L'architettura  un gesto
L'architettura un gesto
Ludwig Wittgenstein architetto

Pubblicato il Tractatus logico-philosophicus (1921), con il quale è convinto «d’aver definitivamente risolto nell’essenziale i problemi» della filosofia, Ludwig Wittgenstein si dedica all’insegnamento alle elementari e, conclusasi traumaticamente tale esperienza, lavora come giardiniere in un convento. È in questo momento – l’estate del 1926 – che la sorella Margaret lo coinvolge nella progettazione della sua casa d’abitazione a Vienna. Wittgenstein interviene per offrire una semplice consulenza all’architetto incaricato, l’amico Paul Engelmann; ben presto inizia però a imprimere la propria impronta al progetto, sino ad appropriarsene del tutto. Per due anni, Wittgenstein vi si dedicherà interamente; e solo a casa ultimata, nel 1929, farà ritorno a Cambridge e all’insegnamento della filosofia.

 

 La casa progettata da Wittgenstein a Vienna

Prospetti sudoccidentale e sudorientale della casa sulla Kundmanngasse.

 

A partire dagli anni settanta, la casa è stata oggetto di più di un’analisi. Quando non sia stata sottoposta a miopi letture disciplinari, è tuttavia stata interpretata come un puro epifenomeno della filosofia del suo autore. Si tratta dunque di evitare entrambi gli eccessi sottoponendo ad analisi la casa in primo luogo nella sua configurazione architettonica, senza tuttavia isolarla arbitrariamente dal percorso intellettuale del filosofo. Egli stesso evoca una “somiglianza di famiglia” fra filosofia e architettura allorché scrive «quando costruiamo case, parliamo e scriviamo», ma tale affinità – come si vede dalle ingenuità che spesso costellano i tentativi di filosofare da parte degli architetti – non significa intercambiabilità. Si tratta, in ultima analisi, di decidere se il filosofo si sia rivelato all’altezza di tale sfida.

 

Recensioni 
Marco Filoni «Il Fatto Quotidiano / Saturno» 18-03-2011
Alberto Ferlenga «Engramma.it » 29-04-2011
Pier Paolo Tamburelli «Domusweb» 27-06-2011
Francesco Dal Co «Casabella» 01-01-2012
Lidia Gasperoni «ReF Recensioni filosofiche» 13-04-2012
 
La casa del filosofo
Marco Filoni «Il Fatto Quotidiano / Saturno» 18-03-2011
Il filosofo Ludwig Wittgenstein è uno degli autori più noti e importanti del Novecento. Eppure, pochi lo sanno, in vita pubblicò soltanto una manciata di parole. Nell'estate del 1918 mandò in libreria il suo unico libro, quel capolavoro che è il Tractatus logico phiiosophicus che qualche anno più tardi (licenziando la prefazione) dirà esser l'opera della sua vita con la quale aveva «definitivamente risolto nell'essenziale i problemi» della filosofia. Come scriverà all'economista John Maynard Keynes qualche anno dopo: «tutto quel che dovevo veramente dire l'ho detto, e con ciò la sorgente si è prosciugata». Il filosofo fu davvero coerente con quanto scriveva all'amico: oltre al Tractatus pubblicherà in vita soltanto una recensione, un dizionario per le scuole elementari, un breve articolo e una lettera a George Edward Moore. A qualche bizzarria Wittgenstein non sarà estraneo: lo sanno bene i suoi biografi. Dopo il suo capolavoro si dedica all'insegnamento nelle scuole elementari, poi lavora come giardiniere in un convento. Ed è proprio in questo momento, nell'estate del1926, che Wittgenstein si fa architetto. E’ sua sorella Margaret a coinvolgerlo nella progettazione della sua casa a Vienna: inizialmente avrebbe dovuto far da consulente all'amico (lui sì, architetto vero) Paul Engelmann, ma ben presto prende in mano la situazione per appropriarsene, anima e corpo. Due anni interi: il tempo che dedicherà alla costruzione. E soltanto a casa ultimata, nel 1929, farà ritorno a Cambridge e all'insegnamento universitario. Ma com'è questa casa? Una risposta, finalmente definitiva e sensata, viene dal bel volume che sarà in libreria nei prossimi giorni di Daniele Pisani, che ha saputo risolvere l'enigma con L'architettura è un gesto. Ludwig Wittgenstein architetto (Quodlibet). Nella sua ricerca Pisani spazza via molti luoghi comuni. I filosofi pensano che la casa sia l'ennesima bizzarria del viennese. Gli architetti pensano che sia un caso di puro dilettantismo. Per queste ragioni l'opera è rimasta a lungo