqua come medium totale in cui siamo immersi, Clément affronta la scala più ampia della relazione tra uomo e natura: il clima. «La piccola macchina umana, con la sua esile nuvola espiratoria, avrebbe il potere, per addizione di miliardi di anime in combustione, di fare e disfare il clima?». La risposta non è netta: nella catena delle concause il riscaldamento c’è, «Ma c’è da sperare nella risposta dell’ambiente», in quella che la teoria del caos chiama retroazione. Se in una sola nuvola piccola (un cumulusmediocris, ad esempio) si trova energia sufficiente per illuminare una città, in effettisi può immaginare che Gaia non avrà difficoltà a tornare in equilibrio. Ma tornando alle politiche dell’uomo per l’uomo, quanti cicloni devastanti potrebbe costarci la retroazione? E quale parte dell’umanità ne patirà maggiormente le conseguenze?
Il giardiniere salta fuori dal Novecento
Angelo Sampieri «L'Indice dei libri del mese» 12-09-2011
Venti anni separano la pubblicazione italiana de Il giardino in movimento dalla prima edizione francese del 1991. Venti anni di attenzioni crescenti nei confronti di un autore e di una ricerca che nel tempo si è aperta ad un pubblico sempre più vasto e si è rivolta a competenze sempre più diversificate: prima i giardinieri, i botanici, gli entomologi, gli agronomi, poi gli architetti, gli urbanisti e ormai chiunque operi sotto la giurisdizione di valori che intrecciano ecologie, economie, scienze, arti e filosofie della natura. Questa prima traduzione italiana, dell’ultima francese del 2007, dà conto dell’apertura progressiva del discorso, raccogliendo gli aggiornamenti che negli anni si sono susseguiti, le esperienze, le inclinazioni più recenti del ragionamento, il farsi planetario di un giardino che venti anni fa appariva più contenuto e praticabile (Le jardin planétaire, 1999), l’approccio sempre più programmatico fino a divenire manifesto (Manifesto del Terzo paesaggio, 2004).
 
Prima di tutto questo, venti anni fa, Il giardino in movimento. Un viatico atipico per un giardiniere sperimentale, redatto da un autore certamente singolare: Gilles Clément agronomo, entomologo e botanico, giardiniere e paesaggista, entro una combinazione di competenze che nel giardino inscenano una più giusta gestione dello spazio, ancor prima che del mondo. Seguendo il movimento naturale della vegetazione e il vagabondare dei semi col loro potenziale. Inserendosi nella loro corrente e nel loro disordine apparente. Attraverso una gestione dei luoghi poco conflittuale, seppur vigile e controllata. Sempre sorprendente. Riscrivendo così, nel movimento stesso, una dimensione estetica nuova e originale. Capace di reinventare forme del giardino e tecniche di giardinaggio, ancor prima di farsi metafora di un pianeta e del suo funzionamento ideale.
 
Il giardino in movimento, nei residui della sua prima versione, o tra le pieghe della stesura aggiornata, è principalmente questo. Ed è questo che rimane il centro più resistente di una riflessione e il deposito più ricco di indicazioni per quel viatico che Clément inizia nel 1977 a La Vallée, entro il proprio giardino privato, e prosegue poi attraverso studi, esposizioni e giardini che si aprono al grande pubblico. Dal Parc Citroën di Parigi del 1993 fino ad esperienze sempre più frequenti accanto al lavoro di architetti internazionali, e nel confronto con i nuovi paesaggisti-giardinieri che con Clément inaugurano una stagione del progetto senz’altro inedita.
