La bottega oscura
La bottega oscura
124 sogni
Traduzione e note di Ferdinando Amigoni
 

Se ci si mette a scrivere i propri sogni per dei lettori, si fa della notte una bottega aperta a una clientela, e non una camera chiusa. – Roger Bastide
 

La bottega oscura è la prima traduzione in italiano di questo libro dei sogni di Georges Perec, uscito in Francia nel 1973. Perec vi ha trascritto 124 sogni, dal maggio 1968 all’agosto 1972.
Vi si ritrovano continui rimandi autobiografici, a partire dai fantasmi della sua disgraziata infanzia, poi gli amici, le fidanzate, tanti personaggi del mondo letterario parigino, le vie e le piazze di Parigi e certi luoghi a lui cari vicino a Parigi.
Le note esplicative che accompagnano il testo identificano le persone, gli avvenimenti, e le cose che provengono dalla vita diurna, facendo dove è possibile un po’ di luce sul lavoro di rielaborazione e sui temi ritornanti e ossessivi di Perec.

Recensioni 
Riccardo De Gennaro «L'unitŕ» 10-04-2011
Raffaele Aragona «Il Mattino» 24-03-2011
Massimo Romano «La Stampa - Tuttolibri» 23-04-2011
Alberto Sebastiani «La Repubblica – Bologna» 26-04-2011
Carlo Mazza Galanti «Il Manifesto – Alias» 23-04-2011
Marco Belpoliti «L'Espresso» 23-06-2011
Mariolina Bertini «FN» 11-07-2011
Luca Bianco «L'indice dei libri del mese» 01-06-2011
Gennaro Di Biase «Atelier» 01-06-2011
Andrea Lupi «la Rivista Intelligente» 25-02-2012
 
Vita notturna di Perec sognatore
Riccardo De Gennaro «L'unitŕ» 10-04-2011
Che cosa sono i sogni se non la nostra vita (notturna) quotidiana? Che cosa significa trascriverli uno in fila all'altro se non scrivere la propria biografia «parallela», una sorta di autobiografia onirica the rimanda di continuo a ciò che ci accade o ci accadde o ci accadrà nello stato di veglia? Per quattro anni, dal maggio '68, mese emblematico dei «sogni parigini», all'agosto del '72, Georges Perec ha riportato su carta i suoi sogni e li ha poi raccolti in un libro che ha per titolo La bottega oscura, pubblicato ora per la prima volta in Italia da Quodlibet. Il lettore potrà domandarsi: chi mi garantisce che questi 124 sogni siano veramente i sogni dello scrittore e non racconti abortiti rimasti a lungo nel cassetto? Non è forse vero che uno scrittore tende sempre a trasformare la sua vita, ivi compresi i sogni, in un racconto? E non è altrettanto vero che la trascrizione del sogno, una volta desti, comporta inevitabilmente il «tradimento» del sogno stesso?
È indiscutibile che La bottega oscura tragga origine da «fonti oniriche», prova ne sia che alcuni sogni sono dichiaratamente autocensurati, ma è difficile credere che il cofondatore dell'Oulipo (in italiano: Officina di letteratura potenziale), l'uomo che è riuscito a scrivere un romanzo di 300 pagine (Lo disparition) senza mai utilizzare parole contenenti la lettera E, qui abbia rinunciato adivertirsi con il lettore o perlomeno con il suo psicanalista, Jean-Bertrand Pontalis, al quale quei sogni sottopose. «Il mio analista – confesserà anni dopo Perec, come riportato nello straordinario apparato critico a cura di Amigoni – non prese in considerazione questi racconti: erano impacchettati con troppa cura, troppo levigati, troppo puliti, troppo chiari nella loro stessa stranezza». Perec, dunque, è il primo a chiamarli «racconti», non resoconti, I nessi acausali, d'altronde, sono quelli che organizzano i sogni, il linguaggio «narrativo» è il medesimo che tutti noi riscontriamo ogni volta che sogniamo: il discorso è sempre al presente, spuntano oggetti e persone che vengono vissuti come altri oggetti o altre persone, abbondano i giochi di parole («Che vi succede Vittoria? Siete disfatta!»), si sogna di svegliarsi ma si resta nel sogno, emerge alla lunga una ricorrenza di temi (il senso di angoscia, l'intervento della polizia, l'esperienza dei campi di concentramento, l'essere nudi, salire o scendere scale, il teatro risultano i più frequenti).
Perec sogna di sé e, inevitabilemnte, delle sue opere. In uno dei sogni più lunghi e articolati, Il ritorno, una donna che lavora come piastrellista chiede al «sognatore» se la terza edizione di Le cose (il suo primo romanzo, ripubblicato in Italia da Einaudi) sia già uscita, lo ringrazia per averlo scritto e gli suggerisce di farne anche «una traduzione per balbuzienti»; successivamente il protagonista del sogno cerca la sua camera in una villa dove anni prima abitava con molti amici, convinto di trovarvi – guarda caso – Un uomo che dorme, altro capolavoro di Perec recentemente pubblicato da Quodlibet. E allora ci si rende conto che anche i due romanzi «sognati» parlano di sogni. Le cose del Grande Sogno del consumismo anni 60, un sogno ad occhi aperti che spinge una giovane coppia parigina a identificarsi con gli oggetti, fino a «foderare» interamente la propria vita con il solo desiderio di possedere cose. L'uomo che dorme, viceversa, sogna un'altra vita, libera da convenzioni e costrizioni. Ma tutti, sempre, nel sonno come nella veglia, si muovono con la libertà, la leggerezza e l'ironia che Perec, come solo pochissimi altri, riesce a trasmettere.
Il ritorno di Perec con 124 sogni nel labirinto della narrazione
Raffaele Aragona «Il Mattino» 24-03-2011
In questi ultimi tempi si è risvegliato l’inte¬resse per la letteratura potenziale, forse anche per via dei cinquant'anni di vita dell'Oulipo (il laboratorio di Queneau, Calvino e Perec) e dei vent’anni dell'omologo italiano Oplepo. Rio de Janeiro, Metz, Rennes e Napoli hanno già dedicato vari convegni ai due gruppi; e già per ottobre prossimo l'università americana di Buffalo annuncia un incontro sullo stesso tema.
Anche l'editoria non è da meno in questo contesto e protagonista maggiore risulta senz'altro Georges Perec, uno scrittore ormai. classico della letteratura francese contemporanea. Di Perec in Francia si va stampando un inedito, mentre in Italia si sono avute recentemente due riedizioni (La scomparsa e Un uomo che dorme). Ora arriva anche una novità assoluta: si tratta de La bottega oscura (Quodlibet, pagg. 200, euro 16) nella traduzione di Ferdinando Amigoni che offre anche note esplicative utilissime per cogliere i continui rimandi autobiografici. La boutique obscure, uscito in Francia nel 1973, potrebbe definirsi il libro dei sogni di Georges Perec. A questa sono seguite, qualche anno dopo, quelle di W ou le souvenir d'enfance e di Je me souviens entrambi testimoni di un'avventura autobiografica «sous contrainte», apparentemente in contraddizione con la naturalezza propria del genere.