esclusa da riflessioni adeguate. Che è quello che fa Pisani: leggere la casa come un'architettura, un edificio da studiare. E allo stesso tempo come un'opera del filosofo, al pari del Tractatus   l'architettura era uno dei temi preferiti di conversazione di Wittgenstein, nonché un tema ricorrente dei suoi appunti e le sue discussioni "filosofiche". Solo così si evitano gli eccessi, come la considerazione della casa come un epifenomeno filosofico, e si possono correggere le miopi letture disciplinari, più volte azzardate negli anni. Un libro utile, indispensabile per tutti quelli (e sono molti, filosofi e architetti) che si improvvisano esperti nella disciplina degli altri. E chi volesse potrà visitare, al palazzo Morpurgo di Udine, la mostra appena inaugurata L'architettura di Ludwig Wittgenstein.
Nota su Ludwig Wittgenstein architetto
Alberto Ferlenga «Engramma.it » 29-04-2011
La casa progettata da Ludwig Wittgenstein per la sorella Margaret a partire dal 1926 ha sempre posto, a chi se n’è occupato, notevoli problemi di interpretazione. La ragione sta essenzialmente, come è noto, nelle figure coinvolte nel processo progettuale e nel ruolo da esse effettivamente svolto. Da un lato la relativa opacità dell’architetto, Paul Engelmann, allievo di Adolf Loos, rende difficile collocarla dentro una carriera professionale all’interno della quale costituirebbe un'inspiegabile eccezione, dall’altro la personalità del filosofo induce inevitabilmente i critici a cercare nella trasposizione delle sue teorie al campo della costruzione la chiave di lettura per analizzare il percorso creativo da cui essa trae vita. La vicenda ha assunto, così, i contorni di un piccolo enigma architettonico per risolvere il quale sono state avanzate ipotesi troppo spesso condizionate dalla volontà aprioristica di attribuire all’edificio il valore di un manifesto, o di vederlo come una sorta di rito iniziatico che celebra l’incontro tra due discipline che si scoprono simili. Sulle incertezze d’attribuzione è cresciuto anche un piccolo mito, così come è avvenuto per un altro caso emblematico dell’intreccio tra personalità e culture diverse: Villa Malaparte a Capri. Anche in questo caso, le vicende progettuali vedono incrociarsi le azioni e le volontà di un architetto (più noto e autonomo questa volta) come Adalberto Libera e quelle di uno scrittore come Curzio Malaparte ma, anche in questo caso, la dialettica e talvolta lo scontro che si crea tra i due artefici spiega solo parzialmente l’origine della particolare fama dell’edificio, cresciuta a tal punto da rendere problematica ogni sua collocazione all’interno della storia dell’architettura del ‘900. È vero, però, che una serie di ragioni specifiche quali il coinvolgimento nell’ideazione e nella costruzione di figure anomale rispetto alla pratica ordinaria dell’edificare, la collocazione in luoghi eccezionali, una evidente bellezza dell’opera e, non ultima, la volontà di plasmare la casa sulla personalità del proprietario ha fatto dei due edifici opere architettoniche 'a parte'; ma non sta solo in questo la ragione della loro eccezionalità dal momento che aspetti di questo tipo hanno caratterizzato anche altre opere, che non per questo hanno assunto un valore emblematico. Ciò che invece accomuna le due case, fatte salve le innumerevoli differenze che le separano, è di aver contribuito ad introdurre nella vicenda architettonica del secolo scorso un benefico granello di sabbia che ha fatto inceppare il meccanismo delle conseguenze ritenute inevitabili, delle attribuzioni stilistiche e delle affinità frettolosamente decretate. Un’'imperfezione' che ha messo in crisi il quadro ricostruttivo di una storia che appare più contraddittoria e complessa di come è stata fin qui raccontata. Ma, soprattutto, il modo in cui si sviluppa la realizzazione delle due 'residenze' ha 'svelato' alcuni nodi fondamentali del processo creativo in architettura, sottraendoli al campo dei 'segreti del mestiere' e rendendo più evidenti meccanismi e passaggi grazie a quella sorta di rallentamento imposto al corso esecutivo della costruzione dalle tensioni tra gli autori o dalla necessità, che una parte di essi aveva, di appropriarsi di una disciplina estranea