 
Piet Oudolf, Henk Gerritsen, Petra Petz, Tom Stuart-Smith, Dan Pearson, non sono che alcuni dei protagonisti di questa nuova scena. Eppure raramente Gilles Clément ne è considerato parte. Pena la riduzione di un apparato teorico libero e aperto a sapere esecutivo e tecnico. E come tale poco incline a parlare ai molti interlocutori che si vuole coinvolti. Non era così nell’intuizione originaria. Ove il movimento era proprio di luoghi specifici, prodotto di semi specifici, coltivati da saperi esperti capaci di veicolarli entro nuove configurazioni. Poi tutto cambia: la metafora del giardino/recinto/mondo sulla quale tanta letteratura di paesaggio insiste (si consideri il contributo di Alain Roger in appendice al volume) prevale. Fino a dissolversi entro un discorso che paradossalmente non lascia più nulla all’implicito. Il giardino si fa planetario e ci si rivolge al mondo in modo diretto. Lo si esorta e ammonisce in osservanza dei valori che guidano il progetto e lo governano, ove una volta erano i semi a modellarlo.
  Lo spostamento non è da poco. Riflette quel mutamento della forma del discorso, del progetto e dei processi decisionali che il cambiar di secolo ha reso più evidente. Il giardino in movimento, nella sua evoluzione, è documento esemplare di questo passaggio: tutto si radica nel Novecento e tutto si apre e dissolve nel secolo successivo. Del Novecento è l’enfasi per il movimento stesso, la passione per dinamismi e configurazioni instabili che segna gran parte dell’estetica del secolo scorso. In relazione al giardino più audace sarebbe stato immaginarlo immobile (come spesso peraltro è stato). Muoversi è tuttavia per Clément anche vagabondare in cerca di occasioni. E’ letteratura di viaggio. Racconto nella sua forma più tradizionale. Quella del romanzo, che difatti accompagna, nella produzione dell’autore, la più recente stesura di programmi e manifesti. Del Novecento è poi l’entusiasmo partecipativo, la convinzione di esser parte di un sistema (una città, un giardino, una comunità animale/vegetale) e di prender parte ai suoi processi. Dall’interno. «Contrastando il meno possible e assecondando il più possible», secondo un principio che ha governato il discorso sulla città di fine secolo. Ma che non incide più. Perchè è cambiato lo sfondo. Si è dilatato. Si è fatto ambiente, ecosistema, pianeta. Che peso hanno allora, e che ruolo ancora rivestono oggi, i semi di Clément? Seguirli attraverso la nuova traduzione italiana è, tra i molti altri movimenti, un salto rapido e deciso fuori dal Novecento.
Lo sguardo "frazionato" di Gilles Clément
Andrea Di Salvo «Alias - il manifesto» 24-08-2011
Aspettando il seguito s’intitola guarda caso la pagina (ad oggi) conclusiva della traccia testuale del pensiero produttivo di Gilles Clément attorno al suo concetto-metafora cardine e alle sue declinazioni, nel volume Il giardino in movimento. Da La Valée al giardino planetario, Quodlibet, pp. 319, є 28. Qui, paradossalmente, è proprio la lezione del giardino a ricordarci il potere di invenzione della natura. Restituitole il centro della scena, l’invito di Clément è ad affinare un’attenzione riconciliata con le energie del vivente. Per avvantaggiarsi dell’ordine biologico, l’uomo, il giardiniere, deve imparare a leggerne le tracce, osservare nel trascorrere del tempo la dialettica delle energie dei luoghi, il nascere e diffondersi delle specie e degli esseri che li abitano. Assecondare il movimento: massima manifestazione della vita, come si legge, sub voce Movimento, nel suo Abecedario per una ecologia umanista. Procedere secondo il principio del “fare quanto più possibile con, e quanto meno possibile contro”. Per intervenire, con mano leggera, in giardino come sul pianeta. Perché, trasposto di scala, il principio del Giardino in Movimento deve misurarsi sul territorio virtuale del Giardino Planetario. Altro concetto guida nel lessicopensiero di Clément che assimila ad un giardino – per definizione concluso – il nostro pianeta, ecologicamente determinato nei confini della sua biosfera. La presa d’atto di un sempre riconfigurato sistema di relazioni tra giardino, paesaggio, natura, pianeta si traduce così in operativo progetto politico di “ecologia umanista”.