Ne La bottega oscura è la volta del sogno, di 124 sogni. La finzione, naturalmente, è alle porte: i sogni son diventati testi narrativi a volte interrotti e riesce facile dubitare del loro vero essere sogni. Si avverte piuttosto una maniera di dialogare con il lettore, una maniera di far riapparire I fantasmi di una disgraziata infanzia: la perdita del padre e della madre, ebrei, nelle tragiche vicende della guerra e dei campi di concentramento. «Credevo di trascrivere i sogni che facevo: mi sono accorto che, prestissimo, non sognavo più se non per scrivere i miei sogni», è quanto rivela Perec, prima ancora di esporre i propri sogni, svelando immediatamente l'inganno. Ne nasce una sorta di lettura labirintica dalla quale non si sa come uscire. Forse soltanto attraverso II filo d'Arianna costituito da un indice delle ricorrenze posto in fin di testo. Un filo sottile e resistente, che si lascia tenere e seguire, come quello che lega i sogni e i risvegli.
Perec, il giullare sogna fantasmi
Massimo Romano «La Stampa - Tuttolibri» 23-04-2011

Lo scrittore dell’OuLiPo costretto a fare i conti con le ferite dell’infanzia

«Sono molto allegro. Sono il giullare, il buffone prediletto». Così scrive Georges Perec nel sogno 42 dei 124 che ha trascritto dal maggio 1968 all’agosto 1972, raccolti ne La bottega oscura, uscito in Francia nel 1973 e ora tradotto in italiano da una piccola casa editrice marchigiana di qualità. Nulla è casuale in Perec, a partire dai numeri: 124, scomposto in 1 e 24, allude alle abitazioni di rue Vilin, quartiere popolare di Belleville dove vivevano i nonni e i genitori, ebrei polacchi, e dove l'autore è nato e vissuto fino al ’41, come svelano le preziose note esplicative di Ferdinando Amigoni. E poi ci sono le iniziali: P. allude alla moglie dell’autore, Paulette Petras, e Z. a Suzanne Lipinska, ricca fanciulla amata dall'autore, proprietaria di un antico mulino sulla riva della Senna in Normandia, indicato nel testo col toponimo di Dampierre, dove Suzanne ospitava scrittori, pittori e cineasti, tra cui Truffaut che lo utilizza come sfondo nei Quattrocento colpi e in Jules e Jim. E infine le case: rue de l'Assomption, dove è vissuto dal ’45 al ’60, abitazione degli zii paterni, rue de Quatrefages, dove si stabilisce dopo il matrimonio, e rue du Bac, dove approda dopo il successo del romanzo d’esordio, Le cose.

Questo nuovo libro, inclassificabile ma bellissimo, è «un'autobiografia notturna» in cui attraverso i sogni Perec racconta la sua storia di buffone tragico costretto suo malgrado a fare i conti con la ferita dell’infanzia: il padre operaio muore nel ’40 combattendo contro i tedeschi, la madre parrucchiera viene inghiottita nel campo di concentramento di Auschwitz nel '43. Quando ha cinque anni, alla gare de Lyon la madre lo affida a un treno della Croce Rossa in partenza per la zona non occupata, e la sua scomparsa viene registrata come abbandono nell’inconscio del sopravvissuto. Non è un caso se il libro comincia e finisce con un sogno sui campi di concentramento, e in mezzo c'è una storia d'amore nascosta per Z., che appare e scompare, mentre il fantasma materno aleggia in ogni pagina. Perec è scomparso quasi trent’anni fa, nel 1982 a quarantasei anni, e ora l'interesse editoriale per lui in Italia si riaccende. Escono quasi in contemporanea Le cose, che recupera la vecchia ma sempre valida traduzione di Leonella Prato Caruso uscita da Mondadori nel 1966, arricchito da un'ottima prefazione di Andrea Canobbio, e Storia di un quadro, riproposto nella limpida traduzione rizzoliana del ’90 del compianto Sergio Pautasso.

