Il debito del vivente
Il debito del vivente
Ascesi e capitalismo

 
Questo libro si propone di indagare le radici di un fenomeno che investe l’esistenza di ciascuno tanto dal punto di vista individuale che da quello collettivo: l’essere in difetto, in colpa, in debito senza che dipenda da noi, quasi si trattasse di uno stato preliminare che nessun tipo di scelta consapevole è in grado di emendare. Si ha l’impressione che ogni forma di vita si configuri come una risposta a tale condizione, sia quella che si dedica incondizionatamente al godimento e al consumo, sia quella che sceglie i percorsi del rigore ascetico.
Che l’economia (mercati, investitori, forze produttive ecc.) sottragga ai singoli e alle comunità il controllo del proprio destino, deriva probabilmente da una malattia radicale dell’umano le cui origini di ordine materiale non possono che essere al tempo stesso declinate sul piano culturale, ovvero filosofico e religioso. Riconoscere queste origini sotto le varie maschere che hanno indossato nel corso della storia occidentale è la sfida che qui si tenta di affrontare, con la speranza di individuare almeno qualche spunto di guarigione.

Indice: Introduzione. i. Il fine in sé dell’impresa economica. ii. Oikonomía e ascetismo. iii. La costruzione teologica del governo del mondo. iv. Povertà volontaria al mercato. v. Il capitalismo come religione. vi. Per una critica filosofica dell’ascetismo. vii. «Spirito» del capitalismo e forme di vita. Bibliografia. Indice dei nomi.

 

Ascolta la conversazione tra Felice Cimatti e Elettra Stimilli a Fahrenheit (Radio3)

 

 

Recensioni 
Marco Gatto «il manifesto» 29-10-2011
Pierfrancesco Giannangeli «Il Resto del Carlino» 19-10-2011
Alessandra Iadicicco «Panorama» 10-11-2011
Francesca Bolino «La Repubblica» 13-11-2011
Andrea Scutellà «Fuori le mura» 05-12-2011
Alessandra Iadicicco «Il Foglio» 04-01-2012
Luigi Pirri «vonmises.it» 15-04-2012
Marco Tabacchini «doppiozero.com» 12-04-2012
Giuseppe Armogida «Alfabeta2» 19-04-2012
Gabriele Guerra «Reset» 30-01-2012
Elio Matassi «inschibboleth.org» 28-04-2012
Francesco De Palo «Il Futurista» 02-06-2012
Giuliano Milani «Internazionale» 29-06-2012
Dario Gentili «Lettera internazionale» 30-10-2012
Augusto Illuminati «Filosofia politica» 01-12-2012
Gad Lerner «La Repubblica» 15-05-2013
 
Teologia di un capitale senza limiti
Marco Gatto «il manifesto» 29-10-2011

«Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo», un saggio di Elettra Stimilli per Quodlibet L'indebitamento e il consumo sono le basi di una società che ha come chiesa suprema la finanza

Due sono i propositi da cui muove la recente indagine filosofica di Elettra Stimilli, Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo (Quodlibet, pp. 304, euro 18. Il volume sarà presentato lunedì 31 ottobre nel Salone dell'editoria socialein corso a Roma). Da un lato, la spinta ad attualizzare un'intuizione di Max Weber, che è alla base della nota teoria sullo «spirito del capitalismo»: l'idea, cioè, che le origini di quel modo di produzione siano da rintracciare nell'«ascetismo intramondano», ossia in un'etica della rinuncia mossa dalla fiducia in una ricompensa futura, differita rispetto alla possibilità di un arricchimento immediato. Dall'altro, la tensione a dimostrare in che modo il capitalismo odierno innesti i suoi meccanismi di dominio su una facoltà umana del tutto preliminare a qualsiasi scelta ascetica: il fatto, già messo in evidenza da Aristotele, che l'uomo possa agire secondo una prassi che non contiene in sé una finalità e che dunque si pone come autoreferenziale rispetto ai possibili scopi. In tal senso, la possibilità che l'agire umano ha di contenere in sé la sua stessa finalità, senza che essa venga collocata in un elemento esteriore, sta alla base della pratica ascetica, ne rappresenta il fondamento. L'ipotesi della Stimilli è duplice. Nel modo di produzione vigente l'ascetismo intramondano di weberiana memoria è presto convertito in un modello consumistico fondato sulla spinta egoistica e individualizzante al godimento senza limiti, che elide la necessità di un differimento e gioca la sua partita sull'immediatezza. Ma, si aggiunge, questo processo di asservimento non riposa tanto sulla capacità di produzione, quanto sulla possibilità di agire su una proprietà intrinseca dell'umano, ossia su quella prassi che presiede l'attività produttiva.
La natura potenziale dell'azione, svincolata dallo scopo e dal suo sbocco attuativo, sarebbe pertanto il vero oggetto delle pratiche amministrative del capitalismo contemporaneo, la cui forza consiste nel saldare l'agire in sé dell'uomo, la «produttività senza scopo», con la somministrazione illimitata di occasioni di consumo capaci di obbedire a pratiche di soggettivazione e di regolazione dell'esistenza. Ne deriva che «oggi - nell'epoca in cui l'indebitamento è divenuto planetario, come forma estrema di coazione al godimento - la condizione che caratterizza la natura potenziale dell'azione emerga con inaspettata nettezza proprio come un "essere in debito"». «Il debito - continua l'autrice -, nelle sue varie forme, è infatti divenuto il presupposto delle attuali modalità di assoggettamento e, come tale, deve essere riprodotto, piuttosto che saldato». Pertanto, una filosofia in grado di restituire criticamente un'analisi delle attuali modalità di sfruttamento messe in opera dal capitale, dovrà tener conto, nell'alveo di un discorso sulla biopolitica, di come le modalità di assoggettamento si applichino «alla stessa capacità del vivente umano di dar forma e valore alla sua vita», al di là delle finalità che rientrano nella coscienza di ogni possibile progettualità. È proprio questa referenza in sé del fine dell'attività umana a richiamare alla mente la diagnosi di Weber, per il quale la spinta capitalistica sarebbe caratterizzata da «un'autofinalità implicita nella ricerca del profitto». Ma ciò che si presenta come un'omologia che salderebbe l'attività autotelica dell'uomo a quella del capitale mostra, in vero, la presenza di una volontà globale di assoggettamento che colloca la tensione dell'agire entro l'infernale macchina distruttiva dell'odierno capitalismo, la cui spinta all'illimitatezza dell'accumulazione si fonda sulla capacità di istruire individui alla religione dell'illimitato, posto in essere dalla soppressione di qualsiasi vincolo, legge, misura. Il che potrebbe richiamare alla mente un ulteriore problema, a cui la Stimilli accenna: l'incapacità dell'uomo di rapportarsi genuinamente al proprio agire senza finalità, senza che pratiche di dominio intervengano o influenzino tale relazione.
L'efficacia del disciplinamento dell'azione in sé inaugurato dal capitale, avverte la Stimilli, si misura oggi sul forte investimento dell'attuale economia sul cosiddetto «capitale umano», in virtù del quale la produzione di merci fa il paio con la produzione del sé, con la necessità, cioè, di mettere a frutto, capitalizzandola, la propria individualità, secondo le dinamiche di una vera e propria strategia autoimprenditoriale. Mettere a profitto se stessi significa allora obbedire al diktat, in sé illogico, di omologarsi al meccanismo di accumulazione fine a se stessa, proprio del capitale: significa mutarsi in capitale, essere il capitale. L'asceta contemporaneo è il professionista della finanza, che dona il suo vivere alle leggi dell'accumulo, alle leggi, avverte la Stimilli, «di un potere con un fine in sé, separato dall'uomo, ma intrinseco alla sua stessa prassi».
Nell'orizzonte di una coazione al godimento fine a se stesso, l'individuo contemporaneo orienta la sua azione non verso un soddisfacimento consuntivo e futuro, ma verso un consumo autoreferenziale e immediato, senza regolazione e improduttivo, che permette di adeguarsi funzionalmente ai caratteri di flessibilità e debolezza che il potere favorisce per estendere il suo dominio. In tal senso, l'involontarietà dell'azione viene disciplinata nell'apparenza di una libertà senza limiti, il cui risultato esistenziale concerne un sentimento dell'essere in debito, di una mancanza che, costantemente riprodotta dal potere, viene solo temporaneamente colmata, per poi ripresentarsi in nuove forme.

