Spazi del welfare
Spazi del welfare
Esperienze Luoghi Pratiche
Stefano Munarin, Maria Chiara Tosi, con Cristina Renzoni, Michela Pace

Il volume è frutto di una ricerca collettiva sulle relazioni tra politiche di welfare state e città, sui modi in cui l’articolazione spaziale della città contribuisce o meno al benessere dei suoi abitanti. Muovendosi attraverso un duplice piano interrelato – il primo attinente alla sfera della progettualità economico-politica, il secondo a quella urbanistico-architettonica – da un lato si è cercato di chiarire il concetto di “spazio del welfare” e verificarne l’operatività, dall’altro si è messa al centro la ricostruzione critica di progetti e politiche di welfare per il comune di Venezia ed altre aree del Nord-Est come occasione per osservare da vicino quell’importante patrimonio di attrezzature urbane che caratterizza la città europea. L'ambizione è quella di mostrare come il concetto di welfare riprenda senso e vigore, dunque applicabilità, se ripensato esplicitamente in funzione degli spazi urbani, contribuendo ad affinare categorie e strumenti di intervento sulla città contemporanea.

Officina Welfare Space è un gruppo di ricerca dell’Università Iuav di Venezia che indaga le ricadute delle politiche di welfare sulla città e il territorio.
Coordinato da Stefano Munarin e Maria Chiara Tosi con Cristina Renzoni, Michela Pace, Ruben Baiocco e numerosi studenti e laureandi, Officina Welfare Space è un laboratorio di indagine teorica e operativa sulle risposte urbane a domande di benessere collettivo. Fra le pubblicazioni di Munarin e Tosi ricordiamo il volume curato da entrambi Tracce di città, Franco Angeli, Milano 2001. Tutti si sono formati a Venezia con Bernardo Secchi, che firma la postfazione al volume. 

Recensioni 
Carlo Magnani «Il Giornale dell'Architettura» 20-03-2012
Gabriele Pasqui «Archivio di Studi Urbani e Regionali» 19-10-2012
Francesca Cognetti «Territorio» 30-10-2012
 
Adesso giochiamo in luoghi sicuri
Carlo Magnani «Il Giornale dell'Architettura» 20-03-2012

 Una ricerca collettiva sulle relazioni tra politiche di welfare state e città.

Si giocava in strada o in spazi senza una precisa destinazione d’uso, a nascondino, a calcio, a bocce o altro ancora. E ogni caduta su terreni aspri erano dolori. Ricordi simili appartengono a città che non ci sono quasi più, occultate da un ordine tassonomico-giuridico dello spazio che non ammette imprecisioni. Anche la socialità si è ritirata, confinata in «luoghi sicuri», adatti allo scopo, ritualizzandosi sovente all’interno dell’universo consumistico. La stessa nozione di welfare ha perso i suoi connotati utopici per essere assorbita in quella più generica di «servizi» e per ciò «tariffabili», attività economiche, quindi privatizzabili. Questo volume dà pensiero a uno scarto possibile rispetto alla trionfante ideologia economicistico-monetarista. Apparentemente propone questioni antiche: un’indagine delle relazioni fra pratiche sociali e qualità degli spazi urbani. Terreno scivoloso per urbanisti e architetti affetti da volontà di potenza, ma l’approccio è diverso, attento ai fenomeni, capace di descrivere la povertà della città modernista senza facili nostalgie, cercando anzi con ostinazione le tracce di un possibile, di un ancora possibile. Non un nuovo ordine dello spazio, ma una riflessione sull’origine della spazialità urbana colta nel suo apparire, nel suo farsi cosa, nell’offrirsi a usi e pratiche anche promiscui per essere abitata da forme sociali inclusive ed egualitarie. Fenomeni spaziali e socialiche interrogano pratiche di progettazione ossessionate da horror vacui e, più in generale, chiedono un’idea di riforma nel senso più profondo del termine. Sullo sfondo si stagliano convitati di pietra: da un lato la stratificazione normativo giuridica delle consuetudini amministrative come forma di occupazione e presidio dello spazio e le procedure tecniche e politiche di gestione della città, modalità che si autoalimentano attraverso la tradizione prescrittiva della legislazione italiana che non incoraggia sperimentazioni, dall’altro lato le forme del pensiero dominante in assenza di piano, volte alla socializzazione dei costi e alla privatizzazione degli utili, città dell’esclusione e dellapaura (come ricatto). Tutto ciò è molto lontano dalla nozione di città ripensata nella sua natura d’infrastruttura, come affermano gli autori, e non può che essere molto lontano da ogni «buonismo», non sempre è sufficiente guardare «fra le cose»: non è che l’inizio. Tutto ciò «non garantisce il risultato, ma consente di giocare la partita», è un passo avanti!