Quando uscì nel 1965, Le cose, che vinse il premio Renaudot e ottenne un notevole successo, con più di centomila copie vendute, fu considerato più un documento sociologico che un romanzo. La storia di due giovani parigini, Jérôme e Sylvie, che fanno ricerche di mercato e si lasciano catturare dalla magia degli oggetti rinvenuti nei mercatini delle pulci o contemplati nelle vetrine, è una descrizione della società dei consumi nella Parigi dei primi Anni Sessanta, filtrata attraverso la lettura di Miti d’oggi di Roland Barthes e del nouveau roman di Robbe-Grillet, da cui Perec prende le distanze dando agli oggetti un'anima e utilizzando il modello nascosto de L’educazione sentimentale di Flaubert nella scrittura frammentaria e pulviscolare che azzera la trama.

Nel 1966 Perec diventa membro dell’OuLiPo (Opificio di Letteratura Potenziale), fondato nel 1960 da Queneau e dal matematico Le Lionnais, che studia le intersezioni tra matematica e letteratura e la necessità delle contraintes, delle restrizioni, delle regole. Giocoliere raffinatissimo, esperto in giochi di parole, rebus, anagrammi, palindromi e acrostici, sul lipogramma costruisce La scomparsa (1969), un giallo dove vengono usate tutte le vocali tranne la «e»; sulla «mise en abîme» Storia di un quadro (1979), un gioco di scatole cinesi, la messa in scena di un’abilissima truffa nel mondo dei mercanti d'arte; strepitoso gioco di specchi, di citazioni nascoste, piste false, rebus da decifrare, è il suo ultimo romanzo, rimasto incompiuto, 53 giorni, un giallo che allude al tempo di stesura de La certosa di Parma di Stendhal.

Per questo scrittore apparentemente freddo, che congela affetti ed emozioni nel gioco di una scrittura funambolica e combinatoria, per questo collezionista di sogni, di ricordi, di oggetti, ossessionato dal catalogo, dall’elenco, dall’inventario, che ci ha lasciato un capolavoro assoluto del Novecento, La vita, istruzioni per l’uso (1978), «vivere è passare da uno spazio all'altro, cercando il più possibile di non farsi troppo male» e la letteratura diventa una forma di compensazione per abolire il vuoto del passato con il pieno delle parole.

