Conversazioni del vento volatore
Conversazioni del vento volatore

Anzi, credo che la letteratura sia essenzialmente un fenomeno asociale.

Conversazioni del vento volatore raccoglie vari scritti di Celati sulla letteratura, sul vivere, su come gli è andata la vita, sul prendere appunti, sul fare documentari, sulla fantasia, sullo scrivere novelle e sul riscriverle eccetera. Nati da interviste o colloqui, di cui mantengono la freschezza e la vivacità della voce che parla e racconta, dicono cose che raramente si sentono. Mai banali, sempre leggermente controcorrente, in polemica col mondo d’oggi, col quale Celati fa fatica a convivere e nel quale non si ritrova. Forse questo mondo andrebbe spazzato da un gran vento che lo pulisca dai furbi: andrebbe «defurbizzato», come diceva Cesare Zavattini.
Gianni Celati ha scritto libri di narrativa (Le avventure di Guizzardi, La banda dei sospiri, Lunario del paradiso, Narratori delle pianure, Quattro novelle sulle apparenze, Verso la foce, Avventure in Africa, Cinema naturale, Fata Morgana), ha girato film documentari, scritto per il teatro, tradotto narrativa dall’inglese e dal francese, e scritto saggi in parte raccolti in Finzioni occidentali. Nella collana Compagnia Extra ha pubblicato i primi due volumetti dei Costumi degli italiani: Un eroe moderno (2008) e Il benessere arriva in casa Pucci (2008).

Recensioni 
Paolo Nori «Libero» 09-06-2011
Nunzia Palmieri «Doppiozero» 28-06-2011
Luca Sebastiani «L'unità» 07-07-2011
Camillo Langone «Il Foglio» 07-07-2011
Franco Marcoaldi «La Repubblica» 12-07-2011
Andrea Cortellessa «La Stampa-TTL» 16-07-2011
Marco Belpoliti «L'Espresso» 25-07-2011
Daniele Giglioli «Alias - il manifesto» 16-07-2011
Stefano Bartezzaghi «La Repubblica» 30-07-2011
Alessandra Iadicicco «Tuttolibri - La Stampa» 04-03-2012
 