Spazi del welfare
Gabriele Pasqui «Archivio di Studi Urbani e Regionali» 19-10-2012
In tempi di crisi economica e sociale, a fronte della drastica contrazione delle risorse e della radicale rivisitazione delle forme organizzative e degli stessi obiettivi del welfare state, non solo in Italia ma in tutta Europa, occuparsi degli spazi del welfare materiale può apparire un esercizio “inattuale”. Sembrerebbe trattarsi di una questione in definitiva marginale rispetto ai problemi al centro dell’agenda pubblica e alle formazioni discorsive dominanti nel dibattito politico. Nell’attuale discussione sullo stato sociale e sulla sua necessaria riforma, sui suoi dispositivi e sulle sue pratiche, il libro Spazi del welfare. Esperienze luoghi pratiche, curato dall’Officina Welfare Space, porta invece argomenti assai robusti a favore della centralità di una riflessione sugli spazi prodotti dalle e nelle politiche di welfare, sulle pratiche d’uso che li caratterizzano, sulle esperienze di intervento e d’azione che potrebbero riqualificare e riprogettare questo straordinario patrimonio materiale e immateriale. La tesi del libro, esplicitata nel saggio introduttivo di Stefano Munarin e Maria Chiara Tosi, prende proprio le mosse dalla “scarsa considerazione” e dall’attenzione “meramente tecnica” con cui viene tratto il tema dello “spazio di socializzazione e di vita collettiva, quell’insieme di spazi, servizi e attrezzature che dovrebbero garantire comfort, sicurezza e qualità della città, dando forma concreta alle politiche di welfare”. Questa scarsa considerazione, a sua volta, ha a che vedere sia con la dominanza di formazioni discorsive che hanno finito per descrivere il welfare come un costo (innanzitutto nella prospettiva macroeconomica del debito pubblico e dei vincoli finanziari e di bilancio); sia con la prevalenza di una lettura del welfare disancorata dalla sua materialità, dalla sua connessione con pratiche individuali e (soprattutto) collettive che “danno corpo” alla qualità della vita delle donne e degli uomini nella loro esperienza quotidiana di abitanti e utilizzatori della città. Il libro prodotto da Officina Welfare Space ci permette di sostenere una posizione assai diversa, e più complessa: da un lato gli spazi del welfare, e le pratiche a essi connesse, hanno rappresentato, e rappresentano ancor oggi, un tassello fondamentale di una politica di giustizia e risarcimento spaziale, in un contesto nel quale i cleavage spaziali nelle città e nei territori si stanno riconfigurando e approfondendo. Dall’altro lato, il contrasto offerto dalle politiche del welfare materiale alla “fatica di abitare”, elemento essenziale della diseguaglianza e della deprivazione di gruppi e ceti sociali, rappresenta un terreno decisivo proprio in tempi di crisi per ridisegnare insieme forme nuove di cittadinanza e di urbanità. Non stiamo, in altri termini, “parlando d’altro”: il volume Spazi del welfare ci offre diversi motivi di riflessione e materiali di ricerca per contrastare quel deterioramento della sfera pubblica a cui si riferiva Laura Pennacchi in un importante testo di qualche anno fa sulla “moralità” del welfare.