alla propria formazione.Il libro di Daniele Pisani, che esce oggi nella collana Quodlibet studio, affronta le questioni poste dall’edificio sulla Kundmanngasse da una molteplicità di versanti assumendo, sin dall’inizio della trattazione, una posizione di equilibrio tra la considerazione, pur attenta, delle premesse che ne hanno influenzato la genesi e l’analisi delle conseguenze del processo progettuale osservate nella loro autonomia; equilibrio o distanza che, in casi come questo, appare il requisito fondamentale per una lettura corretta ed originale dell’opera. Nel volume si restituisce, innanzi tutto, con chiarezza e abbondanza di dati, il contesto storico e familiare da cui l’impresa sgorga, per poi seguire ogni traccia lasciata sull’edificio sia dalle discendenze architettoniche del suo autore-architetto che dai principi teorici del suo autore-filosofo. Sono d’aiuto, in questa opera di meticolosa lettura, le costruzioni grafiche, disegnate per l’occasione, che permettono all’analisi di isolare i temi che lo sforzo progettuale affronta e di considerarli in rapporto a quella pratica corrente del costruire, che rappresenta il contesto di riferimento in cui l’avventura viennese si sviluppa. Il percorso logico delle idee interseca così, costantemente, quello artistico delle forme e dei dettagli, dipanandosi in un viaggio, puntigliosamente annotato, che si sviluppa tra le pareti di una casa, ma che riconosce anche in altri luoghi fonti ed ispirazioni. Emergono, in questo modo, alcune questioni centrali della pratica architettonica, che vanno ben al di là dei riferimenti scontati alle teorie del filosofo viennese. Il lettore è, infatti, condotto all’interno di quella sostanziale riformulazione del mestiere dell’architetto messa in atto da Wittgenstein attraverso la sua costruzione: viene messo nelle condizioni di seguire la pratica di straniamento che si sviluppa nel conseguimento di precisi obiettivi di dettaglio dentro una condizione di sostanziale libertà nei confronti di tutte le convenzioni del progettare. Nel cantiere della casa per la sorella, il filosofo è, infatti, libero da tutti quei legami che condizionano il gesto dell’architetto: è sgravato, ad esempio, dal peso della scelta nei confronti della forma complessiva dell’edificio dal momento che l’appartenenza ad un certo ambiente culturale, l’influenza dell’amico tecnico e soprattutto l’epoca in cui l’impresa si svolge collocano automaticamente l’edificio nella scia di un’esperienza estetica e di rinnovamento che altri, Hoffmann e Loos sopra tutti, avevano già da tempo enunciato e messo in pratica. Egli lavora, in sostanza, all’interno di un quadro in cui le scelte architettoniche fondamentali sono già state fatte; il suo, come ricorda Pisani, è piuttosto un lavoro di chiarificazione che non implica invenzione, se non nella misura del dettaglio. O di correzione, si potrebbe anche dire, per riprendere il termine ossessivamente ripetuto da Thomas Bernhard nel libro liberamente dedicato alla vicenda della casa, immaginata in forma di piramide e collocata all’interno di un bosco. Chiarificazioni o correzioni che, oltrepassate le mura di un involucro in parte scontato – almeno rispetto al tempo cui appartiene –, si trovano a partire da un grado zero dell’esperienza progettuale. Non possono, infatti, contare sull’aiuto di quegli automatismi che, per ogni architetto, provengono dalle opere già edificate o da una specifica conoscenza storica e legano sempre ciò che si realizza a ciò che viene prima e a ciò che segue. Privo di questo bagaglio, se non per quello che riguarda l’esperienza autobiografica dell’abitare, il filosofo è costretto a ripercorrere i passi fondanti di un mestiere che, pur non essendo il suo, gli appare sempre meno estraneo, mano a mano che ne svela logiche e strumenti. Questioni generali come esattezza e precisione assumono, in questa opera di re-invenzione, come ricorda Pisani, un’importanza particolare. Colui che sempre più si trasforma nell’unico autore dell’opera si misura con quella connotazione specifica che esse assumono nel farsi di un prodotto architettonico e, più precisamente, con il carattere assoluto e relativo al contempo che ogni scelta architettonica esprime.