"Il debito del vivente" per la portorecanatese Elettra Stimilli
Pierfrancesco Giannangeli «Il Resto del Carlino» 19-10-2011
Nella veste elegantemente minimalista della casa editrice maceratese Quodlibet - brossura, fondo bianco, titolo in nero, autore in rosso e null'altro - esce oggi in libreria un saggio che descrive, da una certa prospettiva, la condizione di ciascuno di noi. Si intitola «Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo» e lo ha scritto Elettra Stimilli: originaria di Porto Recanati, laurea in filosofia all'Università di Macerata, un dottorato, e ora attività di ricerca all'Università di Salerno. Il volume ci riguarda poiché la Stimilli indaga fin nel profondo un fenomeno che è insieme individuale e collettivo, dunque l'uomo è considerato nella sua unità e nel suo essere parte di un cosmo che vive secondo certe regole, tra cui quelle dell'economia, tutt'altro che secondarie. E allora, tali regole oggi ci dicono che su di noi ricade una colpa, anzi, "la" colpa: siamo in debito, e poco importa se ciò non dipende da noi. Come sintetizza la quarta di copertina, si tratta quasi di uno “stato preliminare”, quindi nessun comportamento, anche il più virtuoso, e nessuna scelta di autodeterminazione appaiono in grado di modificare questa condizione. «Si ha l'impressione - si legge - che ogni forma di vita si configuri come una risposta a tale condizione, sia quella che si dedica incondizionatamente al godimento e al consumo, sia quella che sceglie i percorsi del rigore ascetico». Assunto che l'economia regola la nostra esistenza, che sia anzi, addirittura, il vero fabbro del destino di ciascuno, di ciò vengono individuate le ragioni originarie in una «malattia radicale dell'umano» che affonda le sue radici in un ordine materiale. Proprio queste origini vengono analizzate dai punti di vista filosofico e religioso.
Globesity: l'obesità viene studiata e analizzata da ogni tipo di esperto che ne cerca le radici
Alessandra Iadicicco «Panorama» 10-11-2011
La filosofa Elettra Stimilli, nell'eccellente disamina su ascesi e capitalismo (Il debito del vivente, appena pubblicato dalla Quodlibet, 296 pagine, 18 euro), mette l'obesità in un continuum formato da anoressia, bulimia, tossicodipendenza, attacchi di panico: dai malesseri indotti allorché le occasioni di godimento «sono elevate a comandamento sociale».
Perché l'economia ci fa sentire in debito
Francesca Bolino «La Repubblica» 13-11-2011

Il potere, in tempi di globalizzazione, ha assunto la forma dell'economia. Se Max Weber, nella sua Etica protestante aveva individuato nell'ascetismo l'origine del capitalismo, al giorno d'oggi accumulazione e profitto non originano più dalla rinuncia ma dalla spinta compulsiva al godimento. Ora, l'uomo, in quanto essere fondamentalmente fine a se stesso, con il capitalismo è divenuto un essere-in-debito. La sua esistenza viene trasformata in una mancanza, in un vuoto incolmabile. L'indagine di Elettra Stimilli - filosofa all'università di Salerno - punta a riconoscere le origini culturali, filosofiche, religiose che costituiscono la sostanza della malattia radicale dell'essere umano che consente all'economia (mercato, imprenditori, forze produttive) di sottrarre ai singoli e alle comunità il controllo del loro destino. L'essere-in-difetto, in-colpa, in-debito senza che dipenda da noi, quasi si trattasse di uno stato preliminare che nessun tipo di scelta è in grado di riscattare. Sono queste le radici di un fenomeno che investe l'esistenza di ciascuno: da un punto di vista individuale e collettivo.

Il debito del vivente: la genalogia del capitalismo di Elettra Stimilli
Andrea Scutellà «Fuori le mura» 05-12-2011
I discorsi genealogici sono i discorsi inattuali per eccellenza. Ne sanno qualcosa Friedrich Nietzsche e Michel Foucault, proprio perché il metodo comune ai due grandi filosofi procede a ritroso nelle pieghe della storia, animato dal motore del sospetto, fino all’origine dei concetti (che spesso si rivela meno nobile di quel che ci si attende, o quantomeno sorprendente). Così, per risolvere problemi di scottante attualità, c’è bisogno di calarsi nella più profonda inattualità. Magari retrocedendo fino alle prime comunità cristiane e al loro modo di interpretare il messaggio di Cristo, fino a rinvenire nella patristica e nel monachesimo gli inizi di quella che Elettra Stimilli chiama “economia della salvezza”.
Il cristianesimo infatti non viene concepito dall’autrice come antitetico al capitalismo. Potremo anzi dire che gli spiana la strada. La sua analisi infatti si pone in continuità con quella, attualmente meno citata rispetto al secolo scorso, di Max Weber, il cui concetto di ascesi intramondana costituisce il vero leit-motiv del libro della Stimilli. Nel suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, infatti, l’autore tedesco mette in relazione l’etica del lavoro calvinista e il modo di produzione capitalista servendosi del concetto di ascesi intramondana.  Il seguace di Calvino infatti non attende la fine dei tempi per capire se le sue opere sono gradite a Dio, anzi, è proprio nel mondo, grazie al successo delle proprie azioni, che l’uomo può comprendere se è in stato di grazia o meno. La Stimilli allora interpreta questo concetto in Weber  come “la prassi che consente di svincolare la razionalità dalla finalità estrinseca di una remunerazione trascendente” lasciando emergere “l’autofinalità a cui l’azione umana è preventivamente consegnata e che nel capitalismo assume la forma irrazionale di un’impresa fine a sè stessa”.
Per spiegare questa particolare concezione bisogna rivolgersi alla distinzione, di aristotelica memoria, tra poiesis e praxis. Mentre il primo concetto si può spiegare come agire produttivo, il cui risultato è diverso dall’azione stessa perché lascia in dote appunto un’opera; il secondo inerisce a una finalità senza scopo in cui il fine è proprio “agire bene”: è la capacità più propria dell’uomo, quella di avere uno scopo che non si risolve nella realizzazione di un qualcosa di estrinseco. Bisogna analizzare per bene questa distinzione, se si vuole giungere al cuore dell’argomentazione della Stimilli costituita da una duplice critica.
Anzitutto il rimprovero verso la corrente anti-utilitarista legata a doppio filo alla figura di Marcel Mauss e a tutti i personaggi che hanno orbitato intorno alla sua riflessione. Infatti l’autrice de Il debito del vivente non può che scagliarsi contro chi ha interpretato il capitalismo come attento unicamente ai processi di produzione, di ciò che è utile appunto, tralasciando la finalità senza scopo dei diktat del nostro sistema economico: asserzioni quali il profitto per il profitto e l’autoreferenzialità di un’impresa fine a sè stessa, sarebbero dovuti balzare agli occhi dell’autore del Saggio sul dono. Sembra strano tuttavia, che l’autrice rivolga le sue critiche anche a Georges Bataille. Leggendo infatti la Nozione di dispendio e La parte maledetta, emerge dal contesto come il filosofo francese quando parla di economia ristretta – volta ai processi di acquisizione e produzione, votati all’utile – e di economia generale – che comprende all’interno anche i processi improduttivi, votati al piacere – si riferisca alle interpretazioni manualistiche del nostro sistema economico. Bataille non ha mai voluto negare che esista il dispendio improduttivo nel capitalismo, anzi invita i suoi colleghi appunto a pensarlo, perché il movimento generale dell’universo ci dice che una parte dell’energia impiegata nelle attività di produzione finisce sempre per essere sprecata improduttivamente. Questa è secondo il filosofo francese la parte maledetta di sé che il capitalismo vuole nascondere. Se nelle società pagane la depense era pubblica e tra gli altri poteva dar vita a valori come la generosità, la nobiltà e l’onore; ora la depense si privatizza perdendo i connotati positivi che aveva e mantenendo unicamente quelli negativi. Chiamiamo in causa lo stesso Bataille a sostegno della nostra tesi:
“Tutto ciò che era generoso, orgiastico, smisurato è scomparso: i temi di rivalità che continuano a condizionare l’attività individuale si sviluppano nell’oscurità e assomigliano a eruttazioni vergognose. I rappresentanti della borghesia hanno adottato un comportamento riservato: ora lo sfoggio delle ricchezze si fa privato in conformità a convenzioni cariche di noia, deprimenti”.(Georges Bataille, La parte maledetta preceduto da La nozione di dispendio, Bollati-Boringhieri, 1992 p. 115)
Come non vedere in queste parole quei programmi televisivi dove le celebrità presentano le loro ville da sogno, lasciando allo spettatore solo l’invidia, al contrario delle feste pagane in cui il cittadino partecipava della spesa improduttiva dei ricchi?
Tornando a ciò di cui ci stiamo occupando, Elettra Stimilli arriva a pensare la finalità senza scopo come concetto cardine dell’essere dell’uomo, messo a repentaglio da alcuni attacchi. Già il cristianesimo infatti, dopo le esperienze delle prime comunità, con la nozione di peccato riesce ad investire sull’essenza dell’essere umano. Quell’autofinalità di cui abbiamo parlato con la nozione di colpa e la concessione della grazia, viene imbrigliata in un sistema in cui l’azione non si esaurisce mai, ma viene sempre rimandata al futuro. L’ascesi, in questo senso, agisce sulla capacità dell’uomo, che non possiede un’essenza predefinita, di dar forma alla propria vita. Questi infatti modella “liberamente” la propria vita su alcune regole di condotta, l’adesione alla legge non avviene più, come nell’ebraismo, come risposta a un ordine, ma è improntata sul concetto di fiducia. La stessa che i mercati chiedono ai loro investitori. Si capisce allora come con l’ascesi intramondana, nel capitalismo sia subordinata ai dettami del concetto irrazionale di un’impresa fine a sè a stessa. L’essere dell’uomo viene così trasformato in essere in debito. Se la felicità, come dice Aristotele è la “possibilità di un atto compiuto”, la nostra specie viene destinata all’infelicità dalla propria organizzazione economica: il debito è rimandato continuamente, non viene mai saldato definitivamente. Il capitalismo può essere così interpretato come quella religione cultuale “che assolve a compiti meramente pratici”, perché, come dice Walter Benjamin in quel bellissimo frammento intitolato Il capitalismo come religione riportato per intero nel libro della Stimilli “la trascendenza è caduta (…) ma Dio non è morto, è stato piuttosto incluso nel destino dell’uomo”.
La Stimilli però, non propone come altri prima di lei, di disattivare quella finalità senza scopo che è propria dell’essenza umana, quanto piuttosto di riattivarla come tale, di utilizzare la più grande risorsa dell’uomo, cioè quella di dar forma alla propria vita, in senso positivo, liberandoci una volta per tutte del debito che attanaglia le nostre vite.
Il debito del vivente
Alessandra Iadicicco «Il Foglio» 04-01-2012
Venuti al mondo con un debito pregresso – contratto ricevendo il dono della vita, partecipando a un’energia dispensata gratuitamente come il calore del sole, portando come uno stigma il segno di un difetto, una mancanza, una colpa commessa senza possibilità di scelta né di emendamento – gli esseri umani sarebbero essenzialmente, ontologicamente, fatalmente spinti a colmarlo. Perciò i viventi “in debito” riuscirebbero irresistibilmente inclini a dedicarsi al perseguimento di un profitto, un godimento, un consumo di per sé mai bastevoli a soddisfare la loro inesausta azione e produzione: insufficienti a fornire il senso e il fine di una prassi tesa verso una finalità senza scopo, o a rendere ragione del meccanismo di un’impresa economica che il sempre crescente accumulo di denari, l’acquisizione di utili sempre maggiori non varranno ad arrestare. Studiosa degli intrecci oscuri e paradossali che legano la politica (l’economia) e la religione, autrice di saggi splendenti su “Sovranità e tempo messianico”, sul “Divergente accordo” che intercorre tra l’ebreo Jacob Taubes e il cattolico Carl Schmitt, su “L’ateismo” di Alexandre Kojève, Elettra Stimilli prende qui le mosse dalla classica tesi di Max Weber sull’ascetismo intramondano sotteso allo “Spirito del capitalismo”. E, sviluppando un implicito del testo weberiano apparentemente inattuale, svolgendo un’analisi minuziosa delle caratteristiche dell’esperienza ascetica cristiana, decostruendo filosoficamente “la costrzione teologica del governo del mondo”, rileva il nocciolo duro, irriducibile, impensato se non come finalità senza scopo che, nascosto nel fondo del sistema economico tuttora imperante, ne spiega le derive autodistruttive, la tendenza a un collasso senza ritorno, il rischio di una catastrofe imminente che l’odierna crisi mondiale mostra essere più che una semplice ipotesi teorica.
Il capitalismo è una religione?
Luigi Pirri «vonmises.it» 15-04-2012
Questa domanda potrebbe racchiudere il senso dell’intera riflessione compiuta da Elettra Stimilli nel suo: “Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo” (Quodlibet, 2011); l’intero libro, infatti, è imperniato su una visione autoreferenziale e del tutto autofinalistica della produzione capitalistica, considerata un’impresa irrazionale a sé stante. A questo proposito, la Stimilli richiama la distinzione aristotelica tra poiesis e praxis: mentre col primo concetto si intende l’agire produttivo propriamente detto, il cui risultato è diverso dall’azione stessa in quanto mirante e avente come risultato la realizzazione fattuale di una determinata opera, il secondo inerisce a una finalità senza scopo in cui il fine è proprio l’azione umana stessa, nel libero agire dell’attore:  agire, fine a sé stesso, serve dunque solo a chi agisce per realizzare sé stesso come soggetto individuale o collettivo, e non è mezzo per produrre una cosa esterna. Da qui, l’ulteriore inquadramento, con la lente di ingrandimento foucaltiana, dell’indebitamento moderno, considerato condizione ontologica autofinalistica.