Il nuovo libro di Gianni Celati
Paolo Nori «Libero» 09-06-2011
A pensare a Gianni Celati, stamattina, mi è venuto in mente lo scienziato Robert Mayer, al quale Evgenij Zamjatin ha dedicato il racconto Il destino di un eretico, tradotto in italiano qualche anno fa (1988) da Sellerio per la cura di Gemma Gallo. E mi è venuta in mente un’etimologia dalla quale credevo derivasse la parola eretico, che era, nella mia memoria, una cosa del tipo: “Fuori dal solco”. Invece sono andato a guardare sul De Mauro, diceva: “Colui che sceglie”. Allora sono andato a guardar sul Battaglia, diceva: “Colui che sceglie”. Peccato. Se fosse stato: “Fuori dal solco”, avrei potuto dire che Celati, secondo me, ha tracciato, coi suoi libri, un proprio solco, ha percorso, in un certo senso, una strada che prima non c’era, e nel percorrere questa strada ha tirato fuori dei libri che, a leggerli, stanno su come per miracolo, con un incanto, per chi legge, e un’intelligenza, nello sguardo, e una misura, nella scrittura, e una musica, dentro, che li rendono memorabili.
Ecco, dal momento che l’etimologia di eretico che mi ricordavo probabilmente non è quella giusta, non so se posso dire tutte queste cose, comunque le dico lo stesso, anzi ormai le ho già dette, e dico anche che io, delle volte, quando ho scritto per esempio un breve romanzo intitolato Ente nazionale della cinematografia popolare, ho avuto l’impressione come di aver provato a inoltrarmi sulle tracce di Celati, o, meglio, di essermi seduto al suo posto dopo che lui aveva finito di mangiare, e di aver fatto su qualcosa con le briciole che aveva lasciato. Forse per questo, quando leggo qualcosa che ha scritto Celati e che io non capisco, mi viene sempre il dubbio di essere io, a non capire, a non essere stato abbastanza attento, a non aver letto abbastanza cose. Una cosa del genere mi è successa in questi ultimi giorni, quando ho letto Conversazioni del vento volatore, appena pubblicato da Quodlibet nella collana Compagnia Extra. È una raccolta “di vari scritti di Celati – dice la bandella, – sulla letteratura, sul vivere, su come gli è andata la vita, sul prendere appunti, sul fare documentari, sulla fantasia, sullo scrivere novelle e sul riscriverle eccetera”. In questo libretto, secondo me, ci son delle cose che mi sembra di capire e che mi sembran bellissime, come la citazione di Giacometti che si trova nell’Elogio della novella, a pagina 38: «Una volta andavo al Louvre e i quadri mi davano sempre l’impressione del sublime. Adesso vado al Louvre, e non posso fare a meno di guardare la gente che guarda le opere d’arte. Il sublime per me adesso sta nelle facce di quelli che guardano», o, nella parte intitolata Narrare come attività pratica, il riferimento ai lavori del linguista americano William Labov dai quali “vien fuori che i migliori narratori orali sono quelli meno colti, meno scolarizzati, appena uno va al college perde l’instinto narrativo, di modo che invece di raccontare vuole spiegare”. Ma ci sono anche delle cose che io, a capirle, faccio fatica, come la convinzione, reiterata, che le case editrici italiane siano popolate da dei delinquenti. “Sarebbe bello poter pensare, – si legge a pagina 144 – che un giorno ci sarà un processo alla corte dell’Aja, dove le anime di quei professionisti dell’editoria saranno imputate di genocidio letteraio, e massacro dell’antica tradizone dell’arte verbale nelle nostre terre”. E subito dopo, a pagina 145, Celati scrive che, dopo la pubblicazione di Boccalone, di Palandri (1978), nel quale “c’era ancora una lingua fresca e genuina /…/, subito dopo, la narrativa giovanile è stata una sorta di sbornia di americanismo, con anche l’imitazione dell’italo-americanese usato dai traduttori”. Cioè, dal 1978 ad oggi, la quasi totalità degli scrittori italiani (a parte Palandri e pochi altri) scriverebbero in una non-lingua: “La non lingua, – scrive Celati – nasce da libri che imitano le imitazioni di imitazioni di imitazioni di altri libri”. Ecco. Adesso, sui delinquenti, io sono quindici anni, più o meno, che ho a che fare con delle case editrici, e devo dire che mi sembra che l’inclinazione al delinquere sia, in questo settore, inferiore a quella che mi era sembrato di intravedere nel settore in cui lavoravo prima, che è l’edilizia. Ma forse mi sbaglio io. Quanto alla non lingua, io non so tanto di letteratura italiana, ma l’impressione che ho è che autori come Tiziano Scarpa, Matteo Galliazzo, Diego De Silva, Marco Franzoso, Giorgio Vasta, Christian Raimo, Paolo Colagrande, Bruno Tognolini, Milena Agus, Michela Murgia, per dire, possano anche non piacere (alcuni di loro, io, faccio fatica a leggerli), ma non credo si possa dire che, nelle cose che han scritto, manchi una coscienza linguistica o che ci sia una lingua che fa il verso alle traduzioni americane.
Dario Voltolini, qualche anno fa, aveva cominciato a mettere da parte le recensioni che cominciavano così: “Nella palude mefitica della letteratura italiana contemporanea, finalmente un libro che vale la pena di leggere”. Se non ricordo male, nei primi due anni ne aveva raccolte una ventina. E aveva concluso che, se in due anni c’erano venti libri che valeva la pena di leggere, la letteratura italiana contemporanea non era forse così mefitica e paludosa. Non voglio fare difese corporative, non conosco, e non credo lo conosca nessuno, oggi, il valore della letteratura italiana contemporanea, voglio solo dire che mi è dispiaciuto sentire, da un eretico come Gianni Celati, ripetere questo luogo comune, e che mi è venuto voglia di chiedergli: “Ma te, Tiziano Scarpa, Matteo Galliazzo, Diego De Silva, Marco Franzoso, Giorgio Vasta, Christian Raimo, Paolo Colagrande, Bruno Tognolini, Milena Agus e Michela Murgia, per dire, li hai letti?”.
Gianni Celati. Conversazioni del vento volatore
Nunzia Palmieri «Doppiozero» 28-06-2011

Dalle coste romagnole devastate da una mareggiata si vola all’Africa misteriosa dei romanzi di Conrad e da lì in un campus universitario americano degli anni Settanta, poi al British Museum, fra gli scaffali di una biblioteca, e poi nell’oriente favoloso dei novellatori, fino ad arrivare a gran velocità in un pianeta abitato dagli alieni, e sempre, sullo sfondo, il deserto come vuoto fondativo di ogni possibile immaginare.

La prima impressione che lascia la lettura delle Conversazioni del vento volatore di Gianni Celati, libro da poco uscito per la casa editrice Quodlibet, nella collana Compagnia Extra diretta da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon, è proprio il senso degli orizzonti vasti, di uno sguardo che osserva i dettagli per alzarsi subito in volo a cercare un punto più alto da cui guardare le cose. I discorsi su argomenti diversi che troviamo qui raccolti, storie di viaggi, di libri, di passioni cinematografiche, di ricordi autobiografici, di osservazioni sul mondo che cambia, di pensieri sulla scrittura e sul  tempo presente, seguono l’andamento fluido delle conversazioni a quattr’occhi: “Scrivere è come conversare con chi ci leggerà, - si dice nella Premessa - e il conversare è qualcosa che ci trasporta come un vento, non sappiamo mai bene in quale direzione. Qui viene chiamata ‘vento volatore’ questa spinta atmosferica che investe le parole sparpagliandole in argomenti vari”.