Nell’andirivieni tra i due poli dialettici del giardino in movimento e di quello planetario, il volume si costruisce, per integrazioni e aggiornamenti (l’attuale ben curata edizione italiana si basa sulla quinta e più recente del 2007 di un testo apparso la prima volta nel 1991), come una sorta di opera aperta, quaderno di lavoro, repertorio anche iconografico (con un corredo di oltre 100 pagine di fotografie, disegni, progetti). Traccia del fermento di pensiero ed esperienza di questo giardiniere anomalo, capace di osservare con identico Stupore e raccontarci l’incrocio di vita che si dispiega in un metro quadro del suo giardino sperimentale, come nei paesaggi disegnati in cielo (nel volume Nuvole, ora tradotto da DeriveApprodi, 2011). Un lavorìo dove i suoi diversi saperi, di ingegnere agronomo, botanico, paesaggista, entomologo, paesaggista, si fondono in una pratica che amministra l’indagine e la riflessione divenuta pensiero attivo assieme all’attività progettuale di paesaggista e alla prassi feconda della divulgazione.

Formalizzata con i primi anni novanta, la teorizzazione del Giardino in movimento nasce ben prima, da una lunga consuetudine di osservazione e sperimentazione nel giardino-laboratorio di La Vallé a Creuse e dallo studio del ruolo che in esso giocano le erbe vagabonde (Elogio delle vagabonde. Erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo, ora in italiano sempre per DeriveApprodi). Specie nomadi che con la loro tendenza a ridisseminarsi vagano di luogo in luogo, viaggiando tra le stagioni per il tramite delle generazioni. Riluttanti ad ogni forma predeterminata, paradossalmente evidenziano il “valore progettuale dell’imprevisto”. Con la loro vigorosa verticalità di viventi spesso a ciclo breve trasformano rapporti di scala e rimodellano lo spazio. Tacciate di minacciare la flora indigena “legittima”, in un giardino che prende in conto il meticciato inventano invece nuove situazioni riconquistando per poi abbandonarli luoghi trascurati. D’altro canto, ogni verifica sperimentale degli assunti di partenza del Giardino in movimento determina nel lavoro di Clément correzioni incrementali e nuove messe a punto. Così negli interventi nel Parc André Citroën a Parigi in dialettica con gli usi del pubblico come nella accresciuta responsabilità della “cura” dei giardinieri; così nell’affidamento alle piante madri dell’innesco della disseminazione sui ripidi pendii del parco ferroviario de La Fichelle a Losanna o nei programmi di “vegetalizzazione” di Lione, fino – ad attingere la dimensione Planetaria – al ruolo di expertise sulle potenzialità di riconversione di cave, peschiere e canali del Lago Tai in Cina o del giardino come “macchina biologica” di riqualificazione ambientale del Parc du Chemin de l’île sulle rive della Senna; o alla valenza simbolica, nel suo essere cosmogonia di cosmogonie, del giardino senza aggettivi del Musée des Arts Premiers del Quai Branly. E che si tratti comunque “più di una prospettiva nell’approccio ai problemi individuati che di un’applicazione di soluzioni già pronte … che Il Giardino Planetario è un atteggiamento, non un libro di ricette” era già evidenziato nell’Esposizione-passeggiata svoltasi nel 1999-2000 a la Grande Halle de la Villette, a Parigi. Tappa fondamentale nel processo di disseminazione della proposta di Gilles Clément e che ha consacrato presso il grande pubblico il concetto di Giardino Planetario. Dove pure fin dal titolo, Il Giardino Planetario. O come riconciliare l’uomo e la natura, si avvertiva che a fianco del percorso conoscitivo del Giardino delle conoscenze, a richiamare la responsabilità creativa del singolo cittadino-giardiniere, si affacciavano le proposte del Giardino delle Esperienze: sorta di istruzioni per l’uso del Giardino Planetario articolate in otto grandi gesti. In giardino come sul pianeta, c’è l’opportunità – la necessità – di traguardare responsabilmente l’illusione di un ordine, di una forma che controlla e struttura l’ignoto, accettando la mescolanza, il meticciato, verso un ordine dinamico (il disordine naturale) che – se letto con sguardo straniato – porta con sé la bellezza dell’inedito, l’involontario, l’imprevisto, perché non visto, meglio non osservato, considerato. Aspettando il seguito, l’invito di Clément è lo stesso che concludeva anche L’elogio delle vagabonde. “Frazionare lo sguardo per cogliere l’equilibrio di un paesaggio … Resistere alla tentazione di durare. Lasciar venire l’invenzione… Accompagnare l’evoluzione”.