Avvalendosi della teoria weberiana sull’origine del capitalismo e del suo corollario ascetico, l’autrice si sofferma quindi sulla possibilità che il processo capitalistico sia completamente slegato dalle acquisizioni specifiche, configurandosi, invece, come processo “immateriale” cui le masse risultano assoggettate più o meno consciamente, in una continua ricerca dell’impresa senza scopo; un agire irrazionale attraverso il quale il vivente umano si auto-rapporta, autotelicamente, a sé stesso. In quest’ottica, l’utilitarismo liberale classico viene visto come una copertura, una costruzione teorica atta a giustificare attività utili a nessuno, ma quasi mistico-maniacali o comunque semi-patologiche.

Pur rimarcando l’eleganza dello scritto dell’autrice, ci sembra davvero di poter affermare, senza timore di smentita, come l’opera metta in risalto la scarsa conoscenza della scienza economica e delle dinamiche di mercato da parte della Stimilli; vediamo di elencare le problematiche rilevanti del saggio.

Inserendosi nel filone della critica anti-mercato (già parecchio folto a dir la verità), dove, con alternanza ciclica si addossa al capitalismo la colpa di impoverire le masse, poi invece di renderle troppo opulente e consumiste, oppure ancora di sprecare le risorse naturali, l’autrice espone un capo d’accusa nuovo secondo il quale tale sistema sarebbe questa volta responsabile dell’“indebitamento eccessivo” e della “finanziarizzazione” dell’economia.

Orbene, pur rimarcando l’intrinseca imperfezione di un processo sociale spontaneo quale il mercato, composto di esseri umani (e quindi fallibile), bisogna ricordare, e purtroppo non lo si fa spesso, come i grandi problemi odierni siano stati causati proprio da interventi di ampia e costante pianificazione politica, secondo logiche coercitive e quindi anti-mercato o comunque manipolatorie dello stesso.

Per quanto riguarda l’eccessivo indebitamento degli Stati, davvero sembrerebbe assurdo addossarne la responsabilità al capitalismo: l’indebitamento insostenibile è una caratteristica necessaria dell’odierno welfare state, in quanto esso si nutre di promesse di privilegi legali, di opere pubbliche, di elargizione di sussidi (che molto spesso scambia con voti elettorali) che sa di non poter mantenere se non scaricando il peso delle stesse sulle generazioni future, attraverso un ricorso massiccio all’indebitamento e ad un’imposizione fiscale sempre più forte sugli uomini di domani. Tutto ciò, purtroppo, ha molto poco a che fare col mercato; si tratta, infatti, di processi squisitamente politici ed antieconomici supportati da meri interessi corporativi o da logore teorie keynesiane di “sostegno alla domanda”, “effetto moltiplicatore”, “deficit spending”, etc… (come non ricordare. a proposito delle attività senza scopo e puramente irrazionali, le indicazioni di Lord Keynes di scavar buche e riempirle a spese dei contribuenti).

Inoltre oggi assistiamo ad un intervento sempre maggiore degli istituti di pianificazione monetaria nella vita economica dei paesi stessi: esse creano moneta ex nihilo, prestandola a tassi risibili alle banche commerciali; queste ultime, godendo del privilegio della riserva frazionaria, moltiplicano a loro volta tale liquidità iniettando credito sostanzialmente inesistente nell’economia, oppure (come è successo con le operazioni di LTRO odierne) acquistano direttamente altri titoli del debito pubblico  al fine di mettere qualche pezza nel breve periodo, concedendo ulteriore tempo agli apparati statuali, nella speranza che la crisi si risolva, in un modo o nell’altro.

Tali politiche inflazionistiche innestano cicli economici accentuati di crescita e recessione e impediscono la necessaria eliminazione dei malinvestimenti, verificatisi a causa degli errati segnali propagati dal denaro a basso costo (il tasso di interesse, infatti, deve essere sempre collegato alla quantità di risparmi effettivamente esistente, e non modificabile attraverso un puro aumento dell’offerta di moneta). Inoltre esse operano una continua redistribuzione di potere d’acquisto dal ceto produttivo alla classe politico finanziaria che può spendere il denaro “fresco di stampa” (effetto Cantillon), il più delle volte in programmi assistenziali o bellici, prima che il livello dei prezzi salga.

Il monetarismo e il keynesismo, teorie economiche che vanno per la maggiore, neppure considerano l’ipotesi che sia invece il mercato a scegliere la moneta (come è stato l’oro per secoli), la sua quantità in circolazione e il tasso d’interesse. L’unica Scuola oggi ad avere una teoria della moneta e del credito autenticamente di mercato è invece la Scuola Austriaca di Economia, che vanta tra i suoi esponenti personaggi del calibro di Carl Menger, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek (citato dalla stessa autrice nell’introduzione), Murray Rothbard. Più in generale, questa scuola non si pone nei confronti della realtà economica in maniera empirica, pretendendo di applicare alla stessa modelli statistico-matematici astratti, ma si avvale di una logica deduttiva a priori, distinguendosi nettamente dall’impostazione positivista delle altre correnti economiche, pur avendo con esse alcuni punti di contatto.