Leggendo questi scritti ci troviamo di fronte a continue scoperte, come se a ogni svolta si aprisse una prospettiva impensata, da cui scorgiamo un angolo di paesaggio che non ci saremmo aspettati di vedere. Il procedere rapido che la conversazione comporta, rispetto ai tempi lenti del saggio a struttura argomentativa, consente dei voli vertiginosi nello spazio e nel tempo che altrimenti sarebbero impossibili: L’avventura verso la fine del XX secolo, per esempio, condensa in poche pagine cinquant’anni di storia americana, passando attraverso il cinema, il movimento di contestazione, i nuovi costumi sessuali, i grandi classici della letteratura, la politica editoriale e i personaggi dei romanzi d’oggi, con un moto apparentemente divagante.

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Celati ovvero l'arte di raccontare leggero come il vento
Luca Sebastiani «L'unità» 07-07-2011
Le «Conversazioni» contenute nel nuovo libro dello scrittore spaziano dal cinema alla comicità alla letteratura, raccogliendo spunti da tempi e situazioni diverse, riviste, giornali, siti internet, incontri...
 
Il nuovo libro di Gianni Celati ‑ che contiene interviste, colloqui e altre occasioni ‑ si chiama Conversazioni del vento volatore e mai titolo era stato più appropriato nel corrispondere alla forma e alla sostanza dell'erranza celatiana. Tutta l'opera di Celati sembra infatti come sparpagliata dal vento, da raffiche che cambiando direzione cogli spostamenti d'aria nell'atmosfera, rimescolano continuamente questi frammenti leggeri che sono la sua scrittura, il suo cinema e la sue parole, prive della gravità tombale dell'opera chiusa in un solido monumento.
Così anche questo libretto di conversazioni mantiene traccia della ventosità divagante e riunisce cose sparse in tempi diversi su riviste e giornali, siti internet e pubblici incontri. Oppure riesumate in qualche cassetto dove erano provvisoriamente finite.
 
CONVERSAZIONI PROVVISORIE. Le conversazioni hanno infatti questo di particolare: che sono provvisorie. Si dissolvono nel momento in cui la compagnia si scioglie per ricostituirsi altrove, quando ci si ritrova ancora insieme agli altri per far circolare divagazioni e tracce d'idee che tornano o mutano seguendo gli impulsi del momento, le induzioni locali e il tempo.
Così, via via, la voce di Celati in questo libro pubblicato da Quodlibet nella fantasticante collana Compagnia Extra, ci parla di cinema, fantasia, comicità, deserto, essere al mondo eccetera. E, certo, anche di letteratura e dell'antica tradizione del racconto. Perché anche le narrazioni nascono dalla conversazione ‑ dice Celati ‑ dai «fiori del parlare». Di lì viene la novella, che Boccaccio incornicia nella conversazione di una brigata di giovani, e i novellieri suoi contemporanei nei cerimoniali introduttivi che servivano a creare uno spazio di condivisione in cui il narratore teneva gli ascoltatori sul «filo della temporalità» e della sua mutevolezza.
La parola e l'immaginazione che nascono da questa condivisione di uno sfondo comune, dal «fabulare quotidiano», sono per Celati essenzialmente qualcosa che ti porta fuori, nell'estraneità, verso gli altri e il mondo esterno attraverso la fantasticazione. «Gli uomini sono tutti dei narratori, perché sono dei fantasticanti», dice.
Si capisce allora come questa prospettiva quasi vichiano-leopardiana entri subito in rotta di collisione con l'imperante letteratura industriale, la «baldoria dei consumi» e l'utilitarismo ottimista che guida i professionisti dell'editoria, «i controllori manageriali della letteratura». La vendibilità si basa sull'estraneità, sulla novità, che poi è solo un «lancio di cadaveri alla moda», ben presto sostituiti da altre novità in ossequio all'attualità che con la sua accelerazione moderna cancella ogni traccia di memoria e d'immaginazione (per Vico erano la stessa cosa).
 
A volte la radicalità di Celati rispetto al mondo d'oggi e alla sua letteratura può apparire quasi umorale, ma è sempre pertinente e ci offre una via di fuga che dà un certo sollievo.
Via via, oltre alle parole su Alberto Giacometti, Swift, Werner Herzog o Joris Ivens, Delfini e Manganelli, sul vedere e lo scrivere, nelle varie conversazioni si delinea in bozzo anche il percorso intellettuale e quasi biografico di Celati.
I viaggi, gli studi al British Museum, le lezioni di Enzo Melandri, la nascita dei suoi libri, l'università statunitense, quella di Bologna, il rapporto con Italo Calvino e con Luigi Gbirri. E ne viene fuori un percorso tutt'altro che lineare, caratterizzato da un'erranza tanto fisica quanto intellettuale, da fughe ripetute dall'istituzionalità, sia essa universitaria o letteraria. L'erranza va insieme all'errore, e Celati dice appunto di aver sempre seguito questa via, ché l'errore è «come l'aria stessa della vita».
Preghiera Celati
Camillo Langone «Il Foglio» 07-07-2011