Una casa una casa: l'architettura un gesto
Pier Paolo Tamburelli «Domusweb» 27-06-2011
Daniele Pisani racconta con grande sobrietà la storia della casa sulla Kundmangasse, progettata da Engelmann e Wittgenstein e realizzata da Wittgenstein nel periodo 1926-28. Pisani mette assieme con calma tutti i pezzi necessari a comprendere la casa ed il suo ruolo nell'evoluzione del pensiero di Wittgenstein: descrive con precisione la vicenda biografica del filosofo e delle sue sorelle coinvolte nel progetto (Margaret, ma anche Hermine), ci informa sulla vicenda familiare dei Wittgenstein, sulla situazione politica e culturale di Vienna e dell'Austria contemporanee, ricostruisce il dibattito architettonico in cui la vicenda della casa (a malavoglia) si inserisce. Il tono pacato e la completezza del racconto permettono di eliminare le molte leggende che, nel tempo, si sono accumulate sulla casa. La casa sulla Kundmanngasse è infatti uno dei soggetti preferiti per il dilettantismo filosofico degli architetti (seconda in questo solo all'esegesi di "Costruire, abitare, pensare" di Martin Heidegger) e per il dilettantismo architettonico dei filosofi (si pensi alle balorde interpretazioni che vedono nella casa una filosofia pietrificata, una logica fatta casa, hausgewordene Logik). Pisani analizza la casa sulla Kundamgasse senza sopravvalutare alcuni famigerati aneddoti, ci fa la grazia di trattare la casa come una casa e di osservare il lavoro di Wittgenstein come progettazione e direzione lavori. Da questo racconto equilibrato possono quindi emergere le due questioni fondamentali che vengono affrontate nel libro: il tono dell'opera architettonica di Wittgenstein e le conseguenze dell'esperienza della costruzione della casa sulla sua attività filosofica successiva.

Il lavoro, a tratti massacrante, di Wittgenstein per la casa nella Kundmanngasse ha infatti una caratteristica singolare. Wittgenstein non mette mai in discussione il progetto iniziale di Engelmann: "Il progetto approvato da Wittgenstein e poi realizzato parte da un impianto già approntato non solo da altri, ma per un altro sito e con un diverso orientamento, limitandosi ad eliminare i superstiti elementi decorativi e, soprattutto a sottoporlo a piccoli e marginali –o almeno questo è quanto appare di primo acchito – adattamenti." (Pisani, p. 55) Wittgenstein dedica tutti i suoi sforzi a risolvere i problemi architettonici già previsti dal progetto iniziale, senza nemmeno considerare la possibilità di agire ad una scala più grande, ridiscutendo l'ipotesi di partenza. Il lavoro progettuale è curiosamente bloccato. Wittgenstein progetta le stanze (di cui disegna tutto: porte, finestre, maniglie, lastre di pavimento, lampade, radiatori), ma non progetta la casa. Wittgenstein è del tutto indisponibile a considerare anche solo la possibilità di un salto di scala [qui forse emerge un tratto caratteriale ed una analogia con la sua riluttanza ad ammettere passaggi logici troppo disinvolti: "la dove gli altri procedono io mi fermo" (LW, Pensieri diversi, p. 126)]. Le mosse dell'architetto agiscono tutte allo stesso livello. Le contraddizioni non si risolvono perché viene da subito esclusa la possibilità di definire una gerarchia tra differenti esigenze. Il lavoro sulla partizione delle lastre