All’origine del declino delle economie occidentali vi è poi l’arretramento dei diritti di proprietà  davanti a una legislazione statale omnipervasiva. Quando il possesso di qualsiasi mezzo di produzione (perfino di un piccolo pollaio) è sottoposto a regolamenti comunali, leggi regionali, nazionali e norme europee,  a volte tra loro contraddittorie, la proprietà privata viene svuotata di qualsiasi contenuto. Insomma il capitalismo pare un ricordo del passato; e se non è morto del tutto, sta esalando gli ultimi respiri sotto il peso di socialdemocrazie corporative anch’esse destinate a perire, come ogni forma di parassitismo esasperato, assieme all’organismo ospite.

Dopo questo breve excursus, che speriamo sia la base di partenza per ulteriori approfondimenti da parte della Stimilli, soffermiamoci sull’idea centrale del saggio: il capitalismo come religione, il processo economico come meccanismo autofinalistico ed irrazionale.

Qui, restando in tema, sembra davvero esservi molto poco di “fattuale” e tanto di elegante divertissement. Una visione del genere mostra davvero poco rispetto per ciò che, comunque la si veda, resta l’attività umana per eccellenza e un fattore produttivo fondamentale: il lavoro. Senza di esso non vi è produzione, senza produzione non vi è soddisfacimento dei bisogni umani, senza questi ultimi non può esservi vita. Il fatto che l’autrice possa dedicare le sue forze ad una simile opera dimostra quanto siano grandi i privilegi che un sistema basato sulla divisione del lavoro, l’accumulo di capitale e la libertà economica porta con sé. Per certi versi, questa visione rimanda a quella mentalità anticapitalistica cui von Mises dedicò un saggio più di 50 anni fa, nel quale egli individuava l’avversione degli intellettuali al capitalismo come frutto, molto spesso, di invidia, giacché, in questo sistema, essi si sentono meno riveriti e remunerati del dovuto e poco protetti, essendo il capitalismo incentrato sulla competizione e la concorrenza. Si tratta di una mentalità che ha origini antichissime: lo stesso Socrate, il cui tenore di vita era anche frutto della libertà economica e commerciale ateniese, dedicava le sue forze allo svilimento della produzione e del commercio di cui la relativamente libera Atene godeva.

L’aspetto invece “religioso” del liberalismo si può forse rinvenire a nostro parere nella intransigente difesa dell’individuo e dei suoi diritti di proprietà. Chi, ad esempio, affronta un autore come Rothbard, nell’Etica della Libertà, scopre una difesa di tale diritto a dir poco oltranzistica. Questa è fondata sulla ricerca di una morale universale di non – aggressione e quindi su relazioni puramente volontarie che escludano qualsiasi rapporto di imposizione legale non consensuale. È in questo nucleo di assoluto rispetto del prossimo (che può sembrare una versione secolarizzata del cristianesimo) che, per quanto raramente ammesso in modo esplicito, si possono ricercare le fondamenta metafisiche del liberalismo e ancor più del libertarismo contemporaneo. In tale ottica è lo Stato, il  monopolio della violenza, la minaccia alla convivenza civile, un qualcosa da limitare in tutti i modi possibili e immaginabili, lasciando alla società la possibilità di “sbizzarrirsi” e sperimentare forme diverse e spontanee di aggregazione sociale e politica, laddove invece per il socialista e il pianificatore lo Stato stesso rappresenta la proiezione della società stessa (con tutte le conseguenze teoriche e storiche che conosciamo); una sorta di, riprendendo Hegel, incarnazione divina.

In conclusione, l’opera della Stimilli risulta, tutto sommato, godibile, elegante e ben scritta. Peccato  si tratti, però, di una costruzione artificiale che molto poco ha a che fare con la realtà, segnata come è dalla mancanza di una solida teoria economica e dalla presenza di luoghi comuni anti-capitalismo ed anti-mercato che non trovano riscontro fattuale alcuno. Tra i suoi pregi può forse esservi quello di non delineare una pars costruens che viene lasciata all’immaginazione del lettore; e visto che per l’autrice anche un Marx apparterrebbe ai feticisti del potenziale produttivo capitalistico può essere che essa aspiri, invece che alla militarizzazione del lavoro, a una umanità questa volta obbligata a un ozio contemplativo coattivo (sulle cui conseguenze è meglio sorvolare…).
Elettra Stimilli. Il debito del vivente
Marco Tabacchini «doppiozero.com» 12-04-2012
“Non vi fate sedurre: / non esiste ritorno. 
/ Il giorno sta alle porte, 
/ già è qui vento di notte, 
/ altro mattino non verrà”. Per quanto, ormai, qualcosa in più del mero computo di un secolo segni la nostra distanza da esso, il monito di Brecht insiste tenacemente nell’interpellarci, e nel costringerci ad affrontare ciò che di seducente si annida nel potere, ciò che di esso ci cattura senza alcuna costrizione apparente, obbligandoci ad aderire interamente ad esso nel momento stesso in cui lo si accoglie, in cui si dona ad esso il proprio credito, in cui ci si dona con fede.

Attraverso un corpo a corpo con le differenti scritture dei teorici del capitalismo, con i fondatori e i teologi della pratica ascetica, in dialogo con filosofi come Bataille, Benjamin e Agamben, Elettra Stimilli ricostruisce con Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo (Quodlibet, Macerata 2011), quella che si potrebbe definire come la “storia di una seduzione”: la seduzione provata dall’uomo nei confronti di quel potere che procede dall’affermare il proprio sé, la propria verità, nella paradossale libertà offerta dal godimento e dal consumo, elevati così a direttive tanto nel sociale quanto nell’individualità più intima. Lo stretto legame fra economia, gestione della vita e governo dei viventi trova qui il proprio perno di articolazione, secondo il quale affermazione di sé e assoggettamento, condotta di vita e coercizione, costituiscono gli aspetti di un medesimo movimento di privatizzazione – e privazione – delle singole vite: “tecnica privilegiata attraverso cui il soggetto, come tale, si costituisce, dando forma alla sua vita e rendendosi, al tempo stesso, disponibile per una modalità di assoggettamento che non la aggredisca all’esterno, ma miri piuttosto a coincidere capillarmente con essa” (Ivi, 117). Ed è proprio il suo “spontaneo automatismo” (Ivi, 151), l’adesione volontaria ad esso, a costituirne l’aspetto inquietante – o forse, ancora meno che volontaria, semplicemente automatica, inconsapevole, tanto più assoluta quanto più inapparente e confusa con la fiducia o il credo, il credito che si concede ad altrui come a se stessi.

Sostenuta dal montaggio di materiali eterogenei raccolti dai diversi campi della teologia e della storia, della filosofia politica e della scienza economica, la ricerca di Stimilli è attraversata da una tensione anacronistica, la sola in grado di insinuarsi nelle “dinamiche in atto nei modi capitalistici di produzione del nostro tempo, che hanno fatto dell’indebitamento delle singole vite la condizione del loro stesso dominio”. Qui, il movimento più spiccatamente genealogico affronta il contemporaneo attraverso un’interrogazione costante, ostinata, sul rapporto che questo intrattiene con la natura umana stessa. Se la maggior parte delle ricerche interessate a cogliere il nesso tra cristianesimo e economia si sono mostrate in realtà tese a carpire il fantasma dell’originario, a cogliere nel primo i presupposti necessari alla nascita della seconda – e, con essa, dell’impero del mercato, della tirannia del valore dell’utile, quella ricerca dell’utile elevata a valore –, Stimilli recupera meticolosamente non tanto l’originario, bensì l’irrisolto, ciò che di impensato permane e infesta il contemporaneo. E così, tanto i mutamenti dei dogmi cristiani relativi alla grazia, al libero arbitrio, alla lotta fra la carne e lo spirito, quanto il rapporto tra indebitamento e accumulazione o la celebrazione del culto del mercato, si dimostrano altrettanti tentativi di “trovare una forma stabile di dominio per ciò che nell’uomo è, come tale, indomabile” (Ivi, 132). E questo indomabile, questo indisponibile attorno al quale il capitalismo dispone incessantemente le proprie forze (il debito, la colpa), è niente meno che, secondo Stimilli, “una mancanza per eccesso costitutiva dell’essere umano che, come tale, viene riprodotta e, al tempo stesso, neutralizzata” (Ivi, 27).

Non più una presa sui corpi, non più – o non solamente – la facciata violenta della repressione e dell’autorità, bensì la cattura, all’interno della macchina economico-politica, della natura umana in quanto tale. Se il termine biopolitica (concetto foucaultiano dal quale Stimilli prende le mosse per portare al linguaggio l’inquietudine del contemporaneo) possiede ancora una qualche intensità, questa è da ricercare laddove i singoli uomini si scontrano con tutti quei dispositivi che, lungi dall’interessare esclusivamente la mera vita biologica, si prodigano incessantemente per donare a ogni individuo la possibilità di formare e valorizzare la propria vita. Letteralmente fondamentali, in tal senso, risultano le tecniche cristiane di ascesi quali modalità privilegiate per accogliere il disegno divino, l’oikonomia, elevata pertanto a principio direttivo della vita stessa. Ascesi, del resto, non dissimile da quelle forme di esercizi di dominio e imprenditoria del sé riassumibili sotto lo slogan “I am what I am”, chiave di volta della capitalizzazione ipermoderna, attraverso la quale sono le singole vite, secondo un movimento di accumulazione continua, ad essere investite del valore imposto dall’economia.