I giardini di Renzo
Ermanno Cavazzoni «Domenica - Il Sole 24 Ore» 01-04-2012
Renzo Tramaglino, se vi ricordate (Promessi Sposi, capitolo XXXIII) dopo due anni di assenza, dopo il matrimonio saltato, i disordini di Milano, la sua fuga nel Bergamasco, la peste ancora in corso, ritorna di nascosto al paesello natale (chissà dov'è finita Lucia? Pensa), passa davanti a casa e vede che la vigna, l'orto, il cortile, tutto si è inselvatichito. Manzoni nella prima versione (Fermo e Lucia, sono andato per curiosità a rileggerla) parlava solo della casa, dove erano passati i lanzichenecchi, coi guai tipici che comportano i lanzichenecchi, muri affumicati, imposte usate per fare fuoco e cuocere i würstel, la paglia per terra come dormitorio, intonaco scrostato, i lanzichenecchi avevano il vizio di scrostare l'intonaco. Renzo si ritrae inorridito. Non c'è scritto altro; non una parola sull'orto e sul giardino. Quando però Manzoni riscrive il romanzo, aggiunge la descrizione della vigna e del giardino abbandonato, una aggiunta che prende due pagine. Che per coerenza dovrebbero rinforzare il senso d'incuria e di rovina; invece sono due pagine di entusiasmo botanico. Andatele a leggere. È come se Manzoni si dissociasse da Renzo, il quale, analfabeta, con la mentalità da contadino (non poteva aver letto Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio) vede solo genericamente erbacce e piante selvatiche, per cui ci sarebbe passato con la motofalciatrice, il decespugliatore, la trinciatrice e, fosse già ai tempi nostri e avesse sposato Lucia, ci avrebbe fatto un pratino all'inglese col dondolo e i sette nani, la siepina geometrica e i cespugli tosati come cespugli di plastica. Manzoni invece da questo abbandono è straordinariamente ispirato, anzi di più, esaltato, come se intuisse improvvisamente, e con due secoli d'anticipo, l'idea di Terzo paesaggio e di giardino senza giardiniere; e così invece che un'occhiata generica (come l'occhiata ignorante di Renzo) si mette a una dettagliata e amorevole descrizione di tutto quello che c'è cresciuto in quei due anni di libera espansione vegetale, e si capisce che in questa descrizione ci gode, come fosse appunto un anticipatore di Gilles Clément e un amante dei terreni dismessi. E nomina una per una le specie spontanee cresciute nell'orto di Renzo: era una marmaglia d'ortiche, – dice – di felci, logli, gramigne, farinelli, avene selvatiche, amaranti verdi, radicchielle, acetoselle..., le chiama col nome volgare perché il romanzo vuol essere popolare e capito da tutti, ma si sente il gusto del competente che distingue le erbacce, e le apprezza più delle monocolture, e potrebbe anche nominarle col nome scientifico.