Perec tradotto dal bolognese Amigoni
Alberto Sebastiani «La Repubblica – Bologna» 26-04-2011
Nel primo sogno è in un campo di concentramento, o quasi. Nel secondo vede "lei" che seduce un altro e insegna uno strano gioco  a un amico. Nel terzo c'è un particolare itinerario. Sono sogni dal '68 al '72: compongono La bottega oscura di Georges Perec, uscito nel '73 in Francia e ora tradotto dal bolognese Ferdinando Amigoni per Quodlibet. Una miniera di fantasmi dell'autore, che per anni ha annotato la sua attività onirica, inquietante materia preziosa per gli studiosi e gli appassionati dello scrittore.
Consumismo e tempi verbali
Carlo Mazza Galanti «Il Manifesto – Alias» 23-04-2011
«Per prima cosa l'occhio si poserebbe sulla moquette grigia di un lungo corridoio, alto e stretto. Le pareti sarebbero armadi di legno chiaro, dalle luccicanti guarnizioni di ottone. Tre stampe, raffiguranti l'una Thunderbird vincitore a Epsom, l'altra un battello a pale, il Ville-de-Montereau, la terza una locomotiva di Stephenson, guiderebbero verso un tendaggio di pelle, sorretto da grossi anelli di legno nero venato, che un gesto semplice basterebbe a far scorrere. Alla moquette, allora, si sostituirebbe un pavimento di legno quasi giallo, ricoperto in parte da tre tappeti dai colori smorzati», continua per diverse pagine la descrizione di un lussuoso appartamento, completamente coniugata al condizionale, che apre Le cose (Einaudi, «Letture», trad. di Leonella Prato Caruso, pp. 122, € 17,50) di Georges Perec: uno degli incipit più famosi della letteratura francese del secolo scorso nonché esempio luminoso della perfetta coincidenza di schemi grammaticali e abissi emozionali che l'abile mente dello scrittore parigino è stato capace, a più riprese, di escogitare.
Le cose è composto come una sorta di suite retorica in tre movimenti: «una storia sulla povertà mescolata inestricabilmente all'immagine della ricchezza» (come lo definì Roland Barthes) non poteva che prendere le mosse dall’allegra inconistenza del tempo verbale più indeterminato e immaginifico – il condizionale del desiderio, appunto – trasformato poi, nella seconda parte, nell'imperfetto del presente arrabattarsi («Con gli amici, la vita, spesso, era un turbinio»), per concludersi infine – altra mirabile prova di oltranzismo grammaticale – in un mesto epilogo tutto al futuro che inchioda i protagonisti del romanzo alla banale ineluttabilità del loro destino. Condizionale imperfetto futuro: basterebbe sottolineare il perfetto funzionamento di questo semplice dispositivo formale per smentire le accuse di sociologismo, contenutismo eccetera che piovvero sul libro all'indomani della sua pubblicazione e della consacrazione del suo giovane autore (aveva 29 anni, nel 1965) con il prestigioso Prix Renaudot.
Accuse imprecise più che scorrette: di sociologia è pieno il libro come piena fu la vita di Perec (e quella di moltissimi intellettuali francesi dell'epoca), il quale pochi anni dopo la pubblicazione del fortunato esordio fondò, insieme a Jean Duvignaud e Paul Virilio, una rivista molto sociologica intitolata «Cause commune». Se sociologico è lo sguardo (e lucidissimo), perfettamente letterario resta però il risultato finale, e se ancora leggiamo con profitto questo romanzo è certo a causa dello scrittore prima che dello studioso. Duvignaud oggi lo conoscono in pochi, molti libri di Virilio già sanno di vecchio (per eccessivo zelo contemporaneista), Le cose, al contrario, produce ancora un effetto quasi sconcertante per come continua, inesorabilmente, a parlare di noi. I protagonisti di questa «storia degli anni sessanta» (come recita il sottotitolo) sono una coppia di ventenni dotati di una discreta cultura e di aspirazioni intellettuali, per vivere fanno interviste motivazionali, sono (diremmo oggi) precari, vanno spesso al cinema, hanno un gruppetto di amici nell'ambiente intellettuale¬pubblicitario, si muovono in una città che si trasforma, diventando sempre più radical chic (l'invenzione del termine da parte di Tom Wolfe è di quegli anni), in un ambiente sociale sempre più midcult (pure le teorizzazioni di MacDonald sono coeve), cercano senza successo un orientamento politico, e soprattutto vivono ammalati di un'appassionata, smodata fame di benessere. Vogliono molte più «cose» di quante se ne possano permettere e questo divario tra un immenso mimetico desiderio di beni e posizioni (l'incipit al condizionale) e le possibilità offerte dal loro status reale è lo stesso che ancora attanaglia le società occidentali, costringendole agli imperativi economicistici dell’eterna crescita e a quelli psicologici dell’eterna ansia. Parla di noi questo racconto degli anni Sessanta, così gelidamente sospeso alla flaubertiana ironia del narratore, e la sua flagrante attualità fa la strana, inquietante impressione di una Storia che si sia bloccata lì, tra i trenta gloriosi e una crisi diventata il nostro pane quotidiano.
Al di là delle alterne fortune in vita, Georges Perec è uno scrittore da tempi lunghi. Che la sua opera sia entrata (discretamente, silenziosamente) nella ristretta cerchia dei cosiddetti classici lo dimostra il continuo interesse che gli editori, anche italiani, rivolgono ai suoi testi. Accanto a questa doverosa ristampa del suo primo libro (accompagnata da un ottimo saggio introduttivo di Andrea Canobbio) troviamo oggi due opere minori: Storia di un quadro (Skira, trad. di Sergio Pautasso. Pp. 99. €15,00) è una raffinata variazione sul tema della falsificazione (da affiancare al bellissimo, semi-sconoscuto racconto intitolato Viaggio d’inverno) e «una specie di epilogo alla Vita istruzioni per l’uso» come lo definisce Bernard Magné (il grande romanzo della maturità funzionerebbe come «generatore» delle numerose tele esposte, con spudorato godimento descrittivo, all’interno di questo denso libretto); infine, per la prima volta tradotto in italiano da Ferdinando Amigoni (pure responsabile di un meticoloso apparato di note), La bottega oscura (pp. 345, € 16,00) è proposto da Quodlibet nella collana diretta da Cavazzoni, dove pure alberga l’ultima incarnazione del perecchiano Uomo che dorme. 124 sogni sono qui raccolti in ordine cronologico a comporre il diario onirico  di un autore che con il proprio inconscio intrattenne un lungo e serrato corpo a corpo.
Vero e proprio figlio della psicoanalisi, Perec fu, ancora bambino, paziente di Françoise Dolto e più tardi di J.B. Pontalis. Quest'ultimo rifiutò di utilizzare in sede analitica i sogni poi finiti nella Bottega sospettandone il carattere artificioso, fin troppo letterario: «parevano consegnati – ha scritto – registrati e trattati come un testo da decodificare (...) forse addirittura li sognava come faceva le parole crociate, i solitari, i puzzle, o come si dedicava a giochi di scrittura». Aiutano a schiarire questi sogni ipercodificati le molte indicazioni del curatore, con i limiti inevitabili di qualsiasi incursione provvisoria nello sterminato universo intertestuale e cripto autobiografico allestito dallo scrittore nella sua breve ma prolifica esistenza.
Perec morì a quarantacinque anni lasciandosi alle spalle una messe di opere più o meno compiute, di testi anomali e bizzarri, di complicati progetti tutti fittamente intrecciati nel groviglio delle sue ossessioni. Almeno tre opere (Le cose, W o il ricordo d'infanzia, La vita istruzioni per l'uso) spiccano oggi come le vette insuperate di uno straordinario lavoro di ricerca artistica e letteraria. Sono libri imprescindibili. Il resto fa la gioia e i tormenti della piccola ma agguerrita schiera di pereccofili, o pereccomani: appassionati attraversatori di labirinti, insonni interpreti di minimi indizi, improbabili inseguitori di un maestro assoluto nell'arte sottile del depistaggio.
Labirinto Perec
Marco Belpoliti «L'Espresso» 23-06-2011
Ogni libro di Georges Perec è una sfida, o contiene una sfida, spesso impossibile: scrivere un libro senza usare la lettera "e"; un romanzo senza dialoghi; un racconto costruito con oltre 150 figure retoriche; un romanzo in seconda persona singolare; un ampio romanzo costruito come un puzzle; e altro ancora. "La bottega oscura" non si sottrae a questo gioco con l'impossibile. Si tratta della trascrizione di 124 sogni tra il maggio del 1968 e l'agosto 1972. Dopo il successo de "Le cose" (1965), ripubblicato di recente da Einaudi, che lo consacrava come scrittore di successo, Perec scrive "Un uomo che dorme", poi inizia a trascrivere i suoi sogni. Perché? Nel corso della sua vita Perec si è sottoposto a tre analisi: una prima volta da ragazzino, dopo il trauma della morte del padre, ucciso nell'ultimo giorno di guerra e la scomparsa della madre deportata ad Auschwitz; una seconda da adulto e una terza all'epoca del libro con J. B. Pontalis, lo psicoanalista. Ma questi sogni non riguardano la sua terapia; sono un'altra cosa. Si tratta, sottolinea Ferdinando Amigoni, curatore del volume, di un lavoro sulla scrittura stessa: lavoro notturno compiuto nello spazio del giorno. Contengono le storie della sua vita (la separazione dalla moglie, un nuovo sfortunato amore), i traumi dell'infanzia, le paure di uomo adulto, ma sono anche una sorta di esercizio di delimitazione del mondo onirico, la sua organizzazione in forma topografica, come mostra l'indice approntato dall'autore stesso con i nomi delle "cose" citate e il sogno corrispondente. Nella bottega Perec lavora, scrive e descrive; lo fa riferendo la sua parte notturna. Ma è davvero così? C'è da dubitare. Si tratta di un libro-trabocchetto, che mentre illumina, oscura e nasconde. Come nel racconto "La lettera rubata" di Poe, per nascondere la "cosa" bisogna metterla in mostra, così nessuno la scorgerà. Come definizione del libro vale la frase di H. Mathews trascritta da Perec stesso: «Poiché il labirinto non conduce da nessun'altra parte che fuori dal labirinto stesso».
Fuorisede 1: La bottega oscura di Georges Perec
Mariolina Bertini «FN» 11-07-2011