Interrompere questo movimento diventato ormai frenetico, e spezzare il legame che unisce vita e debito nell’essere-in-debito, riattivando così una forma di agire senza scopo che sfugga alle maglie della macchina economico-politica, è il compito a cui chiama la scrittura di Stimilli. Gesto filosofico e politico a un tempo, “conversione che sconvolge la vita intera, che cambia l’essere di chi la compie” (Ivi, 111). Che sia questo il primo gesto di conversione, di interruzione della capitalizzazione? Del resto, non fu forse lo stesso Bataille, con la negatività senza impiego della sua vita, a testimoniare come la vera dépense non fosse altro che la scrittura, la filosofia?
L'asceta, il debitore
Giuseppe Armogida «Alfabeta2» 19-04-2012
«Esiste un grado di miseria il quale fa dimenticare ogni riguardo e ammutolire ogni sentimento» e «in tal caso sarebbe meglio lasciarsi morire di fame»; tuttavia «possono darsi circostanze che impediscono a uno di fare del proprio corpo l’ancora di sicurezza da buttare in acqua dal relitto di questo mondo», scriveva Georg Büchner in una letteraantologizzata da Walter Benjamin nel suo Uomini tedeschi. Mi sono venute in mente queste lucidissime parole, leggendo l’ultimo saggio di Elettra Stimilli: lo scavo alla ricerca delle radici del debito del vivente, infatti, altro non è che elaborazione ‘loquace’ di una reazione alla crisi economico-sociale che sta investendo l’esistenza di ciascuno di noi.
La scrittura, di per sé, è sempre ‘in debito’ (come ha da tempo chiarito l’antropologa Clarisse Herrenschmidt) nei confronti della vita del passato, ma anche di quella del presente. E l’indagine della Stimilli mostra come tutta la storia della filosofia sia permeata nel profondo dalla consapevolezza che l’uomo è un ‘essere-in-debito’. La struttura portante del discorso è il passaggio dall’«ascesi intramondana» protestante all’agire strumentale del dominio economico, che Max Weber tratteggia nell’Etica protestante. Insegna Weber che la strumentalità dell’azione umana, finalizzata all’individuazione di mezzi per scopi indicati dagli interessi e volti alla ricerca dell’utile individuale, presuppone un agire autotelico, che ha il fine in se stesso, indipendente dall’utilità e dall’interesse del singolo individuo, e che è il motore principale dell’impresa capitalistica.
S’intravede, certo, l’ombra di Aristotele: nella distinzione delle diverse forme di epistème, il filosofo greco aveva descritto la ‘prassi’ (etica e politica) come quel tipo di scienza nella quale - a differenza di quella ‘teoretica’ e di quella ‘poietica’ - non c’è rapporto tra ‘progetto’ e ‘realizzazione del progetto’. L’agire pratico è, cioè, improduttivo, non ha valore in rapporto al fine che deve realizzare perché ha il fine in se stesso. E in un processo che è fine a se stesso ci immettono sia l’agire ascetico che il capitalismo.
L’ascesi - intesa come «autodisciplina» e «controllo metodico dell’esistenza» che differisce la gratificazione immediata - è la condizione che rende possibile, per l’uomo, di investire non sulle singole ‘opere’ e sui loro effetti, ma su una prassi, sulla capacità dell’uomo di dominare razionalmente il mondo, che non ha altro fine se non in sé. Tale ‘condotta di vita’ è il modo attraverso cui la vita umana, a partire dalla capacità distruttiva che le appartiene, trova la possibilità di ricrearsi continuamente e di autosussistere (secondo una lettura che coniuga il Nietzsche di Deleuze con il Freud dell’Al di là del principio di piacere). A questa pratica religiosa è strettamente connessa la struttura capitalistica, che si basa sul differimento dei bisogni e sull’accumulazione di ricchezza al fine di investire e produrre sempre maggiore ricchezza. Come appunta il giovane Benjamin nel 1921, «il capitalismo è la celebrazione di un culto sans rêve et sans merci»: nelle forme capitalistiche di produzione, la soddisfazione dei bisogni finisce per identificarsi con una forma di indebitamento fine a se stesso, secondo una logica del puro dispendio.
In questa ricerca filosofica, che intreccia economia e patristica, antropologia e teologia, la Stimilli fa affiorare la condizione d’insolvenza incolmabile, di debito e colpa strutturale, in cui l’essere umano si trova. La sua analisi vuole essere una «lettura del presente», in cui impera una «forma estrema di godimento e di consumo», che «non si contenta d’altro che di sé e, come tale, non è volta alla soddisfazione di bisogni, né tanto meno mira a dilazionarne il soddisfacimento in vista di un maggiore profitto, ma presuppone una sorta di costante esercizio» in grado di alimentarla. Il finale del saggio lascia sottesa la domanda: come praticare l’ascetismo in questo scenario? Aggiungo: è necessario praticarlo? E sebbene la Stimilli indichi una possibile via riprendendo le riflessioni sull’ascesi come «tecnica di vita» dell’ 'ultimo’ Foucault, la domanda non può che restare aperta, dato che ciò su cui verte è proprio ‘questo’ nostro tempo, ‘questa’ nostra storia, e nella risposta ne va, quindi, di noi e della nostra vita.
In un panorama come quello moderno, dominato da un servilismo idolatrico nei confronti della tecnica e dell'economia, riscoprire il ruolo dell’asceta è sicuramente un punto di partenza. Già il Nirvana di Schopenhauer (grande assente nel saggio!) si configurava come capacità di astenersi e ‘progettare’ il godimento. Ma l’ascesi deve ricondurre alla vita. L’asceta, certo, è colui che pratica la solitudine, non fuggendo dal mondo e non rimanendone neanche catturato, ma è anche colui che, seguendo la Regola, ascolta gli altri: comprende se stesso e il mondo. E comprendere il mondo significa comprenderne il sistema di contraddizioni che lo costituiscono. In questo sistema si
colloca anche il Politico. Ma in Italia, almeno da una generazione, la politica è assente e lo Stato si trova privo di un orientamento, di una direzione. Nel capitalismo, certo, la crisi è fisiologica, perché il capitalismo è rivoluzione permanente. Ma è necessario che il governo di uno Stato adotti delle regole per affrontare e superare la crisi. La mancanza della politica lascia spazio al gioco della finanza speculativa, che oggi decide del debito pubblico degli Stati. I mercati finanziari, spesso poco trasparenti, privi di una regolamentazione e, perciò, fuori da ogni controllo, tolgono, spesso, la ‘fiducia’ agli Stati declassandoli e la politica statale si sforza – non sempre con esito positivo − per riottenere la ‘fiducia’ persa. Ed è proprio la ‘fede’, secondo Weber, ciò che dona legittimità al potere economico o governamentale che sia. Ma se tale ‘fede’ nei mercati venisse messa in dubbio e, addirittura, mancasse?
Genealogia del capitalismo oltre Max Weber
Gabriele Guerra «Reset» 30-01-2012
A partire dalla famosa e fortunata tesi di Max Weber sul nesso inestricabile che lega ascesi e «spirito del capitalismo», si sono sviluppate molte e diverse riflessioni circa la natura «religiosa» del capitalismo. La tesi dominante, quella che tutti noi bene o male conosciamo - o meglio, che etichetta sociologicamente lo studio weberiano sino a farne un assioma indimostrato e indimostrabile - è che lo spirito capitalista par excellence, quello che per intenderci
dominava le azioni e i pensieri dei grandi capitalisti storici di quell'epoca, dai Buddenbrook ai Krupp, costituisse una derivazione diretta delle idee religiose - segnatamente, di quelle calviniste - che avevano contraddistinto la nascita della modernità tra XVI e XVII secolo.
Uno dei meriti - tra i tanti che si dovrebbero ricordare - di questo libro di Elettra Stimilli è di ritornare alla radice di questo assioma storiografico e culturale, rileggerlo coo occhi nuovi e ritrovarvi nuove direttrici di analisi e di ricerca. Sottesa cioè a questo assioma era ed è l'idea che la sfera religiosa si fosse camuffata, modificata e infine scomparsa in quella economica - che in tal modo risultava la «nuova religione» del Moderno, assunta apoditticamente come un articolo di fede. L'autrice invece ritorna per così dire alle origini