Ha senso avere nostalgia di qualcosa che non si è vissuto? Gianni Celati in “Conversazioni del vento volatore” (Quodlibet) racconta, fra le altre cose, il suo soggiorno americano nei primi Anni Settanta. “Sono andato ad abitare in una grande casa di legno, dove la porta d'ingresso era sempre aperta. Non esisteva una chiave per chiuderla. Quel senso di certezza che nessuno venisse a rubare in nostra assenza (nei periodi di vacanza la casa restava vuota del tutto), mi dava un po' alla testa. Mi sembrava il segno d'essere in uno spazio edenico”. Nota bene: Celati non abitava in Alaska o sulle Montagne Rocciose ma nel bel mezzo dello stato di New York. Per la precisione a Ithaca, nella stessa contea dove si era appena svolto il festival di Woodstock. Quindi il paradiso in terra è esistito, magari solo per qualche mese da qualche parte ma è esistito. Sono perfettamente consapevole che si trattò di circostanze storiche irripetibili, ciò nonostante sono nostalgico di quelle estati di Pace & Amore & Onestà conosciute sui libri. Forse perchè vivo in una casa con quattro porte blindate.

Gli editori con me non guadagnano così sono libero
Franco Marcoaldi «La Repubblica» 12-07-2011
Non tutti gli scrittori, intellettuali e artisti degli ultimi decenni si sono dannati l' anima per tenere il centro della scena. Alcuni se ne sono addirittura andati dall' Italia, per scelta o per necessità. Altri hanno comunque mantenuto, infra moenia, una posizione defilata: non adeguandosi ai diktat dell' industria culturale; del successo di massa a tutti i costi. E ora che qualcosa finalmente torna a muoversi nelle viscere della società italiana, forse proprio il loro "sguardo laterale" può tornare utile per sondare strade diverse rispetto al modello trionfante. Nel caso di Gianni Celati, il primo dei nostri interlocutori, la recentissima pubblicazione di Conversazioni del vento volatore (Quodlibet Compagnia Extra, pagg. 170, euro 14), rende più facile ripercorrere alcune delle tante tappe di un itinerario sempre all' insegna del nomadismo e della lateralità. Non vedevo Celati da oltre vent' anni, e ora mi accoglie raccontandomi di una recente serata all' istituto psichiatrico Paolo Pini di Milano, dove è stato proiettato il suo film Diol Kadd, sulla vita di un villaggio senegalese a lui molto caro. Così, subito realizzo che la figura del matto è, a tutt' oggi, una costante del suo universo immaginativo. Come lo era già nel libro d' esordio, Comiche, che nasceva per l' appunto dalla riscrittura degli appunti tenuti da un vecchio paziente del manicomio di Pesaro. «Sono un uomo abbastanza contento di stare al mondo e la mia vita non è segnata da particolari disgrazie. Resta il fatto che sì, è vero, i matti me li sento molto vicini. A Imola c' era un bravissimo direttore del manicomio che ogni anno faceva la festa di primavera. Ci andavo sempre, ballavo coi matti e stavo benissimo. In effetti mi trovo più a disagio coi sani di mente». Non c' entrerà anche il desiderio di osservare la realtà da un punto di vista radicalmente diverso da quello abituale? «In Conversazioni del vento volatore, qualcuno ha colto la mia passione per Swift e per "l' alienità". Da giovane, a Londra, campavo lavando i piatti a Leicester Square: un pomeriggio ho trovato su una bancarella La favola della botte e mi sono messo a tradurla. A quei tempi mi pareva che Swift e Philip Dick in qualche modo si incrociassero. Perché se leggi Swift o vedi Blade Runner, in entrambi i casi hai la netta sensazione che questa pacificata idea di un' umanità salda e robusta venga messa a soqquadro in un battibaleno. Forse quel sentimento di "alienità" è nato allora, per trasferirsi poi nelle Comiche. A quei tempi volevo fare il linguista, ma la verità era che leggevo le frasi di quel matto e me lo sentivo fratello». Grazie alle Comiche avviene l' incontro con Italo Calvino, lo scrittore per antonomasia: un uomo centrale nel mondo delle lettere. «Italo con me è stato di una generosità assoluta. Ero un giovane presuntuoso e indisponente come pochi, eppure lui mi concedeva tutto, non so bene perché. L' unica cosa di me che lo faceva veramente imbestialire, quando andavo a trovarlo a Parigi, era che girassi per l' Europa senza avere in macchina una carta geografica». In quegli anni, dal ' 68 al ' 73, assieme a Calvino, Carlo Ginzburg e Guido Neri, progettavate una rivista, che si sarebbe dovuta chiamare Alì Babà, che peraltro non vide mai la luce. Anni di fantasticherie, senza un risultato tangibile, immediato. «Sì, a ripensarci adesso è stupefacente. Eppure che meraviglia quelle confabulazioni senza fine, quel mettere tutto costantemente in discussione. Il mio maestro Enzo Melandri, un formidabile aristotelico da cui andavo a lezione di logica, insegnava proprio questo: a impadronirsi di tutto per poi ricominciare da capo. Criticando le conclusionia cui eri appena pervenuto». Erano gli anni del Celati intellettuale, che a un certo punto però, in America, decide di cambiare strada. Alla parola "intelligenza", d' ora in avanti, sostituirà "campo affettivo". Il paradosso è che quel mutamento avvenga grazie all' incontro con Foucault. «Proprio così. Lo incontrai alla Cornell University, luogo di infervorate discussioni, con abbondanti consumi di LSD e marijuana. Foucault è stato per me una figura importantissima: le sue lezioni davvero aprivano la mente. Ma in quel periodo mi capitò di incontrare anche Derrida, che avrebbe voluto tradurre in Francia La linea e il circolo di Melandri, senza riuscirci a causa dell' avversione di François Wahl, indispettito da un capitolo irriverente nei confronti di Roland Barthes. Bene, durante una lezione di Foucault, io cito un' osservazione di Derrida, il quale, riguardo alla Storia della follia, sosteneva che anche chi parla dei matti come se stesse dalla loro parte, in realtà sfrutta la loro posizione. Non l' avessi mai fatto. Foucault, sprezzante, risponde: " Derrida, ce petit prof de lycée ". La mia ammirazione nei confronti di Foucault non è mai venuta meno, però quella volta ho capito di essere finito in un mondo governato da un agonismo assurdo, esasperato. Tutto quello sgomitare per imporsi: no, non era cosa per me». Non è andata tanto diversamente con l' agonismo dell' industria culturale. «Io ho sempre scritto cose con cui gli editori non hanno fatto una lira. E questo, alla fine, mi ha dato una grande libertà. Sono tra coloro che ancora pensano alla scrittura come a un atto gratuito: si scrive per passare le serate, per coltivare l' interiorità, perché la gratuitàè fonte di contentezza. Invece ora pare che si scriva soltanto per fare colpo sul pubblico, per vendere copie, avvinghiati ai fatti e all' attualità, perdendo così completamente la dimensione avventurosa della scrittura, la sua potenza immaginativa. Vedi, in fondo scrivere racconti, favole, sonetti, è come spedire delle lettere. Anche se mi rendo conto che non è più tanto chiaroa chi queste lettere sono indirizzate. E poi, a ben vedere, anche qui salta fuori un tratto di ferocia. Perché gli autori si moltiplicano, lo spazio è quello che è, e dunque per esistere devi fare fuori qualcun altro: a cominciare dai banchi della libreria. Per questo, quando di recente ho pubblicato da Feltrinelli un libro di sonetti, l' accordo era di non vendere il volume in libreria: lo avrei portato in giro io, regalandolo qua e là. Poi mi sono reso conto che la cosa non funzionava. Perché nel momento in cui regali un libro, è come se quel libro perdesse valore. Soltanto uno su mille, capisce il significato del dono». Basta scorrere la breve nota autobiografica in coda al volume, per capire quanto raminga e inquieta sia stata la sua vita. Spizzico qua e là: in Tunisia a imparare l' arabo, l' insegnamento al Dams di Bologna, in America a scrivere film nati morti, la fuga in Normandia, i documentari in Africa. Dal ' 90 la residenza a Brighton, in Inghilterra. È la tappa finale? «Non credo proprio. Ora, a tratti, coltivo l' idea di tornare in Italia: per rimescolarmi a questo calderone indecifrabile che finalmente si è rimesso in movimento, soprattutto grazie ai giovani. E giusto a proposito di Italia: anni fa feci una bellissima esperienza alla scoperta del nuovo paesaggio italiano in compagnia di un gruppo di fotografi capitanati da Luigi Ghirri. Un viaggio che mi ha insegnato a guardare con stupore il cosiddetto ovvio, il cosiddetto banale, e ad allontanarmi sempre di più dal culto dell' autore imperante in letteratura. Ebbene, alle spalle di quel viaggio c' era una intuizione di Zavattini: prendi una carta geografica, chiudi gli occhi, punta il dito, e ti accorgerai che il luogo prescelto, qualunque esso sia, contiene tutto. Ma proprio tutto. Zavattini la chiamava qualsiasità».
Celati processa i manager dell’editoria che fanno i furbi
Andrea Cortellessa «La Stampa-TTL» 16-07-2011