dei pavimenti delle stanze del piano nobile, a cui Pisani dedica una dettagliatissima analisi (arricchita dai puntuali disegni di Salottobuono e Alessandra Dal Mos), riflette questo modo di progettare. La partizione delle lastre tenta di costruire, stanza per stanza, un ordine che viene sistematicamente messo in crisi dalla necessità di adattare il pavimento alle bucature che collegano tra di loro le varie stanze. Wittgenstein disegna il pavimento di ogni stanza come un'entità a sé, a cui cerca di attribuire ogni volta un ordine regolare e di cui ogni volta scopre l'impossibilità. I pavimenti, in un raffinatissimo gioco di adattamenti ed eccezioni, sono così tutti diversi: "a un'attenta analisi della planimetria del piano nobile della casa sulla Kundmangasse emerge così il tentativo, da parte di Wittgenstein, di perseguire la simmetria nella disposizione di ciascun ambiente autonomamente inteso; la differenza dimensionale tra i vari vani e l'aprirsi dell'uno sull'altro, influenzando e alterando le reciproche configurazioni, rendono però tale istanza quasi sempre impossibile da perseguire e si traducono nell'istanza di perseguire perlomeno il disegno simmetrico delle singole pareti […] la logica che organizza la casa è in prima istanza paratattica: ogni ambiente ha un suo proprio ordine, che tuttavia si scontra con quello degli altri, e ancora prima di ogni ambiente vi aspira ciascuna delle pareti che lo definiscono e, spesso, ciascuna delle parti in cui esse sono suddivise, e persino alcuni degli elementi che vi sono collocati." (Pisani, p. 87).

La caparbietà con cui Wittgenstein cerca di seguire le regole che si autoimpone nella progettazione e nella realizzazione della casa ed i compromessi a cui questi tentativi devono rassegnarsi avranno importanti conseguenze sulla sua produzione filosofica successiva. La minuziosa analisi di cosa significhi seguire una regola che si sviluppa in tutti i materiali che poi confluiranno nelle "Ricerche filosofiche" si nutre dell'esperienza personale come progettista. Pisani ritrova nell'analisi della regola che permea l'opera filosofica di Wittgenstein le tracce del suo impegno come architetto: "Nel caso di un progetto di architettura, è evidente che uno degli scarti consiste nella sua esecuzione; e il problema della trasmissione delle informazioni agli esecutori, esperito nel corso della realizzazione della casa sulla Kundmanngasse, deve aver dato a Wittgenstein argomenti su cui riflettere, se è vero che si è imposto come un tema ricorrente – e un esempio tipico – nella sua riflessione. Già tale scarto risulta incolmabile: "Tra l'ordine e la sua esecuzione c'è un abisso" (LW, Ricerche filosofiche, I, 413). Alcuni indizi suggeriscono d'altronde che, nel progettare la casa, Wittgenstein si sforzi di chiudere, per quanto possibile, tale abisso. In questo senso parla un appunto degli anni trenta: "Un'eccellente osservazione di Engelmann che ogni tanto mi ritorna in mente: Durante i lavori di costruzione, quando lavoravamo ancora insieme, mi disse dopo una conversazione con l'impresario edile: "lei non può parlare di logica con quest'uomo!" – Io: "Gli farò capire io la logica" – Lui: "E lui le farà capire la psicologia!" (LW, Movimenti del pensiero. Diari 1930-32/1936-37, p. 42)" (Pisani, p. 133).