Al di là delle intenzioni programmatiche, tuttavia, Spazi del welfare è un libro che restituisce una lunga e articolata esperienza di riflessione teorica e di ricerca
sul campo. Tale esperienza è stata proposta e sviluppata dall’Officina Welfare Space, un laboratorio di ricerca e progettazione coordinato presso lo IUAV da Stefano Munarin e Maria Chiara Tosi, al quale hanno preso parte collaboratori (tra i quali le due coautrici del volume, Cristina Renzoni e Michela Pace e Ruben Baiocco, che ha redatto un capitolo del libro) e studenti del laboratorio di laurea. Il testo restituisce selettivamente questo percorso di indagine pluriennale in tre sezioni, precedute da una presentazione di Gianfranco Bettin e da un’introduzione di Munarin e Tosi, e seguite da una postfazione di Bernardo Secchi. La prima parte, occupata dal già citato saggio di Tosi e Munarin, prova a collocare in un quadro teorico articolato la concettualizzazione dello “spazio del welfare”, e a verificarne l’operatività in dialogo sia con la più generale riflessione sul senso e sul destino del welfare state, sia con il campo delle teorie e delle pratiche urbanistiche. Il saggio, molto denso, propone in conclusione una “nuvola di ipotesi” che ha anche il sapore di un testo programmatico, nel quale si indica esplicitamente la necessità per l’urbanistica di tornare nuovamente a svolgere “un ruolo attivo e trainante nell’ideazione di inedite forme e spazi del welfare”. La seconda parte propone alcune indagini empiriche ravvicinate. La prima
(scritta da Cristina Renzoni) propone una “biografia” di un’infrastruttura collettiva nella città di Mestre (il Parco della Bissuola), ricostruendone strati e spessori in relazione alle vicende della sua realizzazione e della sua “evoluzione” nel tempo. La seconda (scritta da Cristina Renzoni e Michela Pace) restituisce invece un’indagine pluridimensionale relativa a un servizio di welfare attivato dall’Amministrazione comunale di Mestre (l’unità operativa Équipe Territoriale Aggregazione Minorile – ETAM), osservandola sia dal punto di vista organizzativo e di policy design, sia sotto il profilo del nesso con le pratiche spaziali intercettate e attivate dal servizio in questione. Chiude la seconda sezione un breve saggio di Ruben Baiocco su prospettive e ostacoli della spazializzazione dei servizi sociali. I motivi di interesse di questa seconda sezione, che contiene un bel servizio fotografico, sono diversi. Segnalo qui due questioni rilevanti anche dal punto di vista metodologico. Innanzitutto, le indagini proposte mostrano come si possa tentare di descrivere insieme spazi, dispositivi e pratiche, intrecciando una riflessione sulle biografie dei luoghi con una sui materiali urbani e sulle forme esperienziali d’uso degli spazi del welfare. In secondo luogo, l’indagine sul servizio sociale attivato a Mestre si propone di descrivere una politica di attivazione di un servizio pubblico sotto il profilo organizzativo e relazionale e contestualmente dal punto di vista delle pratiche spaziali in cui è implicata e che contribuisce a generare.
Più in generale, le indagini empiriche proposte nel volume indicano la strada, ancora da esplorare compiutamente, della descrizione multidimensionale di pratiche di welfare che sono insieme spaziali, sociali e istituzionali, provando a riconoscere attraverso diversi protocolli d’osservazione i nessi e le fratture tra queste diverse dimensioni. L’ultima parte del volume, infine, restituisce alcune esplorazioni progettuali di spazi del welfare in diverse città del Nord Est e prova a utilizzare tali esplorazioni come esercizi di “messa alla prova” di ipotesi e strumenti di intervento per il welfare materiale nella città contemporanea. Nel suo complesso il volume si presenta come un contributo rilevante e originale al dibattito nazionale e internazionale sul welfare e sui suoi spazi.
Proprio per dare maggior forza alle intenzioni programmatiche degli autori, segnalo qui, dalla mia specifica prospettiva di studioso delle politiche urbane, tre questioni che potrebbero essere oggetto di ulteriore approfondimento, contribuendo a quell’operazione di “ritorno al centro” dei temi della città e del territorio nel dibattito sugli scenari per il nostro Paese e più in generale per le democrazie europee. Il primo tema è quello dell’analisi delle politiche di welfare materiale nella prospettiva di una grande politica nazionale di riqualificazione e manutenzione urbana.