del paradigma weberiano, indagando «la prima esperienza cristiana nella sua singolarità, cercando di delineare in essa la peculiarità di una formulazione economica della vita che può contribuire alla comprensione di alcuni fenomeni specificamente economici, oltre che a una loro differente riattivazione» (p. 94). E questa citazione è particolarmente importante, non solo perché racchiude le direttrici analitiche e argomeotative di Stimilli riguardo al nesso capitalismo-religione, o più specificamente a quello tra ascetismo cd economia, ma perché contiene una parola chiave - riattivazione - utilissima per comprendere l'intenzione più generale del volume: cioè quella di riattivare un dispositivo ermeneutico che è anche, beninteso, una preziosa indicazione per l'oggi, in termini storici, filosofici, politici. Tale dispositivo ermeneutico è alla base del nesso tra ascetismo ed economia - appunto e l'autrice lo chiama «finalità senza scopo».
Che è poi quello che domina esattamente il paesaggio politico-economico odierno: organizzato secondo il criterio di «una forma perpetua di indebitamento» dell'uomo che, in quanto «vivente senza finalità estrinseche biologicamente determinate», si trova perennemente esposto alla condizione di «essere-in-debito». In tal modo «la sua esistenza viene trasformata to una mancanza, un vuoto incolmabile e, proprio per questo, continuamente da riprodurre, più che da riempire. Questo è il presupposto per l'asservimento che attraverso di essi si realizza» (p. 26). E sotto gli occhi di tutti il fatto che questa descrizione della condizione umana non è (solo) frutto di una raffinata analisi filosofica, ma prodotto di una condizione precisa e precisamente siruabile, tra Goldmann-Sachs e la Bce, che ci riguarda drammaticamente tutti.
Attraverso quindi un apparato argomentativo che va da Marx a Foucault, da Walter Benjamin (autore di un frammento noto come Capitalismo come religione, centrale in questo libro e oggetto di una raffinata e dettagliata analisi dell'autrice) a Max Weber, dai padri del deserto siriaci ed egizi dei primi secoli del cristianesimo alla letteratura monacale medievale, in particolare quella francescana (cui Stimilli dedica un'analisi illuminante, utile anche a depurarne l'immagine da una certa retorica «rivoluzionaria» che alcuni studi più o meno recenti le hanno, sostanzialmente in maniera indebita, attribuita, e volta invece a leggere nella «povertà» francescana piuttosto un dispositivo attivo della contemplazione e della rinuncia al possesso dei beni, ma non al loro uso), l'autrice realizza un percorso avvincente e convincente, che illustra dettagliatamente di che natura sia l'«intimo rapporto» - come lo definisce - tra economia capitalistica ed esperienza religiosa; un rapporto in cui i singoli elementi - capitalismo e ascesi - si compenetrano assumendo così un senso nuovo e ancora impensato.
Giacché la questione vera alla base di questo libro è proprio la connessione inestricabile di religione e economia lette per così dire nell'esercizio delle loro funzioni, ovvero nel governo concreto e spirituale delle esistenze degli uomini. Si tratta insomma di ripensare il nesso tra vita e potere, centrale in tanta riflessione filosofica attuale (da Foucault a Zizek, da Toni Negri ad Agamben), ma qui riletto secondo lenti diverse, secondo un paradigma del religioso maggiormente delineato: «la pratica ascetica risulta [...], in questo senso, un esercizio del potere; non solo, pero, un potere sulla mera conservazione biologica, quanto piuttosto sulla stessa capacità dell'uomo di dar forma alla vita» (p.229).
In tal modo Stimilli realizza un doppio guadagno: mostrare come, all'interno della pratica ascetica, non si tratti tanto di una fuga dal mondo genericamente intesa, quanto piuttosto di una riattivazione «forte» della vita - proprio perché è una pratica intenzionata a dare nuove forme all'esistenza; al contempo rileggere il nesso con la sfera economica non a partire da un «semplice> nascondimento del religioso nel capitale, quanto piuttosto, per così dire, dal rivelamento delle pratiche capitalistiche dentro quelle ascetiche, anche quelle più radicali (che in tal modo risultano caricate di valenze nuove, altrettanto ma diversamente radicali). Elettra Stimilli ci indica così vie e procedure di riarticolazione - o meglio, di riattivazione - di tali procedure su basi nuove, che incontrano fatalmente l'oggi e la nostra attuale esistenza.
Conclude infatti l'autrice: «in gioco è la possibilità di riattivare, sempre e con modalità differenti, la stessa finalità senza scopo che inerisce alla prassi umana e che, se non viene inglobata in un meccanismo vuoto e fine a se stesso […] può coincidere con la sua capacità innovativa e di cambiamento» (p.273). Una capacità di cambiamento, insomma, che si emancipi dal senso immantinente all'esistenza umana di essere permanentemente in debito, e trovi la strada finalmente per allontanarsi dall'impresa fine a se stessa, i cui danni sono sotto gli occhi di tutti.
Crisi finanziaria, crisi sistemico-politica, crisi etica
Elio Matassi «inschibboleth.org» 28-04-2012
La crisi che attraversa nella contemporaneità tutto l’Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa e che rischia di devastare paesi più deboli quali l’Italia e la Grecia, impone una meditazione di largo respiro. Proprio in questi giorni ho letto pagine veramente convincenti in proposito in uno scritto di una giovane studiosa, Elettra Stimilli, che titola in maniera significativa e, nel contempo, provocatoria, la sua ricerca, “Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo”, (Quodlibet, Macerata, 2011). Questo studio attraverso la mediazione delle fondamentali ricerche di M. Hudson, “Super Imperialism. The Origin and Fundamentals of  U.S. World Dominance”, London, Pluto Press, 2003, arriva a conclusion largamente condivisibili. Quando il testo ricordato recita: “…la finanza non è solo consustanziale alla produzione di beni e servizi, e quindi al mondo del lavoro in senso classico; attraverso il massiccio dirottamento del risparmio delle economie domestiche sui titoli azionari, si è piuttosto operata la piena sussunzione della vita di ognuno al mondo finanziario, che è precisamente ciò che ha reso possibile la conseguente trasfigurazione dell’indebitamento privato a  motore dell’economia mondiale”. (p. 78), finisce col delineare una prospettiva storico – teorica che ‘Inschibboleth’ ha già portato avanti da alcuni anni e che oggi viene ampiamente riconosciuta dagli opinionisti e dai filosofi politici contemporanei più accreditati (si legga in proposito un saggio molto perspicuo di Roberto Esposito, uscito su ‘La Repubblica’ nel corso dell’estate).
Quello che ormai sta diventando sempre più evidente e che sta espropriando non solo la vita delle democrazie liberali – rappresentative dell’Occidente ma la vita di ciascuno di noi sta nella radicalizzazione operata dal super capitalismo finanziario; con i termini stessi del volume prima ricordato di Elettra Stimilli: “…gli azzardi del capitale non sono più stati separati nella forma del rischio imprenditoriale per l’innovazione, bensì, individualizzati, hanno coinciso con gli stessi rischi dei risparmiatori. La finanziarizzazione è, così, entrata propriamente nella vita di ognuno. E questo non solo nella forma del risparmio, del reddito futuro e della pensione; ma, quanto più si è acuita la sussunzione della vita alla finanza, tanto più la trasformazione dei rapporti sociali ha teso a favorire la concentrazione del rischio finanziario tra i più deboli, persino tra quelli che i risparmi non c’è l’hanno proprio. Che il rischio finanziario venga concentrato nelle fasce più povere della popolazione, è segno del fatto che la finanziarizzazione dell’economia funziona proprio sulla base dell’inclusione della stessa vita nella creazione del valore. Si tratta di un modello fortemente instabile, che si nutre della sua stessa instabilità”. (p. 79).
Sono affermazioni che si possono sottoscrivere completamente e che, dopo la fase della salvezza e della ricostruzione nazionale, non potranno non porre il problema del modello di sviluppo da costruire nel futuro e da rendere immune da tale costitutiva “instabilità”. 
Benvenute crisi: finalmente l’uomo tornerà “vivo” Dal kaos al kosmos, tagliamo lo spread delle idee
Francesco De Palo «Il Futurista» 02-06-2012