Il titolo del libro di Pisani riporta un appunto di Wittgenstein: "L'architettura è un gesto. Non ogni movimento funzionale del corpo umano è un gesto. Come non è architettura ogni edificio funzionale." (LW, Pensieri diversi, p. 87). Pisani discute questa frase a partire dalla distinzione di Adolf Loos tra ciò che è architettura e ciò che non lo è. Resta una questione: di chi è il gesto che costituisce l'architettura nell'appunto di Wittgenstein? Osservando l'attività progettuale di Wittgenstein per la casa sulla Kundmangasse, sembra che il gesto di cui si tratta non sia quello degli abitanti della casa, ma quello dell'architetto. Wittgenstein usa gesto al singolare; il gesto esposto dall'architettura è solo uno. L'architettura non accoglie, o protegge, o suggerisce, o proibisce gesti, ma si identifica con un gesto. Anche il metodo progettuale che sembra venire alla luce osservando la vicenda della casa sulla Kundmangasse è decisamente singolare, ha qualcosa di primordiale ["Wittgenstein ha il grande dono di vedere sempre le cose come per la prima volta" (lettera di Friedrich Weismann a Moritz Schlick del 9 agosto 1934) Pisani, p. 41 nota]. Wittgenstein sembra operare come un architetto dorico, rigorosamente dedito alla soluzione di un problema geometrico e formale insolubile (ad esempio trovare una soluzione angolare che combini il ritmo regolare dei triglifi, la posizione terminale dell'ultimo triglifo del fregio e la corrispondenza assiale del triglifo terminale e della colonna corrispondente) e del tutto disinteressato alle conseguenze che lo spazio produce sui suoi possibili utenti. Solamente, rispetto ad un tempio dorico, in cui tutto corrisponde a questo eroico e fallimentare tentativo, la casa sulla Kundmanngasse è in qualche modo più maldestra. In fin dei conti Wittgenstein applica il suo furore dorico ad un'ipotesi del tutto inserita in un'altra logica architettonica (quella della tradizione romana che Adlof Loos e il suo allievo Engelmann consideravano unica maestra di ogni buona architettura). Forse quello che Pisani si trattiene dal dire è che, in fin dei conti, pur con tutta la sua ostentata austerità, la casa sulla Kundmangasse è anche piuttosto buffa.
L'architettura un gesto
Francesco Dal Co «Casabella» 01-01-2012
II titolo del libro è tratto da questa annotazione di Wittgenstein (1889-1951): «l'architettura è un gesto. Non ogni movimento funzionale del corpo umano è un gesto. Come non è architettura ogni edificio funzionale». Questo ed altri passi ora raccolti in Pensieri diversi misurano le difficoltà che Pisani ha superato affrontando un argomento molto trattato, come lo è l'interpretazione del contributo che Wittgenstein ha dato alla cultura contemporanea. Ma la lettura di Pisani della casa, costruita dal filosofo per la sorella Margaret a Vienna (1926-29), è la più esaustiva di cui disponiamo. Pisani ha esplorato il mondo in cui il progetto venne realizzato, ponendo in risalto il conflitto che la casa esprime tra il potere delle circostanze e la «terribile pignoleria e la totale mancanza di senso pratico», sosteneva Margaret, di Wittgenstein architetto. Ma non di pignoleria bisogna parlare osservando i "particolari invisibili" della casa bensì di culto per il dettaglio, che proprio quando è assolutamente appropriato risulta invisibile e richiede una dedizione che porta alla spossatezza -«quando stavo costruendo la casa per mia sorella ero talmente esausto alla fine della giornata che tutto quello che potevo fare era andare a vedere un film», ricordò Wittgenstein. Questo libro risulterà gradito a chi vuole entrare nel labirinto del pensiero di Wittgenstein e a quanti pensano con lui che «la differenza fra un buon architetto e uno cattivo oggi sta in questo: che quello cattivo cede ad ogni tentazione, l'altro le resiste».
L'architettura un gesto
Lidia Gasperoni «ReF Recensioni filosofiche» 13-04-2012
 Dopo aver letto il libro di Pisani, si ha la sensazione che le fasi di transizione tra le opere di un filosofo siano più dei costrutti artificiali che momenti esemplari del percorso stesso di un pensatore. Senza confrontarsi direttamente con il problema della riuscita delle singole opere, ogni attività emerge nel suo valore quale contributo alla riflessione filosofica che, come Ludwig Wittgenstein scrive, è in primo luogo “un lavoro su se stessi”. Lo scopo del libro di Pisani è indagare proprio una cosiddetta fase di transizione in cui Wittgenstein tra il 1926 e il 1928 si dedica alla progettazione della casa sulla Kundmanngasse a Stonborough per la sorella Margaret. Nel 1918 Wittgenstein completa la stesura del Tractatus logico-philosophicus e ritiene di aver composto l’opera più importante della sua vita. Inizia così un periodo caratterizzato da diverse attività come insegnante e giardiniere. Considerata la seconda fase della sua filosofia che si fa risalire tradizionalmente alla composizione delle Ricerche logiche, pubblicate postume nel 1953, si viene a delineare una fase di transizione, di passaggio in cui si situa il lavoro di progettazione per la casa della sorella.