Lo studio dei meccanismi di finanziamento e di gestione degli interventi e delle azioni nel campo della produzione e riproduzione degli spazi del welfare rappresenta infatti la condizione per poter costruire politiche nazionali e locali di investimento, alternative alla strategia oggi dominante delle grandi infrastrutture e delle grandi opere. Imparare a “fare i conti”, con una sensibilità alla dimensione materiale e relazionale degli oggetti in gioco costituisce dunque una condizione ineludibile per il rilancio di uno scenario di sviluppo centrato sulla valorizzazione dei beni comuni e sull’aumento dell’abitabilità dei nostri spazi quotidiani. Il secondo tema ha a che vedere invece con le condizioni operative di un’azione di riprogettazione degli spazi del welfare nella concreta azione amministrativa dei comuni. Nel volume è già chiaramente identificato il terreno della convergenza e dell’integrazione tra funzioni e forme di razionalità amministrative tradizionalmente poco dialoganti (quelle dei servizi sociali e quelle degli uffici tecnici; quelle di chi gestisce e manutiene il verde e quella di chi coordina le politiche della mobilità). Tuttavia, non credo che il problema sia solo quello di proporre maggiore integrazione: politiche di settore potranno e dovranno comunque giocare un ruolo essenziale. Si tratta piuttosto di identificare i dispositivi (i government tools) e gli strumenti nei quali una logica funzionale e una spaziale debbano necessariamente intrecciarsi: dai piani dei servizi all’interno degli strumenti urbanistici ai piani triennali delle opere pubbliche. Le suggestioni progettuali del volume potrebbero essere utilmente messe alla prova, come peraltro Maria Chiara Tosi e Stefano Munarin hanno già fatto in esperienze di progettazione urbanistica da loro compiute, dentro pratiche ordinarie di pianificazione e programmazione degli investimenti pubblici. Infine, segnalo la ricchezza di un tema esplicitamente indicato dagli Autori: quello della relazione tra forme, materiali e dispositivi spaziali del welfare e pratiche d’uso da parte di popolazioni diverse. Si gioca su questo terreno una riflessione, che a mio avviso ha oggi un valore radicale, sul senso dell’essere-in-comune e del con-dividere, dentro gli spazi del welfare, riflessione che non può essere priva di conseguenze anche dal punto di vista della progettazione e riprogettazione dei luoghi di relazione e convivenza nelle trame della città contemporanea. Su questi temi, e su molti altri che non sono in grado qui di discutere compiutamente, Spazi del welfare è un libro che non solo offre strumenti innovativi di lavoro, ma apre nuove e fertili piste di ricerca e di progetto.
Spazi del welfare
Francesca Cognetti «Territorio» 30-10-2012
Il testo ruota attorno alla relazione tra welfare e città, attribuendo a entrambe queste parole, e alla relazione tra esse, un significato denso, che affonda le radici nella cultura urbana del Diciannovesimo secolo, ma capace di descrivere anche scenari possibili della contemporaneità. Il testo esplora l’opportunità di mettere fortemente in relazione il benessere degli abitanti della città, inteso nelle sue dimensioni sociali e relazionali legate alla vita quotidiana, con la dotazione materiale di Servizi per la collettività attraverso le sue diverse articolazioni spaziali.
Il libro restituisce parte di una ampia ricerca sul rapporto tra politiche di welfare e città svolta negli ultimi cinque anni presso l`Istituto Universitario di Venezia e coordinata da Stefano Munarin e Maria Chiara Tosi.
ll testo è diviso in tre parti. La prima, «Temi e questioni», ruota attorno all'attualità e alle articolazioni possibili del concetto di welfare, si prefigge quindi di testarne la tenuta dal punto di vista teorico e l’operatività dal punto di vista del progetto di città. La città come bene comune e come potenziale luogo di
giustizia sociale e spaziale e la grande questione di fondo che viene rimessa al centro della riflessione, alla ricerca di un nuovo possibile quadro di senso per le discipline urbanistiche.
La seconda parte «Percorsi di indagine» punta l’attenzione su alcuni progetti e politiche di welfare nella città di Mestre. Sottende a questa seconda parte un approccio specifico e originale all'indagine sul campo. I saggi, le mappature, i racconti fotografici e le interviste restituite nel testo sono esito di un programma di lavoro condotto attraverso 'campionature' e 'carotaggi' di un contesto urbano specifico.