Molto opportunamente, Quodlibet sembra aver raccolto il testimone da Bollati Boringhieri, che negli anni novanta del secolo scorso – su iniziativa di Alfredo Salsano – pescò tra gli scritti meno conosciuti di Perec una serie di testi straordinari, da Specie di spazi a Sono nato, dal Teatro a quell’esilarante pastiche del linguaggio scientifico che è Cantatrix sopranica.

I letterati di professione sono spesso diffidenti nei confronti di Perec, il cui humour sfugge alle definizioni accademiche e mette in ridicolo i gerghi sussiegosi della critica letteraria prima ancora che gli vengano applicati; Alfredo Salsano, che per nostra fortuna non era un letterato, ma un geniale economista, apprezzava di quello humour tutta la carica eversiva; per questo gli diede nel catalogo della casa editrice che allora dirigeva al fianco di Giulio Bollati, uno spazio imprevedibilmente ampio.

Dopo la bella edizione di Un uomo che dorme, ora Quodlibet ha mandato in libreria quello che è forse il meno letto, e il meno ristampato in Francia, dei libri di Perec, La bottega oscura.

Non è un romanzo, ma un catalogo di sogni; Perec lo ideò dopo la lettura di Nuits sans nuit, testo analogo di Michel Leiris. La trascrizione dei sogni era, insieme alla scrittura automatica, una pratica molto cara ai surrealisti, e Nuits sans nuits deve senz’altro le proprie origini al periodo surrealista del suo autore. Nel mondo di Perec però la poetica surrealista è ormai un oggetto da museo, e nulla potrebbe essere più lontano dall’autore di W, o il ricordo d’infanzia del mito surrealista della scrittura come espressione immediata e diretta dell’inconscio liberato da ogni censura morale e sociale.