La strategia equilibrata di Pisani consiste nel considerare la casa sulla Kundmanngasse come opera di Wittgenstein alla stregua dei suoi scritti filosofici, quindi nella sua complessità di aspetti, senza ridurre la casa né a un epifenomeno né una traccia fioca della sua filosofia. La casa non è dunque considerata come una filosofia applicata (p. 13), bensì rappresenta un’architettura in cui Wittgenstein pratica e osserva il suo pensiero, mettendolo in discussione. In questa prospettiva attraverso la descrizione della casa, Pisani riesce a tracciare senza enfasi il percorso stesso del pensiero tortuoso e spesso combattuto di Wittgenstein. La fatica riposta nella progettazione della casa rispecchia quella del lavoro interiore.
I diversi aspetti della progettazione e costruzione della casa tracciano un percorso avvincente nella storia della famiglia Wittgenstein. La casa parla della storia famigliare, dell’eredità lasciata dal padre Karl, mecenate artistico e architettonico, e della volontà della sorella Margaret di emanciparsi dai gusti paterni, strettamente legati a Hoffmann e alla Wiener Werkstätte. La casa è luogo di confronto e osservazione tra i fratelli. Se pur i protagonisti della vicenda siano sicuramente Margaret quale committente e Ludwig come esecutore, la descrizione della casa spesso passa per le parole e i disegni della sorella Hermine che esprime una prospettiva interna al processo di progettazione e costruzione.
Inoltre la casa offre lo spunto per cogliere la situazione storica ed economica della Vienna degli anni venti in cui si situano le vicende della famiglia Wittgenstein. Pisani parla al riguardo di “una cultura che non è più la nostra”, ossia di una sorta di anacronismo della casa sulla Kundmanngasse, pensata come villa suburbana dallo stile colto e aristocratico che, in una bella digressione, Pisani confronta con le descrizioni de Il Gattopardo. La costruzione della casa precede di poco la crisi economica del 1929 che coinvolgerà inevitabilmente anche i Wittgenstein obbligandoli a un relativo ridimensionamento del loro stile di vita. “La casa – sottolinea Pisani – appartiene, insomma, ad una cultura abitativa che, viva e anzi assai diffusa nella Vienna fin de siécle, a metà anni venti è estinta” (p. 52). La forma anacronistica è quella del palazzo nobiliare in cui il piano principale è quello di rappresentanza, dedicato ai salotti e alle stanze private di Margaret. La scelta che accompagna la volontà di edificare un palazzo nobiliare si accompagna però a uno stile sobrio e semplice che mitiga la funzione del piano nobile.
La casa sulla Kundmanngasse vive di tutti questi elementi che si rispecchiano nelle scelte più strettamente architettoniche di Ludwig Wittgenstein e di Paul Engelmann, allievo di Adolf Loos. Engelmann segue il progetto fin dal 1925 e, per il suo carattere cordiale e remissivo, si presta a divenire un mero esecutore delle esigenze di Margaret. Il ruolo di Engelmann presenta due aspetti importanti che Pisani mette bene in luce: il costante confronto che si instaura durante la progettazione della casa tra i Wittgenstein e le posizioni di Adolf Loos da un lato e dall’altro il ruolo di adattamento e accompagnamento svolto da Ludwig Wittgenstein. Questi, pur imponendosi in breve tempo come l’autore principale della casa, si occupa in realtà solamente di elaborare un progetto definitivo a partire da quello iniziale di Engelmann, in cui confrontarsi con i dettagli, gli equilibri e l’ordine interno della casa.