Infatti uno studioso del 1937 (Claudio Marani) commentatore specializzato di questo passo dei Promessi Sposi, precisa che quando Manzoni dice ortiche intende l'Urtica dioica, quando dice felci è il Pteridium aquilinum, il loglio è il Lolium temulentum, e così di seguito: Cynodon dactylon, Chenopodium album, Avena fatua, Amarantus lividus eccetera; cioè non sono nomi buttati lì a caso; c'è tutta la contentezza del botanista che vede crescere quello che di solito viene estirpato, contentezza per gli angoli inselvatichiti o Terzo paesaggio, importantissimi per la diversità biologica e il futuro del pianeta. Infatti qualche riga dopo, quando nomina l'uva turca Manzoni non si tiene più, sembra in estasi, sembra che l'uva turca selvatica (Phytolacca Decandra secondo Marani) diventi una meravigliosa pianta d'ammirazione, coi suoi rami rosseggianti – dice Manzoni – i suoi pomposi foglioni verde cupo, alcuni orlati di porpora e i grappoli pendenti con le bacche paonazze o porporine o ancora verdi, e in cima i fiorellini biancastri; segue il tasso barbasso (Verbascum thapsus) che Renzo ignora e sradicherebbe, mentre Manzoni parla deliziato delle sue grandi foglie lanose distese per terra, lo stelo dritto, le spighe stellate di vividi fiorellini gialli; e così continua coi cardi (Cirisium vulgare), coi vilucchioni (Convolvulum sepium) dalle foglie ciondoloni e le campanelle candide e molli dell'infiorescenza; la zucca selvatica (Bryonia dioica) dai chicchi vermigli; il rovo eccetera.
Questa non è la descrizione di uno stato di disgrazia; questo orto abbandonato è un piccolo angolo del paradiso perduto. Verrebbe voglia di entrarci, di godere di quello che Gilles Clément chiama il giardino in movimento (Le jardin en mouvement, 1994, ma Renzo preferirebbe la terra battuta), che è il giardino lasciato a se stesso, alla spontanea vitalità vegetale, dove le specie solitamente eliminate prosperano, e si moltiplica la varietà e diversità, anche con semi portati dagli uccelli o dal vento che producono piante a sorpresa incredibili. E qui, in accordo con Manzoni, devo tessere l'elogio dei giardini abbandonati, in cui si entra di nascosto da un pertugio della siepe o del muro, o dal cancello malmesso che con una spinta si apre; la casa in abbandono anche quella ha un suo fascino, spesso con le tracce di chi occasionalmente ci dorme. Ma il giardino in genere è un pieno trionfo, come si fosse liberato dall'asservimento all'uomo e fosse esploso in tutta la sua vitalità. Quando si è ragazzi queste sono oasi di avventura e mistero, come pezzi del Borneo di Salgari a cui però si arriva in bicicletta.
Si potrebbe d'ora innanzi chiamare questi giardini i Giardini di Renzo, e sperare che diffondano un nuovo gusto in fatto di giardinaggio; che cioè si lasci crescere l'erba in tutta la sua gran varietà e in tutto il ciclo biologico fino al fiore e alla sementa; si lascino espandere le piante, si lasci sorgere il sottobosco di felci, rovi, ortiche, cicute, anice, malva, code di cavallo, spade...; il proprietario può tracciarci in mezzo un sentierino, entrare nel folto con un libretto di botanica in mano e avere il piacere di riconoscer le piante che non ha piantato, tornare dalla moglie di corsa, «lo sai cosa è nato nell'angolo tale?», o può esser la moglie che torna, «prendi il libro, caro, che c'è un rampicante nuovo che sale sulla gaggia... che c'è un cespuglio di non so che cosa... che vicino allo scarico della grondaia ci sono certe canne palustri...». Credo che sarebbero giardini pieni di felicità, rinsalderebbero i legami di coppia, e anche i bambini avrebbero dove nascondersi e scappare dai territori della pedagogia, perché i pratini ben tosati sono una specie di deserto che non insegna niente, simbolo del moderno deserto interiore, il quale più o meno somiglia a una moquette.