Tra i discorsi più in voga, di intellettuali che si rivolgono a intellettuali sostenendo che gli intellettuali non esistono più, ce n’è uno che immancabile suscita il plauso degli intellettuali: la classificazione, appunto degli intellettuali, secondo la specie.
Io mi sono fatto un’idea meno brillante, empirica, terra terra. Che di intellettuali, oggi, ce ne siano di due tipi: quello che ha capito tutto, o che tutto mostra di aver capito; e che quel tutto lo spiega, in sostanza lo giustifica, infine lo conesta. E poi ce n’è un altro, che ostenta invece di non capire un bel niente; e che, evitando di capirli, certi comportamenti li può allontanare da sé con gesto in apparenza istintivo, tirato per le spicce.
Ecco, Gianni Celati - il quale tutto vorrebbe sentirsi dire, credo, meno che «intellettuale» - appartiene a questa seconda specie. Ne è anzi un capostipite. Sentite come affronta un cavallo di battaglia degli intellettuali, la managerializzazione dell’industria editoriale: c’era una volta - non secoli fa - uno «scrivere per qualcosa che urge, non per far piacere agli editori»; poi «sono spuntati i controllori manageriali della letteratura, gli esperti che riscrivono i libri per renderli più vendibili [...], i repertori di frasi pubblicitarie per parlarne, il culto delle graduatorie dei romanzi più venduti»: «I romanzi di successo che i nostri editori smerciano sono l’equivalente dei non-luoghi vacanzieri, luoghi senza memoria, luoghi di sradicamento e disaffezione». Al punto di immaginare «un processo alla corte dell’Aja, dove le anime di questi professionisti dell’editoria saranno imputate di genocidio letterario, e massacro dell’antica traduzione dell’arte verbale nelle nostre terre».

