Nuove terre
Nuove terre
Architetture e paesaggi dello scarto

Questo saggio si interessa dello spazio residuo, ovvero degli scarti: il risultato di un affastellarsi di più disegni o di un’assenza di significato e di conseguenza del ruolo del progetto – qui interpretato come momento massimo di selezione. Sotto questa prospettiva diviene allora concreta la possibilità che il progetto possa assorbire le dinamiche del tempo, elaborando strategie in grado di annettere, selezionare o abbandonare, e in ultima analisi di dialogare con lo scarto piuttosto che escluderlo a priori come materia non propria. Ecco che allora si aprono nuovi scenari operativi, nuove terre che in realtà esistevano già, ma che il nostro sguardo non era abituato a cogliere. Il futuro di queste zone bianche, sempre in attesa di un ruolo preciso, può dunque essere quello di formare aree di cambiamento: pronte a rientrare in gioco in caso di necessarie revisioni della struttura esistente, assecondando così quella che l’autore definisce «identità mutevole dei luoghi». Esperienze dell’arte concettuale, progetti di architettura e alcuni passi letterari e filosofici vengono dunque scelti e montati allo scopo di fornire modalità interpretative e trasformative che pongano lo scarto come materiale del progetto. In tal modo Paul Auster, Ed Ruscha, Gordon Matta-Clark, Konstantin Melnikov, Kevin Lynch, Jean Baudrillard, fra molti altri, vengono riletti secondo una visione comune che in ultima analisi cerca di rispondere alla questione sollevata da Gilles Clément: «Le aree lasciate incolte, sono sempre esistite. La storia le denuncia come una perdita di potere dell’uomo sulla natura. E se si posasse su di loro uno sguardo diverso? Non sono forse le pagine nuove di cui abbiamo bisogno?».

 

Recensioni 
Gianluigi Freda «Il manifesto» 26-07-2011
Valentina Fini «Ottagono» 02-01-2012
Elisa Poli «Domus» 03-10-2012
Manlio Lilli «Linkiesta» 15-11-2012
 
Spazi marginali risorti a nuova vita
Gianluigi Freda «Il manifesto» 26-07-2011

Verso l'immaginario legato al fenomeno dello scarto spesso si dirigono sentimenti ostili, consapevoli che le ragioni della sua esitenza sono rintracciabili nel fallimento dei processi che l'hanno generato o nella selezione naturale che necessariamente produce il rifiuto in vista della sopravvivenza e del rinnovamento. Anche l'esercizio dell'architettura e la dottrina del paesaggio producono scarti, spazi residui, vuoti incompresi o inespressi, privi della longevità funzionale che il progetto pone come propria finalità, ma che spesso disattende: sono gli spazi che il tempo ha reso marginali, devitalizzati dalla sovrapposizione di forze inaspettate che hanno spinto altrove la nostra prospettiva. A volte questi vuoti appaiono inespugnabili, come accade per le grandi aree industriali dismesse sparse sul nostro territorio dalle ex-Falck di Sesto S. Giovanni a Bagnoli.