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Nel rinascimento perecchiano la ricchezza degli anni '60, sogni e collezionisti
Luca Bianco «L'indice dei libri del mese» 01-06-2011
È una storia degli anni sessanta: Jerôme e Sylvie vivono una bohème presa a prestito in piccoli appartamenti parigini, fatta di feste e film in bianco e nero, di pranzi i cui bislacchi assortimenti mascherano soltanto l’economicità degli ingredienti: vogliono essere ricchi perché si sentono nati per esserlo, sono certi che la ricchezza arriverà così, naturalmente, come a un certo punto spuntano i primi baffi. Nel frattempo si occupano di sondaggi, di indagini di mercato, di pubblicità: attraversano gli scenari della merce e della società dello spettacolo tenendo come bussola soltanto il loro desiderio, il loro sogno di agiatezza. Alla fine ce la faranno e non ce la faranno: troveranno finalmente un impiego fisso ben pagato, indosseranno le camicie di seta che prima desideravano, viaggeranno in prima classe e si siederanno al vagone ristorante: «Ma il pasto che gli verrà servito sarà francamente insipido».
 Le Cose (ed. orig. 1965, trad. dal francese di Leonella Prato Caruso, prefaz. di Andrea Canobbio, pp. XLI-122, € 17,50, Einaudi, Torino 2011), il primo e fortunato romanzo di Georges Perec, si apre e si chiude su due citazioni. L’ultima, di Karl Marx, viene a Perec da un articolo di Ejzenstein e, nonostante l’incomprensione e lo scetticismo con cui viene guardata nel formicolante clima politico della metà degli anni sessanta, ha a che fare molto più con la forma e la letteratura che non con il capitale e la reificazione. Marx, e il feticismo della merce da lui individuato, stanno certo alla base del libro, che di fatto è, come aveva notato uno dei suoi primi lettori, che pure aveva sottomano una redazione embrionale, «un romanzo, una storia sulla povertà inestricabilmente legata all’immagine della ricchezza». Sono parole di Roland Barthes, che con i suoi Miti d’oggi viene riconosciuto dallo stesso Perec come uno dei quattro «padri» delle Cose: gli altri sono Flaubert, Paul Nizan (quello critico e militante di La cospirazione, non quello lirico e incendiario di Aden Arabia) e Robert Antelme. La storia della complessa gestazione di Le cose è raccontata da Andrea Canobbio nella sua bella prefazione: non è certo l’ultimo motivo per rallegrarsi di questa nuova edizione einaudiana, che rimette all’onore dei cataloghi anche la versione (riveduta dall’autrice) di Leonella Prato Caruso, la stessa che tradusse il libro nel 1966. Canobbio s’intrattiene a lungo sui rapporti tra il libro di Perec e i suoi quattro ispiratori; del resto, che l’autore di Il naturale disordine delle cose fosse particolarmente consentaneo a quello di La vita istruzioni per l’uso lo si evinceva già dall’incipit marcatamente perecchiano del primo romanzo di Canobbio, Vasi cinesi (Einaudi, 1989).
La citazione che apre il libro ci consente di rimescolare un poco le carte in tavola: è in inglese e proviene da Sotto il vulcano di Malcolm Lowry, che fu sempre tra i libri prediletti di Perec. Racconta enfaticamente le magnifiche sorti e progressive dell’umanità e della tecnologia; Perec l’aveva già impiegata come epigrafe in un articolo del 1963 sulla fantascienza, apparso sulla rivista «Partisans». In quell’articolo Perec analizza alcuni romanzi americani di fantascienza appena tradotti in francese, e uno di essi è I mercanti dello spazio di Frederick Pohl e Cyril M. Kornbluth, tradotto anche da noi per «Urania» (1962). È la storia di un pubblicitario che deve creare una campagna volta a convincere gli umani a emigrare su Venere per risolvere i problemi di sovrappopolamento: il suo compito è dunque quello di creare nuovi bisogni e nuove soddisfazioni attraverso le merci che trasformino l’inospitale pianeta alieno in uno status symbol, in una meta agognata. Deve creare, in altre parole, una nuova immagine di ricchezza, concorrenziale a tutte quelle che già stanno in agguato in un presente immanente che, al solito, la science fiction traveste da futuro remoto. Alcune citazioni sono palmari: se Jerôme, all’inizio del libro, scopre «la magistrale gerarchia delle scarpe, che va dalle Church alle Weston, dalle Weston alle Bunting e dalle Bunting alle Loeb», ecco che invece il pubblicitario Courtenay dei Mercanti dello spazio acquista dei biscotti Crunchies: «I Crunchies mi procuravano dei sintomi che riuscivo a tacitare solo con altre due razioni di Popsie. E l’acqua mi procurava dei sintomi che solo una sigaretta Starr poteva domare. La Starr mi faceva venir voglia di altri Crunchies …».
Certo non si vuole ridurre Perec a un plagiario, né sarebbe possibile vista la cultura onnipervasiva, tentacolare, splendidamente ricettiva che gli ha consentito di scrivere La vita istruzioni per l’uso; ma, accanto ai quattro padri nobili di Le cose possiamo fare spazio a questo cugino americano impertinente e un poco chiassoso che è I mercanti dello spazio. Del resto, era il parfum du temps. Erano gli anni delle lezioni di Lefebvre e della riscoperta del giovane Lukács, della Nouvelle Vague (Godard inserirà uno scoperto détournement di Le cose in Masculin féminin, 1965) e dell’Internazionale Situazionista (che definirà sprezzantemente Perec come «le consommateur des choses»). Come si diceva, è una storia degli anni sessanta: ma a ripercorrerne le pagine si stenta a crederlo.
Alla fine del decennio e all’inizio del successivo appartiene invece La bottega oscura (ed. orig. 1973, trad. dal francese e note di Ferdinando Amigoni, pp. 345, € 16, Quodlibet, Macerata 2011), finora inedito in Italia, e ghiottamente proposto da Quodlibet dopo la nuova versione di Un uomo che dorme (2009). Il libro è esattamente quello che dice il suo sottotitolo: 124 sogni, fatti e scritti da Perec tra il 1968 e il 1972.
Quello dei rapporti fra letteratura e sogno è uno degli ambiti più infidi e pericolosi per il critico: Ferdinando Amigoni, dotto curatore di questa edizione italiana, ha scelto la via, rischiosa ma legittima, dell’approfondimento biografico, nonostante l’esergo di Perec («Credevo di annotare i sogni che facevo: mi sono reso conto, assai presto, che sognavo solo per scrivere i miei sogni»). Il rischio è quello di costringere il fantasma dello scrittore a una Traumdeutung minuziosa, agiografica e forse un poco invadente, di cui si dà conto nel lungo apparato di note, smorzando il carattere squisitamente letterario di questa «autobiografia notturna», di questa splendida resa dei conti con i propri fantasmi e le proprie ricchezze che Perec ha voluto cesellare nel minimo dettaglio: ogni sogno ha un titolo, ogni racconto ha un suo stile preciso; è lo sforzo della scrittura per dare un conto il più possibile esatto di quella che Roger Caillois chiamava, a ragione, «l’incertezza che viene dai sogni». Nella versione originale, le pagine del libro non sono numerate, e questo contribuisce a dare loro quel clima che sta a metà tra la fantasia e il racconto, a restituire quel senso di irresolutezza e d’incanto che già aveva sperimentato Michel Leiris in Notti senza notte. Questo semplice espediente tipografico è sparito (ma perché?) dall’edizione italiana, così come è scomparsa (eccetto un blurb sulla quarta di copertina) la postfazione di Roger Bastide che, in Francia, accompagna il libro sin dalla prima edizione. È l’ultimo testo scritto in vita dal grande sociologo francese, e si chiude così: «Questa raccolta, della quale speriamo, commentandola, di non aver troppo attenuato la scintillante bellezza e la carica lirica», e sono parole sante. Siamo abbastanza lontani dai Casi clinici di Freud, e piuttosto vicini agli Esercizi di stile di Raymond Queneau, che del resto risponderà maliziosamente all’amico raccontando avvenimenti reali e trasformandoli in sogni con «un minime effort de rhétorique» (Des récits de rêves à foison, in Contes et Propos, Gallimard-Folio, 1981).