Gianni Celati

Ma com’è brutale, questo Celati... somiglia sempre più a quello che per molti versi è il suo antipode perfetto, Pasolini... L’intellettuale-che-capiscetutto, invece, di fronte alla «nonlingua» dei non-libri chiamerà in causa almeno il Campo sociale; se è trendy evocherà il Ritorno alla dimensione Epica; se è un giovane di genio, intravedrà inessi il sintomo del Vuoto di una Generazione. Celati no; è empirico, empirico ed eretico: la distruzione della letteratura, molto più semplicemente, è operadi «grandi furbi che hanno speculato senza sosta». In fondo i Grandi Manager altro non sono che Intellettualiche-hanno-capito-tutto - e che l’Hanno Fatto Per Tempo. Cosa toccherebbe fare? «Defurbizzare la letteratura», e poi magari anche «la vita», come predicava Cesare Zavattini (un altro che Non Capiva Nulla e infatti, scandaloso, gridava La veritàaaa).
Non è sempre stato così,Celati. C’è stato un tempo in cui anche lui Capiva Tutto. O almeno tutto leggeva; e tutto postillava, interpretava, sistematizzava. Il libro in cui si può trovare l’esaltante spremuta intellettuale di quel tempo, s’intitola Finzioni occidentali. Celati lo pubblicò nel ‘75; da allora si attende un nuovo libro di saggi del nostro scrittore che la letteratura la capisce più in lungo e in largo:ma quel libro, c’è il caso che non lo vedremo mai. Nel frattempo infatti Celati ha abbandonato la stessa formasaggio: sospettandola forse di essere, di per sé, troppo «furba». Ma questi suoi «parlamenti» sulla letteratura - raccolti con il titoli Conversazioni del vento volatore e occasionati da interviste, seminari, parole al volo che allo stato volante, o «volatore», vogliono restare - sono la lettura più nutriente che si possa immaginare.
In poche righe si condensano ragionamenti su un po’ tutte le questioni che da decenni accompagnano la sua ricerca letteraria (e da ultimo cinematografica): dalla tradizione novellistica alla «visione documentaristica» e al ripensamento che comporta nel concetto di inconscio, sino all’«inversione di ciò che prendiamo per esperienza» (e anche qui si può misurare la sua distanza da un’altra vulgata da intellettuali).
Si capisce subito come la letteratura, qui, sia l’esatto contrario di quella che come tale viene impacchettata dai Grandi Furbi. Parlare di letteratura, per uno come Celati, equivale a un «pensare-immaginare sucome è fatto il mondo»; dare aria alle sue parole, insomma, significa dare aria alla vita. Dopo la tirata formidabile sulla defurbizzazione, con una mossa delle sue Celati cambia discorso: «A parte ciò, vorrei abitare tra i tibetani».
Non è certo un caso se da vent’anni non abita più nellaTerra dei Furbi, Celati;ma dov’è andato non è che le cose vadano poi tanto diversamente. In un altro pezzo geniale sostiene che, malgrado sia in sé «un fenomeno asociale», la letteratura riguarda sempre le «popolazioni»: i «tibetani» di Celati, allora, sono quelli che chiama i «dispersi»; quelli come lui, cioè; quelli che - per loro fortuna - sono sempre Altrove. Quella degli altri è la malinconia, invece, di chi resta qui.

Soffia il vento
Marco Belpoliti «L'Espresso» 25-07-2011
Gianni Celati è uno dei maggiori scrittori italiani. Lo è, non tanto e non solo per i libri che ha scritto – alcuni straordinari come "Verso la foce" o "Narratori delle pianure" e i "Costumi degli italiani" quanto per l'atteggiamento con cui fa letteratura. Finora questa postura, vera e propria posizione del corpo e della voce, si coglieva solo in parte nelle sue pagine narrative, ora in "Conversazioni del vento volatore" s'ascolta la voce stessa di Celati mentre spiega la sua idea di letteratura che è un modo di camminare, leggere, conversare, innamorarsi, adirarsi, fuggire. Una letteratura estrema, come scelta di vita, e insieme molto leggera. Un vento, appunto. Il vento volatore è la fantasia, e sono anche i pensieri che vanno e vengono nella mente di Celati. Pensieri visibili, e insieme invisibili, che appaiono in queste interviste e dialoghi con studiosi, amici, sodali. Celati racconta la storia dei suoi libri, le idee dello scrivere come attività a perdere, fallimento, nel senso beckettiano del termine. Un fallimento riuscito, nel suo caso. Il volume contiene poi almeno due scritti che da soli lo valgono: uno dedicato al cinema italiano, l'altro sul modo di vedere e dipingere di Alberto Giacometti. Molto bello il dialogo con Massimo Rizzante sulla fantasia; in poche pagine vi riassume lunghi ragionamenti sul fantasticare da Aristotele a Vico, e oltre. E anche la conversazione su "Lo spirito della novella", dove si capisce molto di questo modo di narrare italiano. Il nome di Calvino, amico e suo primo lettore editoriale, è ben presente in questi pezzi, che sovente sono composti omettendo le frasi degli intervistatori e lasciando solo le risposte dello scrittore. Un libro di poetica, si sarebbe detto un tempo, e di poesia, un manuale sul vivere e sul narrare, che aiuta a "defurbizzare" la letteratura attuale, come si esprime Celati, tutta marketing e pubblicità.
Riprendere con Celati lo spazio comune
Daniele Giglioli «Alias - il manifesto» 16-07-2011