Ma proprio questi scarti improvvisamente si aprono al nostro sguardo come una risorsa, non più come un fallimento. Le "nuove terre" di Sara Marini (Nuove terre. Architetture e paesaggi dello scarto, Quodlibet, pp. 204, euro 20) sono la riappropriazione – a volte ideologica – di quegli spazi che hanno fallito il compito che il progetto aveva loro attribuito, ma che improvvisamente rinascono alla luce di nuove potenzialità e di rinnovate necessità. Non solo pagine nuove, ma palinsesti dai quali grattar via programmi ormai sbiaditi per scriverne di nuovi. L'autrice propone una nuova ricerca del senso nelle cose che sembrano averlo perduto e disegna l'identità dello scarto incrociando le esperienze che hanno già maturato l'idea di soffermarsi su quel che esiste, ma che il tempo e l’irragionevolezza hanno reso inutile. Lo scarto diventa oggetto d'arte nell'opera Reality Properties: Fake Estates di Gordon Matta-Clark: spazi dimenticati nella città americana, lotti fuori misura per eccesso o per difetto e dunque inutilizzabili, residui di speculazioni o prodotti dell'incuria diventano protagonisti della catalogazione serrata dell'artista che attribuisce loro nuove virtù nell'attesa che altri processi o progetti se ne approprino. E mentre l'opera di Matta-Clark si riferisce alla propria contemporaneità, la città dell'ultimo e incompreso film di Akira Kurosawa Dodes'ka-den prefigura un rassegnato susseguirsi di scarti, nel quale gli spazi eletti scompaiono in un'inquieta ed infinita bidonville. Continuamente nel libro si scorgono riflessi di altre opere nell'universo dell'arte e della letteratura che conducono alla scoperta dell'inaspettata nobiltà dello scarto e alla necessità di rivitalizzarlo. Inseguendo, infatti, la risposta all'interrogativo che Gilles Clément pone nel suo Manifesto del Terzo Paesaggio riguardo alla necessità di un nuovo sguardo sulle aree incolte, Sara Marini attraversa la riflessione di Kevin Lynch, che sottolinea l'importanza del ciclo naturale nel quale il deperimento genera nuova vita e viene coinvolto nella strategia progettuale, ed approda alle esperienze che proprio nella progettazione architettonica hanno capitalizzato la fenomelogia dello scarto come l'architettura flessibile e volutamente incompiuta di Yona Friedman o l'abbandono selettivo di Rem Koolhaas, che ribalta una logica consolidata e struttura il nuovo insediamento proprio su quelle aree escluse dalle dinamiche di costruzione della città. Nel saggio di Sara Marini scopriamo quel valore negato allo scarto da una modernità così ansiosa di ordine da dimenticare il fluire naturale e incontrollabile delle cose che invece,opportunamente, circoscrive nuove terre silenziosamente in attesa di nuovi occhi.