"La convivenza tra città e campagna passa attraverso il Terzo paesaggio"
Roberta Scorranese «Corriere della Sera» 16-10-2012
È un confine osmotico, fertile, caldo, quello che divide e unisce la città e la campagna. E la vitalità nascosta delle periferie parigine catturate da Robert Doisneau; è la rarefazione degli scatti di Gabriele Basilico a Istanbul e a Roma. È quel languore sentimentale di cui parlava Robert Musil ne L’uomo senza qualità, descrivendo il mutare del paesaggio dal finestrino di un treno. «Ma è anche terreno di composizione, laboratorio creativo, magma fecondo», secondo Gilles Clément, paesaggista di professione e giardiniere per autodefinizione.Il teorico francese che, nel 2005, con il Manifesto del Terzo paesaggio (in Italia uscito per Quodlibet), ha ridisegnato i confini tra urbano e non urbano.
Venerdì 19, Made Expo ospita la quarta edizione di High Green Tech Symposium, che propone il tema «Next Laudscapes», il paesaggio prossimo, partendo dall’interazione fra agricoltura e architettura. Monsieur Clément non ha dubbi: «Questo e possibile solo se si valorizza ogni area per quello che è, per quello che rappresenta. Se osservate attentamente le periferie cittadine, dove spesso avviene l’incontro tra i due mondi, noterete che ci sono molti spazi vuoti, abbandonati, lasciati a se stessi. Ecco, solo se si recupera il valore intrinseco di questi elementi si arriverà a un paesaggio compiuto, bello nella sua interezza». E qui riaffiora il suo concetto di «Terzo paesaggio», ossia una geografia di aiuole incolte, di spazi non coltivati, un erbario di specie poco conosciute come emanti, nerine, colchici. Clément si fa così portavoce di un paesaggio politico», dove architettura e agricoltura si fondono nel nome di un intento. «So1ida1e, ecumenico, universale — afferma — e dove ogni cosa si fonde con l’altra in un disegno profondo. Prendiamo il Jardin DeMain a Montpellier (che Clément ha contribuito a progettare, ndv), dove un giardino é nato da un parcheggio abbandonato. Un giardino collettivo, che coinvolge gli abitanti della zona. Ecco, l’unione tra città e campagna, architettura e agricoltura, avviene attraverso questi gangli inabitati, zone incolte che possono servire anche in una definizione identitaria del luogo». Già, perché nell’esperienza di Montpellier si difende e si alimenta la biodiversità, altro tema molto caro a Clément e imprescindibile nella definizione del Next Landscape, «La diversità non deve essere marginalità — continua — anzi. Proprio perché viviamo in un mondo in continuo movimento, in mutazione, bisogna rispettare questa libertà delle specie, questo fiorire quasi “anarchico”». Tema, questo, che Clément affronta nel suo penultimo libro Il giardino in movimento, dove invoca una natura non assoggettata al progetto, bensì guida stessa del progetto, anima muta di uno svolgimento naturale, libero. «Qualche volta vedo un’interazione sbagliata tra la città e la campagna — continua il paesaggista — perché é come se volessero sfruttarsi a vicenda. In un’ottica non di fusione ma di conquista. O di puro fine estetico, tendenza che ritrova spesso nei giardini privati interni alle città». Clément ha anche studiato un progetto di riqualificazione dell’area archeologica di Tuvixeddu, vicino a Cagliari. Ma il suo messaggio va oltre l’architettura per diventare metafora della condizione umana. Non progettare rigidamente ma ascoltare; non dividere né mescolare ma applicare il principio osmotico; non imporre, bensì cooptare; per dirla con le sue, bellissime parole: «Considerare la non organizzazione come un principio vitale grazie al quale ogni organizzazione si lascia attraversare dai lampi della vita. Avvicinarsi alla diversità con stupore». Così la campagna potrebbe riavvicinarsi alla città senza né diffidenza né spirito di conquista. Ma con armonia.
2011
Quaderni Quodlibet
160x225
ISBN 9788874623358
pp. 320
€ 28,00 (sconto 15%)
€ 23,80 (prezzo online)