Ci sono due Gianni Celati. II primo è (per usare il molesto gergo calcistico che forse lo farà imbestialire, ma pare si debba) uno dei più grandi scrittori italiani. Ovvero qualcuno che ha trovato un paese tutto suo, una lingua riconoscibile ad apertura di pagina, un complesso di idee immagini ritmi pause e cadenze che lo rendono inconfondibile, altro, impossibile da imitare se non per parodia o pastiche; il tutto sostenuto da una riflessione teorica profonda e coesa come ce ne sono pochi o nulli esempi. È vero che questo sembra contraddire molti degli assunti teorici di Celati medesimo, di cui si trova ampia documentazione nel libro che qui si presenta (Conversazioni col vento volatore, Quodlibet «Compagnia Extra»): che non si è mai un individuo singolo ma un popolo, o comunque il membro di una tribù immaginaria che si aggrega e si riconosce via via che procede il proprio scrivere; che il narrare è sempre «ascolto e visitazione fantastica degli altri», in quanto nasce dall'aver ascoltato i racconti di una «popolazione di individui a cui associarsi anche solo fantasticamente»; che quella dell'individualismo proprietario (di cui fa parte la Mitologia dell'Autore) è la lebbra metafisica che corrode irreparabilmente il nostro tempo; e altro ancora. Ma questo di per sé non farebbe fatto (in ogni artista e anzi in ognuno di noi sono proprio i punti di frattura, le tensioni e non le soluzioni, a costituire il centro vivo di un pensiero e di un'immaginazione), se qui non si innestasse appunto il secondo Celati. Un Celati della conversazione, più che dello scritto, dell'intervento pubblico, che è anche, lo voglia o non lo voglia, una figura guida, un capopopolo, o capotribù, o capo scuola, un ideologo perfino, nella cui opera, lingua, pensiero e anche vezzi, in tanti si riconoscono fino a un grado di identificazione proiettiva impressionante: stessi giri di frase, stessi idoli polemici (uno per tutti: il famoso o famigerato «Entrò Carla» degli Indifferenti di Moravia), trapianto letterale di invenzioni verbali (per esempio la parola «fantasticazioni»), e più in generale una postura, un atteggiamento, una mimica, un sistema prescrittivo del come si deve e non si deve scrivere. Il che configura il paradosso di uno scrittore che, nato e vissuto all'interno di un'ininterrotta battaglia di sganciamento (dalle finzioni dell'Io, dalle pretese disciplinatrici della razionalità utilitaristica, ecc.), finisce per assumere il ruolo di legislatore e principe di una poetica che dice parole di liberazione mentre di fatto opera un processo di assoggettamento al carisma del padre fondatore.

A voler essere superficiali ci si potrebbe accontentare del detto che si nasce incendiari e si muore pompieri – magari nei discepoli, ma il senso del discorso non cambia. O dello sconsolato storicismo assoluto di un Sanguineti secondo il quale ogni avanguardia deve pensarsi fin dalla sua genesi come una futura arte da museo. O del fatto che se i maestri non vengono mangiati in salsa piccante (copyright Giorgio Pasquali e Pier Paolo Pasolini) sono guai. Ma sarebbe ingiusto, ingeneroso e soprattutto cieco. E non solo per il rilievo ovvio ma sacrosanto che Celati pompiere non c'è mai diventato; tutt'altro. Ma perché in questa tensione tra liberazione individuale (degli umori del corpo, delle fantasticherie mattoidi della mente, dei ghiribizzi della lingua) e pratica collettiva si misura tutto il valore di interrogazione politica che l'arte di Celati pone tanto ai lettori quanto agli autori che si mettono nel suo solco.