Il debito delle società non è solo finanziario, a nelle anime.

Lasciamo che la crisi e le crisi facciano spurgare le tossine di società e governi, solo così sarà possibile ripartire, ripulire le anime dai detriti che le inquinano e tentare di riportare la barra dal kaos al kosmos. Un dato diffuso e ampiamente metabolizzato nella liquida postmodernità è quello relativo al fatto che la rinuncia ad alcune delle libertà individuali per la conservazione della vita vada valutata come all’origine della costituzione dello stato nazionale attuale. Infatti si ricercava e si trova¬va nella società moderna una sorta di moneta-premio, a compensazione della cosiddetta repressione subita. Uno status che oggi sembra non rispondere più a esigenze ed aspettative: non rientrano più come ammoniva Freud all’interno delle rinunce, ma al contrario le criticità sociali derivano dall’eccessivo appagamento. Uno spunto che è viene approfondito ne Il debito del vivente di Elettra Stimilli (ed. Quodlibet) in cui si fa riferimento all’espressione usata da Jacques Lagan a proposito del «discorso del capitalista». Ovvero ragionare in quel recinto globalizzante e a latitudini sociali estremamente diffuse all’interno del quale il potere ha assunto le sembianze e le fattezze dell’economia. E solo di quella, senza altro spazio, ad esempio, per quel fattore umano a cui in molti, solo oggi, si ricordano di fare nuovamente riferimento. Il pamphlet sottolinea che il presup¬posto dell’accumulazione del profitto oggi non è più individuabile nella rinuncia di un qualcosa, ma nella spinta compulsiva al godimento, al consumo senza limiti, all’esasperazione dell’avere incondizionato, alla sfrontatezza del chiedere più che del dare.
Atteggimenti, in serie, che non rappresentano solo la causa dell’impoverimento del singolo individuo, causando¬ne deficienze, insofferenze sociali (come le miriadi di casi di anoressia, bulimia, crisi di panico, insicurezze, depressioni), bensì minano anche il tessuto terrestre dove l’uomo vive e si riproduce. Con i danni ambientali noti, con il binomio spreco-inquinamento che si staglia, minaccioso, con altrettanta gravità sulla società.
È dunque questo, senza timori e tentennamenti, il momento in cui guardarsi in faccia e annullare rendite di posizioni mentali di ieri, che oggi non servono a nulla se non a ritardare quel rinasci¬mento dei costumi, dei pensieri e delle esistenza senza il quale la figura umana non avrà un domani.
Perché qui non è in gioco soltanto il nodo ancestrale del potere, o dei governi, o dei circuiti di supremazia economica, come ad esempio gli spunti di Foucault ci hanno insegnato fino ad oggi. Ma si sta giocando una partita diversa che riguarda il posizionamento dell’uomo nello scacchiera attuale e soprattutto futuro. L’uomo insomma deve decidere, e alla svelta, che ruolo intende svolgere di qui fino alla caratterizzazione del dopo post-modernità. In molti per la verità stanno lanciando l’allarme, relativamente a luoghi di aggregazione, allo strumento dei social network, alla comprensione baumaniana di come senza condivisione non ci sarà futuro per nessuno, né uomo, né conio, né animale, né oggetto. Per questo si rende imprescindibile aprire un’analisi seria e franca sulla rivalutazione del percorso umano, su carni e su ossa che si muovono dopo un pensiero. E non che eseguono meccanicamente gli ordini del pifferaio di turno, fino a cadere dal precipizio del nulla.