Storia di un quadro (ed. orig. 1979 e 1994, trad. dal francese di Sergio Pautasso, pp. 99, € 15, Skira, Milano 2011), per ora l’ultimo testo di questa felice renaissance perecchiana, è anch’esso una riedizione (Rizzoli, 1990): il quadro di cui narra ha per titolo Un cabinet d’amateur, ed è una versione moderna di quei ritratti di collezionisti che nel Seicento e Settecento divennero un vero e proprio genere pittorico, in cui il committente si faceva raffigurare con tutta la sua collezione d’arte. Nel caso in questione, il magnate della birra Hermann Raffke si fa ritrarre fra i suoi tesori d’arte dal pittore Heinrich Kürz, ma il pittore inserisce nel quadro una copia del quadro medesimo che a sua volta contiene, in una vertiginosa mise en abîme, altre copie degli altri quadri, sempre con piccole varianti. Quella dell’inventario e dell’ékfrasis è un’arte che Perec padroneggia molto bene, come sanno i suoi lettori, e nelle descrizioni dei molti quadri e delle loro copie l’autore strizza l’occhio al linguaggio degli antiquari e degli storici dell’arte, soprattutto dei connaisseurs e dei formalisti otto-novecenteschi, come aveva fatto con altri gerghi specialistici in Cantatrix Sopranica L. e altri scritti scientifici (Bollati Boringhieri, 1996). Eccolo rifiutare un’attribuzione a Bosch «proposée par Cavastivali», oppure citare in conservatore del Museo di Firenze Emilio Zannoni che trova «in mediocrissimo stato di conservazione» il Ritratto del Cardinale Barberini del Donnaiolo. Ma Perec non manca nemmeno d’inserire gustose invenzioni perfettamente congegnate «per il solo piacere, e l’esclusivo brivido, della finzione (le seul frisson du faire-semblant)»: come l’edgarpoesco Il biglietto rubato, dipinto, nientemeno, da Vermeer e acquistato dalla fondazione Edgar A. Perry di Baltimora; la misteriosa (leonardesca?) Annunciazione tra le rocce; oppure, più fantasmagorico di tutti, Venera che consegna a Enea le armi di Vulcano (di cui rimane una celebre citazione vasariana), dove Giorgione risolveva da suo pari l’eterna questione del Paragone delle arti. Ma Storia di un quadro è anche, in qualche misura, un autoritratto, costellato di citazioni da altri libri di Perec: a volte per esempio il numero dei cataloghi d’asta rimanda a capitoli di La vita istruzioni per l’uso che evocano situazioni omologhe al dipinto citato. Nell’ultima mossa di questo gioco di vertigine risuona ancora un’eco dell’abusato Artefice borgesiano: «Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto».
Bottega oscura
Gennaro Di Biase «Atelier» 01-06-2011
I sogni sono veri quanto la carne. Lo sanno tutti, ma ammetterlo, cancellando con un solo colpo di tagliacarte la realtà e la sfera eretica e santa dell'inconscio, sarebbe terrificante come svegliarsi ogni mattina in un campo di concentramento. Il diario dei 124 sogni trascritti da Georges Perec tra il 1968 e il 1972 (tradotti da Ferdinando Amigoni), è ambientato in quel mondo, che è poi lo stesso mondo dell'arresto di K. (non è forse Il processo un diario di sogni?), lo stesso mondo dei reportage evangelici e lo stesso mondo in cui si svolge, si è svolta e si svolgerà ogni letteratura possibile: «Siamo un gruppo. La polizia ci arresta una prima volta, poi una seconda (ma sono obbligati a liberarci) e una terza nel corso della quale l'impunità su cui facciamo affidamento non funziona più». Nessun dubbio: l'esigenza di produrre lavoro onirico è definitivamente equivalente all'esigenza di creare narrazione. Come annota Roger Bastide: «Se ci si mette a scrivere i propri sogni per dei lettori, si fa della notte una bottega aperta a una clientela, e non una camera chiusa».
Perec racconta la sua sapienza notturna con uno stile secco, lo stile che usa quando non cuce geniali e iperbolici grovigli romanzeschi, ma tratta faccende autobiografiche. Temi cari al Perec onirico esattamente come al Perec diurno: ingenti sensi di colpa, confusioni di lettere e parole (come il sogno su S\Z di Barthes ritrovato in una libreria come romanzo scritto da un'amica), oggetti che si animano e cambiano dimensioni col cambiare del personaggio. Dal diario emerge un temperamento ideale del sogno: in vita onirica ci si comporta in maniera esemplare, raramente si rimpiange qualcosa o non si fa quel che si vuole (come nel caso di Percival e del Santo Graal). Solo dal verosimile sa nascere l'inquietante: «Un giorno le dirò che l'abbandono. Lei chiamerà quasi immediatamente sua figlia al telefono per dirle che non andrà a Dampierre. Durante la conversazione telefonica, il suo bel viso si decomporrà».
Fare la lista dei motivi per cui il mondo onirico è scomodo per il mondo che si ritiene reale, sarebbe un compito interminabile, stancante, e probabilmente inutile. Ma resta che il sogno fa terrore come fa meraviglia. Ed è questo legame indissolubile che rischia di annullare le differenze tra detenuti e magistrati, immondizia e hotel di lusso, tribunali e teatri. Come scrive Perec: «Mi raccontano che F. ha delle noie: ha cagato davanti a un monumento pubblico; bisogna che io testimoni che ho assistito alla scena e che non l’ho visto. F. arriva scortato da due sbirri. Spiego o tento spiegare che non posso rendere questa testimonianza. Recito in una commedia, ma devo anche presentare l’attore alle autorità. Purtroppo però il sindaco è rimbecillito: faccio capire a gesti che deve parlare il suo vicino di tavola: mentre il vero sindaco tace, il falso fa un discorso che imita alla perfezione quelli del vero sindaco».
Perec lo sa che i sogni sono veri come la carne. Lo dimostra scrivendo il suo diario senza acuti filosofici (come fa per esempio Adorno), ma scegliendo parole atone quanto preoccupate. Il sogno preoccupa perché è territorio di quell’indifferenza che ogni società deve temere, se vuole sopravvivere; di quell’indifferenza che ogni individuo deve ammettere, per essere onesto. Ecco perché, senza cedere né ai pericoli della conservazione a oltranza né a quelli della rivoluzione impetuosa, un pochino alla volta, i sogni nella realtà bisognerà ficcarli dall’interno. Ma per farlo, dovremo rinunciare sia al fascino esclusivo della sapienza notturna, sia alla noia rassicurante del giorno.
La bottega oscura
Andrea Lupi «la Rivista Intelligente» 25-02-2012