Nuove terre
Valentina Fini «Ottagono» 02-01-2012
Il saggio esplora le problematiche legate allo spazio “residuo”, inteso come “ciò ch resta” in assenza di un disegno complessivo, in seguito all’affastellarsi di progetti differenti. L’autrice, rileggendo testi letterari e filosofici, progetti di architettura e opere d’arte, esplora modalità possibili i cui lo “scarto” può essere considerato parte del progetto. In questa ottica, i luoghi “resdui” diventano aree di cambiamento che permettono la revisione della struttura esistente.
Affinità elettive
Elisa Poli «Domus» 03-10-2012
Se parlassimo di personalità, potremmo chiamarle affinità elettive: corrispondenze difficili da definire logicamente che fanno risuonare nella voce di uno il senso dell'altro, e viceversa. Un'emotività condivisa o un ventaglio di suggestioni che accomuna alcuni spiriti, determinate persone. Ma qui parliamo di due libri, le cui affinità sono legate anche alla difficoltà di posizionamento in ambito disciplinare: due testi che sfuggono a una definizione precisa – suscitando nel lettore una curiosa fascinazione – sia per il metodo d'indagine sia per la natura del soggetto trattato. Il primo, quello di Sara Marini, Nuove terre. Architetture e paesaggi dello scarto, è costruito come un potente collage intorno al tema dei luoghi rifiutati, marginali, abbandonati che attraversano, sfiorano e alimentano i territori contemporanei: invenzione di una scienza cartografica composta per racconti e preposta a rilevare disagi e fantasie della nostra civiltà.
Sara Marini ritorna a trattare un tema che esplora ormai da diversi anni con esiti decisamente positivi. Il suo "qui e ora" riguarda un soggetto difficilmente arginabile e tendenzialmente sfuggente poiché residuale, parassitario, elusivo e imprevisto. Lo scarto appartiene al sistema dei vuoti, delle omissioni, è un rimosso dal reale che rivendica una propria fisicità: un fantasma che parla attraverso le voci, perfettamente accordate all'interno del libro, di molti filosofi, architetti, intellettuali, critici e artisti.
Il complesso lavoro di progettazione del testo passa per una sottile e continua composizione di brani curati scientificamente e mantenuti sotto uno stretto e coerente controllo formale. Le parole e i discorsi dei molti autori citati all'interno dell'opera sopperiscono una mancanza iconica e simbolica congenita al soggetto: i paesaggi abbandonati, scartati, a cui fa riferimento l'autrice, acquisiscono vita e visibilità solo attraverso operazioni concettuali che ne attualizzano il senso. "Si vuole qui verificare – ci ricorda nella prefazione – la possibilità che il progetto possa diversamente ragionare e assorbire le dinamiche del tempo, elaborando strategie in grado di annettere, selezionare e abbandonare, quando necessario, fondamentalmente di dialogare con lo scarto piuttosto che escluderlo a priori come materia non propria".
Architetture dello scarto. Il “nuovo” è nel “vecchio”
Manlio Lilli «Linkiesta» 15-11-2012
I capannoni di Marghera, come i Palazzi storici di Palermo. Le ex aree industriali di Genova, come il Metropoliz di via Prenestina, a Roma. La Torre Galfa di Milano come il “Dispensario” di via Miglietta a Lecce. E poi Napoli e Torino, Cagliari e Bari. L’Italia è anche il Paese degli spazi abbandonati. Lasciati morire. Con noncuranza e superficialità. Osservati con sguardo frettoloso. In attesa del loro recupero.
Nella galassia di contributi sull’argomento colpisce per la lettura non consueta, Nuove terre. Architetture dello scarto (Quodlibet 2011, pp. 204, euro 20) il libro di Sara Marini, presentato nel giugno passato al Festival Internazionale di Architettura di Perugia. Un libro nel quale si sottolinea la necessità di riacquistare alla comunità il Bene per un certo tempo alienato. Ma che soprattutto invita, prima di trovare le soluzioni per reintegrarli alla città, ad “imparare a guardarli. Rendersi conto che ci sono, e scoprire come sono stati riempiti … Da lì deve partire la nostra riflessione per migliorarli”.
Un elemento necessario. L’osservazione ora. Nel momento del suo degrado. Da qui ripartire per ricucire la struttura, il complesso al suo intorno.
La nostra spina nel fianco sono senza dubbio le periferie. Ma anche le aree centrali non sono immuni da problemi da abbandono e quindi non utilizzo. Il problema italiano sono, è vero, le tante Scampia, disseminate qua e là. Realtà nelle quali l’abusivismo ha spesso disegnato strade e piazze. Non soltanto edifici. In questi agglomerati che nulla hanno dei segni distintivi della civitas l’impegno di amministratori e architetti dovrebbe moltiplicarsi. Attraverso riqualificazioni imperniate su idee semplici ma efficaci. Tese a ristabilire un equilibrio perduto. Senza dimenticare le zone industriali. Il portato dello sviluppo aggressivo che si è avuto dal 1950 al 1980. Cubature enormi, un tempo al servizio della crescita industriale del Paese. Da tempo, ingombranti scheletri senza vita, sui quali sarebbero necessari grandi investimenti.
Ma gli “scarti” sono anche nel cuore delle città. All’interno di centri storici nei quali non di rado sono neppure tanto lontane, straordinarie bellezze ed indegne brutture. E’ qui che l’opera di riciclo urbano si fa più delicata. L’intervento più soggetto a innumerevoli varianti. In questi ambiti la “ricucitura” deve realizzarsi soltanto dopo “aver imparato ad osservare”. Concretezze ed utopia divengono, entrambe, essenziali per ri-costruire i “vecchi” spazi.
L’Italia non è il Venezuela. Roma, come Milano, come Napoli e come tantissime altre città italiane non sono la Caracas della Torre de David. Il grattacielo iniziato nel 1994 e rimasto incompiuto. Completato dagli occupanti. Simbolo, per certi versi, di un’invasione creativa. Siamo lontani in queste nostre città, finanche nelle periferie, dalle favelas di San Paolo e dagli slum di Tijuana. Ma è più che evidente che molti dei nostri centri urbani appaiono inadeguati, inefficienti e inquinati. Le zone d’ombra, gli “scarti”, che in maniera differente li contraddistinguono, sono realtà. Da accettare. Sui quali intervenire. Capendo che il nuovo, il “segno distintivo”, vera ossessione per tanti progettisti, si può realizzare dando un’altra vita al “vecchio”. Perché l’architettura può svolgere pienamente il suo ruolo senza essere dirompente. Limitandosi a riorganizzare le singole particelle.
Nella società che muta rapidamente, dismettendo i vecchi attori e facendone emergere di nuovi, le città saranno sempre più un parametro a cui guardare. Una bussola per orientarsi. Per Tutti.
2011
Quodlibet Studio. Città e paesaggio. Saggi
140x215
ISBN 9788874623747
pp. 208
€ 20,00 (sconto 15%)
€ 17,00 (prezzo online)