Sempre di più
Giuliano Milani «Internazionale» 29-06-2012
Da qualche tempo si è ricominciato a scrivere parecchio sul capitalismo. Il fatto non stupisce visto che, in Europa e non solo, stiamo provando sulla nostra pelle quanto il sistema economico in cui viviamo sia connesso alla nostra infelicità. Per questo, sono molti a cercare di capire quando questo sistema è cominciato, come abbia assunto le caratteristiche che oggi ci fanno soffrire e quale sia il punto su cui bisognerebbe intervenire.
Secondo la serrata analisi filosofica di Elettra Stimilli oggi il capitalismo mostra meglio che in passato il suo carattere di “finalità senza scopo”, di pratica che non si giustifica nel raggiungimento di altri fini (l’arricchimento, la produzione), ma solo in se stessa. Per questo il capitalismo è strettamente imparentato con l’ascesi cristiana, non solo protestante, ed è anzi, come aveva intuito Walter Benjamin, la potente forma che la religione ha assunto nel nostro tempo, presentando l’uomo come un “essere in debito” e privandolo così della possibilità di liberarsi che invece gli appartiene.
Per uscire dall’impasse, più che vagheggiare la prospettiva anti-utilitaristica teorizzata dagli ideologi della decrescita o rimpiangere un tempo “inoperoso” realizzato in passato, occorre riflettere autonomamente su ciò che dobbiamo agli altri e disinnescare dall’interno, giorno per giorno, il meccanismo che ci tiene prigionieri.
Il debito del vivente
Dario Gentili «Lettera internazionale» 30-10-2012
E se la crisi del debito sovrano degli Stati, quella stessa che sta oggi facendo traballare le già incerte fondamenta dell'Europa, non fosse governabile né da Bruxelles né da Francoforte? O meglio: e se questa crisi non fosse riconducibile in prima istanza a una concezione dell’economia i cui dispositivi sono governabili dalla “tecnica” economica? Ne siamo diventati consapevoli: il “debito pubblico” degli Stati è strettamente intrecciato con il “debito provato”. Come se il “paradigma economico” non dominasse solo la politica europea, occidentale e globale, ma anche la vita dei singoli. È dalla collocazione di tali questioni in un rizzonte più ampio, più complesso e al contempo più originario che prende le mosse il libro di Elettra Stimilli, Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo.
Come suggerisce il sottotitolo del libro, Ascesi e capitalismo, la disamina di Stimilli parte da uno dei luoghi più "classici" dell’interrogazione delle origini del capitalismo: l'Etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber la cui interpretazione più diffusa sostiene che lo spinto del capitalismo si sia configurato sulla scorta dell'etica protestante, quella calvinista in particolare, che avrebbe richiesto il sacrificio e la rinuncia del soddisfacimento immediato dei bisogni, differendo e dilazionando il godimento dei beni in un futuro indeterminato - condizione, questa, per l’“accumulazione" capitalistica. Ebbene, Stimilli corregge, se non proprio rovescia, questa interpretazione, sostenendo che I'attualità dell'analisi weberiana - da più parti contestata alla luce dell'affermazione e dell'avanzata del capitalismo in culture altre come quelle orientali consiste invece nelI'aver individuato nella messa a profitto del carattere di "autofinalità" dell'agire umano il gesto originario del dispositivo capitalista. Ciò che infatti distingue il vivente umano dagli altri viventi è un agire che non è finalizzato al conseguimento di scopi e bisogni determinati, ma ha in sé il proprio fine. La pratica ascetica è, dunque, sì fondamentale all'interpretazione dello spirito capitalistico, ma non in quanto caratterizzata dalla rinuncia, ma perché l'autodisciplina che impone converte tale qualità propriamente umana in una "mancanza": in un "debito". Un debito, tuttavia, impossibile da estinguere; una colpa impossibile da perdonare. Attraverso un itinerario teorico che tocca autori e correnti di pensiero in apparenza tra i più diversi e disparati, si giunge a svelare che il capitale a essere in origine accumulato è proprio il "capitale umano". Ecco che tale disciplinamento della capacita umana di agire senza uno scopo corrisponde a una forma di dipendenza liberamente assunta, in seguito mascherata abilmente sotto le sembianze dell’“imprenditore di sé".
L’imprenditore di sé non fa della propria vita una fonte di ricchezza, ma, al contrario, non fa che accrescere quel debito che deriva dalla sua incapacità di trovare uno scopo alla propria attività. Un consumismo improduttivo e fine a se stesso è quindi l'esito più coerente e logico di questa illogica e irrazionale impresa. Tale "consumare per consumare" - che rappresenta oggi più che mai il motore dell'economia capitalistica – dimostra inequivocabilmente come non sia l'utile a costituirne il principio. ma il suo contrario: quell’inutile che accresce un debito. da quello degli Stati a quello dei singoli. costitutivamente inestinguibile. Si potrebbe sostenere con Stimilli che il segreto dell’economia capitalistica è tutt’altro che di natura economica e tantomeno è appannaggio di tecnici, ma è custodito nell’antropologia e nell'ontologia del vivente umano. E allora ciò che l'economia capitalistica ha convertito in debito - aderendo fino all’indistinzione con forme tradizionalmente religiose – altro non è che la nostra ricchezza e la nostra potenzialità più proprie.
In tempi di ascesi
Augusto Illuminati «Filosofia politica» 01-12-2012
Elettra Stimilli rilegge Max Weber. E lo fa, insolitamente, passando attraverso un Bataille molto ortodosso. Arriva a concluderne che l’accumulazione intensiva capitalistica esplica un tratto umano generico, l’aristotelica attiva prâxis più che la fabbrile poíesis. Ma andiamo con ordine. Per Bataille Weber è il teorico di un passaggio dal cattolicesimo delle opere efficaci al calvinismo della grazia incondizionata. La validità sovrannaturale della svolta “gratuita” e l’ascesi intramondana del capitalista tagliano di netto con la strumentalità del rapporto mezzi-fini e abbandonano l’economia a una logica utilitaria pura, dopo che la glorificazione di Dio viene fatta passare attraverso la negazione di ogni cattolica gloria esteriore, la santificazione di Dio attraverso la desacralizzazione della vita umana e la consacrazione dell’uomo ad attività senza gloria, economicamente utili appunto. Alla dispendiosa mediazione cattolica subentra il reinvestimento del profitto in ulteriori iniziative, al consumo opulento e improduttivo succede l’accumulazione per l’accumulazione.
L’autofinalità del profitto scisso dal godimento, più che manifestare un impulso acquisitivo, viene portata a testimonianza della capacità dell’uomo di rapportarsi a se stesso senza uno scopo predeterminato –senza tacerne il risvolto di impresa autodistruttiva. Se in un primo tempo Bataille aveva visto nella secolarizzazione weberiana il momento in cui la ragione strumentale e utilitaria si autonomizza da qualsiasi forma di trascendenza munifica, in un’ulteriore riflessione la produzione sganciata dal consumo reificante e dal soddisfacimento (pur dilazionato) dei bisogni si fa in-utile, riattingendo la sfera del sacro, che a volte si confonde con quella della vita animale –entrambe e diversamente vertenti su un non-sapere. La distruzione improduttiva –bizzarra parafrasi, in Teoria della religione, della distruzione creatrice schumpeteriana ma del pari effetto imprevisto dell’ipertrofica produzione di mezzi di produzione– finisce per ritrovare distintamente la notte dell’animale intimo al mondo. Quando la produzione non sa più che farsene dei propri prodotti, la sovranità della servitù (l’ordine delle cose) si capovolge in sovrana coscienza di sé. Il mondo che si apre al di là dell’utile calcolabile è, come per Kojève, quello omogeneo, striato da gioco e ritualità, che sopravvive alla fine della storia, la post-histoire.
 L’ascesi intramondana rimanda, per Stimilli, alla costituzione autotelica e autoreferenziale dell’uomo, al fatto cioè che egli sorpassa ogni fine limitato, ogni godimento concreto assorbito nella ripetizione compulsiva, decodificando e ristrutturando il desiderio. Eremita e moderno capitalista convergono (molte pagine sono dedicate all’ascetismo cristiano), ma in ciò conviene anche il flessibile precario che investe nella produzione la sua stessa vita: l’uomo quale essere in debito è una forma di capitale, ognuno è imprenditore di sé. Il debito e la colpa (in tedesco un unico termine, Schuld) bollano come mancanza da colmare quell’eccesso costitutivo dell’essere umano che contrassegna la prâxis rispetto alla poíesis. La logica del debito, che sta alla base dell’accumulazione capitalistica e della genesi della morale, Marx e Nietzsche, esprime e comprime quell’eccedenza come deficit.
Per cogliere però la logica economica del debito non ci si può limitare a una deduzione dalla natura umana o a una genealogia della morale (di cui invece è importante osservare la complementarità), occorre bensì comprendere il salto indotto nel capitalismo dalla finanziarizzazione. Osserva Christian Marazzi (sul Manifesto del 3.12.2011) che «il neo-liberalismo si invera nella sua essenza di fabbrica dell'uomo indebitato. L'imprenditore di se stesso produce il suo debito che ora lo disciplina attraverso un dispositivo di colpevolizzazione. Del resto, qui c'è anche un inveramento, o uno svelamento, dell'essenza del denaro: il denaro è debito, la finanziarizzazione del capitale ci ha trasformati tutti in soggetti debitori, e il valore viene prodotto in negativo, da una macchina depressiva». Il capitalismo finanziario globalizza l'imperialismo attraverso la trappola dell'indebitamento pubblico e privato, per realizzare il plusvalore estratto dal lavoro vivo. Il debito, nel nuovo schema imperiale, è la faccia monetaria del plusvalore, dello sfruttamento universale della forza-lavoro. Con il che si diffonde un nuovo dibattito che chiama in causa  il diritto di insolvenza e alimenta pratiche correlative.
Aggiungiamo che nella dimensione del conflitto strategico fra attori finanziari è in gioco prima il potere e solo in seconda battuta la razionalità economica, l’efficienza nel conseguire profitto. Lo spirito della guerra permea sino in fondo l’ordinaria concorrenza e le “irrazionali” manovre speculative sono espedienti assai razionali per estorcere plusvalore dal 99% e ripartirlo all’interno dell’1% (magari le proporzioni saranno 95 e 5). La versatilità della natura umana è impiegata per sfruttare la flessibilità della forza-lavoro e per trasferire l’astratto del valore dalla fabbrica alla sfera finanziaria, mezzo dei mezzi e dunque fine dei fini. Il comune virtuale si fa crowdsourcing, l’onnilateralità del bios supporta lo sfruttamento bio-politico, la carenza istintuale diventa debito, la neotenia prolunga la precarietà generazionale. Tutte le precedenti figure soggettive dell’epica capitalista – fossero i creativi o i manager di se stessi, come ha osservato M. Lazzarato – precipitano nell’uomo debitore. Tutti diventano colpevoli, come un tempo lo erano i soli poveri. A partire da questi processi e dalle resistenze ad essi ridefiniamo la natura umana, non viceversa. Come, a suo tempo, l’opus indiscretae imaginis era un artefatto di Pico e della cultura umanistico-rinascimentale, non un dato originario appena scoperto: un artefatto, beninteso, poggiante su possibilità intrinseche di uno stadio evolutivo dell’uomo. Un’entità bifronte, che discrimina e gerarchizza all’interno della moltitudine, che disciplina e sovverte, secondo gli usi.
A giusto titolo pertanto la Stimilli suggerisce di studiare come invertire, mediante contro-condotte (in luogo del termine foucaultiano l’autrice preferisce parlare di «riattivazione di modalità differenti»), il moto che porta dalla finalità senza scopo a un fine in sé astratto, che neutralizza le pur inerenti potenzialità. Spingiamo più avanti il ragionamento. La decostruzione di ogni ideologia sacrificale della razionalità ci appare, in tal caso, la prima mossa per spezzare la logica asservente del debito sui due versanti in cui si sdoppia: l’obbligazione costituente la sovranità (obbedienza alla legge come fondamento di socialità) e l’impegno morale verso un trascendente rivelato o categorico. L’oggettività del governo tecnico (che in Italia secolarizza, con avvertibili tracce confessionali, la potenza divina, di cui Berlusconi offriva una parodia bionica) scherma l’irresistibile comando della finanza globale adattandola al territorio e svuotando non rimpiante sovranità nazionale e modalità di rappresentanza liberale.
Bataille opponeva l’uomo sovrano e dissipatore all’uomo asservito del lavoro e del debito –un’inversione nietzschiana della dialettica Signore-Servo desunta dalla Fenomenologia hegeliana versione Kojève. Beninteso, il concetto bataillano di “sovrano” non coincide affatto con la corrente nozione del diritto pubblico internazionale, come è messo in chiaro in apertura del suo libro postumo e incompiuto La sovranità, piuttosto le si contrappone.  L’ideologia del debito (in simmetria “servile” alla dépense sovrana) accede oggi a un uso pratico, quando la governance post-sovrana si costruisce intorno alla gestione del debito pubblico, manipolandolo per instaurare un regime di sfruttamento biopolitico neoliberista, la Big Society. Ciò si articola sui due piani complementari dello smantellamento delle politiche sociali keynesiane e della compressione dei salari e dei trasferimenti, per l’aspetto economico, della colpevolizzazione penitenziale dei sudditi-soggetti ai sacrifici, per quello ideologico. Si attenua l’obbligo di obbedienza integrale al sovrano (la  teologia monoteista secolarizzata fra Hobbes e Schmitt ),  ma l’effettualità del debito e l’auspicata austerità consensuale ne ripropongono la radice materiale, da lungo obliata nella sublimazione giuridico-costituzionale. Si doveva obbedienza al sovrano così come si doveva restituire il debito al creditore, sotto minaccia di sanzioni corporali. Oggi si è vincolati di nuovo direttamente al debito (privato con le banche e sotto forma di quota del debito nazionale), dal momento che il potere finanziario e la governance che lo esprime hanno sostituito la sovranità nazionale e (in via tendenziale) il suo monopolio della violenza e della produzione giuridica.
Si è parlato in alcuni casi di dittatura commissaria (Balibar), ma forse è ancor più pregnante osservare che tali interventi non hanno più neppure un carattere di sospensione del diritto, configurano anzi una cascata di “eccezioni” più che uno “stato d’eccezione” nel senso schmittiano .  Il governo tecnico surroga sistemicamente con l’oggettività del mercato l’universalità del diritto, comincia ad aggiustare la forma costituzionale alla costituzione materiale neoliberista e al comando sovranazionale. Il caso greco è drammaticamente esemplare nella violazione delle abitudini di formale non interferenza internazionale e di ossequio alle espressioni della volontà popolare. A questo punto le contro-condotte prima ipotizzate per invertire l’impazzimento dell’autofinalità inerente alla prâxis umana entrano in risonanza con i dilemmi posti dalla crisi e dagli effetti recessivi e spoliatori dell’austerità raccomandata come sua cura. La negoziazione dei rapporti di forza e degli stessi assetti costituzionali si fa allora problema tanto teorico quanto politico.
La nuova lotta di classe dell'uomo indebitato
Gad Lerner «La Repubblica» 15-05-2013
La filosofa Elettra Stimilli (Il debito del vivente, Quodlibet) individua le radici culturali di tale condizione nella natura stessa del capitalismo. Cita Walter Benjamin che nel pieno della crisi della Repubblica di Weimar, travolta dai debiti di guerra, additava il capitalismo come la più estrema delle religioni: “Il capitalismo è il primo caso di un culto che non redime il peccato, ma genera colpa… Un’enorme coscienza della colpa, che non sa rimettere i propri debiti”. E’ ben noto che in tedesco la parola schuld si adopera ugualmente per dire debito e per dire colpa. Poco importa processare a ritroso il ricorso capitalistico all’economia del debito nel corso della sua storia. Resta il fatto che al giorno d’oggi l’uomo indebitato è una figura sociale talmente generalizzata da farci dubitare che accetti di sentirsi colpevole ancora a lungo. Nel frattempo il debito pubblico italiano ha raggiunto a marzo la cifra record di 2.034.725 miliardi di euro.
2011
Quodlibet
120x180
ISBN 9788874623877
pp. 304
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