L'illusione

Sto sognando / Lei è accanto a me / Mi dico che sto sognando / Ma la pressione della sua mano sulla mia mi sembra troppo forte / Mi sveglio / Lei è proprio accanto a me / Felicità folle /Accendo / La luce balena un centesimo di secondo poi si spegne (una lampadina che si fulmina) / L'abbraccio / (Mi sveglio: sono solo).

L'illusione è uno dei 124 sogni di Georges Perec contenuti nel libro La bottega oscura (Quodlibet, 2011) pubblicato in Italia a distanza di quasi quarant'anni dalla sua uscita in Francia. Vi sono trascritti, con una qualche indulgenza, talvolta alla poesia e sempre alla bella scrittura, i sogni di Perec tra il 1968 e il 1972. Odio Perec perché non è possibile prenderlo in castagna. Ti frega già dalla citazione di controcopertina: “poiché io penso che il reale non sia per nulla reale come potrei credere che i sogni sono sogni". E questi, come lui stesso rileva, non sono semplici sogni. Sono sogni troppo sognati, troppo riletti e troppo scritti. E comunque sono splendidi testi, romanzi di poche righe, vite senza istruzioni. Ecco: le istruzioni (le note esplicative del bravissimo traduttore Ferdinando Amigoni) vi consiglio di non leggerle durante la lettura del testo. Leggetele alla fine. Fatevi innanzitutto prendere dal vortice delle parole di Perec che, come grappoli di note, quasi come l'Arabesque di Debussy, chiudono tutti gli spazi della mente. Leggete un sogno di Perec e, immediatamente, siete nel sogno. Aprite gli occhi e siete Perec. E Perec non è voi, ma il sogno di voi stessi, con le deformazioni oniriche classiche, tutte al posto giusto. Sarete più alti, più bassi, più grassi. Che bocca grande avrete! Che intellettuali e che amanti sarete! Protagonisti di avventure, ma in termini non soggettivi, bensì oggettivi. Scorrerete sulle rotaie poggiate dal sognatore e, felici come bambini al primo viaggio in treno, mirerete il paesaggio dal finestrino che ogni tanto appannerete con l'alito per scrivervi sopra il vostro nome, a futura memoria dei prossimi viaggiatori. Intanto Perec, molto più bambino di voi, assiste al vostro viaggio e ogni tanto spegne l'interruttore, ferma il trenino, cambia la direzione, sposta i vagoni, modifica il paesaggio. Così, ignari di essere diventati una parola delle sue parole, ripartirete sulla giostra del favoloso mondo di Perec.

2011
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874623655
pp. 360
€ 16,00 (sconto 15%)
€ 13,60 (prezzo online)