Si è scelto quindi di indagare la questione del welfare attraverso uno sguardo ravvicinato attento alle differenti articolazioni territoriali e sociali. La lettura proposta è volta ad interpretare strumenti di governo, attori delle trasformazioni e spazi materiali che partecipano in diverso modo alla costruzione delle infrastrutture collettive. Un'attenzione particolare è dedicata alla dimensione spaziale delle politiche sociali attraverso l'osservazione delle attività condotte dall'area politiche sociali del Comune di Mestre. Questo punto di vista originale, permette di introdurre una riflessione articolata sulle ricadute fisiche, sia sistemiche che puntuali, di politiche che si occupano di questioni urbane con un approccio che ha origine nella scienze sociali ed è volto al benessere, alla coesione sociale e alla integrazione tra popolazioni e culture.
La terza parte, «Esplorazioni progettuali», restituisce alcune esperienze di progettazione in città del nord-est italiano, mettendo alla prova l'utilità di uno sforzo di immaginazione per rimettere a fuoco i caratteri della città. Sottolinea l'utilità di introdurre delle innovazioni non solo nel modo di osservare e articolare i concetti, ma anche nel modo di fare urbanistica e quindi all'interno del 'fare progettuale'. Gli esercizi di esplorazione progettuale ed interrogazione degli spazi sono delle occasioni in questo senso, alla ricerca di quegli atteggiamenti e strategie progettuali in grado di promuovere soluzioni inedite, anche inattese, capaci di stimolare e attivate processi e pratiche. Attraverso cinque progetti urbani a differenti scale e su diversi contesti, il testo ci presenta degli esercizi in cui il progetto è utilizzato come strumento per comprendere situazioni specifiche della città contemporanea, ma anche per verificare la disponibilità al cambiamento e l’attitudine di alcuni spazi e politiche alla reinterpretazione e risignificazione.
Il libro pratica molti piani, discipline e linguaggi, adattando chiavi di lettura differenti. La riflessione si alimenta di un rapporto circolare tra indagini di contesti urbani, esame della letteratura e attenzioni teoriche, osservazione di esperienze virtuose e sviluppo di progetti esplorativi. Una particolare attenzione è dedicata agli aspetti di interpretazione dei fenomeni urbani e sociali attraverso le immagini: accanto ad alcuni 'racconti fotografici' dei luoghi indagati, troviamo le rappresentazioni dello spazio materiale, le figure delle politiche, dei network di attori e delle cronache legate alla rassegna stampa.
Il testo è anche frutto di un'intensa attività didattica esercitata presso lo Iuav di Venezia: attraverso laboratori di laurea e workshop si sono costruite occasioni di scambio con studenti di diversi livelli che hanno alimentato differenti ordini di riflessioni. I vari e articolati materiali del libro pongono l'accento, con diverse modalità e forme, sulla dimensione spaziale di welfare state, in qualche misura invertendo i termini di un ragionamento che tradizionalmente attribuisce a questo tema soprattutto una dimensione di politiche(ad esempio sociali ed economiche). All'interno della città costruita ci si riferisce principalmente a una geografia minore fatta di spazi e interstizi urbani che esercitano un ruolo nella costruzione di qualità della vita quotidiana, oltre alle dinamiche più eccentriche dei luoghi attrattivi e delle enclave di segregazione, in alcuni casi forzata e in altri ricercata. Questa infrastruttura degli spazi comuni è una dotazione di attrezzature e servizi che viene riletta come risorsa da riscoprire e reinterpretare. in quando sistema che può contribuire allo sviluppo del benessere collettivo, alla costruzione di possibilità di convivenza, all'affermazione dei diritti di cittadinanza. Per costruire questa tematizzazione legata al welfare space gli autori utilizzano differenti strategie di avvicinamento e di costruzione di argomentazioni a sostegno di un rilancio costitutivo dell'idea di welfare. Queste strategie costruiscono i presupposti, ma anche gli esiti principali del libro, al contempo strumenti e oggetti della ricerca, concetti da mettere al lavoro, testare, rimodellare. La prima strategia può essere chiamata dell 'attenzione e mette in campo la capacità di osservare e selezionare elementi rilevanti in una città apparentemente consueta, comune e ordinaria; e forse, anche per questo motivo, meno nitida e più difficile da codificare. L'idea