L’analisi di Pisani si distingue per la precisione e pacatezza. L’autore è, infatti, molto analitico nel tracciare le differenze tra il progetto iniziale e quello approvato da Ludwig. Mantenendo l’assetto iniziale, gli adattamenti di Wittgenstein mostrano un’attenzione particolare per il piano nobile cui è assegnata la funzione principale di rappresentanza. È qui che Wittgenstein si confronta con un delicato gioco di equilibri e simmetrie. Pisani, senza enfatizzare gli aspetti architettonici, conferisce un ruolo molto importante alle simmetrie e asimmetrie del piano nobile, analizzando ogni singolo vano che, in relazione continua con gli altri, rende molto complesso il mantenimento della simmetria. In questa prospettiva Pisani riesce ad attraversare, come dall’interno, il piano nobile mostrando come la disposizione di ogni vano comporti il mutamento delle altre parti – aiutato dalle suggestive immagine d’epoca e le elaborazioni grafiche di Alessandra Dal Mos. Ed è a questo punto che, all’analisi architettonica, si accompagna la riflessione filosofica di Pisani il quale rintraccia, nelle difficoltà presentate dalla progettazione della facciata e del piano nobile, quell’intensità che Wittgenstein dedica alla riflessione sulla “regola” negli stessi anni nell’introduzione al Dizionario per le scuole elementari e nelle lezioni tenute a Cambridge tra 1930 e 1933. La contraddizione tra regole e la possibilità del loro superamento è al centro di queste riflessioni. “Uno dei tratti specifici, e a prima vista più sorprendenti, della casa che Wittgenstein progetta e realizza per la sorella è che la consapevolezza del carattere meramente convenzionale delle regole vi convive con un accanito sforzo di seguirle: uno sforzo che non si arresta dinnanzi a nulla, se non al punto – inevitabile – in cui la regola entri in conflitto con un’altra a cui sia costretta, come dire, a cedere il passo” (p. 106).
Il lavoro di progettazione della casa e la riflessione sul conflitto tra le regole sono il risultato di cura e fatica che permettono alle cose di mutare lentamente il loro aspetto. È nella lentezza dell’invenzione e dell’osservazione che, nonostante l’apparenza sobria e semplice dell’edificio, è progressivamente superato quell’ideale di purezza cristallina di una logica che non gode di uno stato puro e ideale, ma è già sempre presente nel linguaggio quotidiano dato. “Il progetto per la casa sulla Kundmanngasse abbandona a priori qualsiasi pretesa di rigore logico assoluto, ergo ideale, e le sue contraddizioni sono interne, piuttosto che dovute alla refrattarietà del mondo” (p. 134). Il carattere interno delle contraddizioni segna anche la riflessione filosofica che è un “lavoro su se stessi” in cui la grande sfida è di non fare del superamento delle contraddizioni un rigido pregiudizio. Pisani riesce a mettere in evidenza quella fragile linea di confine tra la contraddizione e il suo superamento in cui Wittgenstein sembra elaborare un metodo di coerenza e semplicità, criteri principali della progettazione della casa che prende forma nella rielaborazione e integrazione di una serie di elementi tradizionali. La casa non rappresenta dunque solamente una riflessione sulle relazioni tra regole ma anche sulla loro origine, assunzione e comprensione: “Chiarire, per Wittgenstein intento a progettare, significa assumere per ripensare. […] Il lento mutamento delle forme si tramuta, in altri termini, in un mutamento delle ‘forme di vita’” (p. 199).
Ripercorrendo gli ambienti, i dettagli della casa sulla Kundmanngasse Pisani riesce a tracciare la differenza tra un edificio meramente funzionale e un’opera di architettura, differenza che Wittgenstein paragona a quella tra un mero atto e un gesto perché, come egli scrive in Pensieri diversi, “l’architettura è un gesto. Non ogni movimento funzionale del corpo umano è un gesto. Come non è architettura ogni edificio funzionale”. Interessante sarebbe verificare quest’affermazione nella casa sulla Kundmanngasse, ripercorrendo le intenzioni di Wittgenstein e confrontandole criticamente con l’impianto architettonico dell’edificio, porre dunque in questione l’ambiente a partire dalla riflessione filosofica. Il giudizio complessivo sull’edificio, come gesto estetico e teorico, non sembra però essere l’intento del bel libro di Pisani che non pone in questione la riuscita stessa della casa sulla Kundmanngasse.
2011
Quodlibet Studio. Citt e paesaggio. Saggi
140x215
ISBN 9788874623587
pp. 262
€ 28,00 (sconto 15%)
€ 23,80 (prezzo online)