Quando si parla di politica a proposito di Celati bisogna intendersi. Nulla a che vedere con l'engagement dell'intellettuale, con il dovere del realismo o del reportage, con la prosopopea del coraggioso testimone deciso a dire la verità costi quel che costi. Ma si però con qualcosa che ha profondamente a che vedere con la verità, non foss'altro nella forma della critica spietata che Celati conduce contro la menzogna sociale organizzata, di cui sono sintomo alla stessa stregua tanto la pretesa metafisica della conoscenza oggettiva quanto la letteratura industriale su cui non perde occasione per sparare. Contro di essa, Celati convoca il potere maieutico della fantasia, per fantasia intendendo via Aristotele e Vico qualcosa di intrinsecamente collettivo, pubblico, comune. Alla radice delle fantasie più eterodosse di ogni singolarità c'è sempre un prelievo da, e un ritorno al, comune, all'intelletto comune averroista, evocato nel Vento volatore, il che spiega per inciso l'amore di Celati per due forme così italiane come la novella e il poema cavalleresco, e il disprezzo per il romanzo, con la sua coazione alla razionalizzazione dell'intreccio e alla messa a fuoco di una psicologia individuale. Il punto è però che il comune è uno spazio esaltante ma anche pericoloso. Non è abitato solo da gentili fantasticazioni, ma anche da demoni. Giustamente Celati nota come in molta parte della rinascita del fantastico contemporaneo (Harry Potter, Il Signore degli anelli) la fantasia è evocata come qualcosa di tenebroso, torbido, mostruoso. Ma non lo è per caso. Perché attraverso la fantasia transitano e praticano non solo benevoli sciamani ma anche turpi demagoghi, non solo la liberazione ma il carisma, non solo lo scarto capriccioso ma anche l'assoggettamento alla norma. E se questo fatto, forzando un poco i termini della questione, si spinge fino a lambire la sua stessa opera, non dovremo vedere in ciò una banale contraddizione nei termini del predicare bene e razzolare male, mail segno, limite, il confine, additatoci appunto da quell'opera, del luogo in cui si è spinto ma anche arrestato fino a questo momento il suo e il nostro pensiero. Come si pensa e si fantastica in comune? È sufficiente ritirarsi in piccole tribù di nomadi, in prosecutori del giardino di Epicuro che sfruttano tutti gli spazi interstiziali rimasti disponibili per sottrarsi alla violenza e alla menzogna del potere? Non si è perso qualcosa nel momento in cui si è rinunciato a gettare apertamente in faccia a quel potere il guanto della sfida? E cosa ne è di tutti gli altri, i non salvati, i condannati alla letteratura industriale? Non ci impoverisce tutti il fatto di considerarli perduti per il nostro comune, abbandonandoli senza rimpianti al comune privatizzato da quegli altri? Sono, come si vede, i problemi politici più stringenti della nostra epoca. Sintetizzando, l'idea di esodo che dà il cambio a quella di rivoluzione. Non senza validi motivi: la rivoluzione non ha dato buona prova di sé (l'unica vera rivoluzione che ho visto, scrive Celati nel Vento, è stata quella della Thatcher). Da qui sono nati o rimati Bartleby e Robert Walser e gli strambi e i pascolanti. Il problema è: per quanto ancora? Lo spazio si riduce giorno dopo giorno. Urge timettersi a fantasticare qualche cosa di nuovo, naturalmente in comune.

Se l'autore si nasconde dietro le parole
Stefano Bartezzaghi «La Repubblica» 30-07-2011

Raccogliendo quelli che una volta si sarebbero chiamati i suoi "saggi" per Quodlibet, Gianni Celati ha seguito una sua abituale tendenza titolistica e ha optato per un pressoché poetico Conversazioni del vento volatore.

Aria, aria! pare invocare questo titolo. La "conversazione", il "vento" e anche l'essere "volatore" sono cose fatte d'aria, ovvero di una materia opposta alla solidità che di solito il saggista cerca di dare alle sue argomentazioni.

A proposito di «volatore», il termine non è un conio celatiano, ma un recupero da un italiano antico ma ancora nitidissimo («il volator destriero», in Ariosto, è l'ippogrifo). Un altro titolo con termine in accezione arcaica era Parlamenti buffi. Ma poi tutta l'opera di Celati si avvale di titoli che sono altrettante invenzioni: basterà pensare all'ultimo titolo, che era quello dei Sonetti del Badalucco nell'Italia odierna.

Spesso accade che le lettere (non i fonemi) che compongono il cognome Celati si ritrovino sparse nel titolo. Così in Cinema naturale, così nella Farsa dei tre clandestini, così (a dose doppia) nell'interminabile titolo di Recita dell'attore Vecchiatto al teatro di Rio Saliceto. Càpita lo stesso anche nelle Conversazioni del vento volatore, perché il vento volatore è anche un volto velatore e toni velati e titoli celati si addicono particolarmente alle conversazioni a cui l'autore ci invita.

Tullio Pericoli "Che suspense c'è Moby Dick in ogni volto"
Alessandra Iadicicco «Tuttolibri - La Stampa» 04-03-2012
«Le conversazioni del vento volatore. È un libro molto bello, contiene uno scritto per me prezioso su Giacometti». Tullio Pericoli
2011
Compagnia Extra
120x190
ISBN 9788874623785
pp. 180
€ 14,00 (sconto 15%)
€ 11,90 (prezzo online)