è quella di considerare l’ambiente urbano attraverso i caratteri e gli elementi responsabili della 'fatica di abitare', ma anche capaci di costruire qualità minori e supporto essenziale alla vita quotidiana. È una trama costituita da dotazioni pubbliche [spazi aperti come parchi, piazze, campi sportivi; ma anche edifici come scuole, centri sociali, biblioteche, ospedali] che distinguono il modello di città europea e costituiscono uno degli ambiti in cui potenzialmente si è formato e si forma uno spirito di cittadinanza. Quella che emerge è una figura urbana che assegna importanza non al singolo manufatto ma alla più generale urbanità, a quei sistemi di luoghi ,potenziali deposito di pratiche relazionali e per il benessere (sia per quello che riguarda le best practices, ma anche lo scarso confort di molte parti della città). La strategia dell'attenzione mette quindi l'accento anche sulla relazione tra politiche e strutture spaziali, ne ricostruisce l'intreccio in quanto privilegiato terreno delle geografie dell'ingiustizia e dell'agio. La seconda strategia e quella della «manmissione››: il testo propone di utilizzare la parola welfare e welfare space forzandola (manomettendola, appunto). Riconsiderandola un termine denso di significati contemporanei da rimettere a fuoco, un concetto operativo che apre nuove chiavi interpretative per il futuro. ln qualche misura,  quello che emerge, è una nuova idea di welfare, non tanto, come comunemente intesa, esito del fallimento dello stato moderno, termine usurato e quindi inutilizzabile, quanto piuttosto come strumento di coesione sociale, come elemento per costruire cittadinanza e partecipazione. Questa parola viene quindi utilizzata come tool dal quale, pragmaticamente, ricostruire una dimensione forte di scambio tra popolazioni e classi basato sulla coesistenza quotidiana, sulla convivenza negli spazi pubblici, sulla condivisione dei servizi, sulla cura e la appartenenza. Questa dimensione relazionale se non può più essere dichiarata a priori attraverso il richiamo alla eguaglianza (valore tipico della modernità politica), può essere piuttosto rinsaldata e consolidata nelle pratiche e attraverso i progetti e le politiche ordinari. La terza strategia è quella dell’introduzione di eccipienti urbani: il progetto per una maggiore abitabilità della città sembra poter passare per operazioni minute, per un intervento mirato a sviluppare e rafforzare le connessioni e le reti tra un ricco patrimonio di attrezzature e servizi che già sono presenti sul territorio. Sono progetti che cercano di trasformare in infrastruttura collettiva frammenti di spazio aperto, ambiti interclusi, zone marginali, lavorando intorno al concetto di 'eccipienti urbani', di ciò che lega e tiene insieme differenti materiali, rendendone possibile un uso più complesso. L'esito è un intervento sulla città esistente attraverso la costruzione di spazi urbani abitabili. confortevoli, sani e sicuri. Quello che emerge da queste tre strategie (attenzione, manomissione, introduzione di eccipienti) e una nuova idea di città giusta, che riporta l'attenzione sulla rilevanza della dimensione spaziale e sulla possibilità di garantire, attraverso la 'città costruita'. una migliore qualità sociale diffusa. Questa spinta nasce dalla necessità di rendere virtuoso il rapporto tra politiche di welfare e città, affinché sia anche la qualità degli spazi il terreno su cui misurare l'efficacia delle politiche e le qualità sociali delle pratiche. In questa prospettiva lo spazio non è considerato come semplice supporto delle politiche, ma come elemento costitutivo del valore dell'innovazione sociale o, di contro, della scarsa qualità sociale. L'idea di città giusta, per gli autori, rimanda non solo a nuove forme di intervento, ma principalmente alla responsabilizzazione dell'urbanistica e del progetto urbano, sollecitati a perseguire una concreta idea di giustizia spaziale, occupandosi di quell'insieme di caratteri fisici e sociali in grado di garantire maggiore benessere collettivo ed equità, riconoscendo agli abitanti il 'diritto' di vivere in un confortevole spazio urbano. ln definitiva, la riabilitazione del concetto di welfare può partire, sorprendentemente, rimettendo al centro dell'osservazione e della riflessione i luoghi e le esperienze della città ordinaria.
2012
Quodlibet Studio. Cittą e paesaggio. Album
230x215
ISBN 9788874623846
pp. 156
€ 26,00 (sconto 15%)
€ 22,10 (prezzo online)